L’ho trovata Pete

«C’era una vecchia canzone, che a cantarla non sarei bravo, dedicata a una giovane donna così raffinata e stramba, che trascorreva l’estate in quella Costa Azzurra dove sono cresciuto da bambino, e poi mi sono fatto uomo da ragazzo. La cantava un inglese dai baffi lunghi e i capelli gonfi che è stato famoso per un po’, quando io non ero ancora nato. E ancora tanto dovevo aspettare per farlo. Lei, a dar retta a lui, sapeva ballare come Zizi Jeanmaire, e parlava come la Dietrich. Vestiva solo da Balmain, era amica intima dell’Aga Khan e tanto vicina a Picasso da potergli rubare un quadro e tenerselo alla faccia sua. Era bella – si capisce. E lui doveva averla conosciuta da bambina, tanto da curarsi dei suoi pensieri. S’intitolava “Where do you go to my lovely”.. poi proseguiva domandandosi disperatamente: “When you’re alone in your bed?”.. e per me è sempre stata un esempio del tipo di donna da cercare. Parigina, spensierata, affabile e dotata di un certo sense of humor. Capace di riconoscere un buon brandy quanto un cavallo da corsa sul quale dover scommettere senza indugio. Laureata alla Sorbona. Che forse è un luogo tanto blasonato da portare per fino a quello: saper scommettere sul cavallo giusto – si parli davvero di un puro sangue o di un uomo da sposare. Quando Peter Sarstedt cantava a questa donna, era il 1969. Mia madre era appena nata. E io avrei sognato d’essere un Gigi Rizzi almeno mezzo secolo più tardi. Tuttavia come l’ascoltai la prima volta, per caso, mentre girava un vecchio disco impolverato in una casa che si tuffava su quello stesso mare, non mi sembrava che tanto tempo separasse me e il vecchio Pete. E quando vidi una tipa che sulla spiaggia di Pampelonne sfilava tra gli occhi di milioni di uomini assorti, giuro l’avrei chiamato per telefono – per dirgli “Pete l’ho trovata. È qui”. Teneva i capelli con una fascia come la Bardot. Portava uno di quei costumi interi, che hanno l’incosciente decenza di permettere a noi uomini di fantasticare ancora un poco su cosa può svelarci un corpo nudo e perfetto, e aveva degli occhiali da sole che non potevano non esser saltati fuori da un cassetto dimenticato. Di quelli che devi forzare un po’ per aprirli. A tentoni. Piano Piano. Con la giusta dose di forza. Finché non arrivano al punto in cui puoi finalmente affondare le mani per scoprire quali segreti custodiscono.
Io me ne stavo lì, appollaiato come un airone un po’ curvo sulla mia sedia da regista, e da dietro le lenti scure dei miei occhiali da sole trovati in un cassetto simile, mi godevo lo spettacolo insieme a uno stormo di uccelli che pareva esser migrato di colpo per ammirare il prodigio della bellezza che quel giorno, aveva proprio deciso di manifestarsi sulla lingua di sabbia grossa e chiara che divide Cap Du Pinet da Cap Camarat. Mentre infilava un piede dopo l’altro in quella sabbia deliziosa, tutti intorno assumevano l’espressione temeraria di volontari coraggiosi pronti a farsi calpestare come fossero polvere. Tutti uguali. Al bando araldi e patria di provenienza. Fossero discesi da un panfilo o di passaggio per vendere quelle deliziose brioche au chocolat di cui andavo ghiotto. E che ero sempre pronto a placcare al loro passaggio. Ogni volta che vedevo il garzone. Ogni volta che per un motivo o per un altro, avevo saltato la colazione.
Che devo dirti Pete, a vederla sfilare su quella spiaggia sembrava proprio lei. Lei spiccicata. Qualcosa lo avevo aggiunto io con la mia immaginazione. S’intende. I lineamenti dolci, il naso all’insù come si addice a una francese, le lentiggini lievi, i seni piccoli e delicati, il mento cesellato come quello di una polena fatta ad arte. Slanciata come un felino. Asciutta come una ballerina del Bolshoi. Mi avessero svelato in quel breve tragitto tra l’acqua fresca e il suo telo a righe che l’avvolgeva nel mare dell’invidia delle altre, che fosse stata la morte in persona, sarei corso a baciarla sulle labbra con tutte le conseguenze del caso. Parola mia. Eppure non lo era. Non poteva esserlo. Né la mia, né la tua. Né la Morte. Perché era in compagnia di un vecchio ricco, forse un greco da come blaterava ai camerieri. Con le dita grassocce e abiti setosi. Al suo polso pesava un marchingegno per tenere il tempo che brillava d’oro rosa a ventiquattro carati. Lo zaffiro che lo chiudeva per affacciarcisi dentro, era tanto vasto da potercisi specchiare fino alle scarpe per vedere se era giusto l’orlo dei pantaloni. E lui, con quella cicatrice su una tempia, sembrava perfetto per un ruolo da cattivo in una pellicola di James Bond. Non le porse nemmeno l’asciugamano il cialtrone. Non la degnò nemmeno di uno sguardo, a quella divinità di marmo. Doveva averla guardata così tante volte, attraverso i veli e senza, che le era andata a noia. Che la sera, prima di tornare con una lancia veloce nella sua pacchiana nave da guerra posata all’ancora nel golfo, ne cercava sempre una nuova per farle fare coppia nel letto con lui. Quel panzone vizioso. Avvolta nell’asciugamano e nelle gocce salate che baciavano e correvano sulla sua pelle liscia, era ancora più bella. E sorrideva per qualcosa. Da sola. Non saprei dire. Forse era felice di quella nuotata. Lui comunque la stava già ignorando. Era tornato spettatore interessato del suo telefono cellulare. Scrollava intensamente. Te l’ho voluta cantare così Pete. Tanto per passare il tempo. Ammazzarlo. Tanto per tentare di esserti amico. Tanto per ricordarti, che sono sempre i soldi a conquistare quel genere di donne. Mai le canzoni.
Io tuttavia mi sono voltato di gran carriera e mi sono accesso una sigaretta in maniera appassionata. Come faceva Serge Gainsbourg. Perché lei si era accorta che la guardavo, e ti dirò.. alla fine non si sa mai. Magari ha bisogno di accendere.»

