L’adunanza del nulla

Appollaiato su una sedia col culo di vimini bucato, un attempato antiquario dai foltissimi baffi conviene con chi gli vende di rimpetto: “..da quando tutti quanti non solo hanno il diritto di esprimersi, ma hanno facoltà di riunirsi virtualmente.. il mondo ha cambiato volto, e con esso tutto ciò che accade ed è destinato ad accadervi.”

Il suo interlocutore allora, che da un’ora regge il muro a palmo di mano e non vede un cliente dall’equinozio, con uno sputo denso e viziato di tabacco sancisce il suo benestare; affogando un vecchio sampietrino sollevato da profonde radici che nessuno ha mai visto.

D.B.

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La domenica delle cianfrusaglie

La luce tenue che poco si spande, oltre il giallo ‘napoli’ della stoffa plissettata dell’abat-jour, illumina appena piccoli volumi editi da Adelphi nelle loro copertine di carta pastello, che spesso mi convincono più del titolo a portarli a casa con me – Jünger, Grossman, Alvi – ma anche Ian Fleming, con il suo James Bond di parole. Assai più bello, tanto per dare spago ai comuni luoghi, dei film. Soldatini e piccoli modelli d’aeroplano – la maggior parte inglesi – nei loro blazer blu di marina, si nascondono nell’oscurità accanto alla mia vecchia macchina da scrivere Olympia. I fogli sono ingialliti e vuoti. Non la uso mai. Tra sigari cubani spenti da tempo, Romeo y Giulieta, bossoli di proiettili sparati a bersagli mediamente distanti, e fermasoldi d’oro rigorosamente vuoti, un orologio degli anni ’50, Omega stile aviatore, perde il tempo su un vecchio tavolo da gioco il legno che sorregge tutto questo.

Il gira dischi, ultimo gradito adorato regalo, suona un 45 giri di ottimo jazz reperito appena poche ore fa in un mercatino delle pulci.

Io scrivo un ‘pezzo’ per il giornale che ha fondato il mio idolo, e il gatto, all’ombra di una pila di riviste, muove la coda come un metronomo, incuriosito dalla donna che canta da una scatola che non aveva mai visto prima. Il tiramisù che ha fatto mia madre, con i savoiardi ben inzuppati di caffè fuoriuscito da una moka ben temprata, è perfetto per anticipare il pasto.

Mi piace questa mia domenica. Adoro le mie cianfrusaglie. La nullafacenza. La storia.

 

D.B.

 

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Non ditelo a Fiano

Ogni notte da qualche notte, quando termino di scrivere le mie baggianate e la casa è buia, e nessuno può scorgermi nell’oscurità, mi muovo come un gatto guardingo trascinandomi dietro una vecchia scatola di legno.

Stabilitomi dove solo io posso stare, al sicuro da occhi indiscreti, accendo una luce tenue e la apro. Allora passo in rassegna pennelli di minute dimensioni e vasetti pieni di vernice, e poi in mezzo a loro il figurino di piombo che potrebbe costarmi 6 mesi di reclusione o chissà quale multa salata; e io, chi mi conosce lo sa, non c’ho una lira pe’ fa due: dunque sono terrorizzato dal conciliare. È alto quanto un dito medio eretto, pesa come un bicchiere di vetro, e piano piano che prende forma e colore, sul petto di una giuba grigio-verde si riempie di piccoli, minuscoli, emblemi del colore dell’argento: onorificenze al ‘valore’. Ve lo dirò, ma non siate spie – Il nemico ci ascolta! – è Junio Valerio Borghese; mi è stato spedito in gran fretta dalla Grecia, prima di eventuali rafforzamenti alle dogane, prima di embarghi; nei suoi 54 mm d’altezza sfoggia la divisa della Xª MAS, ai tempi dell’RSI, ai tempi della resistenza: quella di Salò, e quella delle montagne.

