Limonov e me

Sono in ritardo. Tanto per cambiare.

Lui, uno dei miei pochi idoli viventi, è già seduto con le braccia conserte sul suo trono. Espressione di spocchia. È in una libreria da stucchi barocchi che vanno a impreziosire. Un braccio dalla sua testa pende una scritta rossa, c’è scritto ‘saggistica’. ll poeta russo è al cospetto di un centinaio di persone, miste, vecchie e giovani, anonimi e singolari personaggi. Io mi sento qualcuno, con la mia giacca militare, come sarebbe piaciuto a lui, non vedo nessuno come me. La presentazione è appena incominciata. D’Agostino il moderatore, racconta cose che solo chi non conosce l’autore può trovare interessanti. Già annaspa, nel tentare di prendere a spallate un avversario che lo sovrasta con il solo silenzio. Sa di non poter competere, lui, tronfio di tatuaggi da bad boy accumulati in una vita da animale da cortile. Sfodera domande scomode e interessanti che però non trovano alcun seguito nell’interlocutore. Forse non sa con chi ha che fare: con uno stronzo.

Eduard Limonov cita se stesso – “le poete russe prefere..” – quando il suo editore prova a tradurlo, e lui gli leva il microfono per cederlo ad un paio di tette che si affacciano da un balcone montato su calze a rete. Il poeta russo preferisce. Cazzo. Coup de théâtre. La conferenza inizia. Le risposte sono scontate, la voce del vecchio Eddy è dolce e suadente, timida ma diretta. Non dice niente che non abbia voglia di dire. Si vende a noia, è per questo che è arrivato fino a qua. Svogliato balocco per borghesi da seghe mentali e cenette passate a parlarsi addosso. Masturbatori seriali da salotto letterario. Intelletualoidi da scaffale. Sciarpe annodate a cazzo.
Spazio alle loro domante. Una professoressa di geometria che ci tiene anche a dirlo sale sul palco e fa una domanda con pretese: la profondità nel “Libro dell’acqua”. Bocciata. Un ciccione vestito da caccia fa un paragone con Salò di Pasolini. Ignorato in stile libero. Un sedicente scacchista domanda di Kasparov. Velleità.
Se le saranno preparate per giorni, queste domande da primi della classe che volevano colpire il poeta. Per cercare di vivere il loro momento di gloria bastarda. Questi fanatici da libreria. Io non sono nessuno e lo so bene. Non faccio domande da protagonista. Nessuno mi ha notato e nessuno mi noterà. Davanti a me c’è il mio giornalista preferito: Buttafuoco. Me ne sono accorto quasi per sbaglio. Figuriamoci. Sono timido e so bene di non poter competere con il poeta. Anche se per un momento ho davvero creduto mi fissasse. Impossibile.

Qualcuno tira fuori una domanda più del cazzo delle altre: sarei curioso di conoscere la sua canzone russa preferita? Ridiamo. Edička dice che deve raccogliere i pensieri. Si accarezza i capelli bianchi con la sfumatura alta, poi dice che sì, l’ha trovata. Parte a cantare per 5 minuti. In russo. Tutte le strofe. Parla di uno che si scopa una mentre il marito sta chissà dove. Momento surreale. Pure le vecchie tirano fuori il cellulare per fare un video. Almeno siamo certi siano vive, tra noi. Che nessuno se le sia scordate lì, per caso. Applausi e risate. Vestiti orribili da persone che si prendono davvero sul serio. Altre domande, complesse e capziose. Altre risposte, vaghe e scocciate. C’è spocchia e autoreferenzialità ovunque.
Cosa pensa il poeta di Carreré? (il mezzo attraverso il quale anche io so chi é). Lo ringrazia, ma non gli concede critica. Rosica del fatto che il suo ‘Limonov’ abbia venduto più copie di tutti i 70 libri scritti dal vero Limonov. L’hanno tradotto pure in giapponese.
Ma una cosa è importante: Carreré romanza da bobò ciò che non ha il coraggio di vivere. Limonov racconta la sua vita da scoppiato di testa, dalla periferia ucraina è finito a uccidere con le tigri di Arkan, facendo il bohémien a Parigi e New York, e finendo in un carcere di massima sicurezza per volere di Putin. Un’esistenza passata a scopare ogni pertugio e a farsi scopare: “le poete russe prefere..”.

