Sognando le Air Zoom: storia di mille pomeriggi di poste ai Parioli

In fondo a Via Rubens, breve e tortuoso viottolo sui Monti Parioli, scandito da crateri quasi lunari e intitolato al pittore fiammingo Pietro Paolo, si trovava, nascosto dietro la serranda di quello che forse era stato immaginato come un box auto, un negozietto senza insegna con un nome che non lasciava spazio ai dubbi: Be Cool. Disordinato e pieno di vestiti fighetti, era gestito da un gigantesco uomo barbuto la cui pazienza spesso vacillava nel perpetuo peregrinaggio di ragazzini che due volte a settimana si affacciavano sull’uscio della porta solo per domandare se fossero ‘arrivate’ – No? E quando? Quando credi arriveranno? Allora ripasso. Ripasso.

Puntuali come orologi fermi due volte a settimana, passavano, sempre alla stessa ora, sempre con la stessa faccia, sempre con la stessa speranza. Ma cosa cercavano tutti quei bambini sperduti? Ebbene la leggenda voleva che lì, proprio in quella remota succursale di uno show-room del centro che vendeva vestiti provenienti direttamente dagli States quando non esistevano Ebay e voli Low-cost, sarebbero prima o poi arrivata una partita di Nike Terra Sertig, per gli amici: le Air Zoom. A testimonianza del prodigio già manifestatosi in passato, un paio di quelle bramate scarpe troneggiava su di una mensola, erano verdi laccate: le chiamavamo le verdi ‘Ramarro’. Erano bruttine sì, non erano affatto del colore che desideravamo; erano un 46.. e noi portavamo almeno cinque numeri in meno – Dio quante volte gliele facevamo tirare giù per provarle sperando che da una settimana all’altra i nostri piedi fossero cresciuti. Almeno un po’. Ma niente da fare, loro erano 46, noi eravamo dei quindicenni, e volevamo a tutti i costi un paio di ‘zoom’ per ballare l’hardcore; e ci accontentavamo anche solo di potercelo raccontare a scuola, che eravamo andati da Be Cool e che avevamo provato le ‘ramarro’, che ci avevano detto che forse.. la prossima settimana.. dall’America ne sarebbero arrivate qualche paio. Noi aspettavamo. Speravamo.

L’altro giorno, per caro, ho trovato in balcone una pila di vecchia scatole di scarpe da buttare; una di queste era scoperchiata, e custodiva proprio un vecchio paio di Air Zoom verdi e bianche. Le elevo rimosse dalla mia mente; forse sognavo; forse si erano materializzate dall’inconscio che cova i miei desideri. Oggi le ho un po’ restaurate, le ho un po’ coccolate – C’è chi potrebbe dire che sono solo un maledetto paio di scarpe da ginnastica, e che io sono solo un maledetto patetico nostalgico; ma cosa volete saperne voi, del profumo del freddo di Via Rubens in quel momento indimenticabile nella nostra vita?

di Davide Bartoccini

Il Cumenda: verità di un complice impostore

Quando il 28 ottobre del settimo anno del secolo corrente, moriva a Desenzano del Garda Guido Nicheli (in arte il ‘Dogui’), in pochi capirono che con lui moriva un essere ideale. L’era dei caratteristi, quegli attori minori attraverso i quali l’Italia imparava a conoscersi e riconoscersi, si avviava inesorabilmente verso il termine sterminandone i superstiti, e noi, consapevoli del deserto di espressioni nel quale stavamo per finire, già spargevamo lacrime di coccodrillo. A lui, milanese d’adozione e vitellone dalla nascita, venne affidato da Steno prima, e dai suoi figli Carlo ed Enrico poi, il compito di rappresentare l’archetipo del cumènda: quell’imprenditore lombardo che l’Italia industriale aveva reso, di dove in dove, piccolo feudatario post-moderno; status svincolato dal lignaggio al quale aspirava quella borghesia rampante, e spauracchio di quella borghesia piccola piccola piccola che fantozzianamente pendeva dalle sue labbra, per un favore, per una vendita, o per quel tanto bramato scatto di carriera. Il Dogui, per merito dei suoi atteggiamenti strapompati e del suo savoir-faire da balera, tra l’ostentazione di terminologie anglofone e quella cadenza nettamente dialettale, venne scritturato in un week-end di giugno spiaggiato a Porto Ercole. Quando, inciampando nello stesso ristorante dove era a cena Stefano Vanzina, gli venne offerta un’opportunità che non poteva rifiutare: recitare il ruolo di se stesso accanto ad un attore affermato come Renato Pozzetto in una scena di ‘Il padrone e l’operaio’ il Dogui non se lo fece ripetere due volte: a ciarlare di scampagnate a Monte Carlo e di milioni persi al casinò, a commentare fuori serie e donne di categoria, Nicheli era campione del mondo; un pesce nell’acqua, anzi, nel burro, come diceva lui.

Nicheli sembrava uscito dalla copertina Class ma invece era ‘sceso da una pianta’ della provincia. Laureato in odontotecnica, lavorava come assistente nello studio di suo cugino. Il denaro che guadagnava rassettando dentiere lo spendeva tutto per acquietare i suoi vizi nel week end, e quando proprio non bastava, per presenziare nel mondo dei night milanesi con la sua disinvoltura da grancarrierista, non tentennò ad improvvisarsi rappresentante di whisky part-time. La necessità che fa virtù. Sotto le mentite spoglie dello stimabile commendator Camillo Zampetti (I ragazzi della 3C) dunque si nascondeva un comunissimo uomo della classe media, con il mito della ricchezza da ostentare e il vizietto per il guantino da guida sul cabriolet. Steno questo lo sapeva bene, ma occupandosi di finzione e non di finanza, non sarebbe riuscito a raccattare un personaggio migliore per fotografare lo spaccato di quell’Italia buffa e racchiusa nella sua gabbia d’oro. Questa non sembrerebbe a prima vista riflessione fondamentale, se non si da peso alla peculiarità che il personaggio scelto per impersonificare tale archetipo, diventa egli stesso archetipo al quale l’autentico si ispirava e si ispira: poiché spesso è l’imitazione a dare una cifra alla nostra autenticità. È così quindi che scopriamo come gli atteggiamenti ostentati dai gran viveur con la fabbrichètta, d’estate in Costa Smeralda e d’inverno a Cortina, negli ’80 come nei ’90, che le battute ripetute all’infinito e che sopravvivono tuttora: sono stati tutto frutto dell’improvvisazione di un impostore incontrato per caso. Guido Nicheli, tirato in mezzo a quel filone di commedia italiana, che il neologismo avrebbe poi ribattezzato cinepanettone, è stato un complice della nostra realtà, che scimmiottando certi versi dalla provincia è finito per farsi imitare dei rampolli della Capitale Morale. Libidine.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è apparso sulla rivista Il Bestiario degli Italiani : http://www.ilbestiariorivista.it

