Ti volevo bene Goose

«Mi è sempre risultato difficile spiegare un rapporto sentimentale. Non sono mai stato particolarmente capace. Né a barcamenarmici né a paragonarlo a qualcosa che esiste nella realtà. Ricordo però, che quando mi capitò di discutere per la prima volta, paragonai noi due all’equipaggio di un jet della Marina. Te li ricordi Maverik e Goose? Ecco pressappoco le dissi che noi eravamo così. Le spiegai che due come loro, pilota e navigatore, si scelgono tra tantissimi per svolgere uno dei compiti più difficili e rischiosi al mondo. E quando si trovano non si lasciano mai. Fino alla fine. Fino alla morte. Nessuno molla, nessuno vola con nessun altro. L’uno è dipendente dall’altro ogni missione, ogni istante, ogni volta che spiccano il volo e vanno in guerra contro la vita. Spesso il discorso non le tornava parecchio chiaro. Ma cercava di darmi comunque retta.

Eppure per me quel rapporto era così semplice. Pilota e navigatore. Salto io Salti tu. Tu mi guardi le spalle da ogni pericolo, da ogni missile che mi punta dritto sulla coda – che lui è pronto ad abbatterci senza neanche sapere chi siamo; che non ci ha mai visti farci le foto insieme seduti in riva al mare. Naso alle nuvole – E io sulle tue parole giuro che ti porto via da ogni problema. Contro la ogni legge di gravità, post-bruciatori serrati, manovre al massimo di G sopportabili per te – Per ardua ad astra. La tua vita è nelle mie mani perché stringo la cloche e ho una buona mira – ma la mia è nelle tue perché mi dici dove e quando virare; mi guardi le spalle e mi indichi la rotta. Nessuno lascia nessuno ok? Me lo devi promettere però – Perché non voglio andare in battaglia senza di te. Non voglio portare nessun’altra d’ora in poi; mettere la mia vita nelle mani di nessuno. Ci completiamo no? Son un buon pilota con te. Anche grazie a te, no? Credevo. E infatti volavamo veloce che era una bellezza. Ci illudevamo che niente potesse fermarci. Nemmeno una guerra nucleare. Diglielo anche tu. Ma i rischi, i rischi per due teste perse per aria sono sempre così tanti – altro che bombe nucleari. E i colpi della vita.. da schivarli ogni giorno se ci riesci, sono sempre più forti e veloci via via nel tempo, con il crescere e con il prendere atto della vita vera, quella degli adulti, dei grandi. Altro che. Con il passare degli anni, le missioni diventano sempre più difficili, e a riportare a casa entrambi è sempre più dura. Lo sapeva Lei, come lo sapevo Io.

Ricorderete le lacrime di Maverick per Goose, quando per un errore improvviso ha sbattuto il collo su quella stupida calotta.
Anche io ho pianto così, il giorno che senza dirmi niente, lei ha tirano la manetta dell’eject. I razzi del seggiolino eiettabile si sono innescati, i bulloni della calotta sono esplosi.. e si è lanciata nel mondo. Il rischio era diventato troppo grosso per lei. Proseguire era troppo pericoloso. Così di punto in bianco mi aveva lasciato solo nella battaglia. E da lontano vedevo il suo paracadute aprirsi e dondolarla altrove. Nel nulla. Era solo un giorno sbagliato mi ripetevo. Ma ormai volavo in solitaria su un oceano buio e desolato, senza nessuno che mi guardasse le spalle. Senza nessuno da portare fuori dai guai. Vagavo senza rotta e senza meta. Il vento fischiava nelle orecchie. Non sentivo più nulla. Dall’altro capo della radio nessuno mi prometteva che non mi avrebbe abbandonato. Mai. Nessuno diceva ti voglio bene in quella radio. O torniamo a casa. O portami a casa. Oppure salvami. Non mi lasciare. O raccontarmi una cosa scema. Fammi sorridere. Niente.

