Lady D. e il Barone Rosso

«Era bello svegliarsi di fianco a lei. Non c’è che dire. E parte della bellezza risiedeva nel fatto che non aveva mai alcuna intenzione di svegliarmi. Mi lasciava dormire lì, di fianco a lei, poggiato a lei, mentre il sole illuminava la sua stanza e lei leggeva libri di poesia inglese chissà da quanto tempo. Quando me ne accorsi la prima volta, mi disse che russavo, ma che dopo tutto era sopportabile. Voleva che mi riposassi. Subito dopo, da amazzone ariana quale era, saltava giù dal letto su sue gambe leggere, e correndo via per il corridoio mi chiedeva con cosa facessi colazione. Indossava sempre dei boxer ridicoli. E nei riflessi del sole i suoi capelli biondi mi abbagliavano come fossero oro.

Io in quei giorni, in quelle settimane, portavo una benda all’occhio quando non ero con lei. Sembravo un ferito di guerra, d’Annunzio nel Notturno senza esser volato su Pola. Era il culmine dello stress per una separazione. La testa, la mente, le tempie mi scoppiavano. Lei si curava di me come era solita fare di tutte le cose. Delle api per dire. Una volta mi aveva chiamato entusiasta di aver salvato la vita ad un’ape che le era piovuta addosso. Pareva stecchita. Poi le diede dell’acqua e zucchero, l’accudì per qualche ora, e quella era tornata a volare più svelta di prima.

Ed era proprio questa passione per il volo mia, e per l’affetto suo, che un giorno ci trovammo a dipingere insieme. Io avevo smesso da tempo di dipingere i miei modellini – qualcun’altra mi aveva detto che era una cosa troppo infantile, che era ora di crescere, di lasciare al passato quel passatempo che più di una volta mi aveva tenuta salva la vita. Così avevo smesso. Ma l’amazzone mi scongiurava di ricominciare. Allora un pomeriggio di giugno, dopo un inverno freddo di abbandoni, ci sistemammo su un tavolo alla luce di mille finestre e io le insegnai. Ad armeggiare con quegli arnesi, a non sbaffare, e passare il colore con cura, e non appiccicarsi di colla le dita. La gatta ci guardava incuriosita e sedeva spesso sulle mie ginocchia. Le spiegai il significato della croce patente sulle ali rosso fuoco del triplano del Barone. Parlammo a lungo di lui. Richtofen. E del perché fosse stupido che un uomo a trent’anni si mettesse con la lente d’ingrandimento a dipingere gli occhi svegli a un soldatino di stagno. Finivamo per non essere mai d’accordo. Su questo come su altre cose. Per questo ci sfidavamo a duello, con le pistole giocattolo che sparavano gomma piuma. In mutande, spalle a spalle.. dieci passi e poi voltarsi. Si puntava dritto al cuore.

Intanto il colore si asciugava, il minuscolo barone rosso prendeva posto nel suo piccolo abitacolo. Il tramonto si faceva avanti, e i suoi capelli biondi non accennavano a spegnersi mai di quella luce d’oro che l’avvolgeva come un’aurea d’invincibilità sulla vita. Nemmeno mentre a notte fonda mi mostrava seduta in mezzo al salone la sua collezioni di libri del Piccolo Principe, in tutte le lingue del mondo. Il mio occhio guariva alla luce soffusa in quel tepore d’anime. Ciò non toglie che quella è stata la prima e l’ultima volta che ho dipinto ancora un modello d’aeroplano. E mancarmi non mi manca. Dipingere. Mi mancano i duelli forse.. quelli sì.»

D.B.

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Un alieno al centro commerciale

«Nei centri commerciali mi sento perso. Un alieno. Uno di un altro pianeta che passeggia smarrito tra l’aria rarefatta, fredda o calda che sia, spinta dentro e fuori dagli enormi condizionatori che si curano di garantire a questa massa fluttuante di anime apparentemente appagate, un clima sempre temperato al punto giusto da attrarli anche se non devono fare alcuno tipo di acquisto. Passeggiate in vitro.

Mi trascino controvoglia, e mi scontro con gli occhi affannati dei commessi, stanchi di sorrisi stanchi, annaspanti, consumati, ansimanti al solo pensiero che il tardo orario di chiusura sopraggiunga, e che libertà da queste gabbie tutte uguali di vetrine e scritte al neon venga loro finalmente concessa dal dio del consumo, almeno fino a domani, almeno fino a quando ne avranno bisogno per vivere.

Vagabondo senza una meta precisa tra frullatori e bigiotteria, tra persone così alla moda da sembrare manichini sovrappeso che si sono presi pure loro una mezz’ora di pausa e vanno a prendere una coca zero, e altre persone; così fuori luogo, così sciatte, cosi disperatamente aberranti secondo i canoni del “cool”, che nonostante gli sforzi settimanali, sembrano completamente immuni, dalla moda. Una malattia contagiosa in questo covo di nomi italianamente forzati all’americana, e nomi italiani forzatamente all’americana. Nessuno è quello che sembra.

Un uomo con la tuta troppo rimboccata sulla pancia, e le sue palle sudate che rimbalzano in delle mutande probabilmente abbondanti mi supera affannato nella ricerca di uno snack. Un caffè qui costa 1 euro e 20. Lui ordina per 10. Dev’essere affamato e anche anche parecchio più ricco di me, a giudicare dalla sua incuranza nel pagare una coca zero quello che segna il registratore di cassa, dopo che unghie lunghe con indice di cromo differente e gli strass battono sui tasti rumorosi.
Addetti alla sorveglianza, con basco e anfibi, patch colorate e vistosi tatuaggi sul collo, si atteggiano come forza speciale in cerca di un ostaggio da liberare. E si agitano con un dito nel naso e un altro nell’orecchi mentre sono intenti a curiosare tra i sederi delle signore.