 

D.B.

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Ti volevo bene Goose

«Mi è sempre risultato difficile spiegare un rapporto sentimentale. Non sono mai stato particolarmente capace. Né a barcamenarmici né a paragonarlo a qualcosa che esiste nella realtà. Ricordo però, che quando mi capitò di discutere per la prima volta, paragonai noi due all’equipaggio di un jet della Marina. Te li ricordi Maverik e Goose? Ecco pressappoco le dissi che noi eravamo così. Le spiegai che due come loro, pilota e navigatore, si scelgono tra tantissimi per svolgere uno dei compiti più difficili e rischiosi al mondo. E quando si trovano non si lasciano mai. Fino alla fine. Fino alla morte. Nessuno molla, nessuno vola con nessun altro. L’uno è dipendente dall’altro ogni missione, ogni istante, ogni volta che spiccano il volo e vanno in guerra contro la vita. Spesso il discorso non le tornava parecchio chiaro. Ma cercava di darmi comunque retta.

Eppure per me quel rapporto era così semplice. Pilota e navigatore. Salto io Salti tu. Tu mi guardi le spalle da ogni pericolo, da ogni missile che mi punta dritto sulla coda – che lui è pronto ad abbatterci senza neanche sapere chi siamo; che non ci ha mai visti farci le foto insieme seduti in riva al mare. Naso alle nuvole – E io sulle tue parole giuro che ti porto via da ogni problema. Contro la ogni legge di gravità, post-bruciatori serrati, manovre al massimo di G sopportabili per te – Per ardua ad astra. La tua vita è nelle mie mani perché stringo la cloche e ho una buona mira – ma la mia è nelle tue perché mi dici dove e quando virare; mi guardi le spalle e mi indichi la rotta. Nessuno lascia nessuno ok? Me lo devi promettere però – Perché non voglio andare in battaglia senza di te. Non voglio portare nessun’altra d’ora in poi; mettere la mia vita nelle mani di nessuno. Ci completiamo no? Son un buon pilota con te. Anche grazie a te, no? Credevo. E infatti volavamo veloce che era una bellezza. Ci illudevamo che niente potesse fermarci. Nemmeno una guerra nucleare. Diglielo anche tu. Ma i rischi, i rischi per due teste perse per aria sono sempre così tanti – altro che bombe nucleari. E i colpi della vita.. da schivarli ogni giorno se ci riesci, sono sempre più forti e veloci via via nel tempo, con il crescere e con il prendere atto della vita vera, quella degli adulti, dei grandi. Altro che. Con il passare degli anni, le missioni diventano sempre più difficili, e a riportare a casa entrambi è sempre più dura. Lo sapeva Lei, come lo sapevo Io.

Ricorderete le lacrime di Maverick per Goose, quando per un errore improvviso ha sbattuto il collo su quella stupida calotta.
Anche io ho pianto così, il giorno che senza dirmi niente, lei ha tirano la manetta dell’eject. I razzi del seggiolino eiettabile si sono innescati, i bulloni della calotta sono esplosi.. e si è lanciata nel mondo. Il rischio era diventato troppo grosso per lei. Proseguire era troppo pericoloso. Così di punto in bianco mi aveva lasciato solo nella battaglia. E da lontano vedevo il suo paracadute aprirsi e dondolarla altrove. Nel nulla. Era solo un giorno sbagliato mi ripetevo. Ma ormai volavo in solitaria su un oceano buio e desolato, senza nessuno che mi guardasse le spalle. Senza nessuno da portare fuori dai guai. Vagavo senza rotta e senza meta. Il vento fischiava nelle orecchie. Non sentivo più nulla. Dall’altro capo della radio nessuno mi prometteva che non mi avrebbe abbandonato. Mai. Nessuno diceva ti voglio bene in quella radio. O torniamo a casa. O portami a casa. Oppure salvami. Non mi lasciare. O raccontarmi una cosa scema. Fammi sorridere. Niente.

