Mi hanno chiesto di raccontare come ho perso.. e io l’ho fatto

Una volta ho sentito dire che “un uomo non impara niente quando vince”, al contrario, quando perde, sviluppa in sé un’esperienza importante, che lo avvicina un passo di più alla propria saggezza. Quando ho deciso di partecipare al Reporter Day, l’unica mia sincera intenzione era quella di gareggiare con stile e confrontarmi. Non quella di vincere. Troppo egoista. Troppo bello per essere vero. Vincere prevede spesso lo scomodo e non trascurabile particolare di essere il migliore, e io di rado sento questa investitura. Figuriamoci poi nel confronto con 150 giovani appassionati come me, selezionati da un team di grande competenza, per un progetto giudicato da padrini chimerici come Fausto Biloslavo o Marco Negri. Essere reporter in prima linea è il sogno di una vita. Da quando sono stato colto dalla “passionaccia” del giornalismo; da quando ho trovato il mio idolo in un giornalista come Indro Montanelli; da quando ho imparato a memoria la sua vita.

Prendere parte a questa progetto unico nel suo genere, promosso da Il Giornale che proprio lui fondò, nel segno del suo spirito indomabile – beh, come marcare visita? È per questo forse che mi sono subito proiettato in guerra, pensando ad un fronte dove poter tentare di arrampicarmi, chiamando, pregando, scocciando, rispolverando amici di amici che avevano sentito sotto i piedi la terra dell’Afghanistan e che potevano aiutarmi, nella speranza di essere inviato là.

Già mi vedevo con l’elmetto di Kevlar e l’antischegge con su la scritta “Press”, ad inseguire il mio sogno. A fare il reporter per raccontare e contribuire a spiegare la guerra. Sul treno che da Roma mi avrebbe portato a Milano, avevo portato con me un libro letto e riletto a farmi compagnia (forse coraggio): “Fummo giovani soltanto allora”, la vita spericolata del giovane Montanelli raccontata dalla brillante penna di Merlo. Girovagando tra le pagine, nei passi sottolineati, ecco lì il mio preferito: quello in cui l’allora direttore del Corriere bolla la supplica di Indro ventinovenne (come me) di andare raccontare la guerra per lui, con una parola straziante, «ILLUSO».

Quando mi sono confrontato con gli altri concorrenti e con i loro magnifici progetti, nell’attesa infinita dell’esamina da parte dei giudici; quando mi sono seduto davanti a quei professionisti gentili ma severi, come qualsiasi candidato teme (ma che in fondo se vuole davvero gareggiare ad alti livelli si augura) consumato dalla tensione; quando ho visto un uomo dello spessore del direttore Alessandro Sallusti girare tranquillamente tra di noi, me la ripetevo: “Illuso”.

Allora ho capito che non avrei vinto. E quando alla premiazione hanno annunciato i progetti dei vincitori, sono stato lieto che tra i miei coetanei vengano generate idee così brillanti, così diverse, affascinanti, meritevoli. Passata la fase beckettiana del fallimento. Ho pensato sinceramente a quanto perdere sia importante per rimettersi in carreggiata e strappare le carte siglate con “illuso”. Per migliorarsi e tirare fuori la grinta. Gli Occhi della guerra mi hanno dato un’altra chance. Perché, forse, come citava la mail che mi aveva comunicato di aver passato la selezione per il concorso, “hanno visto qualcosa in me”. Farò l’analista per loro, finché dio o la loro pazienza vorrà. Perché l’importante, l’avevano detto il giorno della premiazione, è avere una chance per partire Tutti. A noi coglierla.

D.B. – ‘Io ricomincio da qua’ su IlGiornale.it e Gliocchidellaguerra.it

La gabbianella e il fesso

Quante volte abbiamo strillato ai gabbiani di Roma ‘de tornasse al mare’, quando la notte, volando in cerchio come stormi di condor, urlano nell’attesa nel prossimo banchetto d’immondizia abbandonata a se stessa. Rumorosi, sporchi e sfacciati, riempiono i tetti della città eterna indisturbati e grassi come fagiani – sembra quasi si nutran di gatti. Li odio, è vero. Lo ripeto sempre. Eppure un po’ non avevo potuto fare a meno di affezionarmi a quella gabbianella piccola e grigia, che giorno dopo giorno tutta la notte pigolava come una sirenia antiaerea fino al ritorno della madre.