Ancora applausi, ancora risate di circostanza, ancora commenti del cazzo di intellettuali da scaffale che devono fare i ganzi con le loro accompagnatrici stronze e brutte. Non c’è l’ombra di una fica degna di tale nome. La folla si dirada, la folla si mette in punta di piedi. La folla fotografa. La folla gongola. Io mi sento nulla. Ora gli autografi. L’ultimo autografo che ho chiesto, e non in prima persona ma mia madre, è stato a Pippo a Disneyland. Avevo 7 anni. Adesso chiederò il mio primo.

La fila di libri tutti uguali scalpita. Sono comprati di fresco, ‘Zona industriale‘ si intitolano. Il motivo per cui il poeta è qui. Io non ho un euro in tasca. È il mio turno. Tiro fuori dalla giacca militare un libro minuto, spalanco la copertina per non disturbare, mi avvicino in punta di piedi e lo porgo al poeta, già piegato alla meglio, per la sua comodità. Chiede il mio nome, come a tutti, in francese. Rispondo e firma. Ma vuole sapere di che libro si tratti. Allora rovescia la copertina. Mi guarda negli occhi, come se. Annuendo, proferisce una frase lunga e russa, riconsegnandomi ‘Diario di un fallito‘. Ringrazio e mi disimpegno con timidezza, dopo un inchino. La traduttrice allora mi trattiene e mi spiega: “Grazie, sono molto felice che lei abbia scelto questo libro”. Sono le parole del poeta.

L’ho scelto perché lo ha scritto alla mia età, quando era sconosciuto, perso e solo. Perché volevo che notasse in me qualcosa. Perché in quel libro ho sottolineato questo passo:

«Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco, scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

Eduard Limonov, nel mio mese di merda, nel mio anno di merda, mi ha ringraziato per questo. E io devo dirlo subito, adesso ora, al mio amore perduto. Per questo mese, e anche per il prossimo, diciamo che stiamo bene così.

D.B.
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Il mio Cinema Paradiso

Il primo libro che ho letto per conto mio, senza obblighi, è stata una sceneggiatura. Avevo 11 anni e non potevo vedere al cinema un film che avevo tanto atteso: ‘Salvate il soldato Ryan’. Era vietato ai minori di 14 anni. Piansi.
Terribilmente affranto, mi procurai il testo; e dedicai l’estate a quella lettura faticosa. Pagina dopo pagina, la mia mente immaginava le scene, i volti, le inquadrature, le battute.. partendo dai pochi frame del trailer, che passavano sempre negli spazi pubblicitari che un tempo davano alla tv – coming soon – avevo girato il mio di film. Del resto la Normandia la conoscevo bene.

Finii il libro in agosto, e piansi, di nuovo. Non sono mai stato un duro al cinema o nelle storie, possiedo un dono sconveniente, un impaccio per l’esistenza, la sensibilità.
In un fine settimana passato in campagna, mi pare fosse un sabato, mio padre si presentò con una notizia inaspettata: nella fortezza del paese dove eravamo, in un cinema che se oggi mi sforzo a pensarlo, non può che somigliare al ‘Paradiso’, proiettavano quel film.. quella sera.. e lui si era accordato che potessi entrare anche io. Era agosto insomma, e in agosto quel cinema proiettava nella corte interna del Palazzo, su un grosso telo bianco che cadeva dal tetto davanti a file e file di vecchie sedie in legno. Sotto il cielo stellato che rifletteva nell’acqua di un pozzo, proprio davanti alla cinepresa, il paese trovava il suo unico svago. Sono passati 19 anni. Non ricordo una proiezione più bella nella vita mia vita. Il film era proprio come lo avevo immaginato, grandioso.

Se tuttora devo pensare ad una serata perfetta.. penso a quella. Al profumo d’estate in un vecchio cinema all’aperto, ai desideri dei bambini, e a chi di tanto in tanto è capace di realizzarli.

D.B.

