La teoria dell’onda più lunga

‘Se Roma avesse il mare, sarebbe una piccola Bari’; o forse no, forse era Parigi? Vabe’ non importa. Perché tanto volevo esporvi la mia teoria squisitamente romana del rimanere ad aspettare l’onda più lunga; e a Bari non ci sono né onde né surfisti. A Roma invece, è come se fossimo cresciuti un po’ tutti con la tavola in braccio; e non solo quelli che sfidano la salmonella a Fregene a dicembre che manco se me pagassero in sessodollari da spendere con le modelle de Victoria’s Secret.

Divagazioni a parte: dicesi ‘Teoria dell’Onda più lunga’ quella teoria che verte sulla particolare propensione di un romano o di una romana nel rimanere impassibile davanti alla numerose proposte avanzate da amici (spesso anche cari) per comporre programmi a breve o lungo termine quali apertivi, cene, feste danzanti o più strategicamente viaggi e weed end; poiché in indeterminata attesa dell’occasione dal suo punto di vista più succulenta: traducibile nello scrocco più spudorato o nell’andare a tampinare la mazza (o la fessa) che più l’aggrada. Praticamente Godot con le tette o con la barca.

Quella che dunque chiameremo ‘Onda più lunga’ in gergo è proprio l’occasione ghiotta e desiderata che a discapito di una bella serata tra amici lascia talvolta a bocca asciutta , talvolta mantiene al caldo la ‘mezza piotta sotto la suola’ (risparmiare danaro N.d.R) tutti coloro che attendono l’occasione perfetta per mollare il pappafico e cazzare la randa per un week end a ‘velasquez’ dove magari conta anche di portare a casa i famigerati 3 punti (il rapporto sessuale Completo N.d.R.).

Apostoli del verbo ‘boh ti faccio sapere dopo’; portatori sani di buche dell’ultimo momento; che siano a Cortina o a Porto Ercole, a Prati o Corso Trieste, da sempre centinaia e centinaia di romani e romane attendono col cellulare in una mano e il longboard nell’altra pomeriggi, talvolta settimane intere, l’onda più lunga nel segno del loro più sfacciato e deplorevole opportunismo – spesso anche malcelato – che si abbatte sulle ignare proposte degli appagati o peggio degli ingenui, che ancora li etichettano bonariamente come ‘eterni indecisi’. Io vi auguro di affogare tutti. Prima o poi.

 

D.B.

 

Il mondo che bah.

Il sistema pensionistico collassa, il ghiaccio si scioglie, qualcuno pensa che il buco dell’ozono scaturisca dalle flatulenze delle mucche. Le guerre di religione sono totali. La musica è morta, l’arte, nella contemporaneità, è speculazione autoreferenziale. La bellezza è diventata opinabile e oscena, il politicamente corretto regna, la cultura giace. I giorni vengono scanditi dai necrologi dei pezzi della nostra storia andata; la vita ci consiglia, comunque, una schiavitù calvinista, il darwinismo si è rotto, e nessuno, nessuno si preoccupa della fine del mondo.

D.B.

 

Le foto dell’estate

Terminato il week end mi sono abbandonato al volo pindarico di cosa potrebbe accadere proprio adesso e per i prossimi tre mesi in un universo parallelo, dove migliaia e migliaia di uomini trascorreranno interi pomeriggi a cercare profondi aforismi di Baricco e Baudelaire per fare da didascalia agli shooting amatoriali del loro scroto per poi tappezzarvi l’etere – Fingendo spudoratamente di volervi coinvolgere nella bellezza dei paesaggi, certo di non voler far abboccare qualcuno nella loro bieca e svenduta sensualità..

Buona estate, buona estate signori miei.

D.B.

Scrive de’ sinistra..

Quanto è facile esse’ de sinistra quando si vuole scrivere per vivere. O calarsi nella parte alla bisogna. Quanto è facile pubblicare da progressisti incondizionati. Quanto è comoda l’accondiscendenza e la deferenza che suggeriscono la maturità e il sistema. Quanto è bello che a noi non ce ne frega una benemerita.. E impugnare la lancia d’inchiostro, e continuare a caricare quel mulino a vento con le sue pale enormi. Donchisciottemente romantici. Falliti cronici. Politicamente scorretti e appassionanti. Letti poco, cestinati tanto. Non siamo servi, non stiamo comodi, anche quando siamo contro noi stessi. Siamo condivisi dai pessimi. Buoni solo a rompere i coglioni. Siamo una fronda di nostalgici deficienti.