Quando il cielo davanti alla mia finestra si prepara all’imbrunire, e la nuvola di smog maturata dal giorno si tinge d’un viola insano e splendido, che amplifica tutti i colori del tramonto distante; lei usciva fuori da un comignolo abbandonato, e con le sue zampette palmate passeggiava fino al bordo di un timpano con su scritto ‘Sibi et Amicis’. Grigia come una nuvola innocua, con duo palline scure per occhi, si appollaiava come un gallinaccio e attaccava una nenia petulante con quel suo beccaccio nero. Io in terrazzo a scrivere e combattere zanzare, Lei imperterrita nel suo pianto. ‘Ti vuoi azzittare maledetta. Ti tiro una ciabatta.’ – ma lei manco a pensarci. Pigolava alle macchine, ai motorini, agli altri gabbiani, agli stormi di pappagalli – che qui hanno sostituito le rondini – a tutto il circondario. Pigolava fino a notte inoltrata. Finché la madre non tornava per portarle qualche porcheria da mangiare. Allora si rimetteva su qui due piedini palmati e zitta dentro al cominignolo spento, fino alla prossima replica.

La odiavo. L’ho detto. Ogni settimana più grassa, ogni giorno più lagnosa, ogni ora più rumorosa. Ero lì-lì per insultarla di nuovo un pomeriggio, quando il prodigio della natura le fece venire la voglia di rompere il pianto spalancando quel paio d’ali. ‘To’! Una gabbianella che si sente un albatro’ – ho esclamato davanti a nessuno. Ma in realtà lo pensavo. E la invidiavo. L’emozione del volo, del giovane che si crede grande, del primo, piccolo passo verso una vita spesa nel cielo la rendeva ai miei occhi splendida e invidiabile creatura. Allora, vendendola traballante su quei piedini palmati e sulle esili zampette sormontate dalle timide ali che volevano abbandonare per sempre il timpano dedicato agli ‘amici’, iniziavo a curarmi di lei. Io, uomo di città privo del talento di Baudelaire, vedevo in lei il divenire di un maestoso ‘albatro’ urbano.

Non camminare sul bordo fessa! Non sei pronta!
Non farlo capire che non sai volare, che poi passa un altro gabbiano e ti si mangia! Quel cannibale schifoso.
Aspetta un altro giorno. Non ti buttare. Aspetta d’essere pronta per volare via da quel timpano, sta lì dal ventennio, ti saprà aspettare.

Iniziavo a preoccuparmi per Lei. Sì. Quella sirena antiaerea con le zampe, dal pigolio cronico che si sarà fatta sorda da sola.
Oggi imboccando la via di casa, mi sono imbattuto in una gabbianella morta investita; e non volevo che.. Ma poi quando ho chiesto notizie me ne hanno date di pessime – “Mentre non c’eri ha spiegato le ali e ha volato.. Ma è atterrata per strada. E mentre zampettava spaesata, una macchina se l’è presa in pieno”. Adesso sono triste per un gabbiano in meno nei cieli di Roma. Che storia assurda.

D.B.

Sognando le Air Zoom: storia di mille pomeriggi di poste ai Parioli

In fondo a Via Rubens, breve e tortuoso viottolo sui Monti Parioli, scandito da crateri quasi lunari e intitolato al pittore fiammingo Pietro Paolo, si trovava, nascosto dietro la serranda di quello che forse era stato immaginato come un box auto, un negozietto senza insegna con un nome che non lasciava spazio ai dubbi: Be Cool. Disordinato e pieno di vestiti fighetti, era gestito da un gigantesco uomo barbuto la cui pazienza spesso vacillava nel perpetuo peregrinaggio di ragazzini che due volte a settimana si affacciavano sull’uscio della porta solo per domandare se fossero ‘arrivate’ – No? E quando? Quando credi arriveranno? Allora ripasso. Ripasso.