Aria gelida in faccia. Nuvole tutte attorno. Anche io ho pensato di togliere quel fottuto casco ogni tanto. Sganciare la maschera d’ossigeno, afferrare quella manetta e tirare con tutta la forza. Lanciarmi nell’oceano. Trovare finalmente la pace. Ma poi il ricordo, nei momenti più duri, si faceva voce a quella radio spenta, e io parlando con me e le stelle promettevo che comunque, prima o poi, avrei riportato entrambi a casa. Ovunque fosse il mio navigatore, Io dovevo uscirne vivo. Solo com’ero. Dovevo continuare a volare. Per Ardua Ad Astra Lu. Per Ardua, Ad Astra.»

D.

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Lady D. e il Barone Rosso

«Era bello svegliarsi di fianco a lei. Non c’è che dire. E parte della bellezza risiedeva nel fatto che non aveva mai alcuna intenzione di svegliarmi. Mi lasciava dormire lì, di fianco a lei, poggiato a lei, mentre il sole illuminava la sua stanza e lei leggeva libri di poesia inglese chissà da quanto tempo. Quando me ne accorsi la prima volta, mi disse che russavo, ma che dopo tutto era sopportabile. Voleva che mi riposassi. Subito dopo, da amazzone ariana quale era, saltava giù dal letto su due gambe leggere, e correndo via per il corridoio mi chiedeva con cosa facessi colazione. Indossava sempre dei boxer ridicoli. E nei riflessi del sole i suoi capelli biondi mi abbagliavano come fossero oro.

Io in quei giorni, in quelle settimane, portavo una benda all’occhio quando non ero con lei. Sembravo un ferito di guerra, d’Annunzio nel Notturno senza esser volato su Pola. Era il culmine dello stress per una separazione. La testa, la mente, le tempie mi scoppiavano. Lei si curava di me come era solita fare di tutte le cose. Delle api per dire. Una volta mi aveva chiamato entusiasta di aver salvato la vita ad un’ape che le era piovuta addosso. Pareva stecchita. Poi le diede dell’acqua e zucchero, l’accudì per qualche ora, e quella era tornata a volare più svelta di prima.

Ed era proprio questa passione per il volo mia, e per l’affetto suo, che un giorno ci trovammo a dipingere insieme. Io avevo smesso da tempo di dipingere i miei modellini – qualcun’altra mi aveva detto che era una cosa troppo infantile, che era ora di crescere, di lasciare al passato quel passatempo che più di una volta mi aveva tenuta salva la vita. Così avevo smesso. Ma l’amazzone mi scongiurava di ricominciare. Allora un pomeriggio di giugno, dopo un inverno freddo di abbandoni, ci sistemammo su un tavolo alla luce di mille finestre e io le insegnai. Ad armeggiare con quegli arnesi, a non sbaffare, e passare il colore con cura, e non appiccicarsi di colla le dita. La gatta ci guardava incuriosita e sedeva spesso sulle mie ginocchia. Le spiegai il significato della croce patente sulle ali rosso fuoco del triplano del Barone. Parlammo a lungo di lui. Richtofen. E del perché fosse stupido che un uomo a trent’anni si mettesse con la lente d’ingrandimento a dipingere gli occhi svegli a un soldatino di stagno. Finivamo per non essere mai d’accordo. Su questo come su altre cose. Per questo ci sfidavamo a duello, con le pistole giocattolo che sparavano gomma piuma. In mutande, spalle a spalle.. dieci passi e poi voltarsi. Si puntava dritto al cuore.

Intanto il colore si asciugava, il minuscolo barone rosso prendeva posto nel suo piccolo abitacolo. Il tramonto si faceva avanti, e i suoi capelli biondi non accennavano a spegnersi mai di quella luce d’oro che l’avvolgeva come un’aurea d’invincibilità sulla vita. Nemmeno mentre a notte fonda mi mostrava seduta in mezzo al salone la sua collezioni di libri del Piccolo Principe, in tutte le lingue del mondo. Il mio occhio guariva alla luce soffusa in quel tepore d’anime. Ciò non toglie che quella è stata la prima e l’ultima volta che ho dipinto ancora un modello d’aeroplano. E mancarmi non mi manca. Dipingere. Mi mancano i duelli forse.. quelli sì.»

D.B.

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Un alieno al centro commerciale

«Nei centri commerciali mi sento perso. Un alieno. Uno di un altro pianeta che passeggia smarrito tra l’aria rarefatta, fredda o calda che sia, spinta dentro e fuori dagli enormi condizionatori che si curano di garantire a questa massa fluttuante di anime apparentemente appagate, un clima sempre temperato al punto giusto da attrarli anche se non devono fare alcuno tipo di acquisto. Passeggiate in vitro.

Mi trascino controvoglia, e mi scontro con gli occhi affannati dei commessi, stanchi di sorrisi stanchi, annaspanti, consumati, ansimanti al solo pensiero che il tardo orario di chiusura sopraggiunga, e che libertà da queste gabbie tutte uguali di vetrine e scritte al neon venga loro finalmente concessa dal dio del consumo, almeno fino a domani, almeno fino a quando ne avranno bisogno per vivere.