Aria gelida in faccia. Nuvole tutte attorno. Anche io ho pensato di togliere quel fottuto casco ogni tanto. Sganciare la maschera d’ossigeno, afferrare quella manetta e tirare con tutta la forza. Lanciarmi nell’oceano. Trovare finalmente la pace. Ma poi il ricordo, nei momenti più duri, si faceva voce a quella radio spenta, e io parlando con me e le stelle promettevo che comunque, prima o poi, avrei riportato entrambi a casa. Ovunque fosse il mio navigatore, Io dovevo uscirne vivo. Solo com’ero. Dovevo continuare a volare. Per Ardua Ad Astra Lu. Per Ardua, Ad Astra.»

D.

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Le donne di Eddy

«Sai perché: sembri un europeo dal viso fine, quasi tormentato da qualcosa. Alle donne piace. Eppure non puoi beneficiare dei frutti della tua avvenenza. Alloggi in un albergo sporco da far paura. Soldi non ne hai. Non puoi nemmeno offrirle da bere. Prosegui il cammino.
Si deve aspettare: se vendo il libro, avrò i soldi, anche se pochi. Fino ad allora abbi pazienza, accontenti di quel che passa il convento, – di donne bruttine o difettose. Beh, forse qualche volta, per caso, ne capita anche una speciale. E poi ti vengono a parlare della giustizia sociale! Ci sarà giustizia quando il sesso non dipenderà più dal denaro.
– Salve, signora. Le piaccio?
– Sì.
– E anche lei mi piace. Quanti soldi ha?
– Tre dollari e trenta centesimi.
– E io ne ho due e sessanta. Andiamo a comprarci del vino, e poi ci appartiamo nel mio hotel sporco.
E Vai!»

E. Limonov, Diario di un Fallito

 

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Mia cara Pierina

«Cara Pierina, ho finito per darti questo dispiacere, o questa seccatura, ma credi non potevo far altro. Il motivo immediato è il disagio di questa rincorsa dove, non ballando e non guidando, resto sempre perdente, ma c’è una ragione più vera. Io sono, come si dice, alla fine della candela.
Pierina, vorrei essere tuo fratello — prima di tutto perché così ci sarebbe tra noi un legame non futile, e poi perché tu mi potessi ascoltare e credere con fiducia. Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché, come si dice, ti desiderassi, ma perché tu sei della mia stessa levatura, e ti muovi e parli come, da uomo, farei io se, invece d’imparare a scrivere, avessi avuto il tempo d’imparare a stare al mondo. Del resto, c’è la stessa eleganza e sicurezza in quello ch’io ho scritto e nelle tue giornate. So quindi a chi parlo.
Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello ch’ero io a ventott’anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci — ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso — la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso.
Ora è inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne son tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.
Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni?
Non si può bruciare la candela dalle due parti — nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto. Tutto questo te lo dico non per impietosirti — so che cosa vale la pietà, in questi casi — ma per chiarezza, perchè tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante. Sono ormai aldilà della politica. L’amore è come la grazia di Dio — l’astuzia non serve.
Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei — in fondo non voglio che questo — ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono. Amore».

Cesare Pavese, agosto 1950.

Lady D. e il Barone Rosso

«Era bello svegliarsi di fianco a lei. Non c’è che dire. E parte della bellezza risiedeva nel fatto che non aveva mai alcuna intenzione di svegliarmi. Mi lasciava dormire lì, di fianco a lei, poggiato a lei, mentre il sole illuminava la sua stanza e lei leggeva libri di poesia inglese chissà da quanto tempo. Quando me ne accorsi la prima volta, mi disse che russavo, ma che dopo tutto era sopportabile. Voleva che mi riposassi. Subito dopo, da amazzone ariana quale era, saltava giù dal letto su due gambe leggere, e correndo via per il corridoio mi chiedeva con cosa facessi colazione. Indossava sempre dei boxer ridicoli. E nei riflessi del sole i suoi capelli biondi mi abbagliavano come fossero oro.