Puntuali come orologi fermi due volte a settimana, passavano, sempre alla stessa ora, sempre con la stessa faccia, sempre con la stessa speranza. Ma cosa cercavano tutti quei bambini sperduti? Ebbene la leggenda voleva che lì, proprio in quella remota succursale di uno show-room del centro che vendeva vestiti provenienti direttamente dagli States quando non esistevano Ebay e voli Low-cost, sarebbero prima o poi arrivata una partita di Nike Terra Sertig, per gli amici: le Air Zoom. A testimonianza del prodigio già manifestatosi in passato, un paio di quelle bramate scarpe troneggiava su di una mensola, erano verdi laccate: le chiamavamo le verdi ‘Ramarro’. Erano bruttine sì, non erano affatto del colore che desideravamo; erano un 46.. e noi portavamo almeno cinque numeri in meno – Dio quante volte gliele facevamo tirare giù per provarle sperando che da una settimana all’altra i nostri piedi fossero cresciuti. Almeno un po’. Ma niente da fare, loro erano 46, noi eravamo dei quindicenni, e volevamo a tutti i costi un paio di ‘zoom’ per ballare l’hardcore; e ci accontentavamo anche solo di potercelo raccontare a scuola, che eravamo andati da Be Cool e che avevamo provato le ‘ramarro’, che ci avevano detto che forse.. la prossima settimana.. dall’America ne sarebbero arrivate qualche paio. Noi aspettavamo. Speravamo.

L’altro giorno, per caro, ho trovato in balcone una pila di vecchia scatole di scarpe da buttare; una di queste era scoperchiata, e custodiva proprio un vecchio paio di Air Zoom verdi e bianche. Le elevo rimosse dalla mia mente; forse sognavo; forse si erano materializzate dall’inconscio che cova i miei desideri. Oggi le ho un po’ restaurate, le ho un po’ coccolate – C’è chi potrebbe dire che sono solo un maledetto paio di scarpe da ginnastica, e che io sono solo un maledetto patetico nostalgico; ma cosa volete saperne voi, del profumo del freddo di Via Rubens in quel momento indimenticabile nella nostra vita?

di Davide Bartoccini

Il Cumenda: verità di un complice impostore

Quando il 28 ottobre del settimo anno del secolo corrente, moriva a Desenzano del Garda Guido Nicheli (in arte il ‘Dogui’), in pochi capirono che con lui moriva un essere ideale. L’era dei caratteristi, quegli attori minori attraverso i quali l’Italia imparava a conoscersi e riconoscersi, si avviava inesorabilmente verso il termine sterminandone i superstiti, e noi, consapevoli del deserto di espressioni nel quale stavamo per finire, già spargevamo lacrime di coccodrillo. A lui, milanese d’adozione e vitellone dalla nascita, venne affidato da Steno prima, e dai suoi figli Carlo ed Enrico poi, il compito di rappresentare l’archetipo del cumènda: quell’imprenditore lombardo che l’Italia industriale aveva reso, di dove in dove, piccolo feudatario post-moderno; status svincolato dal lignaggio al quale aspirava quella borghesia rampante, e spauracchio di quella borghesia piccola piccola piccola che fantozzianamente pendeva dalle sue labbra, per un favore, per una vendita, o per quel tanto bramato scatto di carriera. Il Dogui, per merito dei suoi atteggiamenti strapompati e del suo savoir-faire da balera, tra l’ostentazione di terminologie anglofone e quella cadenza nettamente dialettale, venne scritturato in un week-end di giugno spiaggiato a Porto Ercole. Quando, inciampando nello stesso ristorante dove era a cena Stefano Vanzina, gli venne offerta un’opportunità che non poteva rifiutare: recitare il ruolo di se stesso accanto ad un attore affermato come Renato Pozzetto in una scena di ‘Il padrone e l’operaio’ il Dogui non se lo fece ripetere due volte: a ciarlare di scampagnate a Monte Carlo e di milioni persi al casinò, a commentare fuori serie e donne di categoria, Nicheli era campione del mondo; un pesce nell’acqua, anzi, nel burro, come diceva lui.