Vagabondo senza una meta precisa tra frullatori e bigiotteria, tra persone così alla moda da sembrare manichini sovrappeso che si sono presi pure loro una mezz’ora di pausa e vanno a prendere una coca zero, e altre persone; così fuori luogo, così sciatte, cosi disperatamente aberranti secondo i canoni del “cool”, che nonostante gli sforzi settimanali, sembrano completamente immuni, dalla moda. Una malattia contagiosa in questo covo di nomi italianamente forzati all’americana, e nomi italiani forzatamente all’americana. Nessuno è quello che sembra.

Un uomo con la tuta troppo rimboccata sulla pancia, e le sue palle sudate che rimbalzano in delle mutande probabilmente abbondanti mi supera affannato nella ricerca di uno snack. Un caffè qui costa 1 euro e 20. Lui ordina per 10. Dev’essere affamato e anche anche parecchio più ricco di me, a giudicare dalla sua incuranza nel pagare una coca zero quello che segna il registratore di cassa, dopo che unghie lunghe con indice di cromo differente e gli strass battono sui tasti rumorosi.
Addetti alla sorveglianza, con basco e anfibi, patch colorate e vistosi tatuaggi sul collo, si atteggiano come forza speciale in cerca di un ostaggio da liberare. E si agitano con un dito nel naso e un altro nell’orecchi mentre sono intenti a curiosare tra i sederi delle signore.

È pieno di banchetti da limonata avveniristici in mezzo ai corridoi ampi del centro commerciale climatizzato. Pieni di venditori allegri senza un apparente motivo logico che possiedono il dono dell’inarrendevolezza degli animatori di villaggi vacanze: un dono che io non ho mai vantato, nemmeno nella loro sopportazione. Gia ai tempi del baby-club Valtur ero estremamente arrendevole al cospetto della loro insensata allegria – Ho una risposta pronta ognuno di loro, per tutto ciò che vorrebbero rifilarmi: bancomat? Ne ho già uno ed è vuoto; Suv a basse emissioni ? Mi hanno tolto la patente; Sky? Non guardo la televisione.. Iqos? Fumo solo cubani. E via dicendo.

Tutto mi pare superfluo in questa gabbia monotona. E seppure Platone diceva nel suo simposio che anche ciò che ci appare dappoco non per questo non vale niente, per me queste cose non valgono niente. E fatico a trovargli un senso. Mi sento colpevole e fuori luogo. Un alieno vecchio e supponete, insopportabile e irrisolto. Costretto a questo corpo e a questa vita da una cicogna inetta e sbadata.

Mi aggiusto il cappotto andato quanto elegante nella prima vetrina che riflette abbastanza da svelarmi il disordine; e ancora televisori troppi grandi, e intimo che davvero non capisco chi lo indossi – nonostante abbia spogliato donne d’ogni livello di pudore. E bambine appena puberte che ci si aggirano intorno con genitori in total look jensato. Sopracciglia strafatte e ogni genere di cattivo gusto che abbia mai immaginato; e bambini con in testa giovani creste tribali che trascinato a forza le suole gommate di scarpette Nike e Adidas – sempre più strane – sul pavimento lucidato di fresco ma comunque sporco, derelitti appesi a mani ingioiellate di madri piene di tempo libero che non volevano lasciarli a casa a fare i loro comodi.

A chi si domandasse perché sono qui, il motivo è semplice quanto ridicolo e imbarazzante: sono uno schiavo come loro, il mio stupido cellulare di ultima generazione si è rotto, e qui un tecnico baldanzoso di un trust del settore che sforna tecnologia a fiotti nella Silicon Valley mi ha detto che se prendevo un appuntamento poteva aiutarmi. Come dal medico. Ha detto che poteva aiutarmi a continuare a comunicare con il mondo esterno, o meglio, lasciarmi una chance di comunicare con l’unica persona per cui tengo acceso il telefono giorno e notte, sia mai le succedesse qualcosa. Un altro alieno. Distante anni luce da questo grigio. Distante anni luce dalle centinaia di comunicazioni futili che ogni giorno mi raggiungono su questa tavoletta di metallo che si illumina di continuo. E anche se adesso aveva smesso, io non posso rinunciare a questo pretesto.»

D.B.

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La vita non è un film

«Avvolta dalla luce tenue, se ne stava sdraiata sul letto. Era nuda. Giocava con la sua vecchia macchina fotografica senza stufarsi. La notte era tiepida. Forse era primavera, o forse faceva freddo. Non ricordo. Ero distratto dal suo corpo. Astratto dal tempo, nel limbo di quella strana felicità priva di minuti, o secondi, o secoli. Rinchiuso nella venerazione. Raggomitolato nell’infatuazione. Un gatto perfettamente addomesticato. La finestra era spalancata e i gabbiani onnipresenti sui tetti, si agitavano insolenti e rumorosi dopo aver banchettato per ore nell’immondizia lasciata dai ristoranti. La brezza respirava nella stanza e si manifestava gelida sul suo seno, e le nuvole, che intravedevo riflesse nel vetro della finestra, erano rade e lucenti: di tanto in tanto coprivano come un velo di seta la faccia della luna che conosciamo a memoria. Un segno che da qualche parte il tempo stesse passando.

