Le Bestie di Alatri

Il ragazzo che venerdì era stato vittima di un pestaggio ad Alatri è morto a causa dei traumi riportati. Aveva vent’anni. Questo ennesimo spiacevole evento dimostra che siamo delle bestie, e chi pensa che noi, razza umana, siamo superiori agli animali si sbaglia di grosso. Forse allude a cosa eravamo, cosa siamo stati capaci di essere, ma non siamo più.

Non sono l’intelligenza o la sensibilità, qualità che anche un gatto possiede – e che commisurate alle sue necessità superano di gran lunga le nostre prodezze. Non è il coraggio, che come spesso si cita ‘è qualità nota nei cani’. Sono la Cavalleria, e la Pietà, ad averci innalzato dallo status di bestie. Quando io stesso – in passato pestato fino allo svenimento da due balordi – mi trovai tempo fa dinanzi una persona pestata a sangue da un ‘branco’, non capivo – mentre mi intromettevo pregandoli di smettere e con fortuna lo portavo via – come 6 uomini ormai adulti non si vergognassero a continuare a calciare, a menare le mani, a prendere a cinghiate un corpo inerme steso a terra. Incapace di reagire – Dove si trova piacere nello sfogarsi su uomo arreso? Incapace d’incassare ancora. Incapace anche di tentare di parare i colpi ai quale deve arrendersi: perché sono troppi, sleali e cadono da ogni direzione solo su di lui. Solo.

Lui la scampo’. Io la scampai. Tanti altri la scamparono. Questo Emanuele no. È morto per i colpi sferrati dal branco perché voleva far valere le sue ragioni. E nessuno ha avuto il coraggio di mettersi in mezzo, mentre lo picchiavano con un palo di metallo, in 9, gli eroi.
Ecco l’epilogo di una storia triste, anzi, una storia sbagliata, come cantava De Andrè. Godete bestie moderne.

D.B.

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For Esmé with love and squalor

“Inside the box, a note, written in ink, lay on top of a small object wrapped in tissue paper. He picked out the note and read it.

JUNE 7, 1944
DEAR SERGEANT X,
I hope you will forgive me for having taken 38 days to begin our correspondence but, I have been extremely busy as my aunt has undergone streptococcus of the throat and nearly perished and I have been justifiably saddled with one responsibility after another. However I have thought of you frequently and of the extremely pleasant afternoon we spent in each other’s company on April 30, 1944 between 3:45 and 4:15 P.M. in case it slipped your mind.
We are all tremendously excited and overawed about D Day and only hope that it will bring about the swift termination of the war and a method of existence that is ridiculous to say the least. Charles and I are both quite concerned about you; we hope you were not among those who made the first initial assault upon the Cotentin Peninsula. Were you? Please reply as speedily as possible. My warmest regards to your wife.
Sincerely yours,

ESMÉ

P.S. I am taking the liberty of enclosing my wristwatch which you may keep in your possession for the duration of the conflict. I did not observe whether you were wearing one during our brief association, but this one is extremely water-proof and shockproof as well as having many other virtues among which one can tell at what velocity one is walking if one wishes. I am quite certain that you will use it to greater advantage in these difficult days than I ever can and that you will accept it as a lucky talisman.
Charles, whom I am teaching to read and write and whom I am finding an extremely intelligent novice, wishes to add a few words. Please write as soon as you have the time and inclination.

HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO LOVE AND KISSES CHALES

It was a long time before X could set the note aside, let alone lift Esme’s father’s wristwatch out of the box. When he did finally lift it out, he saw that its crystal had been broken in transit. He wondered if the watch was otherwise undamaged, but he hadn’t the courage to wind it and find out. He just sat with it in his hand for another long period. Then, suddenly, almost ecstatically, he felt sleepy.
You take a really sleepy man, Esme, and he always stands a chance of again becoming a man with all his fac-with all his f-a-c-u-1-t-i-e-s intact. “

For Esmé with love and squalor, by J.D. Salinger

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Sognando le Air Zoom: storia di mille pomeriggi di poste ai Parioli

In fondo a Via Rubens, breve e tortuoso viottolo sui Monti Parioli, scandito da crateri quasi lunari e intitolato al pittore fiammingo Pietro Paolo, si trovava, nascosto dietro la serranda di quello che forse era stato immaginato come un box auto, un negozietto senza insegna con un nome che non lasciava spazio ai dubbi: Be Cool. Disordinato e pieno di vestiti fighetti, era gestito da un gigantesco uomo barbuto la cui pazienza spesso vacillava nel perpetuo peregrinaggio di ragazzini che due volte a settimana si affacciavano sull’uscio della porta solo per domandare se fossero ‘arrivate’ – No? E quando? Quando credi arriveranno? Allora ripasso. Ripasso.