È pieno di banchetti da limonata avveniristici in mezzo ai corridoi ampi del centro commerciale climatizzato. Pieni di venditori allegri senza un apparente motivo logico che possiedono il dono dell’inarrendevolezza degli animatori di villaggi vacanze: un dono che io non ho mai vantato, nemmeno nella loro sopportazione. Gia ai tempi del baby-club Valtur ero estremamente arrendevole al cospetto della loro insensata allegria – Ho una risposta pronta ognuno di loro, per tutto ciò che vorrebbero rifilarmi: bancomat? Ne ho già uno ed è vuoto; Suv a basse emissioni ? Mi hanno tolto la patente; Sky? Non guardo la televisione.. Iqos? Fumo solo cubani. E via dicendo.

Tutto mi pare superfluo in questa gabbia monotona. E seppure Platone diceva nel suo simposio che anche ciò che ci appare dappoco non per questo non vale niente, per me queste cose non valgono niente. E fatico a trovargli un senso. Mi sento colpevole e fuori luogo. Un alieno vecchio e supponete, insopportabile e irrisolto. Costretto a questo corpo e a questa vita da una cicogna inetta e sbadata.

Mi aggiusto il cappotto andato quanto elegante nella prima vetrina che riflette abbastanza da svelarmi il disordine; e ancora televisori troppi grandi, e intimo che davvero non capisco chi lo indossi – nonostante abbia spogliato donne d’ogni livello di pudore. E bambine appena puberte che ci si aggirano intorno con genitori in total look jensato. Sopracciglia strafatte e ogni genere di cattivo gusto che abbia mai immaginato; e bambini con in testa giovani creste tribali che trascinato a forza le suole gommate di scarpette Nike e Adidas – sempre più strane – sul pavimento lucidato di fresco ma comunque sporco, derelitti appesi a mani ingioiellate di madri piene di tempo libero che non volevano lasciarli a casa a fare i loro comodi.

A chi si domandasse perché sono qui, il motivo è semplice quanto ridicolo e imbarazzante: sono uno schiavo come loro, il mio stupido cellulare di ultima generazione si è rotto, e qui un tecnico baldanzoso di un trust del settore che sforna tecnologia a fiotti nella Silicon Valley mi ha detto che se prendevo un appuntamento poteva aiutarmi. Come dal medico. Ha detto che poteva aiutarmi a continuare a comunicare con il mondo esterno, o meglio, lasciarmi una chance di comunicare con l’unica persona per cui tengo acceso il telefono giorno e notte, sia mai le succedesse qualcosa. Un altro alieno. Distante anni luce da questo grigio. Distante anni luce dalle centinaia di comunicazioni futili che ogni giorno mi raggiungono su questa tavoletta di metallo che si illumina di continuo. E anche se adesso aveva smesso, io non posso rinunciare a questo pretesto.»

D.B.

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La vita non è un film

«Avvolta dalla luce tenue, se ne stava sdraiata sul letto. Era nuda. Giocava con la sua vecchia macchina fotografica senza stufarsi. La notte era tiepida. Forse era primavera, o forse faceva freddo. Non ricordo. Ero distratto dal suo corpo. Astratto dal tempo, nel limbo di quella strana felicità priva di minuti, o secondi, o secoli. Rinchiuso nella venerazione. Raggomitolato nell’infatuazione. Un gatto perfettamente addomesticato. La finestra era spalancata e i gabbiani onnipresenti sui tetti, si agitavano insolenti e rumorosi dopo aver banchettato per ore nell’immondizia lasciata dai ristoranti. La brezza respirava nella stanza e si manifestava gelida sul suo seno, e le nuvole, che intravedevo riflesse nel vetro della finestra, erano rade e lucenti: di tanto in tanto coprivano come un velo di seta la faccia della luna che conosciamo a memoria. Un segno che da qualche parte il tempo stesse passando.

“Fammi un ritratto”, “Adesso”.