“Fammi un ritratto”, “Adesso”.

Oddio, le è preso il momento Titanic. Già lo so. Adesso sbaglio. Sto già sbagliando. Il mio cuore affonderà nell’abisso. E faccio un disegno di merda. Che io non so disegnare. Lo dice sempre. Disegno come un bambino. “Sai quanti grandi artisti non sapevano disegnare? L’importante è avere il proprio stile”; mi aveva già convinto. Subdola. Conosce il suo pollo. Le basta uno sguardo. Annegando mi ricorderanno per questo scarabocchio che mi ha privato della dignità e di ogni plausibile difesa vostro onore. Cedendomi un vecchio quaderno da disegno, iniziai a darle proprio retta. Ora le curve che conoscevo così bene erano così dolci e difficili da imprimere sulla carta per render loro quanto meno il minimo della giustizia. E il viso? Come avrei fatto con il suo viso? Dannazione. Non dovevo darle retta. Posava come una scema. E mi faceva le foto, ridendo, a complicare tutto. Sono un maledetto idiota. Adesso farò un disegno orrendo e lei riderà di me. Come io rido degli altri quando scrivono e non dovrebbero, mai. I capelli, che posavano sulle sue spalle gracili come fossero la veste di una regina, di quella Venere la pelliccia di Sacher-Masoch o come si chiamava, erano forse l’unica parte di lei alla quale riuscivo a tener fede.. ma gli occhi, quelli erano troppo profondi, troppo lucenti, troppo scuri per quel maledetto carboncino che stringevo tra le dita, e che a ogni pausa, tremava. Maledetto disegno. Maledetto Titanic. Maledetti gabbiani. Quel film ricordo è stato il primo che sono andato a vedere a cinema da solo. Cioè, senza adulti. Eravamo io e un mio compagno di classe delle elementari che poi è andato a vivere in Portogallo. Adesso fa il pilota di linea. Ogni volta che salgo su un aereo della sua compagnia spero di sentire la sua voce che annuncia destinazione e tempo di volo. Prima o poi sono sicuro che succederà. Quanto ci sentivamo grandi quel pomeriggio. Ci aveva fatti sedere la maschera, accompagnati dentro, ed erano di quei pomeridiani che entri con la luce, ed esci che si è fatta sera, e il tempo sembra essersi dilatato sulla celluloide. Risucchiato in quella sala di moquette. Era il ’98. Chissà dove era lei quel giorno, quanto era piccola, quanto era dolce, quanti capricci faceva. Aveva lo stesso broncio. Magari non quel giorno, ma quello prima o quello dopo, l’ho visto nelle foto. Lo stesso identico. E i capelli corti tenuti su dal cerchietto che io e il mio amico rubavamo alle bambine per farcele correre dietro. Che scemi che sono i maschi, da piccoli sapevano come fare a farsi correre dietro dalle donne con un solo gesto, da grandi invece sono sempre loro che finiscono per correre dietro a loro, e per essersi fatti rubare qualcosa di molto più prezioso di uno stupido cerchietto.

I gabbiani non mi danno tregua, appollaiati sul tetto a lanciarsi giù dalle vecchie grondaie con i loro piedi palmati. I suoi di piedi, sul bordo del letto penetrano l’oscurità. Li intravedo appena ma li conosco così bene: lì ho conosciuti in fondo alle coperte un giorno che era freddo. Ma non li so ancora disegnare. Eppure li conosco così bene. Buono a nulla. “Hai il talento di Picasso, lasciatelo dire..”, mi schernisco tra me e me. Se non ti ci fossi così tanto impegnato, a disegnare qualcosa che invece di una donna nuda sembra il bombardamento di Guernica, avresti del dannato talento. Davvero. Questo disegno è brutto le ultime dieci mostre che mi hanno trascinato a vedere. Brutto come ogni tema che ho consegnato a scuola da quando me hanno assegnati. Brutto come il momento in cui mi ricorderò questo momento, e lei sarà distante a giocare con la sua vecchia macchina fotografica e io non potrò più pregarla di non farmi foto, che poi vengo male, che sono timido, che aspetta un attimo almeno mi pettino questo ciuffo di capelli che mi cade su occhio, e voglio guardarti bene mentre stringo il carboncino e mi rovino la reputazione di ritrattista per questa e la prossima eternità. Lo soffio via, ma torna giù il mio ciuffo. Mentre la pelliccia della venere segue le sue pose da vanitosa. Le sue risate da sciantosa, i suoi raid per farmi il solletico e farmi ancora sbagliare. Ho finito. Ecco. Te lo avevo detto. Le svelo il foglio macchiato con timidezza. Ma a lei per una volta non importa, esserne uscita male. Consola questo povero Picasso senza licenza, e lo convince a concentrarsi sulla scrittura. Ad accostare la finestra e a parlare con i gabbiani, a convincerli di fare un poco silenzio, che noi adesso dobbiamo confessarci segreti all’orecchio, con la voce dei bambini, e poi smettere di sentirci dentro un film. E cadere nel sonno profondo nelle braccia l’uno dell’altro, e non temere che nessuno affondi nell’abisso, che questo letto, nonostante tutto, è abbastanza grande per tutti e due.