Un brivido mi corre lungo la schiena leggermente ricurva, a pensare che Lui, come i modellini d’aeroplano della Regia che portano su il ‘fascio littorio’ e belli e fatti posano davanti pile di romanzi e libri di storia – letti davvero – se scoperti potrebbero garantirmi il 293-bis voluto dalla ‘Legge Fiano’ : fino a 2 anni di reclusione con l’aggravante di questo post. Mi quieto, fuori è buio, tutti dormono intorno a me, nessuno conosce il mio segreto. Mi affaccendo scaltro, dipingo particolari, faccio ricerche su vecchi albi colmi d’impudente nostalgia. Dipingo ancora. In silenzio, come un ladro. Quando la stanchezza sopraggiunge, ripongo tutto nella vecchia scatola di legno.

Sono sicuro che nessuno mi abbia visto, sono sicuro che nessuno potrebbe neanche immaginare che Io, di notte, mi chiuda in una stanza per modellare – cito testualmente da proposta di legge – “..beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti [al partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie]”. Ne ho la certezza; finché vestendo il pigiama di seta in un sobbalzo m’irrigidisco sull’attenti, all’improvviso, anche questa volta, e grido deciso nell’ora del silenzio ‘DECIMA MARINAI! DECIMA COMANDANTE!’: vanificando come ogni notte il mio riserbo, svelando a tutto il vicinato il mio piccolo inconfessabili segreto, ‘la nostalgia’.. mentre dalla camera accanto mi indicano il paese dove dovrei andare, con garbo e fallibile speranza.

Ciao Fiano. Ciao. Noi di mulini a vento ne abbiamo presi di petto migliaia, sappiamo benissimo come si fa.

 

D.B.

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Il Perù ai cinesi: coccodrillo di un bar

A me del Milan non me n’è mai fregato niente.. però quando venerdì pomeriggio in volata sui sampietrini ho accostato la vespa a via Monserrato, per affacciarmi al Perù a comprare un pacchetto di sigaretti ‘Salsa‘ – magari sorseggiare un cordiale nella mia attesa – non ho incontrato dietro al bancone il sorriso di Michele e degli altri, ma quello di una giovane cinesina che affaccendata con i parenti non sapeva affatto cosa fossero, i sigaretti Salsa.

Stizzito da questa mancanza, frastornato da quello che sembrava un repentino e insensato colpo di mano della Rapubblica Popolare Cinese oltre le linee, le nostre, mi sono allontanato in silenzio, attonito, sconvolto e impensierito. Davvero non credevo potesse essere, oggi invece leggendo un articolo ho scoperto l’inevitabile presagio: il Caffè Perù è stato comprato dai cinese. Un altro angolo di paradiso della romanità rischia di andare perduto.

Ok.. per noi tragicomici annoiati figli della borghesia di collina, il Bar Perù è sempre e solo stato un romantico viaggio nel tempo, in una Roma da noi sparita precocemente nella velleità del nuovo; una Roma che cerchiamo nei cassetti dei ricordi, pieni di negativi Kodak e negli aneddoti del primo Verdone; Lui che che proprio in quelle vie scovò l’a noi carissimo Finocchiaro. Non possiamo sentirlo nostro, è vero.

Forse. Forse non più di quanto non possiamo sentire nostra l’abitudine tutta romana di bere il caffè ‘al vetro’; fatto sta che per chi come me ha incomiciato i suoi peregrinaggi al Perù dieci anni fa, quando il quel epico bancone di zinco poggiava sulla destra, e dietro, la notte, a versarti litrate di Gin&Campari ci trovavi un cameriere calvo dal collo taurino che indossava ancora il cravattino prima che fosse hipster, sorretto da un vistoso elastico – ça va sans dire – e Mike alla cassa.. be’ qualcosa sentiamo di averlo perso: il piacere di trascorrere le nostre serate nel tempo andato, quello che per fare posto a quegli anonimi e pluriagoniati bistrot ‘alla moda’ arredati con la fotocopiatrice ha ucciso i bar latteria – polluzioni accatastate C1 che cerchiamo ovunque, come i Nasoni l’estate : perché a noi il progresso dello moscowmule minimale scontrinato a 15 euro c’ha veramente rotto er cazzo. Vogliamo l’amaro del Capo nei bicchieri firmati Cinzano, e il banco frigo a tenda davanti alle nostre sbronze..