Giuni in Iraq

Alla luce tenue della hall di un albergo lussuoso e blindato come una fortezza, due uomini siedono in un tavolo a caso. Fuori, avvolte nell’oscurità, alte mura di cemento armato salvaguardano la quiete di un american bar che parrebbe divertirsi. Gli uomini siedono un poco in disparte, esposti alle note tristi di un pianista occasionale; un cliente solitario che suona per noia canzoni imparate da bambino. I due uomini sono inglesi, si parlano con lo sguardo e fumano chinati su se stessi pensierose sigarette. Sono due contractor, un modo gentile per etichettare nel XXI secolo i mercenari. Il pianista inciampa nelle note stentate di un revival italiano e un cameriere dalla pelle olivastra accorre sorridente: ha ricosciuto il ritornello di ‘voglio andare ad Alghero’ .. Quella che cantava Giuni Russo. Il più grosso ha la pelle nera, pesanti stivali chiari che sorreggono un fisico possente, indossa un dolcevita scuro e ha la testa spigolosa completamente rasata. Il suo compagno fissa il pavimento, con i gomiti sorretti sulle le ginocchia e la quinta sigaretta in bocca. Ha la barba lunga e bianca, e almeno quarant’anni sulle spalle: vissuti intensamente, molto intensamente. Indossa dei calzoni corti sportivi che scoprono gambe completamente tatuate, e tra una bocca e l’altra della sua Malboro con il filtro bianco, ripete con un fiato ‘A Mosul, domani a Mosul’. E lo sa, si muore a Mosul. L’altro annuisce in silenzio. La luce ogni tanto salta, gli uomini con i mitra e il passamontagna di fuori sorvegliano l’entrata.. E noi ascoltiamo il piano dei ricordi, alterniamo la vodka liscia al Té, e guardiamo l’Iraq in una bolla di sapone.

D.B.

 

Erbil, 27 novembre 2016

Lacrime di naftalina, sharpnel di libertà

Nei quartieri alti, dove si hanno sistemate le più belle più menti, beneficenza e spreco vanno spesso di pari passo. La misericordia dell’egoismo si nasconde nelle tasche dei vestiti smessi da donare ai poveretti. Profumano di naftalina. Poveretti. Dormono sugli scalini delle chiese, poveretti, avvolti negli abiti griffati di ieri: oggi di naftalina non sanno più. Meno male.

Nei ristoranti etnici e distanti, il razzismo si taccia in boccone strambo e speziato: quello che la filippina indo-rumena non riesce proprio a preparare. “Ma hai visto? Il cameriere è frocio.” Mmmmh che buono l’humus.. Sa di shrapnel e libertà.

Nei quartieri bassi, dietro quel rinomato ristorante cambogiano, chi non possiede la cultura necessaria scalpita: vorrebbe la testa dei negri, vorrebbe la testa dei ricchi, vorrebbe togliere i diritti ai froci, vorrebbe qualcosa che ancora non sa’: la televisione non glielo ha ancora mostrato; c’è la partita adesso.

È sabato nel villaggio, e un uomo scodinzola per le strade del centro con i soldi del padrone: l’ipocrita che vorrebbe essere, ma per nascita senza beneficio di fortuna non è. Le cicogne tirano a sorte, non lo sai? – “Guarda che bello questo paltò, me l’ha regalato la signora” – dice la donna delle pulizie che ha conosciuto su una chat-room dove entra solo la notte, quando la moglie dorme, stanca dal turno nel quale si attarda – “A lei non entra più”. Ride sguaiata. Le manca un dente.

Sono arrivati davanti a un palazzo sontuoso, nei quartieri alti, all’ombra di vecchi salici piangenti. Un portone si apre. Una bambina di dodici anni corre con uno zaino chiuso in fretta; è bagnato dalle lacrime in fuga. Vuole scappare da qui. Non vuole andare dalle suore a fare beneficenza. Vuole danzare come una zingara, vuole vestirsi come una hippy, vuole baciare una donna, vuole scoppiare nella vita: lacerare il suo destino con shrapnel di libertà.

Tornerà.

D.B.

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Su The Young Pope avete tutti ragione

Consuetudine sempre più in voga in questo XXI secolo, ahimè, è quella di parlar male delle cose che ottengono il plauso unisono di critica e pubblico. È un modo semplice per sentirsi importanti; una tecnica a machiavellica per capeggiare una fronda d’intellettuali e trovare una scusa per sciorinare il proprio bagaglio culturale in una iperbole di esperienza ai più sconosciuta, sempre intramezzata da citazioni altisonanti. È il fenomeno del ‘mainstream contrario’ le cui vittime contano negli ultimi anni un’inflazione pari a quella dell’obesità: caso affascinate dove le madri dei cretini sempre incinta hanno incominciato a figliare critici e tecnici, intenditori e professori. Loro saprebbero fare ‘meglio’ in ogni campo, soprattutto se è il ‘loro’. È per questo che oggi nei circuiti artistici fa fico parlare un po’ male di Paolo Sorrentino e del suo The Young Pope. È per questo che muoio dalla voglia di recarmi in uno di questi bivacchi di posa, pieni di aspiranti registi, sedicenti attori, esperti direttori alla fotografia e navigati gotha del montaggio analogico rigorosamente disoccupati; per brandire un manhattan – magari con mezzo Lexotan dentro, come piace al maestro Ferretti – e preguntare: “Senta lei, si si, proprio lei, ma la sa fare quell’inquadratura là? No? E allora vada a fare in culo, cosa parla; e tu, tu, quelle luci, le sai fare.. Le sai imitare almeno? No? E allora taci. Vai, vai con lui; o dovemo fa a botte?!? Ma questo, questo non farebbe onore a Paoletto, che ci ha già dato la risposta: laconica è impressa sul titolo del suo primo libro, in caratteri poco pretenziosi infatti, troneggia sopra uno scarafaggio, e dice “Hanno tutti ragione”. Dunque sì, avete tutti ragione.

db

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Topolino, il vecchio e il mare