Oddio, le è preso il momento Titanic. Già lo so. Adesso sbaglio. Sto già sbagliando. Il mio cuore affonderà nell’abisso. E faccio un disegno di merda. Che io non so disegnare. Lo dice sempre. Disegno come un bambino. “Sai quanti grandi artisti non sapevano disegnare? L’importante è avere il proprio stile”; mi aveva già convinto. Subdola. Conosce il suo pollo. Le basta uno sguardo. Annegando mi ricorderanno per questo scarabocchio che mi ha privato della dignità e di ogni plausibile difesa vostro onore. Cedendomi un vecchio quaderno da disegno, iniziai a darle proprio retta. Ora le curve che conoscevo così bene erano così dolci e difficili da imprimere sulla carta per render loro quanto meno il minimo della giustizia. E il viso? Come avrei fatto con il suo viso? Dannazione. Non dovevo darle retta. Posava come una scema. E mi faceva le foto, ridendo, a complicare tutto. Sono un maledetto idiota. Adesso farò un disegno orrendo e lei riderà di me. Come io rido degli altri quando scrivono e non dovrebbero, mai. I capelli, che posavano sulle sue spalle gracili come fossero la veste di una regina, di quella Venere la pelliccia di Sacher-Masoch o come si chiamava, erano forse l’unica parte di lei alla quale riuscivo a tener fede.. ma gli occhi, quelli erano troppo profondi, troppo lucenti, troppo scuri per quel maledetto carboncino che stringevo tra le dita, e che a ogni pausa, tremava. Maledetto disegno. Maledetto Titanic. Maledetti gabbiani. Quel film ricordo è stato il primo che sono andato a vedere a cinema da solo. Cioè, senza adulti. Eravamo io e un mio compagno di classe delle elementari che poi è andato a vivere in Portogallo. Adesso fa il pilota di linea. Ogni volta che salgo su un aereo della sua compagnia spero di sentire la sua voce che annuncia destinazione e tempo di volo. Prima o poi sono sicuro che succederà. Quanto ci sentivamo grandi quel pomeriggio. Ci aveva fatti sedere la maschera, accompagnati dentro, ed erano di quei pomeridiani che entri con la luce, ed esci che si è fatta sera, e il tempo sembra essersi dilatato sulla celluloide. Risucchiato in quella sala di moquette. Era il ’98. Chissà dove era lei quel giorno, quanto era piccola, quanto era dolce, quanti capricci faceva. Aveva lo stesso broncio. Magari non quel giorno, ma quello prima o quello dopo, l’ho visto nelle foto. Lo stesso identico. E i capelli corti tenuti su dal cerchietto che io e il mio amico rubavamo alle bambine per farcele correre dietro. Che scemi che sono i maschi, da piccoli sapevano come fare a farsi correre dietro dalle donne con un solo gesto, da grandi invece sono sempre loro che finiscono per correre dietro a loro, e per essersi fatti rubare qualcosa di molto più prezioso di uno stupido cerchietto.

I gabbiani non mi danno tregua, appollaiati sul tetto a lanciarsi giù dalle vecchie grondaie con i loro piedi palmati. I suoi di piedi, sul bordo del letto penetrano l’oscurità. Li intravedo appena ma li conosco così bene: lì ho conosciuti in fondo alle coperte un giorno che era freddo. Ma non li so ancora disegnare. Eppure li conosco così bene. Buono a nulla. “Hai il talento di Picasso, lasciatelo dire..”, mi schernisco tra me e me. Se non ti ci fossi così tanto impegnato, a disegnare qualcosa che invece di una donna nuda sembra il bombardamento di Guernica, avresti del dannato talento. Davvero. Questo disegno è brutto le ultime dieci mostre che mi hanno trascinato a vedere. Brutto come ogni tema che ho consegnato a scuola da quando me hanno assegnati. Brutto come il momento in cui mi ricorderò questo momento, e lei sarà distante a giocare con la sua vecchia macchina fotografica e io non potrò più pregarla di non farmi foto, che poi vengo male, che sono timido, che aspetta un attimo almeno mi pettino questo ciuffo di capelli che mi cade su occhio, e voglio guardarti bene mentre stringo il carboncino e mi rovino la reputazione di ritrattista per questa e la prossima eternità. Lo soffio via, ma torna giù il mio ciuffo. Mentre la pelliccia della venere segue le sue pose da vanitosa. Le sue risate da sciantosa, i suoi raid per farmi il solletico e farmi ancora sbagliare. Ho finito. Ecco. Te lo avevo detto. Le svelo il foglio macchiato con timidezza. Ma a lei per una volta non importa, esserne uscita male. Consola questo povero Picasso senza licenza, e lo convince a concentrarsi sulla scrittura. Ad accostare la finestra e a parlare con i gabbiani, a convincerli di fare un poco silenzio, che noi adesso dobbiamo confessarci segreti all’orecchio, con la voce dei bambini, e poi smettere di sentirci dentro un film. E cadere nel sonno profondo nelle braccia l’uno dell’altro, e non temere che nessuno affondi nell’abisso, che questo letto, nonostante tutto, è abbastanza grande per tutti e due.

Allora in piedi davanti a quella finestra, con nuvole rade illuminate dalla stessa Luna e i gabbiani in silenzio, ho visto la scia di condensa di un aereo distante, di quelli che volano a 20.000 piedi, e mi sono domandato: chissà in che parte di cielo è quel mio amico che adesso fa il pilota, se è innamorato, oppure ha sonno, se ha mai ritratto una donna a mo’ di quelle “ragazze francesi” o altre scemenze del genere, se quando eravamo piccoli sognava già di fare il pilota come me, che invece sono finito col fare solo scrittore. Chissà se quella scia che adesso guardo con gli occhi di un piccolo uomo, è proprio la sua.
Chissà se questo maledetto disegno, quando verrà gettato nel cestino, incontrerà l’attenzione degli stessi gabbiani, mentre con il loro becco cercheranno di pescare qua sotto uno schifo di avanzo di qualche cena scadente.»

D.B.

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Esmé, sua madre e me

«Io non voglio figli. Lo sanno tutti. Costano dieci volte più dei cani, e la stragrande maggioranza delle volte ti danno un quarto della soddisfazione che ti darebbe, un cane. I figli ti rendono davvero soddisfatto solo una volta che se ne sono andati di casa, dopo aver studiato per un secolo la strada per farlo: un cane quando riesce a tornarci da solo se lo molli a un isolato dalla porta d’ingresso – un mese dopo che ha smesso di pisciarci sopra. E i vicini lo applaudono pure. Penso che anche i miei genitori, ora come ora, mi scambierebbero volentieri con un vecchio setter.