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Quel fotografo di litigi

«Comunque stavo pensando,
ti ricordi quella volta che avevamo litigato, come al solito, e quel tipo ci fece una foto mentre eravamo fermi, in vespa a Trastevere? Era quasi al tramonto. Le foglie dei platani erano folte e luminose. Quasi danzavano, tra raggi di luce tenue e un poco di vento che ti dice non andare.. Era estate. Tu stavi per partire, io anche. Ci siamo sforzati di sorridere entrambi a quell’obiettivo così improvviso, che voleva catturare un istante di quella nostra storia finita da un pezzo, che per lui forse non era da buttare. Chissà come è venuta quella foto, se è ancora bella, o se non lo è stata mai.»

D.B.

Settembre 2012

Il complesso del nonno

“Da che mi ricordo, i tre indiscutibili collanti sociali di questo secolo sono sempre stati la figa, il calcio e la cacca. Le genti, previo attualità particolari o straordinari eventi, si sono sempre contentate di confrontarsi su questo; ma il progresso – quel bastardo – ha aggiunto un tema nel discorso: la pappa.
Da qualche anno a questa parte infatti, complice quella che a me piace chiamare ‘moda del cucinato’ o ‘complesso del nonno’, quando si terminano aneddoti e opinioni sui tre vecchi argomenti che ricorrono allo sfinimento, si comincia a parlare di cosa si è mangiato a cena, o della spesa che si è fatta da quel pizzicagnolo o macellaio – con un trasporto sempre proporzionato al conto che si è meritati di pagare – perché il cibo, si sa, è bene posizionale ormai, e a differenza dei secoli passati, al giorno d’oggi quei pochi soldi che la gente caccia dalle tasche li spende per comprare un chilo di avocado o sedersi a tavola e fare una bella foto al piatto (#foodporn). Non sbagliava Berlusconi infatti, a dire che lui la crisi non la ‘vedeva’ perché i ristoranti sono sempre pieni. Non sbaglia chi sostiene la teoria che forse, se i giovani smettessero di spendere soldi in toast all’avocado, un giorno potrebbero finalmente comprarsi casa.

Inizialmente, mi ero fatto l’idea che quell’intruso non fosse altro che un’occulta associazione che il cervello compiva inconsciamente per collegarla al terzo argomento in scaletta (la cacca): una proiezione alla conversazione di domani. Ma poi ho capito che non era precisamente così, che il mondo come al solito era cambiato, e io, che non parlo neanche di calcio perché non lo seguo da quando i nomi dei giocatori erano ancora pronunciabili, come al solito ero rimasto indietro. Eppure una cosa ricordo: quando quella rincoglionita di nostra nonna ci chiamava a casa, e ci toccava prendere la cornetta, e lei, per non sapere cosa dire, o perché era importante per la gente che aveva anche sofferto la fame, domandava cosa avevamo mangiato a cena, prima.. Allora non eravamo così entusiasti di raccontarlo. Ma che vuoi fare, staremo invecchiando anche noi.”

D.B.

per Il Bestiario degli italiani, la rivista strapaesana

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Finestre cazzi e semafori

Noia. Mentre guardo lampioni accesi e soffi di freddo, cappotti veloci e sbadigli di traffico in processioni di noia. Non sono mai avvincenti le gare solitarie che tutti pensano di condurre con lo sconosciuto che sta per superare al semaforo. Verde. Rosso. Verde ancora. A una certa si divideranno comunque, alla fine vinceranno tutti e due: premio la libertà da questa giornata. Il feroce relax. Cinque minuti prima, cinque minuti dopo, si toglieranno entrambi le scarpe. Non cambia molto, ma si sfidano ad ogni stop per quella pole position che li attende sul divano.

Alla radio passano un’altra canzone brutta: «Questi parlano troppo» e gira la manopola, gira per cambiare stazione. I Vj.. che razza di idioti, sempre pronti a rifilarti banalità che non vuoi proprio ascoltare. I tasti sono pochi, da 1 a 6, non bastano mai, e a quest’ora tutti deludenti. Lo diceva Battiato «La musica contemporanea, mi butta giù.» Le macchine si fanno più rade, il freddo tarda a lasciarci avvolgere da cotoni pastello. Il semaforo continua il suo gioco di colori. Solo e impalato. Chissà cosa mi aspetta per cena.