Tre piedi alle mie spalle una sedia di ferro strascica a fatica sul pavimento, un uomo silenzioso è arrivato tardi per il pranzo, puntuale per ritrovare la sua solitudine. È vecchio e abbronzato, i due occhi di un azzurro intenso che sormontano in naso sottile sembrano biglie di vetro giocate da bambini, la barba e i capelli, entrambi bianchi, ricordano un personaggio fuoriuscito dai pensieri di Hemingway, fossimo altrove, forse Hemingway stesso. Il vecchio è appena vestito, calza buffe ciabatte di platica rosa e ha 3 numeri di Topolino freschi di stampa sotto al braccio. Ha scelto la sedia rivolta verso il mare di un tavolo in disparte. La sedia strascia di nuovo, affaticato dalla prodezza poggia i gomiti sul tavolo vuoto e prende placidamente posto nel ristorante semivuoto. Le biglie celesti scrutano il mare piatto, un cenno approssimativo richiama l’attenzione del cameriere che senza domandare incassa la comanda, sempre la stessa: una bottiglia di Capichera e una porzione di patatine fritte. Il vecchio colma il bicchiere, scosta le patatine con il gomito e poggia un albo di fumetti scelto a caso dalla pila al centro del tavolo. Mentre beve un lungo sorso tremolante le biglie si poggiano sulle imprese del topo di Walt Disney, sembra parecchio interessato, sfoglia le pagine che divora come le patatine che non sta mangiado, e all’ennesima battuta di carta ingoia un altro generoso sorso tremolante. Il vecchio è un uomo enorme, sarà un metro e novanta per svariati chili, ha una pettinatura folta e tutto sommato elegante, nonostante sia lasciata andare. Topolino in mano sua fa lo stesso effetto di un bambino con un enorme paio di occhiai da sole.. È per questo che ogni giorno tutti lo fissano, ma lui non se cura, mangia una patatina e si perde nelle storie di Topolinia tutti i giorni da non si quanto e non si per quanto altro ancora. Le biglie azzurre si concedono una pausa dalla lettura che le aveva rapite e tornano a fissare il mare di un colore che a confronto delude. L’esercizio della congettura bussa nella mente come un ubriaco che ha perso le chiavi e muore di sonno: “chi è quel vecchio uomo che legge Topolino? Un vecchio capitano d’alto mare che ha perso la brocca? Un milionario o un mendicante? Un pazzo o un genio disinteressato? Un benzinaio o un marchese in disgrazia? Chi è?” Ordino un altro caffè per beneficiare ancora un po’ della sua compagnia inconsapevole, sono rimasto solo anche io. Lui legge, legge, beve e legge, il Capichera è finito, le patatine sono tutte là, devono essere una copertura che sostenga il buon costume e contenga le apparenze. Chi è quell’uomo? Mi alzo per pagare il conto e faccio quello che tutti i presenti vorrebbero fare. Mi avvicino al cameriere che conosceva a memoria la comanda per chiedere qualcosa sul conto di quell’uomo. Ho la battuta pronta e una sete di curiosità traboccante. Intascati i soldi del resto, guardo il cameriere pronto a liberare la voce della curiosità, ma dopo la prima parola rompo, cambio rotta, e quel ‘chi è’ affonda in un abisso di fantasia che voglio tenere stretto con me – Viene spesso quel signore? – Spesso, ordina sempre un bottiglia di Capichera e legge.. è sempre da solo, pare che viva in Perù e non sta più tanto bene con la testa.. – Forse, forse sta meglio di noi.. In fondo a guardarlo, sta solo facendo quel che gli piace, c’intravedo del genio.. non le pare?

di Davide Bartoccini

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Fai conto domani, un Golpe, a Roma

Fate conto sia appena scoccata la mezzanotte sugli orologi sincronizzati di un commando che in abiti borghesi copre a lunghi passi svelti la distanza tra via Rasella e quel lungo rettilineo che si divide in via del Quirinale e via XX settembre, nel pieno centro di Roma. Il commando si divide in due parti all’incrocio. A 50 mentri dai loro obiettivi, all’0mbra delle loro giacche da sera pistole d’ordinanza Beretta calibro 9 Parabellum, quello che per legge, in Italia, solo i militari possono possedere, vengono armate facendo scorrere indietro l’otturatore. Alcuni hanno pistole mitragliatrici MP12. Le telecamere a 360° che riprendono ogni movimento vengono disabilitate. Un passo in più, un guizzo di coraggio per puntare alla testa di un commilitone di vent’anni una pistola senza sicura in tempo di pace. Un sussulto del piantone che sorveglia la porta per l’accesso ai giardini del Palazzo del Quirinale: “Shh.. silenzio“. Lo sguardo interdetto di due avieri che sono costretti a deporre a terra i fucili mitragliatori che difendono l’entrata del Ministero della Difesa è incredulo e rassegnato. Svelti su per i corridoi, per le scale di servizio, porte che si spalancano, armi che scivolano per terra in segno di resa, braccia alzate e sulla testa: il presidente della Repubblica S.M. adesso siede sul bordo di una sontuosa scrivania con una pistola poggiata sopra. La canna è rivolta verso di lui.

A nord e sud di Roma, le strade principali sono tagliate da blindati Centauro e Lince liberati dalle riserve. Il Viminale, dove risiede il Ministero degli Interni è occupato da un commando che agisce direttamente dall’interno. La Farnesina, accerchiata da militari in mimetica che saltano giù da jeep e blindati, cade immediatamente nelle mani dei vertici preposti. Gli studi RAI di via Teulada e Saxa Rubra sono stati occupati da uomini in uniforme scura, Carabinieri di grado intermedio usciti a sirene spiegate dalla Caserma Salvo d’Acquisto. Hanno simulato una retata nel Centro Radiotelevisivo Biagio Agnes, blindato; la sorveglianza ha tentennato, è stato esploso qualche colpo d’arma da fuoco. I canali vengono oscurati. Simultaneamente anche la sede delle reti private Mediaset di Cologno Monzese viene occupata e oscurata. A casa, gli spettatori insonni, cambiano e ricambiano canale, orientano il digitale terrestre, non c’è verso di tornare a vedere Vespa a Porta a Porta, cosa succede? Impugnano i telefoni cellulari, provano ad accedere a Facebook e Twitter per sparare una freddura, ma è impossibile; è come se qualcuno avesse crashato la rete. È come se fosse la notte di capodanno: i messaggi che si tenta di inviare ad amici e parenti danno errore. Sta succedendo qualcosa. In tanti cassetti lasciati socchiusi in stanze di caserme silenziose, lo stesso libro attende una risposta sotto una lettera di testamento dall’inchiostro ancora fresco: è il primo grande successo di Curzio Malaparte ‘Tecnica del Colpo di Stato’. Nel cielo le pale degli elicotteri roboano come se ci fosse il derby, ma è notte, e allo Stadio Olimpico non c’erano partite questa sera. Ovunque lampi blu di sirene senza rumore tagliano veloci la strada. Nelle piazze delle principali città: Bologna, Firenze, Torino, Parma, Napoli si stabiliscono posti di blocco in seguito ad ordini precisi che vengono impartiti dai vertici delle forze dell’ordine. Ai cittadini incuriositi dagli schieramenti di uomini armati nei centri nevralgici per il controllo e la diffusione di informazioni nelle città la risposta è chiara e sbrigativa: ‘È in corso un attentato di matrice islamista, per la vostra sicurezza vi consigliamo di rientrare al più presto nelle vostre abitazioni’, questa è la giustificazione e l’ordine che è stato diramato. E ovunque, ringraziando, tutti si catapultano a casa. Ma è una bugia; in Italia è in corso un golpe militare.