Liberi dalla colpa che l’editoria è morta per le vostre scuole stupide e le vostre penne languide.

 

D.B.

Dove va a morire il jet set italiano

Lo confesso, è vero: quando il compianto principe Giovanelli si congedò dai salotti romani e da questo mondo tutto, sentii distintamente un tremito nella Forza. Non mi piaceva no, quel vecchio fenomeno da baraccone in giacchetta da sera, sfaccendato servo di comparsate, né portatore sano di sangue blu, né bastione imbiancato dell’impalpabile nobiltà nera. Eppure era così rassicurante vederlo comparire puntuale a tutte le feste, a trascinarsi dietro quell’aplomb dei bei tempi, mentre i rampolli di quella mezza aristocrazia superstite lo omaggiavano, talvolta solo per fargli il verso, talvolta per spupazzarselo con un po’ di sano d’affetto. In Lui, veterano della notte, si notavano i più effimeri e affascinati segni di quella ‘Dolce Vita’ sempre scomodata e nominata in vano, ogni qual volta si senta il bisogno di descrivere e scribacchiare qualcosa riguardo le sue più recenti e scadenti imitazioni. Lì, allora, ai suoi bei tempi, il jet set s’agitava in piedi sui tavoli di Trastevere e Via Veneto, tra vezzeggiativi rivolti ad un Fellini e le battute sagaci di un Flaiano, tra le sfilate della Hepburn sempre all’ultima moda, e lo slang riciclato da Buscaglione. C’era allora il jet set in Italia: elitaria setta patinata e obera di talenti che imprimeva i suoi sorrisi giocondi nelle emulsioni argentee che poi sarebbero diventate foto da prima pagina sui giornali di tutto il mondo. Oggi non c’è più.

Oggi il jet set è un surrogato. Un ricettacolo: Fedez e la Ferragni che abbracciano una bulldog francese insieme a Signorini e Bobone Vieri, tutti addobbati come pagliacci, tra borchie, glitter e tatuaggi senza senso, per fare un video su snapchat in diretta da casa di Gianluca Vacchi e per dare vita l’indomani ad un servizio di Studio Aperto. Un ritratto così deludente da giustificare il titolo di ‘ultima rock star italiana’ concesso a Lapo Elkann. Un ritratto così deludente che interrogarci se forse non sarebbe meglio segregare in cantina il termine ‘jet set’. Non affascinante, non bello, non internazionale e tantomeno intellettuale. Oggi il jet set è mantenuto dai gettoni di presenza e se ne guarda bene dal ritirarsi a vita privata per non perdere l’invito a qualche inaugurazione dove può cenare gratis o per non essere preso di considerazione dai social. Puzza sempre come il pesce di ieri, è un crogiolo di scrocconi da discoteca e marchette da una sola posa. Un circoletto di omertosi ad orologeria che aspetta sempre i necrologi delle grandi star di Hollywood per confessare d’esserci stato a letto o di averci pippato insieme nel cesso di un locale mai visitato. È una schiera di vecchi gargoyles tronfi di botulino accoppiati con giovanissimi morti di fama di primo pelo; capaci di chiamarsi i paparazzi da soli, e quelli che poverini in qualche modo devono pur arrangiarsi, s’accontentano: fuori dalle pizzerie, nelle invasioni del buffet, alle inaugurazione dei brand che senza product placement non esisterebbero; accalcati a fotografare codesti individui che semplicemente non sono, ma vorrebbero così disperatamente essere.

Beniamini di gattare e dodicenni che all’inaugurazione di un centro commerciale fanno la fila per un selfie, i divi di oggi sono strisciati fuori dal tubo catodico dopo aver fatto a gomitate nei talent; sono figli d’arte non tramandata alla nascita che come unico talento possono vantare la dilapidazione di patrimonio; sono veline di plastica stampate in serie e spettinati mohicani scesi dal ramo del calcio; sono pupazzi confezionati appositamente su YouTube dai demiurghi del mainstream per poi essere piazzati sulle copertine di Chi. E mentre chiunque non viva vita natural durante davanti al digitale terrestre si domanda sempre ‘chi siano’ quelli in foto, questi dubbi esseri sciorinano i loro magri successi e le loro vite travagliate ovunque: in quel breve o lungo lasso di tempo della loro vita che subito si tramuta in una tournée perpetua. Non hanno stile né carisma. Non hanno gusto né classe. Non accampano mai una scelta loro: solo strategie da ufficio stampa. Non lanciano più mode, ne sono vittime. Non sono più spiriti liberi, sono schiavi blindati dagli haters sempre più annoiati. E allora ecco perché ad un festa blasonata, tra Vip e veline, si finisce in un angolo in silenzio, con un whisky liscio in mano, a rimpiangere Giovanelli nel suo smoking marziale, sperando nell’eutanasia del jet set. Auspicando la ‘Dolce Vita’, la Prima Repubblica dei De Michelis e quei suoi vecchi fasti. Ma lottar coi tempi in cui s’è nati, da sempre, è impresa da decadenti, nostalgici, e illusi. E appunto – Altrimenti, noi, qui, cosa ci scriveremmo a fare?