Io in quei giorni, in quelle settimane, portavo una benda all’occhio quando non ero con lei. Sembravo un ferito di guerra, d’Annunzio nel Notturno senza esser volato su Pola. Era il culmine dello stress per una separazione. La testa, la mente, le tempie mi scoppiavano. Lei si curava di me come era solita fare di tutte le cose. Delle api per dire. Una volta mi aveva chiamato entusiasta di aver salvato la vita ad un’ape che le era piovuta addosso. Pareva stecchita. Poi le diede dell’acqua e zucchero, l’accudì per qualche ora, e quella era tornata a volare più svelta di prima.

Ed era proprio questa passione per il volo mia, e per l’affetto suo, che un giorno ci trovammo a dipingere insieme. Io avevo smesso da tempo di dipingere i miei modellini – qualcun’altra mi aveva detto che era una cosa troppo infantile, che era ora di crescere, di lasciare al passato quel passatempo che più di una volta mi aveva tenuta salva la vita. Così avevo smesso. Ma l’amazzone mi scongiurava di ricominciare. Allora un pomeriggio di giugno, dopo un inverno freddo di abbandoni, ci sistemammo su un tavolo alla luce di mille finestre e io le insegnai. Ad armeggiare con quegli arnesi, a non sbaffare, e passare il colore con cura, e non appiccicarsi di colla le dita. La gatta ci guardava incuriosita e sedeva spesso sulle mie ginocchia. Le spiegai il significato della croce patente sulle ali rosso fuoco del triplano del Barone. Parlammo a lungo di lui. Richtofen. E del perché fosse stupido che un uomo a trent’anni si mettesse con la lente d’ingrandimento a dipingere gli occhi svegli a un soldatino di stagno. Finivamo per non essere mai d’accordo. Su questo come su altre cose. Per questo ci sfidavamo a duello, con le pistole giocattolo che sparavano gomma piuma. In mutande, spalle a spalle.. dieci passi e poi voltarsi. Si puntava dritto al cuore.

Intanto il colore si asciugava, il minuscolo barone rosso prendeva posto nel suo piccolo abitacolo. Il tramonto si faceva avanti, e i suoi capelli biondi non accennavano a spegnersi mai di quella luce d’oro che l’avvolgeva come un’aurea d’invincibilità sulla vita. Nemmeno mentre a notte fonda mi mostrava seduta in mezzo al salone la sua collezioni di libri del Piccolo Principe, in tutte le lingue del mondo. Il mio occhio guariva alla luce soffusa in quel tepore d’anime. Ciò non toglie che quella è stata la prima e l’ultima volta che ho dipinto ancora un modello d’aeroplano. E mancarmi non mi manca. Dipingere. Mi mancano i duelli forse.. quelli sì.»

D.B.

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Plastica

«La bellezza. La bellezza era l’unico merito concessole dal caso. E lei lo spendeva con una certa disinvoltura; e con una certa vanità lo consumava. A noi non restava che ammirarla, bramando di farci l’amore un giorno o l’altro; per poi essere già tristi nell’orgasmo, fermi lì, nelle pose plastiche tra le lenzuola disfatte, a rimuginare nell’istante stesso ciò che sarebbe venuto poi. Questo rappresentava l’annullamento del piacere. La consapevolezza che tutto sarebbe svanito, subito dopo, nel ricordo. E prima o poi anche quello sarebbe svanito, il ricordo.
La presa di coscienza che traspariva dai suoi occhi nell’immediato e distaccato dopo. Di quello che sarebbe stato il suo incubo futuro, o forse il suo incubo già presente e ricorrente: assistere all’inevitabile svanire di quel merito, suo, unico.»

D.B.

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Mono no Aware

«There is a Japanese term: Mono no aware. It means basically, the sad beauty of seeing time pass – the aching awareness of impermanence. These are the days that we will return to one day in the future only in memories.»