Insomma.. adesso che poi vediamo l’imprenditoria cinese e quella bengalese consumare e mettere a rischio i nostri ricordi che profumano di ’80, il progresso lo patiamo ancora di più. Perché ingloba e accantona anche un fenomeno sociale: quello dell’impoverimento nazionale vs. il modello d’investimento spregiudicato e competitivo di queste nostre colonie orientali. Che minacciano tutto quel che di bello resta in questa città di disgraziati senza gusto e memoria, e rischiata d’essere il nostro insovvertibile futuro.

Vebe dai, forse mi sono fasciato la testa troppo in fretta. Depressione e abbattimenti pindarici; nostalgia precoce. Forse lasceranno tutto com’è. Io ci spero. #Holdfast #Molinari #SanCallisto .Roma vera ce servi come l’aria della domenica mattina al Pincio coi palloncini, o a sentì il cannone di mezzogiorno al Gianicolo. Con Papà. Intendo?

 

D.B.

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I start from here

I once heard someone say that “a man learns nothing if he wins”, on the other hand, when he looses, he has gained the important value of the experience itself, he has come a step closer to his own wisdom.When I decided to participate in the Reporter Day, my only sincerest intention was to take part with style, confidence and face my own fears. Not to win. Too egoistic. Too good to be true. It is too often the awkward and invalid ones who come out as the best, and I rarely feel this is an investment. Imagining myself up against 150 young aspiring reporters like myself, selected by a highly competent team, for their projects judged by well renowned figures like Fausto Biloslavo or Marco Negri. To be a reporter on the front line has always been my lifetime dream. From the moment I became aware of this passion for journalism, when I found my idol journalist Indro Montanelli, and from when I learnt his life off by heart.

Taking part in this project that is so unique in its genre, promoted by Il Giornale that he founded, following his indomitable spirit – well, how could I miss out? It is perhaps for this reason why I immediately projected myself into the situation of war reporting, thinking about the front line where I would climb, shout, pray, kick and even shake friends of friends who had felt the ground of Afghanistan under their own feet and who could help me, just to get a chance of being called to report there.

I can already see myself in a kevlar helmet with the badge stuck to it displaying the word “Press” following my dream. To be a reporter, to tell, contribute and explain the war. On the train from Rome to Milan I brought a book with me from which I read and reread the following lines, to give me some confidence: “We’re only young once”, the reckless life of the young Montanelli that was told by Merlo’s brilliantly shining pen. Flicking through the pages, through my underlining, I find my favourite line: in which the director of the Corriere at that time stamps all over the Indro’s prayers in which he tells the world to go and report on the war, with one heartbreaking world, «DELUDED».

When I met the other participants with their wonderful projects, during the infinite wait to be interviewed by the judges; when I finally sat in front of those kind but serious professionals, I was just like any shy candidate would be (but inside all I wanted was to do well and reach the highest levels) consumed by the tension; when I saw a man amongst the crowd who was Alessandro Sallusti who was just walking by and talking with us, I kept telling myself “deluded”.

I understood that I didn’t win. When they announced the winning projects at the awards ceremony I was happy for my colleagues who had come up with such brilliant ideas, different ideas, fascinating ones, so meritable. My phase of disappointment had gone. I thought honestly nothing is lost and how important it is to get back on track and rip off that sign in my head saying “deluded”. To make myself even better and wipe away my grin. Gli Occhi della Guerra gave me another chance. Because, maybe, just like the moment I got that email that told me that I had passed the candidate selection phase for the competition, “they saw something in me”. I will be an analyst for them, until this is God’s will, until they have patience with me. Because what is important after all, is what they said on the day of the awards ceremony, is giving everyone the chance to take part. It’s up to us.

D.B.