Il Presidente del Consiglio M.R. è in compagnia dei suoi ministri più fidati, impegnato a bere amari tra risate e vigorose strette di mano al termine di una cena riservatissima con vertici dell’economia nazionale. Un piccolo commando in mimetica fa irruzione nel ristorante; una guardia del corpo cerca di estrarre un pistola dalla fondina sotto la giacca, viene freddata dal fuoco di armi automatiche. Il corpo senza vita si accascia su di un tavolo appena apparecchiato, defilato, nel lussuoso ristorante che per l’occasione è stato interamente prenotato. Tutti vengono tradotti in un appartamento nel palazzo adiacente; era stato precedentemente selezionato dall’AISI, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, come ‘prigione’ temporanea perché di sua proprietà. Anche i servizi segreti hanno preso parte al golpe e lo appoggiano: un loro funzionario aveva segnalato il ristorante.

A via Solferino a Milano, nella sede del Corriere della Sera, a via del Tritone a Roma, nella sede del Messaggero, e a via Lugaro a Torino, dove La Stampa era già stata avvertita di strani movimenti nella capitale, squadre di soldati fanno irruzione bloccando ogni tipo di informazione in uscita. Il capo della polizia viene sollevato dal proprio incarico e costretto ad impartire a tutti i livelli ordini di rientro e di facilitazione delle operazioni in corso condotte dall’Arma dei Carabinieri come parte delle Forze Armate. La stessa strategia disinnesca la Guardia di Finanza.

Ovunque vertici militari e ufficiali di alto rango non allineati vengono prelevati dalle loro abitazioni e arrestati. In qualche via residenziali, in qualche quartiere alto borghese, sgommate e porte sbattute, qualcuno tenta di asserragliarsi in camera da letto e caricare la pistola d’ordinanza per difendersi, qualcuno si da alla fuga in giardino cercando di utilizzare il cellulare. Viene freddato con una pistola taser ad altissimo voltaggio o con proiettili di gomma anti-sommossa, talvolta letali. Tutto sta andando come previsto, i corpi d’élite di ogni Arma sono coinvolti ai massimi livelli, ovunque si scovano lealisti che in attesa di essere inquadrati sono disposti a deporre le armi per lasciare che il colpo di stato si evolva.

Ecco, facciamo conto che questo domani accada; facciamo conto che gli emissari della CIA, che probabilmente comandarono al principe Junio Valerio Borghese e agli altri cospiratori che lo accompagnavano di interrompere immediatamente il golpe del 7 dicembre 1970, questa volta tacessero, limitandosi a ripulire le loro ambasciata da intercettazioni e cablaggi. Facciamo conto che nel nostro secolo, nella nostra cella geopolitica, ci fosse ancora spazio per colpi di testa simili che non siano delle farse ben concepite. Facciamo conto che qualche agenzia d’informazione internazionale riuscisse a diffondere la notizia del golpe in tempo reale, come ieri notte, e che qualche ministro, magari quello degli interni A.A. invitasse il popolo a scendere in piazza per contrastare i ‘golpisti’: quanti di voi scenderebbero, quanti no, quanti direbbero dopo un sospiro di commossa esaltazione “Era ora” ?

di Davide Bartoccini

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Tre metri sopra al cielo, dieci anni dopo, forse mai più..

E che vi devo dire.. L’altra sera tornavo da Ponza: e come fai a non essere aggredito dalla nostalgia, quando stai tornando da Ponza e hai quasi trent’anni? A tirare a chiacchiere, con il tramonto che scorre dal finestrino alle nove di una sera di giugno, mentre stai tagliando Roma, con il profumo della primavera, che ti coccola le narici, e i brividi che ti accarezzano la pelle.. che per la tua pigrizia è ancora piena di salsedine.. È un’istante finire a pensare a quando si era piccoli, alle bravate, all’ultima di luglio, agli amici scoperti, a quelli andati.. alla tresche. Poi lo stereo ti fa uno scherzo, e parte ‘Commedy of life‘ di Nina, un ritmo familiare sotto un testo così brutto che nemmeno Tiziano Ferro (che comunque canticchiavi) ha mai osato tanto. – Te la ricordi? Stava in 3 Metri Sopra al Cielo questa. Si che te lo ricordi. Come lo potresti dimenticare. Però stavolta non ti puoi trattenere, il luogo comune lo spari: Era meglio il libro. Per tornare a casa passi sul viadotto di Corso Francia, tu non lo sai, ma la tua mente osserva inconsciamente le scritte, scarabocchi d’amore frivolo e frettoloso – Dio quanto sei invecchiato -. Di lunedì di notte a casa non hai niente da fare, a parte levar via la salsedine, sbrigare qualche faccenda arretrata e affogare nei tuoi pensieri; allora entri su Amazoon, digiti un titolo che conosci bene, forse il terzo romanzo che hai letto per tua vera scelta, a 16 anni, quando quel sito neanche esisteva e il computer era fisso e grosso come una cassapanca. Investi 2 euro a 70 a cuor leggero per un libro usato. La tua copia consumata non sai dove sia. Ad intuito sarà seppellita della libreria di qualche stronzetta alla quale lo avevi prestato per fare il romantico, lei non te l’ha mai reso, tu non l’hai mai richiesto indietro perché nel frattempo avevi iniziato ad odiarla, e adesso non ti ricordi nemmeno come si chiama. Denigrare Moccia come scrittore è il qualunquismo del qualunquismo adori sciorinare – Dio quanto sei invecchiato -. Oggi il postino, che a differenza del film suona una volta sola e se non te sbrighi te lascia la raccomandata, che è una bella scesa, porta con se un pacco. Nemmeno te ne ricordavi, perché in realtà quando hai abilitato il pagamento dormivi, sognavi. Scarti una carta da pacchi dozzinale e spartana, bella così, e dentro c’è lui. Sorridi e qualcuno ti vede:

– Ma non lo avevi già letto? Dice tua madre, che lo ha letto anche lei, anzi, lo ha vissuto.