Quadrophenia - Mods

Bellerofonte, amico mio

«Ti sei sempre illuso amico mio, di essere diventato ciò che sei per te stesso. D’essere arrivato dove sei, di traguardo in traguardo, per sola tua ambizione. No. Invece no ti dico. Non è per noi stessi, per amor propio, che abbiamo lottato, che abbiamo saltato il muro, che abbiamo scommesso tutto o scalato l’alto monte. Non è per noi stessi che miglioriamo.

Quello che sia siamo è il risultato del rifiuto e dell’ abbandono. Noi siamo il meglio che potevamo e volevamo essere per splendere negli occhi di chi non voleva saperne di noi. Di chi guardava altrove. Siamo sangue e sudore della necessità di essere accettati dall’amor perduto o mai corrisposto. Siamo le vittime del bene assente; del non bastarle, del non piacergli. Dell’esserci bastati. Noi siamo il merito spronato dal niente. E quando ci guardiamo alle spalle. Con la nostra bella nostalgia. Quando viaggiamo nel tempo e ci interroghiamo; non perdiamo troppo tempo a complimentarci con noi stessi; ma a ringraziare. A passarli in rassegna nelle notti insonni, uno per una. A pensare: meno male che ci sono, che ci sono stati. Voi che non ci avete mai accettati per quello che eravamo. Oggi vi ringraziamo per quello che siamo. Nella vostra ombra abbiamo imparato a sorgere, giorno dopo giorno, come un’alba raggiante. Forgiati. Nel carattere e nel fisico. Maturati e cresciuti. Padri, madri, amanti e amori passati. Cotte adolescenziali per la più bella che non sapeva della nostra misera esistenza, e datori di lavoro bastardi. Pensavamo di poter bastare. Eravamo quello che potevamo dare. Tutto. Ma abbiamo scoperto che non era abbastanza. Allora siamo usciti un giorno, senza saperlo, senza nemmeno accorgercene, e per loro non ci siamo mai più fermati. Non ci siamo mai arresi. Credevamo per noi stessi, ma sbagliavamo di grosso vecchio mio – e forse in fondo lo sapevamo, che non era per noi, era per meritarci il bene che non volevano concederci. Occhi pieni di stima e lunghissimi abbracci.

Ora possiamo dirglielo. Ovunque siate, fantasmi e ricordi, voi sappiate, voi crediate, voi vogliate o non vogliate, avete sempre lavorato per noi. Per renderci quello che siamo stati capaci di diventare. Fieri, indomiti, soddisfatti ma ancora in marcia, a caccia della chimera. E adesso, nel silenzio della nuova alba che ci spetta, è là. La vedo la Chimera. L’afferro già.»

D.B.

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Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota

“Quando nel 1994 ricevetti la mia prima pista di macchine radiocomandate, avevo sei anni. Ricordo benissimo come giocavo a far rincorrere all’infinito Alesi e Damon Hill, immaginavo fossero loro i piloti su quelle piccole monoposto. Mi piacevano quei nomi. A detta di chi mi fece quel regalo erano loro i piu’ forti. E io lo presi per buono.

Non conoscevo Ayrton Senna. Non lo piansi. Era appena morto. Ma io l’avrei amato.”

Ayrton, due anime sferzanti che gareggiavano all’unisono tra se stesse, prima ancora che in pista. Un fuoriclasse che riempiva di commozione chiunque lo seguisse, un ragazzo dalla voce gentile e le maniere delicate in un mondo difficile e pericoloso come quello dell’automobilismo. Un giovane dallo sguardo malinconico, costantemente pensieroso, di chi si sente incompiuto anche quando è amato, anche quando vince tutto, anche quando è tutto. Lo sguardo di chi cela un segreto, un peso insostenibile e da espiare. Chi era Ayrton ?