Una mano senza volto da sfogo al suo incontenibile estro sul vetro appannato della sua auto brutta e anonima. È un cazzo. Lo cancella subito. Quella macchina è anonima ma è pur sempre la sua. E quel cazzo gli era venuto anche parecchio male. Come quest’impressione solo mia, che guardo la finestra in cerca d’ispirazione, ignoro il brusio del telegiornale, gli sguardi di chi mi osserva da un po’ e si chiede che faccio là impalato. Come un lampione. Chi glielo spiega, che sto lavorando, che anche adesso: sto cercando l’ispirazione. Chi glielo spiega? Alito sulla finestra, mi ci metto d’impegno. Accenno uno smile triste; ero partito per disegnare un cazzo. Ma questa finestra anonima come  tutte le altre finestre anonime di questa via fredda, è comunque la mia finestra.

D.B.

Memoria di un viaggio in Israele

 

Il bambino palestinese che mi sta alle calcagna, ha il naso sporco e i vestiti sudiciamente  impolverati. Non vuole mollarmi e chiede qualche soldo di carità. Io in tasca ho pochi dollari e del denaro d’altro genere, del quale, sinceramente, ancora non ho capito il vero valore. Glielo concedo, ma lui non molla: ci segue nell’oscurità, scandendo i nostri passi svelti e tesi, con la sua lagna collaudata e ripetitiva. Il tunnel di cemento armato che ci si è aperto davanti, sprofonda nel buio scendendo almeno per una decina di metri sotto terra. Serve ad attraversare un muro: quello che separa Israele dalla Palestina. Quello che adesso, occhio e croce, è sopra le nostre teste: per centinaia di chilometri, a destra e sinistra, almeno 15 metri di altro cemento grigio sviluppato il altezza, tutto uguale, scandito solo da torrette con sentinelle che sorvegliano il confine dietro robusti vetri blindati.

Sono a piedi ma non dovrei. Indosso abiti eleganti, e non dovrei. Sono sceso dal taxi sul quale sono arrivato in Palestina, perché qualcuno si è perso il passaporto – brillante puntualità. Per questo qualcun altro doveva scendere, perché qui ai check-point non scherzano. Sono sceso io perché eravamo uno in più. Mi sono offerto io di farlo: e non dovevo.

Il tunnel puzza di urina e sudore, la lagna del bambino mi sfinisce. Gli do un altro dollaro per farlo tacere. Giusto un istante prima ti trovarmi in una fila di gente che somiglia a dei profughi più di quanto non vorrei, il piccolo mendicante dalla lunga bava di moccio è svanito dell’oscurità, lasciandoci al nostro destino dopo essersi cuccato i nostri dollari. I miei predecessori nella fila, hanno bagagli di cartone e grosse buste di plastica ricolme; sventolano fogliame timbrato: qualche genere di lascia passare. E si lamentano più del mendicante che si è dileguato. Sono famiglie intere, anziani e bambini, e c’è una.. sì: c’è una capra nella fila. Mi allargo il nodo della cravatta reggimentale che indossavo alla Knesset, e faccio un bel respiro. L’aereo parte tra due ore da Ben Gurion; che è almeno a un’ora da qua. Non sarà una passeggiata, non è stata una buona idea venire qui – penso guardando la nostra capra educata. In ogni caso, non dovevo scendere dal taxi per spirito d’avventura.

I soldati dell’IDF, tuta verde e elmetto retato, controllano i visti con toni da GESTAPO e con una lentezza da bradipi meticolosi. La capra educata invece muove la testa a scatti ciclici e ora sembra incuriosita dal mio cappotto di Burberry: forse l’unica cosa profumata che questo bunker vedrà per mesi.
– Tira fuori il passaporto e diciamogli che siamo italiani..
– Capirai che garanzia; rispondo.
– È l’unica, se non vuoi passare la notte qua, con la tua nuova amica.