– Si – Rispondo docilmente.

– E allora perché di nuovo?

– Perché.. perché quando l’ho letto ero piccolo, ingenuo e innamorato, e me ne volevo ricordare.

db

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Montanelli, la prosa della provocazione

Ci sono uomini che, per carisma e fortuna, per puntualità e coraggio, segnano con le proprie vite i loro tempi; e vi sopravvivo in eterno, nella memoria dei posteri e dei posteri che verranno. È questo il caso di Indro Montanelli, il principe del giornalismo italiano, che per destino o per condanna – proprio lui amava dipingersi come “un condannato al giornalismo”, poiché, “non avrebbe saputo fare niente altro” – ci ha raccontato attraverso la sua penna quel mondo così indaffarato nei suoi più imponenti cambiamenti. Dalle cariche al comando degli àscari nei deserti dell’Abissinia, alla resistenza nel rigido inverno finlandese passato sotto le bombe dell’Armata rossa, dagli amori ampezzani con la principessa Maria Josè, alla condanna a morte per diretto volere delle SS; Montanelli, nato allo scadere della prima decade del XX secolo, si spense nell’estate del primo anno del nostro avveniristico XXI secolo. Egli è stato testimone invidiabile e narratore puntuale di quel ‘900: così pieno di conflitti e di cambiamenti, così colmo di ideologie e divisioni, che tutti noi abbiamo studiato nei libri di storia, e che lui, sempre in prima linea, ha abitato con indomabile passione.

Nato a Fucecchio nel Valdarno, Indro riceve per volere del padre, giovanissimo preside di liceo, un nome unico, la mascolinizzazione di una dea induista. Biondo, slanciato, meditabondo.. Montanelli appena adolescente paleserà il suo spirito irredentista e ardito quando proprio in occasione della ‘Marcia su Roma’, al solo fine di marinare la scuola, occuperà in compagnia del suo migliore amico e di gruppo di camicie nere l’ufficio del Prefetto del paese e l’istituto dove poi si diplomerà: il liceo classico Marco Terenzio Varrone di Rieti. Suo padre, allora preside del liceo, rimarrà loro prigioniero insieme al Prefetto per l’intera giornata. Laureatosi in Giurisprudenza e Scienze Politiche nei primi anni ’30, il giovane Indro inizia a scrivere per diverse riviste vicine al PNF come L’Italiano, Frontespizio e L’Universale. Egli infatti si può annoverare come un fascista della prima ora. Affascinato dalla figura dal Duce Benito Mussolini, ma non del tutto convinto delle ragioni del Fascismo, e soprattutto del resto dell’entourage che intendeva farle valere.

«Lo confesso, quando vedo Mussolini mi si rimescola dentro perché, perché Mussolini sono i miei vent’anni, i miei stupidi e bellissimi vent’anni. E non li posso rinnegare»

La carriera di giornalista di Montanelli, dopo diverse altre collaborazioni, prosegue nella nota agenzia d’informazione United Press, che lo assume dopo aver notato il suo operato (per segnalazione di un collega) mentre è impegnato come collaboratore del quotidiano francese Paris-Soir: per il quale era inviato in Norvegia e Canada. La collaborazione con l’agenzia americana però verrà interrotta per volere dello stesso Montanelli quando essa si rifiuterà, per paura di una deriva propagandistica da parte dell’italiano, di inviarlo in Etiopia, o Abissinia, come corrispondente durante la seconda guerra italo-etiopica. L’Italia fascista, desiderosa di ottenere l’egemonia sul Mediterraneo, intende invadere l’Impero di Etiopia del Negus Hailé Selassié. Per Montanelli è un’occasione imperdibile. Un’avventura alla quale non può rinunciare. Parte volontario. Nel giugno del 1935 con il grado di sottotenente Montanelli è al comando di una compagnia di Àscari (soldati eritrei inquadrati nei Regi Corpi Truppe Coloniali), il “XX battaglione eritreo”. Trascorrerà in Africa quasi un anno. Di guerra ne vedrà poca, e non racconterà mai né sui suoi libri né nelle sue corrispondenze delle armi chimiche (come l’Iprite) che la Regia Aeronautica impegnerà per fiaccare il nemico. Non racconterà neanche della carenza di azione: «Abbiamo davanti un nemico che non fa che fuggire e una popolazione che non fa che applaudire. È una passeggiata, sia pure un po’ scomoda».Scrive in una delle lettere inviate agli amati genitori.

Se Montanelli non ne uscirà come indomito condottiero, troverà in Africa qualcosa di ben più importante per uno scrittore: i sogni narrati da Kipling che si materializzano. «Tornerò presto, con un merito di più acquistato a buon mercato» concludeva in una lettera destinata alla madre. Figura importantissima dalla quale fa fatica a separarsi.

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Tornato in Italia ricomincia a collaborare con l’amico di una vita, Leo Longanesi, per la rivista Omnibus e subito dopo per il quotidiano Il Messaggero. Sarà proprio il quotidiano romano a volerlo come corrispondente di guerra in Spagna. Nel 1936 il colpo di stato voluto dal generale Francisco Franco ai danni della Repubblica Spagnola, attira a se i fervori interventisti dalla Germania nazista e dall’Italia fascista che riempiono i cieli di Spagna con i loro aerei e valicano i Pirenei con i loro soldati. Sono le prove generali per l’inevitabile. Montanelli è lì, ma non racconterà ciò che il regime desiderava sentire: per questo viene cacciato dall’albo dei giornalisti, e al suo ritorno rischia addirittura il confino per non essersi allineato alla propaganda pretesa ufficiosamente dal regime. Sarà l’amico Giuseppe Bottai, Ministro dell’Educazione, a trovargli un’impiego inviandolo in un lettorato in Estonia presso l’università di Tartu. Ormai l’accelerazione totalitaria ha portato l’Italia ad essere un paese complicato per la diffusione di informazioni e opinioni, di certo inadatto ad un animo anticonformista e ad una penna ispirata solo dai ‘fatti’ come quella di Montanelli. Ormai è divenuto però un esperto cronista di guerra, e sempre per merito dell’amico Bottai viene spedito in Albania come corrispondente durante l’occupazione del Regio Esercito che la renderà di fatto Protettorato Italiano nel 1939. A seguito di questo ritorno sulla scena, il giovane giornalista riceverà la telefonata dell’allora direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli. Il merito si deve all’intercessione di una delle sue amanti, la principessa Maria Josè di Savoia. Inizierà così un sodalizio lungo 30 anni con il quotidiano milanese. Anche se raccomandato da un amica potente, Montanelli brilla di luce propria. Da inviato a Berlino sarà proprio lui, il mattino del 1° settembre a dettare ai cronisti del Corriere una notizia sensazionale: la Germania di Hitler sta invadendo la Polonia.