Puntuali come orologi fermi due volte a settimana, passavano, sempre alla stessa ora, sempre con la stessa faccia, sempre con la stessa speranza. Ma cosa cercavano tutti quei bambini sperduti? Ebbene la leggenda voleva che lì, proprio in quella remota succursale di uno show-room del centro che vendeva vestiti provenienti direttamente dagli States quando non esistevano Ebay e voli Low-cost, sarebbero prima o poi arrivata una partita di Nike Terra Sertig, per gli amici: le Air Zoom. A testimonianza del prodigio già manifestatosi in passato, un paio di quelle bramate scarpe troneggiava su di una mensola, erano verdi laccate: le chiamavamo le verdi ‘Ramarro’. Erano bruttine sì, non erano affatto del colore che desideravamo; erano un 46.. e noi portavamo almeno cinque numeri in meno – Dio quante volte gliele facevamo tirare giù per provarle sperando che da una settimana all’altra i nostri piedi fossero cresciuti. Almeno un po’. Ma niente da fare, loro erano 46, noi eravamo dei quindicenni, e volevamo a tutti i costi un paio di ‘zoom’ per ballare l’hardcore; e ci accontentavamo anche solo di potercelo raccontare a scuola, che eravamo andati da Be Cool e che avevamo provato le ‘ramarro’, che ci avevano detto che forse.. la prossima settimana.. dall’America ne sarebbero arrivate qualche paio. Noi aspettavamo. Speravamo.

L’altro giorno, per caro, ho trovato in balcone una pila di vecchia scatole di scarpe da buttare; una di queste era scoperchiata, e custodiva proprio un vecchio paio di Air Zoom verdi e bianche. Le elevo rimosse dalla mia mente; forse sognavo; forse si erano materializzate dall’inconscio che cova i miei desideri. Oggi le ho un po’ restaurate, le ho un po’ coccolate – C’è chi potrebbe dire che sono solo un maledetto paio di scarpe da ginnastica, e che io sono solo un maledetto patetico nostalgico; ma cosa volete saperne voi, del profumo del freddo di Via Rubens in quel momento indimenticabile nella nostra vita?

di Davide Bartoccini

Il Cumenda: verità di un complice impostore

Quando il 28 ottobre del settimo anno del secolo corrente, moriva a Desenzano del Garda Guido Nicheli (in arte il ‘Dogui’), in pochi capirono che con lui moriva un essere ideale. L’era dei caratteristi, quegli attori minori attraverso i quali l’Italia imparava a conoscersi e riconoscersi, si avviava inesorabilmente verso il termine sterminandone i superstiti, e noi, consapevoli del deserto di espressioni nel quale stavamo per finire, già spargevamo lacrime di coccodrillo. A lui, milanese d’adozione e vitellone dalla nascita, venne affidato da Steno prima, e dai suoi figli Carlo ed Enrico poi, il compito di rappresentare l’archetipo del cumènda: quell’imprenditore lombardo che l’Italia industriale aveva reso, di dove in dove, piccolo feudatario post-moderno; status svincolato dal lignaggio al quale aspirava quella borghesia rampante, e spauracchio di quella borghesia piccola piccola piccola che fantozzianamente pendeva dalle sue labbra, per un favore, per una vendita, o per quel tanto bramato scatto di carriera. Il Dogui, per merito dei suoi atteggiamenti strapompati e del suo savoir-faire da balera, tra l’ostentazione di terminologie anglofone e quella cadenza nettamente dialettale, venne scritturato in un week-end di giugno spiaggiato a Porto Ercole. Quando, inciampando nello stesso ristorante dove era a cena Stefano Vanzina, gli venne offerta un’opportunità che non poteva rifiutare: recitare il ruolo di se stesso accanto ad un attore affermato come Renato Pozzetto in una scena di ‘Il padrone e l’operaio’ il Dogui non se lo fece ripetere due volte: a ciarlare di scampagnate a Monte Carlo e di milioni persi al casinò, a commentare fuori serie e donne di categoria, Nicheli era campione del mondo; un pesce nell’acqua, anzi, nel burro, come diceva lui.