La processione per farsi prendere le impronte digitali, poggiando le dita callose sul vetrino illuminato di verde prosegue. Con lentezza. Ci decidiamo a tirare fuori i passaporti dalla giacca e iniziamo a blaterare in tutte le lingue che conosciamo: francese, inglese, e italiano: ovviamente. Sembriamo due di quei tipi che puoi incontrare in fila al supermercato all’ora di chiusura: loro chiedono se possono passare avanti che hanno solo un litro di latte da pagare, tu te ne infischi beatamente mentre impili i barattoli sul nastro. – Ben Gurion Airport, perdiamo il volo, please! Thank you.. sorry. Loro a Ben Gurion non ci possono andare; non l’hanno mai visto e mai lo vedranno. Per lasciare questa terra su qualcosa che ha le ali devono arrivare fino in Giordania. Il soldato capisce, o almeno nota che non siamo del posto. È giovanissimo, da l’ok. Passiamo davanti a tutti con il nostro litro di latte che porta lo stemma della Repubblica italiana e custodisce una foto brutta come tutte le foto dei documenti – che se non stai dormento coperto dalle borse che hai sotto gli occhi, ti hanno sbagliato il taglio di capelli e fai schifo uguale. Passiamo in un istante dopo uno sguardo blando alle nostre credenziali. I bradipi fanno solo finta, per dispetto. Sono lepri armate. Le impronte digitali toccano anche a noi, ma niente scartoffie e perquisizioni.

È andata. Corriamo sotto ad altro cemento che però va in salita, verso la luce. All’uscita c’è il nostro taxi che ci aspetta con il motore accesso. Col culo sulla tappezzeria logora, il ‘muro di separazione’ è già un ricordo. Mentre lo scassone si allontana spronato dalle nostre ansie di ritardi e coincidenze, mi concentro sui graffiti che di tanto in tanto macchiano quel muro di cemento grigio tutto uguale, che divide Israele dai ‘West bank’, e che molti hanno soprannominato il ‘muro della vergogna’. Addio capra, vecchia mia.  [….]

Israele è un paese strano, bello ma strano. Della questione che lo riguarda, da quando è stato ‘fondato’, tutti parlano o prendono posizione, spesso senza sapere, tanto per dire. A passare per le sue colline vuote, ci si ricorda la carta e il muschio con cui si fa il presepe. È una distesa di verde intervallata da piccole pietre. Ci si scorda della questione, ma di tanto in tanto, soldati. I soldati in Israele sono una costante. Appena arrivati in aeroporto, all’andata, ce n’erano molti che tornavano per trascorrere il fine settimana con le famiglie. Anche se non si conoscevano, si univano in grandi cerchi danzanti. Mani sulle spalle e sorrisi. Erano belli da vedere, ma ancora di più di loro, le erano le donne soldato che sorvegliavano la spianata delle moschee. Una di loro, bionda come una valchiria, con lentiggini dolci, era imbronciata e fredda, stretta al suo fucile d’assalto che stonava su di lei come avrebbe fatto un diadema sulla mia testa. Non era come i soldati che dondolavano sulla balaustra nel terminal alla partenza: con i puntatori laser su di noi, mentre ci interrogavano facendo le classiche domande incrociate per verificare l’identità. Il taxi corre, e mi abbandono a questi pensieri; cerco di ricordare, di assimilare per bene. Penso agli occhi di questa donna soldato, alla canzone della Nannini – come faceva.. ‘Bionda.. prendi la mira in mezzo al cuore’; penso agli ortodossi che erano accanto a me nel tempio di Davide: mentre pregavano presi dall’estasi in un fermento epilettico e trascendente, con le loro piccole ciocche di capelli che spuntavano dalle kippah scure. Ai nidi di mitragliatrici visti qua e là, tra il muschio e le pietre rade; al tassista arabo che ci ha raccontato dell’esproprio della sua casa; al silenzio nei vicoli del mercato nella città vecchia le notte, al sapore del succo di melograno. Penso ai payot di tutti quei bambini ubbidienti, sui piccoli piedi di fronte al Muro del pianto; ai grandi cappelli di pelo. A tutte quelle preghiere di carta, migliaia, piegate e arrotolate, da affidare alle fessure tra le grandi pietre bianche.

Penso che io non credo. Che sono ateo o agnostico, che è quasi la stessa cosa.