Nicheli sembrava uscito dalla copertina Class ma invece era ‘sceso da una pianta’ della provincia. Laureato in odontotecnica, lavorava come assistente nello studio di suo cugino. Il denaro che guadagnava rassettando dentiere lo spendeva tutto per acquietare i suoi vizi nel week end, e quando proprio non bastava, per presenziare nel mondo dei night milanesi con la sua disinvoltura da grancarrierista, non tentennò ad improvvisarsi rappresentante di whisky part-time. La necessità che fa virtù. Sotto le mentite spoglie dello stimabile commendator Camillo Zampetti (I ragazzi della 3C) dunque si nascondeva un comunissimo uomo della classe media, con il mito della ricchezza da ostentare e il vizietto per il guantino da guida sul cabriolet. Steno questo lo sapeva bene, ma occupandosi di finzione e non di finanza, non sarebbe riuscito a raccattare un personaggio migliore per fotografare lo spaccato di quell’Italia buffa e racchiusa nella sua gabbia d’oro. Questa non sembrerebbe a prima vista riflessione fondamentale, se non si da peso alla peculiarità che il personaggio scelto per impersonificare tale archetipo, diventa egli stesso archetipo al quale l’autentico si ispirava e si ispira: poiché spesso è l’imitazione a dare una cifra alla nostra autenticità. È così quindi che scopriamo come gli atteggiamenti ostentati dai gran viveur con la fabbrichètta, d’estate in Costa Smeralda e d’inverno a Cortina, negli ’80 come nei ’90, che le battute ripetute all’infinito e che sopravvivono tuttora: sono stati tutto frutto dell’improvvisazione di un impostore incontrato per caso. Guido Nicheli, tirato in mezzo a quel filone di commedia italiana, che il neologismo avrebbe poi ribattezzato cinepanettone, è stato un complice della nostra realtà, che scimmiottando certi versi dalla provincia è finito per farsi imitare dei rampolli della Capitale Morale. Libidine.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è apparso sulla rivista Il Bestiario degli Italiani : http://www.ilbestiariorivista.it

Giuni in Iraq

Alla luce tenue della hall di un albergo lussuoso e blindato come una fortezza, due uomini siedono in un tavolo a caso. Fuori, avvolte nell’oscurità, alte mura di cemento armato salvaguardano la quiete di un american bar che parrebbe divertirsi. Gli uomini siedono un poco in disparte, esposti alle note tristi di un pianista occasionale; un cliente solitario che suona per noia canzoni imparate da bambino. I due uomini sono inglesi, si parlano con lo sguardo e fumano chinati su se stessi pensierose sigarette. Sono due contractor, un modo gentile per etichettare nel XXI secolo i mercenari. Il pianista inciampa nelle note stentate di un revival italiano e un cameriere dalla pelle olivastra accorre sorridente: ha ricosciuto il ritornello di ‘voglio andare ad Alghero’ .. Quella che cantava Giuni Russo. Il più grosso ha la pelle nera, pesanti stivali chiari che sorreggono un fisico possente, indossa un dolcevita scuro e ha la testa spigolosa completamente rasata. Il suo compagno fissa il pavimento, con i gomiti sorretti sulle le ginocchia e la quinta sigaretta in bocca. Ha la barba lunga e bianca, e almeno quarant’anni sulle spalle: vissuti intensamente, molto intensamente. Indossa dei calzoni corti sportivi che scoprono gambe completamente tatuate, e tra una bocca e l’altra della sua Malboro con il filtro bianco, ripete con un fiato ‘A Mosul, domani a Mosul’. E lo sa, si muore a Mosul. L’altro annuisce in silenzio. La luce ogni tanto salta, gli uomini con i mitra e il passamontagna di fuori sorvegliano l’entrata.. E noi ascoltiamo il piano dei ricordi, alterniamo la vodka liscia al Té, e guardiamo l’Iraq in una bolla di sapone.

D.B.

 

Erbil, 27 novembre 2016

Lacrime di naftalina, sharpnel di libertà

Nei quartieri alti, dove si hanno sistemate le più belle più menti, beneficenza e spreco vanno spesso di pari passo. La misericordia dell’egoismo si nasconde nelle tasche dei vestiti smessi da donare ai poveretti. Profumano di naftalina. Poveretti. Dormono sugli scalini delle chiese, poveretti, avvolti negli abiti griffati di ieri: oggi di naftalina non sanno più. Meno male.

Nei ristoranti etnici e distanti, il razzismo si taccia in boccone strambo e speziato: quello che la filippina indo-rumena non riesce proprio a preparare. “Ma hai visto? Il cameriere è frocio.” Mmmmh che buono l’humus.. Sa di shrapnel e libertà.

Nei quartieri bassi, dietro quel rinomato ristorante cambogiano, chi non possiede la cultura necessaria scalpita: vorrebbe la testa dei negri, vorrebbe la testa dei ricchi, vorrebbe togliere i diritti ai froci, vorrebbe qualcosa che ancora non sa’: la televisione non glielo ha ancora mostrato; c’è la partita adesso.