Nicheli sembrava uscito dalla copertina Class ma invece era ‘sceso da una pianta’ della provincia. Laureato in odontotecnica, lavorava come assistente nello studio di suo cugino. Il denaro che guadagnava rassettando dentiere lo spendeva tutto per acquietare i suoi vizi nel week end, e quando proprio non bastava, per presenziare nel mondo dei night milanesi con la sua disinvoltura da grancarrierista, non tentennò ad improvvisarsi rappresentante di whisky part-time. La necessità che fa virtù. Sotto le mentite spoglie dello stimabile commendator Camillo Zampetti (I ragazzi della 3C) dunque si nascondeva un comunissimo uomo della classe media, con il mito della ricchezza da ostentare e il vizietto per il guantino da guida sul cabriolet. Steno questo lo sapeva bene, ma occupandosi di finzione e non di finanza, non sarebbe riuscito a raccattare un personaggio migliore per fotografare lo spaccato di quell’Italia buffa e racchiusa nella sua gabbia d’oro. Questa non sembrerebbe a prima vista riflessione fondamentale, se non si da peso alla peculiarità che il personaggio scelto per impersonificare tale archetipo, diventa egli stesso archetipo al quale l’autentico si ispirava e si ispira: poiché spesso è l’imitazione a dare una cifra alla nostra autenticità. È così quindi che scopriamo come gli atteggiamenti ostentati dai gran viveur con la fabbrichètta, d’estate in Costa Smeralda e d’inverno a Cortina, negli ’80 come nei ’90, che le battute ripetute all’infinito e che sopravvivono tuttora: sono stati tutto frutto dell’improvvisazione di un impostore incontrato per caso. Guido Nicheli, tirato in mezzo a quel filone di commedia italiana, che il neologismo avrebbe poi ribattezzato cinepanettone, è stato un complice della nostra realtà, che scimmiottando certi versi dalla provincia è finito per farsi imitare dei rampolli della Capitale Morale. Libidine.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è apparso sulla rivista Il Bestiario degli Italiani : http://www.ilbestiariorivista.it

Gli angoli della notte

Non so come la vediate voi, ma per me non puoi sentire un posto davvero tuo finché non ti sei ritrovato, almeno una volta, a vagarci solo e dimenticato in una notte strana. Magari ubriaco. Magari innamorato dopo aver scordato ogni ragione.

Una metropoli di luci spente. Un paese nano finito lì per sbaglio. A volte l’insospettabile periferia – Non importa se non c’eri mai stato prima, o se non ci tornerai mai più – Se una notte passeggi solo e quieto, ubriaco e con le mani in tasca in un posto che non conosci: che tu lo voglia o meno quel posto rimarrà tuo.

Nel silenzio e nell’ebrezza di quel momento lento, noterai i pregi più timidi, scoprirai i suoi scorci trascurati che altrimenti non avresti notato mai. E anche se è solo per una notte, una notte strana, quel posto si lascerà scoprire da te, ruffiano inciampato. Anche lui, immobile, si sbilancerà. Si lascerà frugare negli angoli e ti lascerà portare via qualcosa di se. Un ricordo. Il ricordo di te e lui in quel momento, nel silenzio della notte. Tu ubriaco e perso. Lui, fermo e vanitoso.. a guardare un passante strano, in una notte strana, che sicuramente si ricorderà d’esser passato di lá. Non so come la vediate voi, ma io è così che la vedo..

D.B.

Le sfide dell’Occidente, le possibilità dell’Italia

Guerra ibrida, immigrazione e dissoluzione: Una commistione di sfide e minacce dalle radici antiche e dalle nuovissime forme metteranno a dura prova il Vecchio continente nei prossimi dieci lunghi anni.