Quando l’Unione Sovietica, ancora alleata con la Germania, invaderà la Finlandia, Montanelli sarà ancora una volta sul campo, ad esaltare la resistenza finlandese seguenti i piccoli gruppi di soldati che sulle montagne danno battaglia ai russi. Quando Helsinki viene evacuata per l’imminente bombardamento dell’aviazione sovietica, lui non intese muoversi, resta lì.. Nell’Hotel Kämp, il quartier generale della stampa estera. È in una capitale completamente deserta ad attendere che cadano le bombe, con caviale e vodka in sola compagnia di un’altra coraggiosa corrispondente, la giornalista americana Martha Gellhorn, che sarà la terza moglie di Hemingway. Montanelli scriverà articoli memorabili ancora una volta, e di lì a poco viene spedito come corrispondente in Francia, dove la Germania ha aggirato la famigerata Linea difensiva Maginot e marcia verso Parigi.

Nel 1943, all’indomani dell’8 settembre e della firma dell’armistizio firmato dal generale Badoglio, la Germania occupa militarmente l’Italia non che non è ancora caduta in mano alleata. Il Corriere della Sera viene commissariato e la Gestapo ordina l’arresto di tutti i giornalisti considerati non allineati con il Nazismo e l’RSI. Montanelli, già in passato finito sotto il mirino dei servizi informazioni come “giornalista scomodo” è costretto alla vita clandestina per diversi mesi. Le SS lo braccano, e a causa di una soffiata, viene arrestato durante un incontro organizzato tra lui e il capo partigiano Filippo Beltrami, che rimarrà ucciso. Condannato a morte dal tribunale militare tedesco, Montanelli viene tradotto nel carcere milanese di San Vittore in attesa di essere fucilato. Qui conosce Giovanni Bertoni, una spia dei tedeschi costretta, per sfuggire alla condanna a morte, a fingersi generale del Regio Esercito per fornire informazioni da infiltrato. Bertoni rinnegherà il suo ruolo di spia e morirà fucilato al grido di “Viva l’Italia”. Da questa vicenda Montanelli estrapola il capolavoro “Il generale della Rovere”, dal quale Rossellini trarrà l’omonimo film con un indimenticabile Vittorio De Sica. Sarà un ex agente segreto dell’OVRA, l’ Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo, a far liberare Montanelli e rendergli salva la vita invece. Non sono ben chiare le motivazioni dell’ausilio e la corrispondenza con l’invio di Montanelli in Svizzera, dove gli alleati reclamavano una compagine che fornisse informazioni sensibili sul nord d’Italia ancora occupato dai tedeschi.

Alla fine della guerra, Montanelli riprende la sua attività di giornalista al Corriere della Sera. Si reca prima Norimberga, per raccontare il processo per i crimini di guerra perpetrati dai Nazisti, e poi a Budapest, dove racconterà con sentimento la ‘Rivolta Ungherese’. In entrambe le situazione prende posizioni non conformi, stupendo il suo pubblico abituale come chi era solito screditarlo. La collaborazione con il Corriere, che Montanelli aveva soprannominato ‘la Corazzata’, termina però negli anni ’70 a causa di un ‘involgarimento’ del Corriere, a detta dello stesso Montanelli, ma soprattutto per la linea conformista seguita dal giornale e dalla stampa italiana tutta durante la ‘grande contestazione’. Per Montanelli sono tutti troppo tolleranti e vicini alla sinistra. C’è bisogno di una voce fuori dal coro, di un giornale che faccia da fronda e si rivolga a quella Destra liberale che ha sempre cercato di fomentare e ispirare: borghese, intelligente, perbene. – Quella destra che forse in Italia, e la buon anima di Montanelli non me ne voglia, formalmente non è esistita mai – Nel 1974 fonda Il Giornale Nuovo, un giornale irriverente, politicamente scorretto, irritante e brillante: esattamente come lui. Beppe Severgnini, racconterà tempo dopo:

«Più che una direzione, il secondo piano del Giornale di Montanelli era un club inglese, dove le regole erano poche e chiare, l’atmosfera brillante e l’eccentricità non era tollerata: era obbligatoria.»

In quegli anni Montanelli da direttore suona i tasti della sua Olympia Lettera 22 come un pianoforte, e lascia alla memoria del giornalismo italiano editoriali indimenticabili. Anche per questa libertà cocciuta per il la sua penna tagliente, il 2 giugno del 1977, nel pieno degli Anni di Piombo, Montanelli viene gambizzato con 4 colpi di pistola sparati alle gambe da due brigasti rossi. Ma ne esce più forte di prima. Lo stesso anno il finanziamento della Montedison, colosso industriale italiano, termina. Un nuovo finanziatore si fa avanti: si chiama Silvio Berlusconi, è un giovane e rampante imprenditore milanese. E tutto sembra promettere per il meglio. L’idillio con Berlusconi termina però con la discesa in politica di quest’ultimo. Nel 1994 Montanelli, con grande rammarico, lascia il giornale da lui fondato per timore che diventi un’arma del partito del suo proprietario. Montanelli è “una voce che non si adegua”. Non vuole passare per un ingrato, ma sa di non esser nato per fare il cortigiano. È un ruolo che non li si addice. Indro è una ‘prima donna’, e ama ripetere ” i nostri unici padroni sono i nostri lettori”. Lo ricorderà nel primo editoriale di La Voce, il giornale che fonda il 22 marzo 1994. Sarà un avventura breve ma appassionata. Nel 1995 termina per mancanza di finanziamenti e per la perpetua difficoltà sofferta da Montanelli di trovare un suo pubblico nell’Italia conformista. Troppo intellettuale, troppo di fronda, troppo distante dall’informazione conforme: la Voce non riesce a vendere le copie che vorrebbe. Rimane schiacciata dal prezzo della carta che deve stampare.