IndroMontanelli

Mi hanno chiesto di raccontare come ho perso.. e io l’ho fatto

Una volta ho sentito dire che “un uomo non impara niente quando vince”, al contrario, quando perde, sviluppa in sé un’esperienza importante, che lo avvicina un passo di più alla propria saggezza. Quando ho deciso di partecipare al Reporter Day, l’unica mia sincera intenzione era quella di gareggiare con stile e confrontarmi. Non quella di vincere. Troppo egoista. Troppo bello per essere vero. Vincere prevede spesso lo scomodo e non trascurabile particolare di essere il migliore, e io di rado sento questa investitura. Figuriamoci poi nel confronto con 150 giovani appassionati come me, selezionati da un team di grande competenza, per un progetto giudicato da padrini chimerici come Fausto Biloslavo o Marco Negri. Essere reporter in prima linea è il sogno di una vita. Da quando sono stato colto dalla “passionaccia” del giornalismo; da quando ho trovato il mio idolo in un giornalista come Indro Montanelli; da quando ho imparato a memoria la sua vita.

Prendere parte a questa progetto unico nel suo genere, promosso da Il Giornale che proprio lui fondò, nel segno del suo spirito indomabile – beh, come marcare visita? È per questo forse che mi sono subito proiettato in guerra, pensando ad un fronte dove poter tentare di arrampicarmi, chiamando, pregando, scocciando, rispolverando amici di amici che avevano sentito sotto i piedi la terra dell’Afghanistan e che potevano aiutarmi, nella speranza di essere inviato là.

Già mi vedevo con l’elmetto di Kevlar e l’antischegge con su la scritta “Press”, ad inseguire il mio sogno. A fare il reporter per raccontare e contribuire a spiegare la guerra. Sul treno che da Roma mi avrebbe portato a Milano, avevo portato con me un libro letto e riletto a farmi compagnia (forse coraggio): “Fummo giovani soltanto allora”, la vita spericolata del giovane Montanelli raccontata dalla brillante penna di Merlo. Girovagando tra le pagine, nei passi sottolineati, ecco lì il mio preferito: quello in cui l’allora direttore del Corriere bolla la supplica di Indro ventinovenne (come me) di andare raccontare la guerra per lui, con una parola straziante, «ILLUSO».

Quando mi sono confrontato con gli altri concorrenti e con i loro magnifici progetti, nell’attesa infinita dell’esamina da parte dei giudici; quando mi sono seduto davanti a quei professionisti gentili ma severi, come qualsiasi candidato teme (ma che in fondo se vuole davvero gareggiare ad alti livelli si augura) consumato dalla tensione; quando ho visto un uomo dello spessore del direttore Alessandro Sallusti girare tranquillamente tra di noi, me la ripetevo: “Illuso”.

Allora ho capito che non avrei vinto. E quando alla premiazione hanno annunciato i progetti dei vincitori, sono stato lieto che tra i miei coetanei vengano generate idee così brillanti, così diverse, affascinanti, meritevoli. Passata la fase beckettiana del fallimento. Ho pensato sinceramente a quanto perdere sia importante per rimettersi in carreggiata e strappare le carte siglate con “illuso”. Per migliorarsi e tirare fuori la grinta. Gli Occhi della guerra mi hanno dato un’altra chance. Perché, forse, come citava la mail che mi aveva comunicato di aver passato la selezione per il concorso, “hanno visto qualcosa in me”. Farò l’analista per loro, finché dio o la loro pazienza vorrà. Perché l’importante, l’avevano detto il giorno della premiazione, è avere una chance per partire Tutti. A noi coglierla.

D.B.

 ‘Io ricomincio da qua’ su IlGiornale.it e Gliocchidellaguerra.it

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I once heard someone say that “a man learns nothing if he wins”, on the other hand, when he looses, he has gained the important value of the experience itself, he has come a step closer to his own wisdom. Continua a leggere

La gabbianella e il fesso

Quante volte abbiamo strillato ai gabbiani di Roma ‘de tornasse al mare’, quando la notte, volando in cerchio come stormi di condor, urlano nell’attesa nel prossimo banchetto d’immondizia abbandonata a se stessa. Rumorosi, sporchi e sfacciati, riempiono i tetti della città eterna indisturbati e grassi come fagiani – sembra quasi si nutran di gatti. Li odio, è vero. Lo ripeto sempre. Eppure un po’ non avevo potuto fare a meno di affezionarmi a quella gabbianella piccola e grigia, che giorno dopo giorno tutta la notte pigolava come una sirenia antiaerea fino al ritorno della madre.