Tuttavia, recentemente, mi era toccato parlare proprio di figli. E non che non lo volessi, ecco, forse volevo pure, «parlarne». Il problema era un attimo mantenerli come vorrei: con il mio lavoro schifo e un’aspirante compagna che a mala pena sapeva badare al suo, di cane. Fatto sta che forse, un giorno, due figli li avrei anche voluti da lei. Quella bisbetica matta straviziata. Un maschio e una femmina. E in mezzo un cane. Un bracco che rispondesse al nome di Marmaduke. Di solito, viene sempre fuori che a parlare di figli, tra due che non hanno idea da dove iniziare a farli, si finisce solo a parlare di nomi. Come lo chiameresti lui, che nome daresti a lei. Avvolti nelle lenzuola di seta come bachi, luce soffusa da una maglietta messa per cappello a una lampada; fatti d’amore scadente come quello di due ketaminomani.

Ebbene io li avrei chiamati Ezra ed Esmé.
Il primo come il poeta, e la seconda, bella come lei, come la piccola del racconto di Salinger. La donna che preferisco al mondo. Quel tipo di donna come vorrei fosse mia figlia. Ecco allora che neanche a finire di dirlo, la tipa esordisce con qualcosa di borghese tipo: “Che razza di nomi; così poi a scuola li prendono tutti in giro”. Per quello non c’è problema le faccio io. Perché oltre ad insegnare loro chi sono, le grandi personalità da cui erediterebbero il nome, e perché devono essere fieri di portarlo; gli insegnerei anche a rispondere a quelle mezze seghe che trovano lo spirito: “Vedi bene stronzo che se ridici qualcosa su me o mio fratello, all’uscita viene mio padre che è disoccupato, nullatenente e colmo di fantasia: fa lo scrittore. Ti tortura e a te e alla tata pagata in nero che ti raccatta ogni giorno”.

Ecco, forse è per questo che non sarò mai pronto ad avere figli. Perché faccio sul serio. Terrorizzo le mamme. E poi sarei troppo protettivo. E scellerato. E pigro. Troppi regali; troppi Sì da occhi piccoli e dolci, e durissimi No da amari e lunghi pianti. Insomma un coglione che nessuno bramerebbe come padre, né tanto meno come marito.

Però cavolo sarebbe stata bella Esmé: bella come la madre, e affascinante come quel fallito del padre.»

 

D.B.

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Limonov e me

Sono in ritardo. Tanto per cambiare.

Lui, uno dei miei pochi idoli viventi, è già seduto con le braccia conserte sul suo trono. Espressione di spocchia. È in una libreria da stucchi barocchi che vanno a impreziosire. Un braccio dalla sua testa pende una scritta rossa, c’è scritto ‘saggistica’. ll poeta russo è al cospetto di un centinaio di persone, miste, vecchie e giovani, anonimi e singolari personaggi. Io mi sento qualcuno, con la mia giacca militare, come sarebbe piaciuto a lui, non vedo nessuno come me. La presentazione è appena incominciata. D’Agostino il moderatore, racconta cose che solo chi non conosce l’autore può trovare interessanti. Già annaspa, nel tentare di prendere a spallate un avversario che lo sovrasta con il solo silenzio. Sa di non poter competere, lui, tronfio di tatuaggi da bad boy accumulati in una vita da animale da cortile. Sfodera domande scomode e interessanti che però non trovano alcun seguito nell’interlocutore. Forse non sa con chi ha che fare: con uno stronzo.

Eduard Limonov cita se stesso – “le poete russe prefere..” – quando il suo editore prova a tradurlo, e lui gli leva il microfono per cederlo ad un paio di tette che si affacciano da un balcone montato su calze a rete. Il poeta russo preferisce. Cazzo. Coup de théâtre. La conferenza inizia. Le risposte sono scontate, la voce del vecchio Eddy è dolce e suadente, timida ma diretta. Non dice niente che non abbia voglia di dire. Si vende a noia, è per questo che è arrivato fino a qua. Svogliato balocco per borghesi da seghe mentali e cenette passate a parlarsi addosso. Masturbatori seriali da salotto letterario. Intelletualoidi da scaffale. Sciarpe annodate a cazzo. Noia.
Spazio alle domande. Una professoressa di geometria, che ci tiene anche a dirlo, sale sul palco e fa una domanda con pretese: la profondità nel “Libro dell’acqua”. Bocciata. Un ciccione vestito da caccia fa un paragone con Salò di Pasolini. Ignorato in stile libero. Un sedicente scacchista domanda di Kasparov. Velleità.
Se le saranno preparate per giorni, queste domande da primi della classe che volevano colpire il poeta. Per cercare di vivere il loro momento di gloria bastarda. Questi fanatici da libreria. Io non sono nessuno e lo so bene. Non faccio domande da protagonista. Nessuno mi ha notato e nessuno mi noterà. Mai. Davanti a me c’è uno dei miei giornalisti preferiti: Buttafuoco. Me ne sono accorto quasi per sbaglio. Figuriamoci. Sono timido e so bene di non poter competere con il poeta. Mai. Anche se per un momento ho davvero creduto mi fissasse. Impossibile.