Sarà solo allora che la famiglia del Corriere della Sera richiamerà a se il suo figlio al prodigo, ormai pluriottantenne. Montanelli dalla sua rubrica ‘La stanza di Montanelli’ risponde per diversi anni alle lettere dei suoi ammiratori e a quelle dei suoi detrattori, sempre con il stile adorabile e con la consueta perspicacia che lo ha accompagnato per l’intera durata della sua vita. Il 4 luglio 2001 saluta in suoi lettori con un “arrivederci a settembre”, ma si spegnerà all’età di 92 anni pochi giorni dopo. Montanelli si lascia alle spalle 90 anni di vita vissuta tra gli encomi del Duce e le ingiurie dei politicanti della seconda Repubblica. Montanelli, che a Norimberga prese le difese dei firmatari della sua condanna a morte, e che a un ricevimento strinse la mano agli attentatori di matrice marxista-leninista che lo gambizzarono a Piazza Cavour dicendo che “quella guerra era finita”. Montanelli, che inviò quella lettera all’haupsturmfürher Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle fosse ardeatine, scrivendo«..Certo: lei poteva non eseguire l’ordine, e in pratica suicidarsi. Questo avrebbe fatto di lei un martire. Invece quell’ordine lei lo eseguì. Ma questo non fa di lei un criminale”provocando lo sdegno dell’opinione pubblica. Montanelli che esaltò, da fervente anticomunista quale era, le gesta dei rivoluzionari ungheresi narrando la poesia degli operai e degli studenti, che da padri e figli si immolarono contro i carri armati dell’Armata Rossa e morirono per le strade di Budapest mentre l’Occidente rimaneva immobile a guardare – l’unica vera sublimazione dell’unione delle classi, che insorgeva contro il peso insostenibile dello stivale comunista e non in suo favore – Montanelli che screditava chi a credeva di comporre la destra, e che osteggiava con tutte le sue forze la sinistra. Ma si guadagnava di volta in volta i plausi di entrambe per il suo fairplay. Montanelli che rifiutò la nomina di senatore a vita. Montanelli, un uomo libero, che non è mai sceso a compromessi, e che a me piace ricordare con questo suo pensiero: “Sa’, più che comandare io preferisco disobbedire.”

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Fenomenologia del PR e altri drammi

Il primo ad utilizzare il termine PR, acronimo di Pubblic Relations, mi pare sia stato un parente di Freud. Blaterava qualcosa legato all “irreggimentare le masse a proprio piacimento e a loro insaputa”; lavorava nel settore dell’industria, e il suo massimo estimatore ed emulatore è stato Joseph Goebbels: uno che ha contribuito parecchio allo scoppio di un conflitto mondiale. Era il PR del Nazismo, diciamo.

Oggi il termine PR ha assunto una nota quasi dispregiativa nell’ideale comune, poiché i più lo associano principalmente a chi fa le pubbliche relazioni di una discoteca, o più generalmente le pubbliche di un qualche genere di locale. Riassunto in due parole: o un accollo quando hai risolto o ormai te sei imborghesito a tal punto che stai valutando se tingerti i capelli sale e pepe per pareggiare il tuo aspetto esteriore col vecchiume che c’hai dentro; o la tua unica speranza quando sei in fila come un pirla, non scopi da un mese, e speri che quella discoteca che confidi sia piena di figa ti risparmi il puttan-tour  a palle blu prima del cappuccio e cornetto di consolazione dopo essere stati rimbalzati. Vogliamo dire che è un lavoro? Si lo è, o meglio lo era. Anche se chi si è imborghesito lo negherà e lo ha sempre. È un lavoro duro, che spesso ti costringe a stare a stretto contatto con persone fuoriuscite dalla peggior risma dell’umanità: leccaculo, ubriaconi, drogati da ultimo stadio, mitomani, finti ricchi, scrocconi seriali, millantatori, gatte morte, minorenni arrappati, vecchi viscidi, vecchie infojate che aspettano solo la cucaracha, malavitosi, arrampicatrici sociali, rissaioli della domenica e casi umani. Tra un “che ce l’hai una consumazione” e un “Oi, oi mi fai saltare la fila” sbracciano come naufraghi implorando il tuo nome e poi ti ignorano per la strada. È un lavoro sottostimanto il Pr, si,e può anche provocarti un certo imbarazzo alle volte. Ma indietro può donarti una delle più lucide visioni dello spaccato sociale che ti circonda e di tutto ciò di cui è capace.