Allora in piedi davanti a quella finestra, con nuvole rade illuminate dalla stessa Luna e i gabbiani in silenzio, ho visto la scia di condensa di un aereo distante, di quelli che volano a 20.000 piedi, e mi sono domandato: chissà in che parte di cielo è quel mio amico che adesso fa il pilota, se è innamorato, oppure ha sonno, se ha mai ritratto una donna a mo’ di quelle “ragazze francesi” o altre scemenze del genere, se quando eravamo piccoli sognava già di fare il pilota come me, che invece sono finito col fare solo scrittore. Chissà se quella scia che adesso guardo con gli occhi di un piccolo uomo, è proprio la sua.
Chissà se questo maledetto disegno, quando verrà gettato nel cestino, incontrerà l’attenzione degli stessi gabbiani, mentre con il loro becco cercheranno di pescare qua sotto uno schifo di avanzo di qualche cena scadente.»

D.B.

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Esmé, sua madre e me

«Io non voglio figli. Lo sanno tutti. Costano dieci volte più dei cani, e la stragrande maggioranza delle volte ti danno un quarto della soddisfazione che ti darebbe, un cane. I figli ti rendono davvero soddisfatto solo una volta che se ne sono andati di casa, dopo aver studiato per un secolo la strada per farlo: un cane quando riesce a tornarci da solo se lo molli a un isolato dalla porta d’ingresso – un mese dopo che ha smesso di pisciarci sopra. E i vicini lo applaudono pure. Penso che anche i miei genitori, ora come ora, mi scambierebbero volentieri con un vecchio setter.

Tuttavia, recentemente, mi era toccato parlare proprio di figli. E non che non lo volessi, ecco, forse volevo pure, «parlarne». Il problema era un attimo mantenerli come vorrei: con il mio lavoro schifo e un’aspirante compagna che a mala pena sapeva badare al suo, di cane. Fatto sta che forse, un giorno, due figli li avrei anche voluti da lei. Quella bisbetica matta straviziata. Un maschio e una femmina. E in mezzo un cane. Un bracco che rispondesse al nome di Marmaduke. Di solito, viene sempre fuori che a parlare di figli, tra due che non hanno idea da dove iniziare a farli, si finisce solo a parlare di nomi. Come lo chiameresti lui, che nome daresti a lei. Avvolti nelle lenzuola di seta come bachi, luce soffusa da una maglietta messa per cappello a una lampada; fatti d’amore scadente come quello di due ketaminomani.

Ebbene io li avrei chiamati Ezra ed Esmé.
Il primo come il poeta, e la seconda, bella come lei, come la piccola del racconto di Salinger. La donna che preferisco al mondo. Quel tipo di donna come vorrei fosse mia figlia. Ecco allora che neanche a finire di dirlo, la tipa esordisce con qualcosa di borghese tipo: “Che razza di nomi; così poi a scuola li prendono tutti in giro”. Per quello non c’è problema le faccio io. Perché oltre ad insegnare loro chi sono, le grandi personalità da cui erediterebbero il nome, e perché devono essere fieri di portarlo; gli insegnerei anche a rispondere a quelle mezze seghe che trovano lo spirito: “Vedi bene stronzo che se ridici qualcosa su me o mio fratello, all’uscita viene mio padre che è disoccupato, nullatenente e colmo di fantasia: fa lo scrittore. Ti tortura e a te e alla tata pagata in nero che ti raccatta ogni giorno”.

Ecco, forse è per questo che non sarò mai pronto ad avere figli. Perché faccio sul serio. Terrorizzo le mamme. E poi sarei troppo protettivo. E scellerato. E pigro. Troppi regali; troppi Sì da occhi piccoli e dolci, e durissimi No da amari e lunghi pianti. Insomma un coglione che nessuno bramerebbe come padre, né tanto meno come marito.

Però cavolo sarebbe stata bella Esmé: bella come la madre, e affascinante come quel fallito del padre.»

 

D.B.

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Limonov e me

Sono in ritardo. Tanto per cambiare.

Lui, uno dei miei pochi idoli viventi, è già seduto con le braccia conserte sul suo trono. Espressione di spocchia. È in una libreria da stucchi barocchi che vanno a impreziosire. Un braccio dalla sua testa pende una scritta rossa, c’è scritto ‘saggistica’. ll poeta russo è al cospetto di un centinaio di persone, miste, vecchie e giovani, anonimi e singolari personaggi. Io mi sento qualcuno, con la mia giacca militare, come sarebbe piaciuto a lui, non vedo nessuno come me. La presentazione è appena incominciata. D’Agostino il moderatore, racconta cose che solo chi non conosce l’autore può trovare interessanti. Già annaspa, nel tentare di prendere a spallate un avversario che lo sovrasta con il solo silenzio. Sa di non poter competere, lui, tronfio di tatuaggi da bad boy accumulati in una vita da animale da cortile. Sfodera domande scomode e interessanti che però non trovano alcun seguito nell’interlocutore. Forse non sa con chi ha che fare: con uno stronzo.