Qualcuno tira fuori una domanda più del cazzo delle altre: sarei curioso di conoscere la sua canzone russa preferita? Ridiamo. Edička dice che deve raccogliere i pensieri. Si accarezza i capelli bianchi con la sfumatura alta, poi dice che sì, l’ha trovata. Parte a cantare per 5 minuti. In russo. Tutte le strofe. Parla di uno che si scopa una mentre il marito sta chissà dove. Momento surreale. Pure le vecchie tirano fuori il cellulare per fare un video. Almeno siamo certi che sono vive, sono tra noi. Che nessuno se le sia scordate lì, per caso. Applausi e risate. Vestiti orribili da persone che si prendono davvero sul serio. Altre domande, complesse e capziose. Altre risposte, vaghe e scocciate. C’è spocchia e autoreferenzialità ovunque.
Cosa pensa il poeta di Carreré? (il mezzo attraverso il quale anche io so chi é). Lo ringrazia, ma non gli concede critica. Rosica del fatto che il suo ‘Limonov’ abbia venduto più copie di tutti i 70 libri scritti dal vero Limonov. L’hanno tradotto pure in giapponese.
Ma una cosa è importante: Carreré romanza da bobò ciò che non ha il coraggio di vivere. Limonov racconta la sua vita da scoppiato di testa, dalla periferia ucraina è finito a uccidere con le tigri di Arkan, facendo il bohémien a Parigi e New York, e finendo in un carcere di massima sicurezza per volere di Putin. Un’esistenza passata a scopare ogni pertugio e a farsi scopare: “le poete russe prefere..”.

Ancora applausi, ancora risate di circostanza, ancora commenti del cazzo di intellettuali da scaffale che devono fare i ganzi con le loro accompagnatrici stronze e brutte. Non c’è l’ombra di una fica degna di tale nome. La folla si dirada, la folla si mette in punta di piedi. La folla fotografa. La folla gongola. Io mi sento nulla. Ora gli autografi. L’ultimo autografo che ho chiesto, e non in prima persona ma mia madre, è stato a Pippo a Disneyland. Avevo 7 anni. Adesso chiederò il mio primo.

La fila di libri tutti uguali scalpita. Sono comprati di fresco, ‘Zona industriale‘ si intitolano. Il motivo per cui Limonov è qui. Io non ho un euro in tasca. È il mio turno. Tiro fuori dalla giacca militare un libro minuto, spalanco la copertina per non disturbare, mi avvicino in punta di piedi e lo porgo al poeta, già piegato alla meglio, per la sua comodità. Chiede il mio nome, come a tutti, in francese. Rispondo e firma. Ma vuole sapere di che libro si tratti. Allora rovescia la copertina. Mi guarda negli occhi, come se. Annuendo proferisce una frase lunga e russa, riconsegnandomi ‘Diario di un fallito‘. Ringrazio e mi disimpegno con timidezza dopo un inchino. La traduttrice allora mi trattiene e mi spiega: “Grazie, sono molto felice che lei abbia scelto questo libro”. Sono le parole del poeta.

L’ho scelto perché l’ha scritto alla mia età, quando era sconosciuto, perso e solo. Perché volevo che notasse in me qualcosa. Perché in quel libro ho sottolineato questo passo:

«Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco, scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

Eduard Limonov, nel mio mese di merda, nel mio anno di merda, mi ha ringraziato per questo. E io devo dirlo subito, adesso ora, al mio amore perduto. Per questo mese, e anche per il prossimo, diciamo che stiamo bene così.

D.B.
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Il mio Cinema Paradiso

Il primo libro che ho letto per conto mio, senza obblighi, è stata una sceneggiatura. Avevo 11 anni e non potevo vedere al cinema un film che avevo tanto atteso: ‘Salvate il soldato Ryan’. Era vietato ai minori di 14 anni. Piansi.
Terribilmente affranto, mi procurai il testo; e dedicai l’estate a quella lettura faticosa. Pagina dopo pagina, la mia mente immaginava le scene, i volti, le inquadrature, le battute.. partendo dai pochi frame del trailer, che passavano sempre negli spazi pubblicitari che un tempo davano alla tv – coming soon – avevo girato il mio di film. Del resto la Normandia la conoscevo bene.

Finii il libro in agosto, e piansi, di nuovo. Non sono mai stato un duro al cinema o nelle storie, possiedo un dono sconveniente, un impaccio per l’esistenza, la sensibilità.
In un fine settimana passato in campagna, mi pare fosse un sabato, mio padre si presentò con una notizia inaspettata: nella fortezza del paese dove eravamo, in un cinema che se oggi mi sforzo a pensarlo, non può che somigliare al ‘Paradiso’, proiettavano quel film.. quella sera.. e lui si era accordato che potessi entrare anche io. Era agosto insomma, e in agosto quel cinema proiettava nella corte interna del Palazzo, su un grosso telo bianco che cadeva dal tetto davanti a file e file di vecchie sedie in legno. Sotto il cielo stellato che rifletteva nell’acqua di un pozzo, proprio davanti alla cinepresa, il paese trovava il suo unico svago. Sono passati 19 anni. Non ricordo una proiezione più bella nella vita mia vita. Il film era proprio come lo avevo immaginato, grandioso.

Se tuttora devo pensare ad una serata perfetta.. penso a quella. Al profumo d’estate in un vecchio cinema all’aperto, ai desideri dei bambini, e a chi di tanto in tanto è capace di realizzarli.

D.B.