Il taxi frena leggermente sulla curva davanti al cimitero cattolico di Gerusalemme, sul Monte Sion. Penso a Oskar Schindler e piango, ancora una volta. Nessuno mi vede. Gerusalemme si allontana. Guardo verso il Monte degli Ulivi e ripenso a tutte quelle tombe, a tutte quelle salme in attesa del giorno della resurrezione, e poi alla scala.. alla scala poggiata sulla chiesa del Santo Sepolcro da tre secoli, che non si sa chi l’abbia messa lì, e dunque nessuno: ebreo, cristiano, ortodosso che sia osa toccarla per non litigare. Penso che io, tra le file di fedeli di tutte quelle confessioni, bighellonavo senza dio. Osservavo le crepe e gli spazi che per me non vogliono dire niente, e riflettevo sul senso di pellegrinaggio in Terra Santa. Sulla devozione. Sulla fede che non ho. Montanelli affermava sprezzante che quando avrebbe incontrato dio, gli avrebbe chiesto perché non lo aveva fornito della fede. Io non so cosa direi.. forse solo un retorico ‘é permesso?’.

All’entrata dell’aeroporto invece pensiamo ancora una volta al sistema di difesa antimissile Iron Dome; ribadiamo che la settimana prima i palestinesi hanno lanciato dei razzi e che lo hanno evacuato, quell’aeroporto. Conveniamo ancora una volta che tutti gli aerei di linea dovrebbero avere le contromisure dell’El Al. Ma sappiamo tutti a cosa stiamo pensando: alla casa della famiglia cui ci hanno portato a fare visita. Un quadrato di pietre e cemento brutto come la povertà. Un grappolo di abitazioni abbandonate a loro stesse su una collina vuota e isolata. Tutte uguali. Più adatte a magazzini, che case. Lì vivevano, come la famiglia che ci ha fatto entrare, altri ‘deterrenti umani’. Li chiamo così, perché mentre ci offrivano dolci e strane bevande zuccherine, ci spiegavano che loro vivono lì, perché è da lì che Hamas lancia i razzi sull’aeroporto. Il padre di due bambini che si rincorrono nell’anticamera, ci spiega che finché loro sono là.. Hamas non si spinge così vicino, e può sparare i razzi solo da posizioni meno privilegiate. E con loro lì, non osa rioccupare per timore di feroci rappresaglie. La casa è quasi disarredata. Le facce sono appese con i pochi di poco gusto. “Quando vediamo i razzi in cielo, la prima cosa che faccio, è chiamare i miei genitori che vivono a valle, per avvertirli’. È strano pensare a una vita da ostaggio di una collina, una vita da deterrente umano. Sua moglie, una signora con i capelli spenti e il sorriso timido, continua a rabbonire quei due bambini scalmanati, e ci offre ancora piccoli dolci di sfoglia.

Con il pelo dell’occhio, noto che si trascina appresso un piccolo carrellino di plastica grigia. Per renderlo più grazioso, lo ha abbellito foderandolo dentro e fuori con dell’erba finta, sopra ci ha applicato piccoli fiori, girasoli. Le serve a portare le batteria di un oggetto che ha legato addosso. Alla vita. Evidentemente è molto malata. I bambini corrono dentro e fuori, e le chiedono continuamente permesso per continuare a giocar intorno a una piscina di plastica gonfiabile mezza sgonfia e piena d’acqua piovana. Il marito l’abbraccia continuamente, lei ha la faccia stanca e segnata, e occhiaie profonde. Al nostro congedarci dopo aver ringraziato per l’ospitalità, offre un sorriso ampio ma sbiadito. Ci accompagnano alla porta e rimangono abbracciati sull’uscio, mentre non ce ne andiamo per non tornare mai più. I bambini corrono in questa pena di posto. Ci vuole così tanta dedizione nel continuare a credere, a pregare, a rispettare un dio che vuole lasciarti vivere in queste condizioni, penso. Dio se ce ne vuole.

D.B.

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La barriera di separazione è lunga 730 km ed è stata eretta del 2002. In questa foto da me scattata se ne vede una piccola porzione.

L’adunanza del nulla

Appollaiato su una sedia col culo di vimini bucato, un attempato antiquario dai foltissimi baffi conviene con chi gli vende di rimpetto: “..da quando tutti quanti non solo hanno il diritto di esprimersi, ma hanno facoltà di riunirsi virtualmente.. il mondo ha cambiato volto, e con esso tutto ciò che accade ed è destinato ad accadervi.”

Il suo interlocutore allora, che da un’ora regge il muro a palmo di mano e non vede un cliente dall’equinozio, con uno sputo denso e viziato di tabacco sancisce il suo benestare; affogando un vecchio sampietrino sollevato da profonde radici che nessuno ha mai visto.