È sabato nel villaggio, e un uomo scodinzola per le strade del centro con i soldi del padrone: l’ipocrita che vorrebbe essere, ma per nascita senza beneficio di fortuna non è. Le cicogne tirano a sorte, non lo sai? – “Guarda che bello questo paltò, me l’ha regalato la signora” – dice la donna delle pulizie che ha conosciuto su una chat-room dove entra solo la notte, quando la moglie dorme, stanca dal turno nel quale si attarda – “A lei non entra più”. Ride sguaiata. Le manca un dente.

Sono arrivati davanti a un palazzo sontuoso, nei quartieri alti, all’ombra di vecchi salici piangenti. Un portone si apre. Una bambina di dodici anni corre con uno zaino chiuso in fretta; è bagnato dalle lacrime in fuga. Vuole scappare da qui. Non vuole andare dalle suore a fare beneficenza. Vuole danzare come una zingara, vuole vestirsi come una hippy, vuole baciare una donna, vuole scoppiare nella vita: lacerare il suo destino con shrapnel di libertà.

Tornerà.

D.B.

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Su The Young Pope avete tutti ragione

Consuetudine sempre più in voga in questo XXI secolo, ahimè, è quella di parlar male delle cose che ottengono il plauso unisono di critica e pubblico. È un modo semplice per sentirsi importanti; una tecnica a machiavellica per capeggiare una fronda d’intellettuali e trovare una scusa per sciorinare il proprio bagaglio culturale in una iperbole di esperienza ai più sconosciuta, sempre intramezzata da citazioni altisonanti. È il fenomeno del ‘mainstream contrario’ le cui vittime contano negli ultimi anni un’inflazione pari a quella dell’obesità: caso affascinate dove le madri dei cretini sempre incinta hanno incominciato a figliare critici e tecnici, intenditori e professori. Loro saprebbero fare ‘meglio’ in ogni campo, soprattutto se è il ‘loro’. È per questo che oggi nei circuiti artistici fa fico parlare un po’ male di Paolo Sorrentino e del suo The Young Pope. È per questo che muoio dalla voglia di recarmi in uno di questi bivacchi di posa, pieni di aspiranti registi, sedicenti attori, esperti direttori alla fotografia e navigati gotha del montaggio analogico rigorosamente disoccupati; per brandire un manhattan – magari con mezzo Lexotan dentro, come piace al maestro Ferretti – e preguntare: “Senta lei, si si, proprio lei, ma la sa fare quell’inquadratura là? No? E allora vada a fare in culo, cosa parla; e tu, tu, quelle luci, le sai fare.. Le sai imitare almeno? No? E allora taci. Vai, vai con lui; o dovemo fa a botte?!? Ma questo, questo non farebbe onore a Paoletto, che ci ha già dato la risposta: laconica è impressa sul titolo del suo primo libro, in caratteri poco pretenziosi infatti, troneggia sopra uno scarafaggio, e dice “Hanno tutti ragione”. Dunque sì, avete tutti ragione.

db

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Topolino, il vecchio e il mare