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Quel fotografo di litigi

«Comunque stavo pensando,
ti ricordi quella volta che avevamo litigato, come al solito, e quel tipo ci fece una foto mentre eravamo fermi, in vespa a Trastevere? Era quasi al tramonto. Le foglie dei platani erano folte e luminose. Quasi danzavano, tra raggi di luce tenue e un poco di vento che ti dice non andare.. Era estate. Tu stavi per partire, io anche. Ci siamo sforzati di sorridere entrambi a quell’obiettivo così improvviso, che voleva catturare un istante di quella nostra storia finita da un pezzo, che per lui forse non era da buttare. Chissà come è venuta quella foto, se è ancora bella, o se non lo è stata mai.»

D.B.

Settembre 2012

Il complesso del nonno

“Da che mi ricordo, i tre indiscutibili collanti sociali di questo secolo sono sempre stati la figa, il calcio e la cacca. Le genti, previo attualità particolari o straordinari eventi, si sono sempre contentate di confrontarsi su questo; ma il progresso – quel bastardo – ha aggiunto un tema nel discorso: la pappa.
Da qualche anno a questa parte infatti, complice quella che a me piace chiamare ‘moda del cucinato’ o ‘complesso del nonno’, quando si terminano aneddoti e opinioni sui tre vecchi argomenti che ricorrono allo sfinimento, si comincia a parlare di cosa si è mangiato a cena, o della spesa che si è fatta da quel pizzicagnolo o macellaio – con un trasporto sempre proporzionato al conto che si è meritati di pagare – perché il cibo, si sa, è bene posizionale ormai, e a differenza dei secoli passati, al giorno d’oggi quei pochi soldi che la gente caccia dalle tasche li spende per comprare un chilo di avocado o sedersi a tavola e fare una bella foto al piatto (#foodporn). Non sbagliava Berlusconi infatti, a dire che lui la crisi non la ‘vedeva’ perché i ristoranti sono sempre pieni. Non sbaglia chi sostiene la teoria che forse, se i giovani smettessero di spendere soldi in toast all’avocado, un giorno potrebbero finalmente comprarsi casa.

Inizialmente, mi ero fatto l’idea che quell’intruso non fosse altro che un’occulta associazione che il cervello compiva inconsciamente per collegarla al terzo argomento in scaletta (la cacca): una proiezione alla conversazione di domani. Ma poi ho capito che non era precisamente così, che il mondo come al solito era cambiato, e io, che non parlo neanche di calcio perché non lo seguo da quando i nomi dei giocatori erano ancora pronunciabili, come al solito ero rimasto indietro. Eppure una cosa ricordo: quando quella rincoglionita di nostra nonna ci chiamava a casa, e ci toccava prendere la cornetta, e lei, per non sapere cosa dire, o perché era importante per la gente che aveva anche sofferto la fame, domandava cosa avevamo mangiato a cena, prima.. Allora non eravamo così entusiasti di raccontarlo. Ma che vuoi fare, staremo invecchiando anche noi.”

D.B.

per Il Bestiario degli italiani, la rivista strapaesana

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Finestre cazzi e semafori

Noia. Mentre guardo lampioni accesi e soffi di freddo, cappotti veloci e sbadigli di traffico in processioni di noia. Non sono mai avvincenti le gare solitarie che tutti pensano di condurre con lo sconosciuto che sta per superare al semaforo. Verde. Rosso. Verde ancora. A una certa si divideranno comunque, alla fine vinceranno tutti e due: premio la libertà da questa giornata. Il feroce relax. Cinque minuti prima, cinque minuti dopo, si toglieranno entrambi le scarpe. Non cambia molto, ma si sfidano ad ogni stop per quella pole position che li attende sul divano.

Alla radio passano un’altra canzone brutta: «Questi parlano troppo» e gira la manopola, gira per cambiare stazione. I Vj.. che razza di idioti, sempre pronti a rifilarti banalità che non vuoi proprio ascoltare. I tasti sono pochi, da 1 a 6, non bastano mai, e a quest’ora tutti deludenti. Lo diceva Battiato «La musica contemporanea, mi butta giù.» Le macchine si fanno più rade, il freddo tarda a lasciarci avvolgere da cotoni pastello. Il semaforo continua il suo gioco di colori. Solo e impalato. Chissà cosa mi aspetta per cena.

Una mano senza volto da sfogo al suo incontenibile estro sul vetro appannato della sua auto brutta e anonima. È un cazzo. Lo cancella subito. Quella macchina è anonima ma è pur sempre la sua. E quel cazzo gli era venuto anche parecchio male. Come quest’impressione solo mia, che guardo la finestra in cerca d’ispirazione, ignoro il brusio del telegiornale, gli sguardi di chi mi osserva da un po’ e si chiede che faccio là impalato. Come un lampione. Chi glielo spiega, che sto lavorando, che anche adesso: sto cercando l’ispirazione. Chi glielo spiega? Alito sulla finestra, mi ci metto d’impegno. Accenno uno smile triste; ero partito per disegnare un cazzo. Ma questa finestra anonima come  tutte le altre finestre anonime di questa via fredda, è comunque la mia finestra.

D.B.

Memoria di un viaggio in Israele

 

Il bambino palestinese che mi sta alle calcagna, ha il naso sporco e i vestiti sudiciamente  impolverati. Non vuole mollarmi e chiede qualche soldo di carità. Io in tasca ho pochi dollari e del denaro d’altro genere, del quale, sinceramente, ancora non ho capito il vero valore. Glielo concedo, ma lui non molla: ci segue nell’oscurità, scandendo i nostri passi svelti e tesi, con la sua lagna collaudata e ripetitiva. Il tunnel di cemento armato che ci si è aperto davanti, sprofonda nel buio scendendo almeno per una decina di metri sotto terra. Serve ad attraversare un muro: quello che separa Israele dalla Palestina. Quello che adesso, occhio e croce, è sopra le nostre teste: per centinaia di chilometri, a destra e sinistra, almeno 15 metri di altro cemento grigio sviluppato il altezza, tutto uguale, scandito solo da torrette con sentinelle che sorvegliano il confine dietro robusti vetri blindati.