Ayrton Senna da Silva, brasiliano di San Paolo e’ stato definito il pilota di Formula 1 più forte di sempre. Imbattibile sul bagnato, profondo conoscitore della meccanica delle sue monoposto, cocciuto e instancabile, asceta calcolatore e maniacale, corridore senza paura a caccia della perfezione, come fosse una Chimera. Ha vinto tre Campionati Mondiali (’88 – ’90 – ’91), ha disputato 162 Gran Premi vincendone 41, salendo sul podio 80 volte e aggiudicandosi 65 pole position. Quattro scuderie automobilistiche che con lui hanno voltato nelle piste di tutto il mondo e un casco giallo, sempre lo stesso, disegnato apposta per lui con i colori del Brasile. Più che una bandiera, lui ne fece un simbolo. Il simbolo di un paese che attraversava un momento profondamente difficile: di povertà, privazioni, e confitti, ma si fermava a vedere il suo campione ad ogni gara. Lui con il suo talento nutriva la speranza e il sogno di della rivalsa sociale che l’intero paese bramava, e ogni volta che quel casco giallo sfrecciava per primo sotto la bandiera a scacchi, e lui urlava di gioia, il Brasile si fermava, ed era una festa nazionale.

Senna era un idolo, un sex symbol, un esempio oltre ad essere un grande pilota. Quando arrivo in Formula 1 dopo una lunga gavetta nel mondo dei Kart, non c’era molto spazio per lui. Ossessionato da Alain Prost, amico nemico della sua carriera, non poté fare a meno di sceglierlo fin da subito come “uomo da battere”. Da compagno di scuderie come da avversario, lo ammiro’ fino al punto di scoprire come sconfiggerlo. Ma ad Ayrton non bastava, lui era uno di quegli uomini che vuole battere se stesso.

Il primo maggio di venticinque anni fa, durante il gran premio di Imola, la sua nuova Williams non va proprio come vorrebbe, come è abituato lui. C’è un tedesco alla Benetton, un certo Schumacher, che è va molto forte, più forte di lui, ed è molto scosso, ha appena visto la morte in faccia; quella di Roland Ratzenberger, un pilota austriaco sfortunato, giovane come lui, che il giorno prima era morto durante le prove la qualificazione. Ayrton è tormentato quel giorno, ma non vuole mollare. Prova a far annullare la gara per motivi tecnici, ma non viene ascoltato, ci sono troppi interessi dietro a ogni gara: “ the show must go on“, del resto. Anche se ha vinto tutto non vuole ancora lasciare, si impone di continuare. Mette nella sua monoposto una bandiera dell’Austria, da sventolare alla fine della gara, magari sul podio, per omaggiare il compagno scomparso. Entra nell’abitacolo, e si fa stringere le cinture fino a perdere il respiro, per l’ultima volta. Durante i giri di prova, in collegamento con i box sente la voce del suo antagonista ormai ritiratosi, Prost, e gli dice – “Alain mi manchi.” Non riuscirà a finire quella gara.

Il piantone delle sterzo si spezza e lui finisce contro il muro della curva Tamburello. Il braccio di una sospensione salta durante nell’impatto e lo colpisce in testa, inutili i soccorsi in pista, non c’è più nulla da fare. Morirà poco dopo. Se ogni uomo ha un fato o un “destino”, nella sorte a volte generosa, a volte avversa, forse quello di Ayrton Senna era di redimere il mondo della Formula 1 attraverso la sua scomparsa. Di ricordargli qualcosa, che andasse oltre alla velocità, al denaro, al vincere.

“Non è degli agili la corsa, ne dei forti la guerra. Perché il tempo e il caso raggiungono ogni uomo”. Purtroppo.

di Davide Bartoccini

 

Nei libri tu, io, le barbabietole

«Non sarò mai capace di darti quello che hai sottolineato nei libri: barbabietole da zucchero, che non saprai che fartene, un fiorente settore terziario e importanti industrie siderurgiche. Ma quello che non hai mai avuto il tempo di sottolineare nei romanzi sì; quello che prendere una matita in quel momento avrebbe rovinato tutto; quello che poi quando ci ripensi, nelle notti di malinconia, per ritrovare la pagina ti tocca rilegger metà libro, e un po’ ti rode ma un po’ no, perché è come la vita che alla fine è un po’ così: che le cose belle alla fine tocca ripassartele prima di fare un bel passo, come la geografia.»

D.B.

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