Tre piedi alle mie spalle una sedia di ferro strascica a fatica sul pavimento, un uomo silenzioso è arrivato tardi per il pranzo, puntuale per ritrovare la sua solitudine. È vecchio e abbronzato, i due occhi di un azzurro intenso che sormontano in naso sottile sembrano biglie di vetro giocate da bambini, la barba e i capelli, entrambi bianchi, ricordano un personaggio fuoriuscito dai pensieri di Hemingway, fossimo altrove, forse Hemingway stesso. Il vecchio è appena vestito, calza buffe ciabatte di platica rosa e ha 3 numeri di Topolino freschi di stampa sotto al braccio. Ha scelto la sedia rivolta verso il mare di un tavolo in disparte. La sedia strascia di nuovo, affaticato dalla prodezza poggia i gomiti sul tavolo vuoto e prende placidamente posto nel ristorante semivuoto. Le biglie celesti scrutano il mare piatto, un cenno approssimativo richiama l’attenzione del cameriere che senza domandare incassa la comanda, sempre la stessa: una bottiglia di Capichera e una porzione di patatine fritte. Il vecchio colma il bicchiere, scosta le patatine con il gomito e poggia un albo di fumetti scelto a caso dalla pila al centro del tavolo. Mentre beve un lungo sorso tremolante le biglie si poggiano sulle imprese del topo di Walt Disney, sembra parecchio interessato, sfoglia le pagine che divora come le patatine che non sta mangiado, e all’ennesima battuta di carta ingoia un altro generoso sorso tremolante. Il vecchio è un uomo enorme, sarà un metro e novanta per svariati chili, ha una pettinatura folta e tutto sommato elegante, nonostante sia lasciata andare. Topolino in mano sua fa lo stesso effetto di un bambino con un enorme paio di occhiai da sole.. È per questo che ogni giorno tutti lo fissano, ma lui non se cura, mangia una patatina e si perde nelle storie di Topolinia tutti i giorni da non si quanto e non si per quanto altro ancora. Le biglie azzurre si concedono una pausa dalla lettura che le aveva rapite e tornano a fissare il mare di un colore che a confronto delude. L’esercizio della congettura bussa nella mente come un ubriaco che ha perso le chiavi e muore di sonno: “chi è quel vecchio uomo che legge Topolino? Un vecchio capitano d’alto mare che ha perso la brocca? Un milionario o un mendicante? Un pazzo o un genio disinteressato? Un benzinaio o un marchese in disgrazia? Chi è?” Ordino un altro caffè per beneficiare ancora un po’ della sua compagnia inconsapevole, sono rimasto solo anche io. Lui legge, legge, beve e legge, il Capichera è finito, le patatine sono tutte là, devono essere una copertura che sostenga il buon costume e contenga le apparenze. Chi è quell’uomo? Mi alzo per pagare il conto e faccio quello che tutti i presenti vorrebbero fare. Mi avvicino al cameriere che conosceva a memoria la comanda per chiedere qualcosa sul conto di quell’uomo. Ho la battuta pronta e una sete di curiosità traboccante. Intascati i soldi del resto, guardo il cameriere pronto a liberare la voce della curiosità, ma dopo la prima parola rompo, cambio rotta, e quel ‘chi è’ affonda in un abisso di fantasia che voglio tenere stretto con me – Viene spesso quel signore? – Spesso, ordina sempre un bottiglia di Capichera e legge.. è sempre da solo, pare che viva in Perù e non sta più tanto bene con la testa.. – Forse, forse sta meglio di noi.. In fondo a guardarlo, sta solo facendo quel che gli piace, c’intravedo del genio.. non le pare?

di Davide Bartoccini

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Fai conto domani, un Golpe, a Roma

Fate conto sia appena scoccata la mezzanotte sugli orologi sincronizzati di un commando che in abiti borghesi copre a lunghi passi svelti la distanza tra via Rasella e quel lungo rettilineo che si divide in via del Quirinale e via XX settembre, nel pieno centro di Roma. Il commando si divide in due parti all’incrocio. A 50 mentri dai loro obiettivi, all’0mbra delle loro giacche da sera pistole d’ordinanza Beretta calibro 9 Parabellum, quello che per legge, in Italia, solo i militari possono possedere, vengono armate facendo scorrere indietro l’otturatore. Alcuni hanno pistole mitragliatrici MP12. Le telecamere a 360° che riprendono ogni movimento vengono disabilitate. Un passo in più, un guizzo di coraggio per puntare alla testa di un commilitone di vent’anni una pistola senza sicura in tempo di pace. Un sussulto del piantone che sorveglia la porta per l’accesso ai giardini del Palazzo del Quirinale: “Shh.. silenzio“. Lo sguardo interdetto di due avieri che sono costretti a deporre a terra i fucili mitragliatori che difendono l’entrata del Ministero della Difesa è incredulo e rassegnato. Svelti su per i corridoi, per le scale di servizio, porte che si spalancano, armi che scivolano per terra in segno di resa, braccia alzate e sulla testa: il presidente della Repubblica S.M. adesso siede sul bordo di una sontuosa scrivania con una pistola poggiata sopra. La canna è rivolta verso di lui.