Quando il cielo davanti alla mia finestra si prepara all’imbrunire, e la nuvola di smog maturata dal giorno si tinge d’un viola insano e splendido, che amplifica tutti i colori del tramonto distante; lei usciva fuori da un comignolo abbandonato, e con le sue zampette palmate passeggiava fino al bordo di un timpano con su scritto ‘Sibi et Amicis’. Grigia come una nuvola innocua, con duo palline scure per occhi, si appollaiava come un gallinaccio e attaccava una nenia petulante con quel suo beccaccio nero. Io in terrazzo a scrivere e combattere zanzare, Lei imperterrita nel suo pianto. ‘Ti vuoi azzittare maledetta. Ti tiro una ciabatta.’ – ma lei manco a pensarci. Pigolava alle macchine, ai motorini, agli altri gabbiani, agli stormi di pappagalli – che qui hanno sostituito le rondini – a tutto il circondario. Pigolava fino a notte inoltrata. Finché la madre non tornava per portarle qualche porcheria da mangiare. Allora si rimetteva su qui due piedini palmati e zitta dentro al cominignolo spento, fino alla prossima replica.

La odiavo. L’ho detto. Ogni settimana più grassa, ogni giorno più lagnosa, ogni ora più rumorosa. Ero lì-lì per insultarla di nuovo un pomeriggio, quando il prodigio della natura le fece venire la voglia di rompere il pianto spalancando quel paio d’ali. ‘To’! Una gabbianella che si sente un albatro’ – ho esclamato davanti a nessuno. Ma in realtà lo pensavo. E la invidiavo. L’emozione del volo, del giovane che si crede grande, del primo, piccolo passo verso una vita spesa nel cielo la rendeva ai miei occhi splendida e invidiabile creatura. Allora, vendendola traballante su quei piedini palmati e sulle esili zampette sormontate dalle timide ali che volevano abbandonare per sempre il timpano dedicato agli ‘amici’, iniziavo a curarmi di lei. Io, uomo di città privo del talento di Baudelaire, vedevo in lei il divenire di un maestoso ‘albatro’ urbano.

Non camminare sul bordo fessa! Non sei pronta!
Non farlo capire che non sai volare, che poi passa un altro gabbiano e ti si mangia! Quel cannibale schifoso.
Aspetta un altro giorno. Non ti buttare. Aspetta d’essere pronta per volare via da quel timpano, sta lì dal ventennio, ti saprà aspettare.

Iniziavo a preoccuparmi per Lei. Sì. Quella sirena antiaerea con le zampe, dal pigolio cronico che si sarà fatta sorda da sola.
Oggi imboccando la via di casa, mi sono imbattuto in una gabbianella morta investita; e non volevo che.. Ma poi quando ho chiesto notizie me ne hanno date di pessime – “Mentre non c’eri ha spiegato le ali e ha volato.. Ma è atterrata per strada. E mentre zampettava spaesata, una macchina se l’è presa in pieno”. Adesso sono triste per un gabbiano in meno nei cieli di Roma. Che storia assurda.

D.B.

Sognando le Air Zoom: storia di mille pomeriggi di poste ai Parioli

In fondo a Via Rubens, breve e tortuoso viottolo sui Monti Parioli, scandito da crateri quasi lunari e intitolato al pittore fiammingo Pietro Paolo, si trovava, nascosto dietro la serranda di quello che forse era stato immaginato come un box auto, un negozietto senza insegna con un nome che non lasciava spazio ai dubbi: Be Cool. Disordinato e pieno di vestiti fighetti, era gestito da un gigantesco uomo barbuto la cui pazienza spesso vacillava nel perpetuo peregrinaggio di ragazzini che due volte a settimana si affacciavano sull’uscio della porta solo per domandare se fossero ‘arrivate’ – No? E quando? Quando credi arriveranno? Allora ripasso. Ripasso.