Le sorti della nostra civiltà, della quale il nostro continente è stato culla e crocevia, saranno ancora una volta messe alla prova in quello che potrebbe tornare ad essere un nuovo assetto bipolare del pianeta. In virtù delle nuove tensioni causate dai mutamenti geopolitici in Asia e Medio Oriente – da sempre ‘carburante’ e ‘innesco’ per conflitti e nuove geometrie economiche – e delle vecchie e nuove brame dei due grandi poli, USA e Russia, potremmo presto vedere l’Europa- che comprende 4 paesi del G7, 24 membri NATO (di cui 22 anche membri dell’EU) e 2 potenze nucleari – impegnata a fare quadrato per il mantenimento dello status quo, o ‘dissolta’ in virtù di ragion di Stato, vecchi antagonismi e nazionalismi inconciliabili:rispolverati dal diffuso malcontento in quella classe media che ovunque ha perso potere d’acquisto con pesanti ripercussioni sulla ‘qualità della vita’ insieme alla fiducia nelle istituzioni sovranazionali. L’Europa, ai minimi storici della sua coesione e crivellata al cuore dagli attentati nel nome del Jihad, rischia di spezzare i propri equilibri proprio a causa di un agente esterno: i flussi migratori che ovunque dividono i suoi cittadini tra fautori dell’accoglienza e fermi sostenitori del rigetto. Sullo sfondo della ‘Guerra al terrorismo’, che si gioca nei remoti avamposti orientali, cyber warfeare e guerre economiche sono in corso all’interno dei nostri confini, e il rischio che il nostro sistema economico o politico venga minacciato da operazioni di hackeraggio e speculazioni sistematiche si fa sempre più reale. L’unica risposta, in seno alla ragionevolezza, è la ricerca di una nuova strategia comune.

In questa tempesta perfetta l’Italia potrebbe avere un ruolo importante quale promotrice di nuove idee e tecnologie per disinnescare tutte queste minacce. Una lega di think tank potrebbero elaborare nuove soluzioni per massimizzare l’efficenza nel riconoscimento d’asilo e per facilitare l’espulsione dei soggetti privi dei requisiti previsti: disinnescando le tensioni che derivano dalla crisi migratoria e fungendo da guida per le altre nazioni. Il governo potrebbe aumentare gli investimenti nelle aziende impegnate nel settore della tecnologia, spronandole a concentrare i propri sforzi nel campo della cyber sicurezza da condividere poi con il resto dell’EU. Un’Europa più protetta si dimostrerebbe un Europa più coesa, capace di reagire alle minacce e pronta a trovare un nuovo slancio. Ruolo importante per tenere aggiornata la sempre più fondamentale opinione pubblica riguardo minacce e soluzioni da sempre spetta all’informazione – altro settore che vive un grave calo di fiducia con connesso calo di audience – nuove piattaforme: giovani, autorevoli, e slegate dagli interessi dei grandi editori, potrebbero dunque rivelarsi provvidenziali nella missione che potremmo chiamare ‘Domani’.

D.B.

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Il velcro come spoiler dell’incapacità

Sentore dell’incapacità della nostra generazione fu senza dubbio la diffusone delle scarpe da allacciare con il velcro. In tempi non sospetti l’appresività di quelle scarpe cosi brutte ci spoilerò il nostro miserabile futuro: evitare di imparare a fare qualcosa grazie ad inutili tecnologie all’insegna della futuristica comodità – ricordo che alcune, addirittura, erano dotate di lucine intermittenti per distrarci nei passi che non facevamo.

D.B.

“Quale Venere Nera? Miss.Helsinki è uno scherzo del progressismo”

Il mondo è malato, ormai è dato certo. La sua malattia si chiama politically correct, progressismo indotto, multiculturalismo coatto. E in onore di codeste malattie, oltre a storpiare le parole per cercare superflui sostantivi femminili, oltre a censurare classici del cinema animato perché ritenuti sessisti, oltre a ingrassare le Barbie per renderle più realistica (dimenticando però di dotare Ken di un pene), oltre a lasciare vaneggiare i suoi presunti intellettuali nell’auspicare l’africanizzazione dei nostri governi e la nostra cultura: adesso vuole convincerci anche che giurie – apparentemente composte da orbi – hanno il potere di sovvertire il concetto di bellezza, in barba ai canoni di Policleto, a quelli di Vitruvio, per venderci un’altra ‘bellezza’: la bellezza del progresso.