A nord e sud di Roma, le strade principali sono tagliate da blindati Centauro e Lince liberati dalle riserve. Il Viminale, dove risiede il Ministero degli Interni è occupato da un commando che agisce direttamente dall’interno. La Farnesina, accerchiata da militari in mimetica che saltano giù da jeep e blindati, cade immediatamente nelle mani dei vertici preposti. Gli studi RAI di via Teulada e Saxa Rubra sono stati occupati da uomini in uniforme scura, Carabinieri di grado intermedio usciti a sirene spiegate dalla Caserma Salvo d’Acquisto. Hanno simulato una retata nel Centro Radiotelevisivo Biagio Agnes, blindato; la sorveglianza ha tentennato, è stato esploso qualche colpo d’arma da fuoco. I canali vengono oscurati. Simultaneamente anche la sede delle reti private Mediaset di Cologno Monzese viene occupata e oscurata. A casa, gli spettatori insonni, cambiano e ricambiano canale, orientano il digitale terrestre, non c’è verso di tornare a vedere Vespa a Porta a Porta, cosa succede? Impugnano i telefoni cellulari, provano ad accedere a Facebook e Twitter per sparare una freddura, ma è impossibile; è come se qualcuno avesse crashato la rete. È come se fosse la notte di capodanno: i messaggi che si tenta di inviare ad amici e parenti danno errore. Sta succedendo qualcosa. In tanti cassetti lasciati socchiusi in stanze di caserme silenziose, lo stesso libro attende una risposta sotto una lettera di testamento dall’inchiostro ancora fresco: è il primo grande successo di Curzio Malaparte ‘Tecnica del Colpo di Stato’. Nel cielo le pale degli elicotteri roboano come se ci fosse il derby, ma è notte, e allo Stadio Olimpico non c’erano partite questa sera. Ovunque lampi blu di sirene senza rumore tagliano veloci la strada. Nelle piazze delle principali città: Bologna, Firenze, Torino, Parma, Napoli si stabiliscono posti di blocco in seguito ad ordini precisi che vengono impartiti dai vertici delle forze dell’ordine. Ai cittadini incuriositi dagli schieramenti di uomini armati nei centri nevralgici per il controllo e la diffusione di informazioni nelle città la risposta è chiara e sbrigativa: ‘È in corso un attentato di matrice islamista, per la vostra sicurezza vi consigliamo di rientrare al più presto nelle vostre abitazioni’, questa è la giustificazione e l’ordine che è stato diramato. E ovunque, ringraziando, tutti si catapultano a casa. Ma è una bugia; in Italia è in corso un golpe militare.

Il Presidente del Consiglio M.R. è in compagnia dei suoi ministri più fidati, impegnato a bere amari tra risate e vigorose strette di mano al termine di una cena riservatissima con vertici dell’economia nazionale. Un piccolo commando in mimetica fa irruzione nel ristorante; una guardia del corpo cerca di estrarre un pistola dalla fondina sotto la giacca, viene freddata dal fuoco di armi automatiche. Il corpo senza vita si accascia su di un tavolo appena apparecchiato, defilato, nel lussuoso ristorante che per l’occasione è stato interamente prenotato. Tutti vengono tradotti in un appartamento nel palazzo adiacente; era stato precedentemente selezionato dall’AISI, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, come ‘prigione’ temporanea perché di sua proprietà. Anche i servizi segreti hanno preso parte al golpe e lo appoggiano: un loro funzionario aveva segnalato il ristorante.

A via Solferino a Milano, nella sede del Corriere della Sera, a via del Tritone a Roma, nella sede del Messaggero, e a via Lugaro a Torino, dove La Stampa era già stata avvertita di strani movimenti nella capitale, squadre di soldati fanno irruzione bloccando ogni tipo di informazione in uscita. Il capo della polizia viene sollevato dal proprio incarico e costretto ad impartire a tutti i livelli ordini di rientro e di facilitazione delle operazioni in corso condotte dall’Arma dei Carabinieri come parte delle Forze Armate. La stessa strategia disinnesca la Guardia di Finanza.

Ovunque vertici militari e ufficiali di alto rango non allineati vengono prelevati dalle loro abitazioni e arrestati. In qualche via residenziali, in qualche quartiere alto borghese, sgommate e porte sbattute, qualcuno tenta di asserragliarsi in camera da letto e caricare la pistola d’ordinanza per difendersi, qualcuno si da alla fuga in giardino cercando di utilizzare il cellulare. Viene freddato con una pistola taser ad altissimo voltaggio o con proiettili di gomma anti-sommossa, talvolta letali. Tutto sta andando come previsto, i corpi d’élite di ogni Arma sono coinvolti ai massimi livelli, ovunque si scovano lealisti che in attesa di essere inquadrati sono disposti a deporre le armi per lasciare che il colpo di stato si evolva.