Eduard Limonov cita se stesso – “le poete russe prefere..” – quando il suo editore prova a tradurlo, e lui gli leva il microfono per cederlo ad un paio di tette che si affacciano da un balcone montato su calze a rete. Il poeta russo preferisce. Cazzo. Coup de théâtre. La conferenza inizia. Le risposte sono scontate, la voce del vecchio Eddy è dolce e suadente, timida ma diretta. Non dice niente che non abbia voglia di dire. Si vende a noia, è per questo che è arrivato fino a qua. Svogliato balocco per borghesi da seghe mentali e cenette passate a parlarsi addosso. Masturbatori seriali da salotto letterario. Intelletualoidi da scaffale. Sciarpe annodate a cazzo. Noia.
Spazio alle domande. Una professoressa di geometria, che ci tiene anche a dirlo, sale sul palco e fa una domanda con pretese: la profondità nel “Libro dell’acqua”. Bocciata. Un ciccione vestito da caccia fa un paragone con Salò di Pasolini. Ignorato in stile libero. Un sedicente scacchista domanda di Kasparov. Velleità.
Se le saranno preparate per giorni, queste domande da primi della classe che volevano colpire il poeta. Per cercare di vivere il loro momento di gloria bastarda. Questi fanatici da libreria. Io non sono nessuno e lo so bene. Non faccio domande da protagonista. Nessuno mi ha notato e nessuno mi noterà. Mai. Davanti a me c’è uno dei miei giornalisti preferiti: Buttafuoco. Me ne sono accorto quasi per sbaglio. Figuriamoci. Sono timido e so bene di non poter competere con il poeta. Mai. Anche se per un momento ho davvero creduto mi fissasse. Impossibile.

Qualcuno tira fuori una domanda più del cazzo delle altre: sarei curioso di conoscere la sua canzone russa preferita? Ridiamo. Edička dice che deve raccogliere i pensieri. Si accarezza i capelli bianchi con la sfumatura alta, poi dice che sì, l’ha trovata. Parte a cantare per 5 minuti. In russo. Tutte le strofe. Parla di uno che si scopa una mentre il marito sta chissà dove. Momento surreale. Pure le vecchie tirano fuori il cellulare per fare un video. Almeno siamo certi che sono vive, sono tra noi. Che nessuno se le sia scordate lì, per caso. Applausi e risate. Vestiti orribili da persone che si prendono davvero sul serio. Altre domande, complesse e capziose. Altre risposte, vaghe e scocciate. C’è spocchia e autoreferenzialità ovunque.
Cosa pensa il poeta di Carreré? (il mezzo attraverso il quale anche io so chi é). Lo ringrazia, ma non gli concede critica. Rosica del fatto che il suo ‘Limonov’ abbia venduto più copie di tutti i 70 libri scritti dal vero Limonov. L’hanno tradotto pure in giapponese.
Ma una cosa è importante: Carreré romanza da bobò ciò che non ha il coraggio di vivere. Limonov racconta la sua vita da scoppiato di testa, dalla periferia ucraina è finito a uccidere con le tigri di Arkan, facendo il bohémien a Parigi e New York, e finendo in un carcere di massima sicurezza per volere di Putin. Un’esistenza passata a scopare ogni pertugio e a farsi scopare: “le poete russe prefere..”.

Ancora applausi, ancora risate di circostanza, ancora commenti del cazzo di intellettuali da scaffale che devono fare i ganzi con le loro accompagnatrici stronze e brutte. Non c’è l’ombra di una fica degna di tale nome. La folla si dirada, la folla si mette in punta di piedi. La folla fotografa. La folla gongola. Io mi sento nulla. Ora gli autografi. L’ultimo autografo che ho chiesto, e non in prima persona ma mia madre, è stato a Pippo a Disneyland. Avevo 7 anni. Adesso chiederò il mio primo.

La fila di libri tutti uguali scalpita. Sono comprati di fresco, ‘Zona industriale‘ si intitolano. Il motivo per cui Limonov è qui. Io non ho un euro in tasca. È il mio turno. Tiro fuori dalla giacca militare un libro minuto, spalanco la copertina per non disturbare, mi avvicino in punta di piedi e lo porgo al poeta, già piegato alla meglio, per la sua comodità. Chiede il mio nome, come a tutti, in francese. Rispondo e firma. Ma vuole sapere di che libro si tratti. Allora rovescia la copertina. Mi guarda negli occhi, come se. Annuendo proferisce una frase lunga e russa, riconsegnandomi ‘Diario di un fallito‘. Ringrazio e mi disimpegno con timidezza dopo un inchino. La traduttrice allora mi trattiene e mi spiega: “Grazie, sono molto felice che lei abbia scelto questo libro”. Sono le parole del poeta.

L’ho scelto perché l’ha scritto alla mia età, quando era sconosciuto, perso e solo. Perché volevo che notasse in me qualcosa. Perché in quel libro ho sottolineato questo passo:

«Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco, scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

Eduard Limonov, nel mio mese di merda, nel mio anno di merda, mi ha ringraziato per questo. E io devo dirlo subito, adesso ora, al mio amore perduto. Per questo mese, e anche per il prossimo, diciamo che stiamo bene così.