Puntuali come orologi fermi due volte a settimana, passavano, sempre alla stessa ora, sempre con la stessa faccia, sempre con la stessa speranza. Ma cosa cercavano tutti quei bambini sperduti? Ebbene la leggenda voleva che lì, proprio in quella remota succursale di uno show-room del centro che vendeva vestiti provenienti direttamente dagli States quando non esistevano Ebay e voli Low-cost, sarebbero prima o poi arrivata una partita di Nike Terra Sertig, per gli amici: le Air Zoom. A testimonianza del prodigio già manifestatosi in passato, un paio di quelle bramate scarpe troneggiava su di una mensola, erano verdi laccate: le chiamavamo le verdi ‘Ramarro’. Erano bruttine sì, non erano affatto del colore che desideravamo; erano un 46.. e noi portavamo almeno cinque numeri in meno – Dio quante volte gliele facevamo tirare giù per provarle sperando che da una settimana all’altra i nostri piedi fossero cresciuti. Almeno un po’. Ma niente da fare, loro erano 46, noi eravamo dei quindicenni, e volevamo a tutti i costi un paio di ‘zoom’ per ballare l’hardcore; e ci accontentavamo anche solo di potercelo raccontare a scuola, che eravamo andati da Be Cool e che avevamo provato le ‘ramarro’, che ci avevano detto che forse.. la prossima settimana.. dall’America ne sarebbero arrivate qualche paio. Noi aspettavamo. Speravamo.

L’altro giorno, per caro, ho trovato in balcone una pila di vecchia scatole di scarpe da buttare; una di queste era scoperchiata, e custodiva proprio un vecchio paio di Air Zoom verdi e bianche. Le elevo rimosse dalla mia mente; forse sognavo; forse si erano materializzate dall’inconscio che cova i miei desideri. Oggi le ho un po’ restaurate, le ho un po’ coccolate – C’è chi potrebbe dire che sono solo un maledetto paio di scarpe da ginnastica, e che io sono solo un maledetto patetico nostalgico; ma cosa volete saperne voi, del profumo del freddo di Via Rubens in quel momento indimenticabile nella nostra vita?

di Davide Bartoccini

Il Cumenda: verità di un complice impostore

Quando il 28 ottobre del settimo anno del secolo corrente, moriva a Desenzano del Garda Guido Nicheli (in arte il ‘Dogui’), in pochi capirono che con lui moriva un essere ideale. L’era dei caratteristi, quegli attori minori attraverso i quali l’Italia imparava a conoscersi e riconoscersi, si avviava inesorabilmente verso il termine sterminandone i superstiti, e noi, consapevoli del deserto di espressioni nel quale stavamo per finire, già spargevamo lacrime di coccodrillo. A lui, milanese d’adozione e vitellone dalla nascita, venne affidato da Steno prima, e dai suoi figli Carlo ed Enrico poi, il compito di rappresentare l’archetipo del cumènda: quell’imprenditore lombardo che l’Italia industriale aveva reso, di dove in dove, piccolo feudatario post-moderno; status svincolato dal lignaggio al quale aspirava quella borghesia rampante, e spauracchio di quella borghesia piccola piccola piccola che fantozzianamente pendeva dalle sue labbra, per un favore, per una vendita, o per quel tanto bramato scatto di carriera. Il Dogui, per merito dei suoi atteggiamenti strapompati e del suo savoir-faire da balera, tra l’ostentazione di terminologie anglofone e quella cadenza nettamente dialettale, venne scritturato in un week-end di giugno spiaggiato a Porto Ercole. Quando, inciampando nello stesso ristorante dove era a cena Stefano Vanzina, gli venne offerta un’opportunità che non poteva rifiutare: recitare il ruolo di se stesso accanto ad un attore affermato come Renato Pozzetto in una scena di ‘Il padrone e l’operaio’ il Dogui non se lo fece ripetere due volte: a ciarlare di scampagnate a Monte Carlo e di milioni persi al casinò, a commentare fuori serie e donne di categoria, Nicheli era campione del mondo; un pesce nell’acqua, anzi, nel burro, come diceva lui.