Ecco, facciamo conto che questo domani accada; facciamo conto che gli emissari della CIA, che probabilmente comandarono al principe Junio Valerio Borghese e agli altri cospiratori che lo accompagnavano di interrompere immediatamente il golpe del 7 dicembre 1970, questa volta tacessero, limitandosi a ripulire le loro ambasciata da intercettazioni e cablaggi. Facciamo conto che nel nostro secolo, nella nostra cella geopolitica, ci fosse ancora spazio per colpi di testa simili che non siano delle farse ben concepite. Facciamo conto che qualche agenzia d’informazione internazionale riuscisse a diffondere la notizia del golpe in tempo reale, come ieri notte, e che qualche ministro, magari quello degli interni A.A. invitasse il popolo a scendere in piazza per contrastare i ‘golpisti’: quanti di voi scenderebbero, quanti no, quanti direbbero dopo un sospiro di commossa esaltazione “Era ora” ?

di Davide Bartoccini

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Tre metri sopra al cielo, dieci anni dopo, forse mai più..

E che vi devo dire.. L’altra sera tornavo da Ponza: e come fai a non essere aggredito dalla nostalgia, quando stai tornando da Ponza e hai quasi trent’anni? A tirare a chiacchiere, con il tramonto che scorre dal finestrino alle nove di una sera di giugno, mentre stai tagliando Roma, con il profumo della primavera, che ti coccola le narici, e i brividi che ti accarezzano la pelle.. che per la tua pigrizia è ancora piena di salsedine.. È un’istante finire a pensare a quando si era piccoli, alle bravate, all’ultima di luglio, agli amici scoperti, a quelli andati.. alla tresche. Poi lo stereo ti fa uno scherzo, e parte ‘Commedy of life‘ di Nina, un ritmo familiare sotto un testo così brutto che nemmeno Tiziano Ferro (che comunque canticchiavi) ha mai osato tanto. – Te la ricordi? Stava in 3 Metri Sopra al Cielo questa. Si che te lo ricordi. Come lo potresti dimenticare. Però stavolta non ti puoi trattenere, il luogo comune lo spari: Era meglio il libro. Per tornare a casa passi sul viadotto di Corso Francia, tu non lo sai, ma la tua mente osserva inconsciamente le scritte, scarabocchi d’amore frivolo e frettoloso – Dio quanto sei invecchiato -. Di lunedì di notte a casa non hai niente da fare, a parte levar via la salsedine, sbrigare qualche faccenda arretrata e affogare nei tuoi pensieri; allora entri su Amazoon, digiti un titolo che conosci bene, forse il terzo romanzo che hai letto per tua vera scelta, a 16 anni, quando quel sito neanche esisteva e il computer era fisso e grosso come una cassapanca. Investi 2 euro a 70 a cuor leggero per un libro usato. La tua copia consumata non sai dove sia. Ad intuito sarà seppellita della libreria di qualche stronzetta alla quale lo avevi prestato per fare il romantico, lei non te l’ha mai reso, tu non l’hai mai richiesto indietro perché nel frattempo avevi iniziato ad odiarla, e adesso non ti ricordi nemmeno come si chiama. Denigrare Moccia come scrittore è il qualunquismo del qualunquismo adori sciorinare – Dio quanto sei invecchiato -. Oggi il postino, che a differenza del film suona una volta sola e se non te sbrighi te lascia la raccomandata, che è una bella scesa, porta con se un pacco. Nemmeno te ne ricordavi, perché in realtà quando hai abilitato il pagamento dormivi, sognavi. Scarti una carta da pacchi dozzinale e spartana, bella così, e dentro c’è lui. Sorridi e qualcuno ti vede:

– Ma non lo avevi già letto? Dice tua madre, che lo ha letto anche lei, anzi, lo ha vissuto.

– Si – Rispondo docilmente.

– E allora perché di nuovo?

– Perché.. perché quando l’ho letto ero piccolo, ingenuo e innamorato, e me ne volevo ricordare.

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