D.B.
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Il mio Cinema Paradiso

Il primo libro che ho letto per conto mio, senza obblighi, è stata una sceneggiatura. Avevo 11 anni e non potevo vedere al cinema un film che avevo tanto atteso: ‘Salvate il soldato Ryan’. Era vietato ai minori di 14 anni. Piansi.
Terribilmente affranto, mi procurai il testo; e dedicai l’estate a quella lettura faticosa. Pagina dopo pagina, la mia mente immaginava le scene, i volti, le inquadrature, le battute.. partendo dai pochi frame del trailer, che passavano sempre negli spazi pubblicitari che un tempo davano alla tv – coming soon – avevo girato il mio di film. Del resto la Normandia la conoscevo bene.

Finii il libro in agosto, e piansi, di nuovo. Non sono mai stato un duro al cinema o nelle storie, possiedo un dono sconveniente, un impaccio per l’esistenza, la sensibilità.
In un fine settimana passato in campagna, mi pare fosse un sabato, mio padre si presentò con una notizia inaspettata: nella fortezza del paese dove eravamo, in un cinema che se oggi mi sforzo a pensarlo, non può che somigliare al ‘Paradiso’, proiettavano quel film.. quella sera.. e lui si era accordato che potessi entrare anche io. Era agosto insomma, e in agosto quel cinema proiettava nella corte interna del Palazzo, su un grosso telo bianco che cadeva dal tetto davanti a file e file di vecchie sedie in legno. Sotto il cielo stellato che rifletteva nell’acqua di un pozzo, proprio davanti alla cinepresa, il paese trovava il suo unico svago. Sono passati 19 anni. Non ricordo una proiezione più bella nella vita mia vita. Il film era proprio come lo avevo immaginato, grandioso.

Se tuttora devo pensare ad una serata perfetta.. penso a quella. Al profumo d’estate in un vecchio cinema all’aperto, ai desideri dei bambini, e a chi di tanto in tanto è capace di realizzarli.

D.B.

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Quel fotografo di litigi

«Comunque stavo pensando,
ti ricordi quella volta che avevamo litigato, come al solito, e quel tipo ci fece una foto mentre eravamo fermi, in vespa a Trastevere? Era quasi al tramonto. Le foglie dei platani erano folte e luminose. Quasi danzavano, tra raggi di luce tenue e un poco di vento che ti dice non andare.. Era estate. Tu stavi per partire, io anche. Ci siamo sforzati di sorridere entrambi a quell’obiettivo così improvviso, che voleva catturare un istante di quella nostra storia finita da un pezzo, che per lui forse non era da buttare. Chissà come è venuta quella foto, se è ancora bella, o se non lo è stata mai.»

D.B.

Settembre 2012

Il complesso del nonno

“Da che mi ricordo, i tre indiscutibili collanti sociali di questo secolo sono sempre stati la figa, il calcio e la cacca. Le genti, previo attualità particolari o straordinari eventi, si sono sempre contentate di confrontarsi su questo; ma il progresso – quel bastardo – ha aggiunto un tema nel discorso: la pappa.
Da qualche anno a questa parte infatti, complice quella che a me piace chiamare ‘moda del cucinato’ o ‘complesso del nonno’, quando si terminano aneddoti e opinioni sui tre vecchi argomenti che ricorrono allo sfinimento, si comincia a parlare di cosa si è mangiato a cena, o della spesa che si è fatta da quel pizzicagnolo o macellaio – con un trasporto sempre proporzionato al conto che si è meritati di pagare – perché il cibo, si sa, è bene posizionale ormai, e a differenza dei secoli passati, al giorno d’oggi quei pochi soldi che la gente caccia dalle tasche li spende per comprare un chilo di avocado o sedersi a tavola e fare una bella foto al piatto (#foodporn). Non sbagliava Berlusconi infatti, a dire che lui la crisi non la ‘vedeva’ perché i ristoranti sono sempre pieni. Non sbaglia chi sostiene la teoria che forse, se i giovani smettessero di spendere soldi in toast all’avocado, un giorno potrebbero finalmente comprarsi casa.

Inizialmente, mi ero fatto l’idea che quell’intruso non fosse altro che un’occulta associazione che il cervello compiva inconsciamente per collegarla al terzo argomento in scaletta (la cacca): una proiezione alla conversazione di domani. Ma poi ho capito che non era precisamente così, che il mondo come al solito era cambiato, e io, che non parlo neanche di calcio perché non lo seguo da quando i nomi dei giocatori erano ancora pronunciabili, come al solito ero rimasto indietro. Eppure una cosa ricordo: quando quella rincoglionita di nostra nonna ci chiamava a casa, e ci toccava prendere la cornetta, e lei, per non sapere cosa dire, o perché era importante per la gente che aveva anche sofferto la fame, domandava cosa avevamo mangiato a cena, prima.. Allora non eravamo così entusiasti di raccontarlo. Ma che vuoi fare, staremo invecchiando anche noi.”

D.B.

per Il Bestiario degli italiani, la rivista strapaesana

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