Nicheli sembrava uscito dalla copertina Class ma invece era ‘sceso da una pianta’ della provincia. Laureato in odontotecnica, lavorava come assistente nello studio di suo cugino. Il denaro che guadagnava rassettando dentiere lo spendeva tutto per acquietare i suoi vizi nel week end, e quando proprio non bastava, per presenziare nel mondo dei night milanesi con la sua disinvoltura da grancarrierista, non tentennò ad improvvisarsi rappresentante di whisky part-time. La necessità che fa virtù. Sotto le mentite spoglie dello stimabile commendator Camillo Zampetti (I ragazzi della 3C) dunque si nascondeva un comunissimo uomo della classe media, con il mito della ricchezza da ostentare e il vizietto per il guantino da guida sul cabriolet. Steno questo lo sapeva bene, ma occupandosi di finzione e non di finanza, non sarebbe riuscito a raccattare un personaggio migliore per fotografare lo spaccato di quell’Italia buffa e racchiusa nella sua gabbia d’oro. Questa non sembrerebbe a prima vista riflessione fondamentale, se non si da peso alla peculiarità che il personaggio scelto per impersonificare tale archetipo, diventa egli stesso archetipo al quale l’autentico si ispirava e si ispira: poiché spesso è l’imitazione a dare una cifra alla nostra autenticità. È così quindi che scopriamo come gli atteggiamenti ostentati dai gran viveur con la fabbrichètta, d’estate in Costa Smeralda e d’inverno a Cortina, negli ’80 come nei ’90, che le battute ripetute all’infinito e che sopravvivono tuttora: sono stati tutto frutto dell’improvvisazione di un impostore incontrato per caso. Guido Nicheli, tirato in mezzo a quel filone di commedia italiana, che il neologismo avrebbe poi ribattezzato cinepanettone, è stato un complice della nostra realtà, che scimmiottando certi versi dalla provincia è finito per farsi imitare dei rampolli della Capitale Morale. Libidine.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è apparso sulla rivista Il Bestiario degli Italiani : http://www.ilbestiariorivista.it

Giuni in Iraq

Alla luce tenue della hall di un albergo lussuoso e blindato come una fortezza, due uomini siedono in un tavolo a caso. Fuori, avvolte nell’oscurità, alte mura di cemento armato salvaguardano la quiete di un american bar che parrebbe divertirsi. Gli uomini siedono un poco in disparte, esposti alle note tristi di un pianista occasionale; un cliente solitario che suona per noia canzoni imparate da bambino. I due uomini sono inglesi, si parlano con lo sguardo e fumano chinati su se stessi pensierose sigarette. Sono due contractor, un modo gentile per etichettare nel XXI secolo i mercenari. Il pianista inciampa nelle note stentate di un revival italiano e un cameriere dalla pelle olivastra accorre sorridente: ha ricosciuto il ritornello di ‘voglio andare ad Alghero’ .. Quella che cantava Giuni Russo. Il più grosso ha la pelle nera, pesanti stivali chiari che sorreggono un fisico possente, indossa un dolcevita scuro e ha la testa spigolosa completamente rasata. Il suo compagno fissa il pavimento, con i gomiti sorretti sulle le ginocchia e la quinta sigaretta in bocca. Ha la barba lunga e bianca, e almeno quarant’anni sulle spalle: vissuti intensamente, molto intensamente. Indossa dei calzoni corti sportivi che scoprono gambe completamente tatuate, e tra una bocca e l’altra della sua Malboro con il filtro bianco, ripete con un fiato ‘A Mosul, domani a Mosul’. E lo sa, si muore a Mosul. L’altro annuisce in silenzio. La luce ogni tanto salta, gli uomini con i mitra e il passamontagna di fuori sorvegliano l’entrata.. E noi ascoltiamo il piano dei ricordi, alterniamo la vodka liscia al Té, e guardiamo l’Iraq in una bolla di sapone.

D.B.

 

Erbil, 27 novembre 2016