Destra e Sinistra

«Le persone di destra mi fanno disgustare della destra, quelle di sinistra della sinistra. Di fatto, con un uomo di destra sono di sinistra, con uno di sinistra di destra.»

E.M. Cioran, da Taccuino di Talamanca

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Ma tutto passa

È stato molto tempo fa,

e ora
non so più nulla di lei

che una volta era tutto.
Ma tutto
passa.

Bertold Brecht, 1920

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Plastica

«La bellezza. La bellezza era l’unico merito concessole dal caso. E lei lo spendeva con una certa disinvoltura; e con una certa vanità lo consumava. A noi non restava che ammirarla, bramando di farci l’amore un giorno o l’altro; per poi essere già tristi nell’orgasmo, fermi lì, nelle pose plastiche tra le lenzuola disfatte, a rimuginare nell’istante stesso ciò che sarebbe venuto poi. Questo rappresentava l’annullamento del piacere. La consapevolezza che tutto sarebbe svanito, subito dopo, nel ricordo. E prima o poi anche quello sarebbe svanito, il ricordo.
La presa di coscienza che traspariva dai suoi occhi nell’immediato e distaccato dopo. Di quello che sarebbe stato il suo incubo futuro, o forse il suo incubo già presente e ricorrente: assistere all’inevitabile svanire di quel merito, suo, unico.»

D.B.

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Mono no Aware

«There is a Japanese term: Mono no aware. It means basically, the sad beauty of seeing time pass – the aching awareness of impermanence. These are the days that we will return to one day in the future only in memories.»

Quadrophenia - Mods

Nei libri tu, io, le barbabietole

«Non sarò mai capace di darti quello che hai sottolineato nei libri: barbabietole da zucchero, che non saprai che fartene, un fiorente settore terziario e importanti industrie siderurgiche. Ma quello che non hai mai avuto il tempo di sottolineare nei romanzi sì; quello che prendere una matita in quel momento avrebbe rovinato tutto; quello che poi quando ci ripensi, nelle notti di malinconia, per ritrovare la pagina ti tocca rilegger metà libro, e un po’ ti rode ma un po’ no, perché è come la vita che alla fine è un po’ così: che le cose belle alla fine tocca ripassartele prima di fare un bel passo, come la geografia.»

D.B.

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I giovani fascisti

Infine, caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi, sul “Messaggero”, (18 giugno 1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della frase: “I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non avere occasione di conoscerli.” Ma: 1) certamente non avrai mai tale occasione, anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda a un negozio, per strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei giovani fascisti, non li riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E’ una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso.

Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari.
8 luglio 1974. Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino. Su “Paese sera” col titolo “Lettera aperta a Italo Calvino: P.:quello che rimpiango”.

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Corri!

Struscia sull’asfalto, la pelle ingenua
duole la ferita, ma va via.

Corre sulla strada, la pelle dura
cade, la crosta nera
e va via.

Corre, cade, soffre,
sul brecciolino, sulla pista, sulla vita
La pelle folle,
Corre..

D.B.

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A ognuno i suoi..

Di solito nel confronto con i prepotenti, ci piace rifarci ai nostri idoli intellettuali. Sempre gli stessi. Pochi e consumati. Che siano Montanelli, Jünger, Mishima, o il piccolo Feltri, i ribelli. Che sia citare Brasillach , nel giorno della sua condanna a morte. Un onore.

Coloro che hanno fermi miti, non devono saltar di palo in frasca tra i portatori di progresso, che nel mutare d’idee e mode, per antonomasia in perenne movimento, rimangono di rado marmorei bastioni di pensiero. Mai visto un progressista appellarsi a Gramsci se non una volta l’anno. Nell’ultimo giorno dell’anno per giunta. Mai visto un politico di sinistra rifarsi diffusamente a Calamandrei, o a Berlinguer, se non per dire che erano al suo funerale. A piangere. Conservare le idee significa non mutare mai. E se è vero che sono gli idioti coloro che non mutano mai d’idea. Per una volta, apparire idioti, non è poi così male.

D.B.

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