D.B.

La domenica delle cianfrusaglie

La luce tenue che poco si spande, oltre il giallo ‘napoli’ della stoffa plissettata dell’abat-jour, illumina appena piccoli volumi editi da Adelphi nelle loro copertine di carta pastello, che spesso mi convincono più del titolo a portarli a casa con me – Jünger, Grossman, Alvi – ma anche Ian Fleming, con il suo James Bond di parole. Assai più bello, tanto per dare spago ai comuni luoghi, dei film. Soldatini e piccoli modelli d’aeroplano – la maggior parte inglesi – nei loro blazer blu di marina, si nascondono nell’oscurità accanto alla mia vecchia macchina da scrivere Olympia. I fogli sono ingialliti e vuoti. Non la uso mai. Tra sigari cubani spenti da tempo, Romeo y Giulieta, bossoli di proiettili sparati a bersagli mediamente distanti, e fermasoldi d’oro rigorosamente vuoti, un orologio degli anni ’50, Omega stile aviatore, perde il tempo su un vecchio tavolo da gioco il legno che sorregge tutto questo.

Il gira dischi, ultimo gradito adorato regalo, suona un 45 giri di ottimo jazz reperito appena poche ore fa in un mercatino delle pulci.

Io scrivo un ‘pezzo’ per il giornale che ha fondato il mio idolo, e il gatto, all’ombra di una pila di riviste, muove la coda come un metronomo, incuriosito dalla donna che canta da una scatola che non aveva mai visto prima. Il tiramisù che ha fatto mia madre, con i savoiardi ben inzuppati di caffè fuoriuscito da una moka ben temprata, è perfetto per anticipare il pasto.

Mi piace questa mia domenica. Adoro le mie cianfrusaglie. La nullafacenza. La storia.

 

D.B.

 

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Non ditelo a Fiano

Ogni notte da qualche notte, quando termino di scrivere le mie baggianate e la casa è buia, e nessuno può scorgermi nell’oscurità, mi muovo come un gatto guardingo trascinandomi dietro una vecchia scatola di legno.

Stabilitomi dove solo io posso stare, al sicuro da occhi indiscreti, accendo una luce tenue e la apro. Allora passo in rassegna pennelli di minute dimensioni e vasetti pieni di vernice, e poi in mezzo a loro il figurino di piombo che potrebbe costarmi 6 mesi di reclusione o chissà quale multa salata; e io, chi mi conosce lo sa, non c’ho una lira pe’ fa due: dunque sono terrorizzato dal conciliare. È alto quanto un dito medio eretto, pesa come un bicchiere di vetro, e piano piano che prende forma e colore, sul petto di una giuba grigio-verde si riempie di piccoli, minuscoli, emblemi del colore dell’argento: onorificenze al ‘valore’. Ve lo dirò, ma non siate spie – Il nemico ci ascolta! – è Junio Valerio Borghese; mi è stato spedito in gran fretta dalla Grecia, prima di eventuali rafforzamenti alle dogane, prima di embarghi; nei suoi 54 mm d’altezza sfoggia la divisa della Xª MAS, ai tempi dell’RSI, ai tempi della resistenza: quella di Salò, e quella delle montagne.

Un brivido mi corre lungo la schiena leggermente ricurva, a pensare che Lui, come i modellini d’aeroplano della Regia che portano su il ‘fascio littorio’ e belli e fatti posano davanti pile di romanzi e libri di storia – letti davvero – se scoperti potrebbero garantirmi il 293-bis voluto dalla ‘Legge Fiano’ : fino a 2 anni di reclusione con l’aggravante di questo post. Mi quieto, fuori è buio, tutti dormono intorno a me, nessuno conosce il mio segreto. Mi affaccendo scaltro, dipingo particolari, faccio ricerche su vecchi albi colmi d’impudente nostalgia. Dipingo ancora. In silenzio, come un ladro. Quando la stanchezza sopraggiunge, ripongo tutto nella vecchia scatola di legno.