Sono a piedi ma non dovrei. Indosso abiti eleganti, e non dovrei. Sono sceso dal taxi sul quale sono arrivato in Palestina, perché qualcuno si è perso il passaporto – brillante puntualità. Per questo qualcun altro doveva scendere, perché qui ai check-point non scherzano. Sono sceso io perché eravamo uno in più. Mi sono offerto io di farlo: e non dovevo.

Il tunnel puzza di urina e sudore, la lagna del bambino mi sfinisce. Gli do un altro dollaro per farlo tacere. Giusto un istante prima ti trovarmi in una fila di gente che somiglia a dei profughi più di quanto non vorrei, il piccolo mendicante dalla lunga bava di moccio è svanito dell’oscurità, lasciandoci al nostro destino dopo essersi cuccato i nostri dollari. I miei predecessori nella fila, hanno bagagli di cartone e grosse buste di plastica ricolme; sventolano fogliame timbrato: qualche genere di lascia passare. E si lamentano più del mendicante che si è dileguato. Sono famiglie intere, anziani e bambini, e c’è una.. sì: c’è una capra nella fila. Mi allargo il nodo della cravatta reggimentale che indossavo alla Knesset, e faccio un bel respiro. L’aereo parte tra due ore da Ben Gurion; che è almeno a un’ora da qua. Non sarà una passeggiata, non è stata una buona idea venire qui – penso guardando la nostra capra educata. In ogni caso, non dovevo scendere dal taxi per spirito d’avventura.

I soldati dell’IDF, tuta verde e elmetto retato, controllano i visti con toni da GESTAPO e con una lentezza da bradipi meticolosi. La capra educata invece muove la testa a scatti ciclici e ora sembra incuriosita dal mio cappotto di Burberry: forse l’unica cosa profumata che questo bunker vedrà per mesi.
– “Tira fuori il passaporto e diciamogli che siamo italiani..”
– “Capirai che garanzia” Rispondo.
– “È l’unica, se non vuoi passare la notte qua con la tua nuova amica”.

La processione per farsi prendere le impronte digitali, poggiando le dita callose sul vetrino illuminato di verde prosegue. Con lentezza. Ci decidiamo a tirare fuori i passaporti dalla giacca e iniziamo a blaterare in tutte le lingue che conosciamo: francese, inglese, e italiano: ovviamente. Sembriamo due di quei tipi che puoi incontrare in fila al supermercato all’ora di chiusura: loro chiedono se possono passare avanti che hanno solo un litro di latte da pagare, tu te ne infischi beatamente mentre impili i barattoli sul nastro. – Ben Gurion Airport, perdiamo il volo, please! Thank you.. sorry. Loro a Ben Gurion non ci possono andare; non l’hanno mai visto e mai lo vedranno. Per lasciare questa terra su qualcosa che ha le ali devono arrivare fino in Giordania. Il soldato capisce, o almeno nota che non siamo del posto. È giovanissimo, da l’ok. Passiamo davanti a tutti con il nostro litro di latte che porta lo stemma della Repubblica italiana e custodisce una foto brutta come tutte le foto dei documenti – che se non stai dormento coperto dalle borse che hai sotto gli occhi, ti hanno sbagliato il taglio di capelli e fai schifo uguale. Passiamo in un istante dopo uno sguardo blando alle nostre credenziali. I bradipi fanno solo finta, per dispetto. Sono lepri armate. Le impronte digitali toccano anche a noi, ma niente scartoffie e perquisizioni.

È andata. Corriamo sotto ad altro cemento che però va in salita, verso la luce. All’uscita c’è il nostro taxi che ci aspetta con il motore accesso. Col culo sulla tappezzeria logora, il ‘muro di separazione’ è già un ricordo. Mentre lo scassone si allontana spronato dalle nostre ansie di ritardi e coincidenze, mi concentro sui graffiti che di tanto in tanto macchiano quel muro di cemento grigio tutto uguale, che divide Israele dai ‘West bank’, e che molti hanno soprannominato il ‘muro della vergogna’. Addio capra, vecchia mia.  [….]

