Quante declinazioni della parola ‘nulla’ che ha coniato sto’ secolo.

D.B.

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Diario di un fallito

« Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco, scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

da Diario di un fallito , Eduard Limonv

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Prima pagina, primo paragrafo, prima regola: della risposta agli inbox

“Comunque vedi qual’è il dramma; io adesso risponderei anche a quell’imbox, nella speranza che anche lei sia come me, nel letto, da sola, a non far niente. Magari per intavolare una brillante conversazione notturna che ammicchi al flirtereccio. Ma non lo faró. Non lo farò perchè la legge del contrario – prima pagina, primo paragrafo, prima riga del manuale dei finti fighi che però mettono le palle in buca – è collaudata e paga; e a noi, non tocca altro che sottostare alla realtà. Il mondo appartiene ai calcolatori, ai bugiardi, ai finti fighi. Chi reagisce d’impulso, di solito, ha sempre il naso o il cuore rotto.”

D.B.

Time Frame

Slow hand, crawl space, Time comes, time escapes. Low light, creaking moon,

Your shape, gone too soon. Window, fords fail, See through, sealing fate. False hope, carry me through, Love takes, love consumes. Did you say it in a hushed tone, Or maybe I was dreaming? I’ve been hearing things you won’t say, I’ve been living in a time frame. I got caught up in your soft face, but did you ever reach out? I was living in a past life, I was stuck inside a time frame. Soft touch, cold embrace, Forced smile, forced to chase. Time stops, then proceeds, Your shape, all I need.

(Time Frame)

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Dunkirk di Nolan in due parole

A differenza di molti prima di lui, Nolan ha deciso di raccontarci la guerra senza parole, ma con il solo incalzare delle immagini; che si intrecciano a ritmo serrato e tolgono il fiato fino a raggiunge l’efficacia necessaria: quella che ti fa sentire sotto tiro, con i piedi zuppi e la salsedine nelle narici. Con Dunkirk non si posano mai gli occhi fuori dallo schermo; si incrociano le dita, si stima, ci si commuove di ciò che veramente è stato – Viene quasi da gridare ‘Hurrà!’, quando Tom Hardy fa ciò che vedrete.

I mezzi messi a disposizione per un ‘colossal’ sono esigui – va detto – e forse sarebbe da domandarsi il perché (…); ma l’effetto è ugualmente spettacoloso. Andate a vederlo.

E ricordate che la più piccola imbarcazione da diporto che in quei giorni sfidò la Manica era lunga solo 4 metri e mezzo: un gozzo chiamato Tamzine. Tamzine.

D.B.

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La modestia del migliore

Capita spesso di rincuorarsi con belle parole, nei giorni che compongono il bel mezzo della tempesta, e non se ne intravede la fine. Ma schiarirà. Schiarirà.

Dicembre 1957

«Ogni tanto sono colto da accessi di umiltà. Dico a me stesso che sono soltanto un abile intarsiatore di frasi e che, più che a convincere il lettore, miro a colpirlo con mezzi talvolta poco leciti; che sono più spavaldo che coraggioso. Eccetera.
Ma poi alla fine, invariabilmente, concludo che soltanto coloro che ne hanno molto dubitano del proprio talento. E così alle molte virtù che nei momenti di orgoglio mi attribuivo finisco con aggiungere, per umiltà, la modestia.»

Indro Montanelli, I conti con me stesso: Diari 1957-1978

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La cartolibreria all’angolo è un ricordo lontano

 

A voi non fa un po’ male attraversare, lentamente e fuori ogni programma, la zona in cui avete vissuto?

E passando in rassegna le insegne – che ormai sono tutte cambiate – accorgervi che nulla è come lo avevate lasciato. La piccola cartolibreria, dove compravi di nascosto i ‘Mefisto’ da lanciare ai soldatini al parco, è un’estetista cinese; e il negozio di giocattoli sempre un po’ sfornito, è diventato un bar vuoto e asettico: fotocopia senz’anima e dozzinale di cento altre lavatrici di soldi mal guadagnati. Il negozio che sviluppava le fotografie dei viaggi con mamma e papà, adesso è un alimentari ‘bagladino’ – così li chiamano le vecchie, e pure noi, che non siamo più tanto giovani- e anche l’agenzia funebre, dove passavi con gli amici solo per ‘toccarti’ le palle ridendo e poi scappare via, è una clinica per iPhone con le lucine da albero di natale. La chiamano ‘globalizzazione’, dicono che mi devo rassegnare. Ma io lo chiamo strazio moderno di ricordi sereni. E soffro di un sentimento tetro, che qualcuno etichetta sempre, sbrigativamente, come semplice nostaglia, ma per me è qualcos’altro, è più un vuoto di emozioni lasciato da chi non ne avrà. Come le mie, come le tue.

P.S. insomma, l’ho presa bene sta’ passeggiata.

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Iniziare dal dessert

Prendetemi per un perenne anticonformista se volete, ma io sono sempre stato un fermo sostenitore dell’iniziare i pasti dal dessert: per non rischiare, fosse mai, di non aver più spazio per il dolce, a dispetto di un inutile antipasto, o dell’abbondanza di un contorno che è scivolato nel piatto per conto suo. Datemi dell’anarchico e dello scostato, se volete. Guardatemi piccati al ristorante. Ma adesso, che ho quasi trent’anni, quando mi siedo a tavola faccio come cazzo me pare.

So’ le 20.09: cannolo siciliano. E poi, poi si vedrà.

D.B.

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