Sono sicuro che nessuno mi abbia visto, sono sicuro che nessuno potrebbe neanche immaginare che Io, di notte, mi chiuda in una stanza per modellare – cito testualmente da proposta di legge – “..beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti [al partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie]”. Ne ho la certezza; finché vestendo il pigiama di seta in un sobbalzo m’irrigidisco sull’attenti, all’improvviso, anche questa volta, e grido deciso nell’ora del silenzio ‘DECIMA MARINAI! DECIMA COMANDANTE!’: vanificando come ogni notte il mio riserbo, svelando a tutto il vicinato il mio piccolo inconfessabili segreto, ‘la nostalgia’.. mentre dalla camera accanto mi indicano il paese dove dovrei andare, con garbo e fallibile speranza.

Ciao Fiano. Ciao. Noi di mulini a vento ne abbiamo presi di petto migliaia, sappiamo benissimo come si fa.

 

D.B.

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Il Perù ai cinesi: coccodrillo di un bar

A me del Milan non me n’è mai fregato niente.. però quando venerdì pomeriggio in volata sui sampietrini ho accostato la vespa a via Monserrato, per affacciarmi al Perù a comprare un pacchetto di sigaretti ‘Salsa‘ – magari sorseggiare un cordiale nella mia attesa – non ho incontrato dietro al bancone il sorriso di Michele e degli altri, ma quello di una giovane cinesina che affaccendata con i parenti non sapeva affatto cosa fossero, i sigaretti Salsa.

Stizzito da questa mancanza, frastornato da quello che sembrava un repentino e insensato colpo di mano della Rapubblica Popolare Cinese oltre le linee, le nostre, mi sono allontanato in silenzio, attonito, sconvolto e impensierito. Davvero non credevo potesse essere, oggi invece leggendo un articolo ho scoperto l’inevitabile presagio: il Caffè Perù è stato comprato dai cinese. Un altro angolo di paradiso della romanità rischia di andare perduto.

Ok.. per noi tragicomici annoiati figli della borghesia di collina, il Bar Perù è sempre e solo stato un romantico viaggio nel tempo, in una Roma da noi sparita precocemente nella velleità del nuovo; una Roma che cerchiamo nei cassetti dei ricordi, pieni di negativi Kodak e negli aneddoti del primo Verdone; Lui che che proprio in quelle vie scovò l’a noi carissimo Finocchiaro. Non possiamo sentirlo nostro, è vero.

Forse. Forse non più di quanto non possiamo sentire nostra l’abitudine tutta romana di bere il caffè ‘al vetro’; fatto sta che per chi come me ha incomiciato i suoi peregrinaggi al Perù dieci anni fa, quando il quel epico bancone di zinco poggiava sulla destra, e dietro, la notte, a versarti litrate di Gin&Campari ci trovavi un cameriere calvo dal collo taurino che indossava ancora il cravattino prima che fosse hipster, sorretto da un vistoso elastico – ça va sans dire – e Mike alla cassa.. be’ qualcosa sentiamo di averlo perso: il piacere di trascorrere le nostre serate nel tempo andato, quello che per fare posto a quegli anonimi e pluriagoniati bistrot ‘alla moda’ arredati con la fotocopiatrice ha ucciso i bar latteria – polluzioni accatastate C1 che cerchiamo ovunque, come i Nasoni l’estate : perché a noi il progresso dello moscowmule minimale scontrinato a 15 euro c’ha veramente rotto er cazzo. Vogliamo l’amaro del Capo nei bicchieri firmati Cinzano, e il banco frigo a tenda davanti alle nostre sbronze..

Insomma.. adesso che poi vediamo l’imprenditoria cinese e quella bengalese consumare e mettere a rischio i nostri ricordi che profumano di ’80, il progresso lo patiamo ancora di più. Perché ingloba e accantona anche un fenomeno sociale: quello dell’impoverimento nazionale vs. il modello d’investimento spregiudicato e competitivo di queste nostre colonie orientali. Che minacciano tutto quel che di bello resta in questa città di disgraziati senza gusto e memoria, e rischiata d’essere il nostro insovvertibile futuro.

Vebe dai, forse mi sono fasciato la testa troppo in fretta. Depressione e abbattimenti pindarici; nostalgia precoce. Forse lasceranno tutto com’è. Io ci spero. #Holdfast #Molinari #SanCallisto .Roma vera ce servi come l’aria della domenica mattina al Pincio coi palloncini, o a sentì il cannone di mezzogiorno al Gianicolo. Con Papà. Intendo?

 

D.B.

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