Israele è un paese strano, bello ma strano. Della questione che lo riguarda, da quando è stato ‘fondato’, tutti parlano o prendono posizione, spesso senza sapere, tanto per dire. A passare per le sue colline vuote, ci si ricorda la carta e il muschio con cui si fa il presepe. È una distesa di verde intervallata da piccole pietre. Ci si scorda della questione, ma di tanto in tanto, soldati. I soldati in Israele sono una costante. Appena arrivati in aeroporto, all’andata, ce n’erano molti che tornavano per trascorrere il fine settimana con le famiglie. Anche se non si conoscevano, si univano in grandi cerchi danzanti. Mani sulle spalle e sorrisi. Erano belli da vedere, ma ancora di più di loro, le erano le donne soldato che sorvegliavano la spianata delle moschee. Una di loro, bionda come una valchiria, con lentiggini dolci, era imbronciata e fredda, stretta al suo fucile d’assalto che stonava su di lei come avrebbe fatto un diadema sulla mia testa. Non era come i soldati che dondolavano sulla balaustra nel terminal alla partenza: con i puntatori laser su di noi, mentre ci interrogavano facendo le classiche domande incrociate per verificare l’identità. Il taxi corre, e mi abbandono a questi pensieri; cerco di ricordare, di assimilare per bene. Penso agli occhi di questa donna soldato, alla canzone della Nannini – come faceva.. ‘Bionda.. prendi la mira in mezzo al cuore’; penso agli ortodossi che erano accanto a me nel tempio di Davide: mentre pregavano presi dall’estasi in un fermento epilettico e trascendente, con le loro piccole ciocche di capelli che spuntavano dalle kippah scure. Ai nidi di mitragliatrici visti qua e là, tra il muschio e le pietre rade; al tassista arabo che ci ha raccontato dell’esproprio della sua casa; al silenzio nei vicoli del mercato nella città vecchia le notte, al sapore del succo di melograno. Penso ai payot di tutti quei bambini ubbidienti, sui piccoli piedi di fronte al Muro del pianto; ai grandi cappelli di pelo. A tutte quelle preghiere di carta, migliaia, piegate e arrotolate, da affidare alle fessure tra le grandi pietre bianche.

Penso che io non credo. Che sono ateo o agnostico, che è quasi la stessa cosa.

Il taxi frena leggermente sulla curva davanti al cimitero cattolico di Gerusalemme, sul Monte Sion. Penso a Oskar Schindler e piango, ancora una volta. Nessuno mi vede. Gerusalemme si allontana. Guardo verso il Monte degli Ulivi e ripenso a tutte quelle tombe, a tutte quelle salme in attesa del giorno della resurrezione, e poi alla scala.. alla scala poggiata sulla chiesa del Santo Sepolcro da tre secoli, che non si sa chi l’abbia messa lì, e dunque nessuno: ebreo, cristiano, ortodosso che sia osa toccarla per non litigare. Penso che io, tra le file di fedeli di tutte quelle confessioni, bighellonavo senza dio. Osservavo le crepe e gli spazi che per me non vogliono dire niente, e riflettevo sul senso di pellegrinaggio in Terra Santa. Sulla devozione. Sulla fede che non ho. Montanelli affermava sprezzante che quando avrebbe incontrato dio, gli avrebbe chiesto perché non lo avesse fornito della fede. Io non so cosa direi.. forse solo un retorico “È permesso?”

All’entrata dell’aeroporto invece pensiamo ancora una volta al sistema di difesa antimissile Iron Dome; ribadiamo che la settimana prima i palestinesi hanno lanciato dei razzi e che lo hanno evacuato, quell’aeroporto. Conveniamo ancora una volta che tutti gli aerei di linea dovrebbero avere le contromisure dell’El Al. Ma sappiamo tutti a cosa stiamo pensando: alla casa della famiglia cui ci hanno portato a fare visita. Un quadrato di pietre e cemento brutto come la povertà. Un grappolo di abitazioni abbandonate a loro stesse su una collina vuota e isolata. Tutte uguali. Più adatte a magazzini, che case. Lì vivevano, come la famiglia che ci ha fatto entrare, altri ‘deterrenti umani’. Li chiamo così, perché mentre ci offrivano dolci e strane bevande zuccherine, ci spiegavano che loro vivono lì, perché è da lì che Hamas lancia i razzi sull’aeroporto. Il padre di due bambini che si rincorrono nell’anticamera, ci spiega che finché loro sono là.. Hamas non si spinge così vicino, e può sparare i razzi solo da posizioni meno privilegiate. E con loro lì, non osa rioccupare per timore di feroci rappresaglie. La casa è quasi disarredata. Le facce sono appese con i pochi di poco gusto. “Quando vediamo i razzi in cielo, la prima cosa che faccio, è chiamare i miei genitori che vivono a valle, per avvertirli’. È strano pensare a una vita da ostaggio di una collina, una vita da deterrente umano. Sua moglie, una signora con i capelli spenti e il sorriso timido, continua a rabbonire quei due bambini scalmanati, e ci offre ancora piccoli dolci di sfoglia.

Con il pelo dell’occhio, noto che si trascina appresso un piccolo carrellino di plastica grigia. Per renderlo più grazioso, lo ha abbellito foderandolo dentro e fuori con dell’erba finta, sopra ci ha applicato piccoli fiori, girasoli. Le serve a portare le batteria di un oggetto che ha legato addosso. Alla vita. Evidentemente è molto malata. I bambini corrono dentro e fuori, e le chiedono continuamente permesso per continuare a giocar intorno a una piscina di plastica gonfiabile mezza sgonfia e piena d’acqua piovana. Il marito l’abbraccia continuamente, lei ha la faccia stanca e segnata, e occhiaie profonde. Al nostro congedarci dopo aver ringraziato per l’ospitalità, offre un sorriso ampio ma sbiadito. Ci accompagnano alla porta e rimangono abbracciati sull’uscio, mentre non ce ne andiamo per non tornare mai più. I bambini corrono in questa pena di posto. Ci vuole così tanta dedizione nel continuare a credere, a pregare, a rispettare un dio che vuole lasciarti vivere in queste condizioni, penso. Dio se ce ne vuole.

D.B.

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La barriera di separazione è lunga 730 km ed è stata eretta del 2002. In questa foto che ho scattato se ne vede una piccola porzione.