A palesare il culmine di questa metastasi apparentemente inestirpabile e coccolata dai progettisti del progresso appunto, è la recente vittoria di Miss.Helsinki 2017: Sephora Ikalaba, la finno-congolese di 1 metro e 65 che ieri è stata incoronata come massima bellezza scandinava sembra uno scherzo alla natura. Brutta? Non ci permetteremmo mai di dare un giudizio nel merito. Tanto bella da vincere un concorso di bellezza nel paese che ha esibito la sua bellezza e perfezione nei corpi umani di Suvi Koponen (testimonia di Chloé) o Sigrid Agren (angelo di Victoria Secret) ? Dio, no. Proprio no: ed è umiliante per chi guarda, oltre che per tutte le altre partecipanti che si riducono ad essere pedine illuse nel sempre più frequente gioco dei benpensanti con il ‘vizietto’ del multiculturalismo.
Che la bellezza non sia più al centro delle gare di bellezza, è una novità di questo breve inizio secolo alla quale stiamo facendo abitudine. L’abbiamo visto noi in Italia, con l’incoronazione dell’ultima Miss, una donna che più che rappresentare una bellezza comune e ‘acqua e sapone’, poteva al massimo rappresentare l’insipidità di una che non noteresti nemmeno fosse l’unica donna in un villaggio vacanze e tu fossi appena uscito da un collegio maschile.

Volete fare notizia? Volete allontanarci dallo stereotipo delle bellissime valchirie scandinave dalla pelle color latte pizzicata da lentiggini dolci come e fragole dei boschi, i capelli luminosi come fili d’oro forgiati da un dio, e gli occhi profondi e celesti come i cieli del nord? Avete fallito. La prossima volta abbiate un po’ più di tatto. Abbiate un po’ di rispetto. Esistono le mezze misure. Esiste la coerenza. Esiste soprattutto la bellezza negra: che nelle sue forme migliori umilia le nostre più belle valchirie, le nostre più belle dee mediterranee, le nostre più misurate forme greche. Cercate meglio l’anno prossimo.

D.B.

Leoni da tastiera per Agnelli da copertina

Ricordo bene i piagnistei e i perbenismi sulle perversioni della Cantone, le paginate colme di scuse dei giornali pentiti. Guardo in fondo alla pattumiera, e scovo ancora qualche foglio di quotidiano sdegnato per gli insulti alla Boldrini: tutta colpa della frustrazione dei mostri del web, degli haters sfaccendati che fanno il gioco del soldato a pigiar tasti di scherno sul mal capitato di turno. Sotto a chi tocca, e mo tutti a pija per culo Lapo Elkann, che a quanto pare non teme i ‘falli duri e tira forte’, e di fatti spende oltre 10.000 dollari per saltare sui cazzi strafatto di coca. Lapo, che è ricco e scemo; Lapo che è debole, forse, ma è un pensiero esile, che arriva dopo, sensibile, quasi raro nella mischia. Dov’è Selvaggia Lucarelli mi chiedo? Spezza lance solo a favore delle donne, solo loro sono indifese? Dov’è Peter Gomez? Salta fuori solo quando è tardi.. Dove sono tutte le penne dimesse di qualche mese fa? Chissà quanti giornalisti e lettori, ieri e oggi così divertiti, sarebbero pronti a riempire pagine di scuse se domani preso dall’ennesimo sconforto, Lapone nazionale, facesse un gesto malsano, e magari, appena rilasciato, si buttasse giù dal ponte di Brooklyn, solo perché è mezzo frocio, solo perché è mezzo strano, solo perché è famoso per non essere un bravo Agnelli. Leoni per Agnelli.. il remake, deve i leoni spingono i tasti, e gli agnelli vengono sacrificati in virtù del pubblico ludibrio.

D.B.