I primi PR, mostri sacri che si sono fatti le ossa negli anni ’80, mentre lo yuppismo incalzava. Erano quei tipi fighetti che conoscevano tutti; sempre alla moda, con la battuta pronta e un talento naturale per far girare i soldi. Gente che gli bastava occhiata per capire se un posto poteva andare, che avevano sempre il contatto giusto, e che gli bastava fare un giro per la strada per spostare. In provincia si facevano i chilometri per andare ad attaccare locandine qua e là nei paesi, manco fossero politici sotto campagna elettorale; in città stavano a contatto con la gente che contava, perché ne curavano il divertimento, ed erano anche rispettati, diciamo. I locali allora erano una novità, pochi e ben frequentati, o comunque rivolti ad un pubblico ben preciso. Nei ’90 i locali si moltiplicavano, e con loro i PR, sempre pochi ma buoni, poi il boom. Quando ero ragazzino io i PR avevano un arma sola, il cellulare: sms e chiamate per lavorarsi il cliente. A colpi di Star Tack e T28, tra promesse su cristalli liquidi e sole, passavano la giornata. Le prevendite firmate servivano a dimostrare quanti ne portavano, altrimenti c’erano i biglietti a strappo prevenuti. Essere un pr era anche un investimento. Ti facevi una ricarca al cellulare inizio settimana, e tra telefonate e messaggini piazzata alle persone giuste, te la sparavi tutta in attesa che il week-end portasse i suoi frutti, tu rientrassi della lira cacciata e ci guadagnassi su. Espressioni come “Ogni 5 un omaggio“, “Se ne fai 4 una bottiglia te la offro io“, “Ti metto in lista accrediti” diventavano frasi d’uso comune che il cliente ormai conosceva bene. Gli accordi per il divertimento si suggellavano con una stretta di mano all’aperitivo. Ci si muoveva all’uscita delle scuole degli altri, e nei cortili della propria, nei bar alla moda, o ai corsi dell’università. Perché l’età dei frequentatori dei locali calava ovunque. Però reggeva il colpo. “Se mi porti mezza classe tua, entri gratis tu.. e magari la ragazza che ti piace così ti fai bello..” – Eccolo l’inizio della fine. Di 10 in 10 si arrivava a 100, e di cento in cento si riempivano i locali. Qualche free drink agli amici o per oliarsi qualcuno, e la serata era andata. Il guadagno? Un percentuale sul prezzo del biglietto. Con l’avvento di MSN il pr non aveva più bisogno dell’investimento di base. Tra trilli e copia e incolla Poteva raggiungere il doppio delle persone a costo zero. Di qui l’inflazione del pr nei primi 2000. Quello che prima portava 10 persone ad un pr che si era lavorato di anno in anno 10 persone come lui, voleva diventare il Pr di se stesso. Sono io che entro gratis di sicuro portando i miei 10 amici, guadagno su di loro, sul loro tavolo, e se mai prometto l’omaggio a qualcuno.. i pr si moltiplicavano e soldi diminuivano per tutti: stessa torta tante fette. Su 100 paganti si contavano 10 pr, ci pensate? Se prima dovevi essere un fighetto che conosceva tutti per essere il pr di un locale, adesso bastava essere un disgraziato senza scrupoli con 10 amici più sfigati di lui, che voleva finalmente vivere il momento di gloria di alzarsi la corda all’entrata da solo. I quadrati, quelle aree di transenne che spesso fanno da filtro tra la folla e l’entrata, diventavano delle stalle.. Ogni scemo del paese voleva essere un pr, i pr scopano, i pr guadagnano soldi facili, i pr saltano le file. I pr diventano degli sfigati. Degli accolli disumani che vanno a caccia di fuorisede per irrigimentarli nei locali di quarta dove i più fighetti non vogliono più andare. I fuorisede allora diventano pr di loro stessi. Pr che si occupano solo di Campania, pr che si occupano solo di Calabria, la Calabria Saudita, come la chiama qualcuno. Si lavorano solo la loro gente, e si moltiplicano tra borselli e camicie orrende. Di soldi nei locali ne giravano ancora parecchi, spendere per tanti ebeti era un segno di emancipazione sociale. Cristallizzamoci. Lo champagne era un must e una miniera d’oro per chi lo piazzava ai suoi tavolari. Percentuali alte, fatica poca. Tutti contenti: i tavolari di versarselo addosso tra loro per fare colpo su qualche shampista che finiva a spompinarli sotto casa, i pr di vendergli magnum a 800 euro e di cuccarsi una provvigione del 30% dalle risate di un fesso che si sentiva figo a far ripetere il suo nome al microfono come fosse un bambino che si è smarrito ai grandi magazzini. Ecco che il tavolaro, che intanto finiva i soldi, diventava anche lui pr di se stesso – “La percentuale me la scalate dal costo del tavolo, e io non pago” – Così ogni fesso che aveva 10 amici più fessi di lui bloccava tavoli per champagnare, fare la cresta agli altri sul ‘DomPero’ e farsi spompinare gratis dalla shampa con la bava alla bocca che si incaricava dalla pista. Avete presente la canzone dell’alligalli? Ecco, se prima eravamo in 3 a fa’ i pr, adesso siamo 100 a fa’ pr. E così via. Praticamente la pista del locale potevamo riempirla noi, peccato che nessuno sapeva ballare. I PR sono come quelli che cita Pezzali in “Nella notte“: di solito reggono il muro con un bicchiere in mano. Sono incapaci al divertimento, perché corrosi dall’avidità. È un lavoro del resto, ve l’ho detto. Le lotte intestine per quest’inflazione di fessi che volevano fare i pr e si rubavano la pagnotta tra loro diventavano faide atroci tra brufolosi e stempiati che si raggruppavano sotto nomi anglofoni senza senso ma molto cool. Facebook diede il colpo finale. Uccise il mestiere. Se prima con MSN potevi raggiungere 300 contatti con copia e incolla, adesso potevi raggiungere 10.000 persone con un click. A ballare l’alligalli eravamo troppi, e la gente iniziava a scocciarsi. La figura del Pr? Uno stalker che ogni t’impalla la vita mandandoti 50 inviti  al giorno per i posti più disparati e che magari manco ti conosce. Ti ha aggiunto a buffo. Un instancabile rompicoglioni che ti posta locandine orrende di serate assurde. Un simpaticone che ti tagga su fotografie scattate a tradimento mentre con l’ascella pezzata che rasenta la cinta dei pantaloni e il sesto negroni in mano stai cantando “Urlando contro il cielo” abbracciato ad un cesso a pedali che non ricordavi di aver conquistato. Insomma, uno sfigato inopportuno che ti fa comodo al massimo due volte l’anno a inaugurazioni o chiusure, ma del quale faresti volentieri a meno. L’inflazione portata da Facebook ha prodotto l’illusione che chiunque, ma veramente chiunque potesse occuparsi di pubbliche relazioni: basta avere un computer e una connessione wirless. La parola d’ordine: sfruttare le risorse di un locale che va già di moda da se, altro che irregimentare e irregimentare. Basta avere 10 amici per sentirsi un organizzatore di locali. Steve Rubell? Chi cazzo è? Io sono un fuori corso dello IED e organizzo Alta Roma… Spostate ciccio. – Scusa, sei mejo te – Con la morte del mercato, e lo sgonfiarsi delle busta, i pr dell’ultimo momento capivano che ormai non valeva più la pena aspettare i conti alle 6 del mattino, ubriachi dei fumi dell’alcol che le invasioni barbariche avevano rovesciato per terra, per dividersi 50 euro con un socio e vedere quanto sono brutti i locali di giorno. Oramai nei locali non pagava più nessuno. Senza guadagno i pr diminuivano a vista d’occhio, le vecchie glorie riprendevano un po’ d’ossigeno.

Ma come riuscire a portare ancora gente  allora? Come irreggimentare le masse in locali dove non fa più status comandare, i posti tutti uguali dove la gente suda e sgomita in attesa di tentare di scopare quella o quello che hanno appena aggiunto su Instagram. La Fica. La dice è la risposta a 99 domande su 100. Ed ecco forgiata una nuova casta di fregnette da social network che abbindolano una quantità esponenziale di allocchi che va alle serate dove vengono piazzate strategicamente nella speranza di scoparsele. Chi se le scopa? Ovviamente quelli che gestiscono il locale e ce le piazzano. Non c’è trippa pe’ gatti. Solo tatuaggi Old School che fuggono nelle pose cagne nei selfie promozionali.  Eccole dove sono finite le teorie delle pubbliche relazioni. Tra le tette turgide e sempre in mostra di qualche rimastina con il pallino per la techno o nelle pose plastiche di qualche disgraziata col tacco 12 che profuma come un punto vendita di Sephora e vuole arrotondare le marchette. Se questa è la gente che irregimente le masse, che masse potete aspettarvi? Non c’è da meravigliarsi se la gente peggiora: le guerre si combattono con i soldati che si hanno. E oggi la situazione è questa qua.

D.B.

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