di Davide Bartoccini

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Questo articolo è stato scritto per Il Bestiario degli italiani, la rivista strapaesana http://www.ilbestiariorivista.it

Le Bestie di Alatri

Il ragazzo che venerdì era stato vittima di un pestaggio ad Alatri è morto a causa dei traumi riportati. Aveva vent’anni. Questo ennesimo spiacevole evento dimostra che siamo delle bestie, e chi pensa che noi, razza umana, siamo superiori agli animali si sbaglia di grosso. Forse allude a cosa eravamo, cosa siamo stati capaci di essere, ma non siamo più.

Non sono l’intelligenza o la sensibilità, qualità che anche un gatto possiede – e che commisurate alle sue necessità superano di gran lunga le nostre prodezze. Non è il coraggio, che come spesso si cita ‘è qualità nota nei cani’. Sono la Cavalleria, e la Pietà, ad averci innalzato dallo status di bestie. Quando io stesso – in passato pestato fino allo svenimento da due balordi – mi trovai tempo fa dinanzi una persona pestata a sangue da un ‘branco’, non capivo – mentre mi intromettevo pregandoli di smettere e con fortuna lo portavo via – come 6 uomini ormai adulti non si vergognassero a continuare a calciare, a menare le mani, a prendere a cinghiate un corpo inerme steso a terra. Incapace di reagire – Dove si trova piacere nello sfogarsi su uomo arreso? Incapace d’incassare ancora. Incapace anche di tentare di parare i colpi ai quale deve arrendersi: perché sono troppi, sleali e cadono da ogni direzione solo su di lui. Solo.

Lui la scampo’. Io la scampai. Tanti altri la scamparono. Questo Emanuele no. È morto per i colpi sferrati dal branco perché voleva far valere le sue ragioni. E nessuno ha avuto il coraggio di mettersi in mezzo, mentre lo picchiavano con un palo di metallo, in 9, gli eroi.
Ecco l’epilogo di una storia triste, anzi, una storia sbagliata, come cantava De Andrè. Godete bestie moderne.

D.B.

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Gli angoli della notte

Non so come la vediate voi, ma per me non puoi sentire un posto davvero tuo finché non ti sei ritrovato, almeno una volta, a vagarci solo e dimenticato in una notte strana. Magari ubriaco. Magari innamorato dopo aver scordato ogni ragione.

Una metropoli di luci spente. Un paese nano finito lì per sbaglio. A volte l’insospettabile periferia – Non importa se non c’eri mai stato prima, o se non ci tornerai mai più – Se una notte passeggi solo e quieto, ubriaco e con le mani in tasca in un posto che non conosci: che tu lo voglia o meno quel posto rimarrà tuo.

Nel silenzio e nell’ebrezza di quel momento lento, noterai i pregi più timidi, scoprirai i suoi scorci trascurati che altrimenti non avresti notato mai. E anche se è solo per una notte, una notte strana, quel posto si lascerà scoprire da te, ruffiano inciampato. Anche lui, immobile, si sbilancerà. Si lascerà frugare negli angoli e ti lascerà portare via qualcosa di se. Un ricordo. Il ricordo di te e lui in quel momento, nel silenzio della notte. Tu ubriaco e perso. Lui, fermo e vanitoso.. a guardare un passante strano, in una notte strana, che sicuramente si ricorderà d’esser passato di lá. Non so come la vediate voi, ma io è così che la vedo..

D.B.

Le sfide dell’Occidente, le possibilità dell’Italia

Guerra ibrida, immigrazione e dissoluzione: Una commistione di sfide e minacce dalle radici antiche e dalle nuovissime forme metteranno a dura prova il Vecchio continente nei prossimi dieci lunghi anni.

Le sorti della nostra civiltà, della quale il nostro continente è stato culla e crocevia, saranno ancora una volta messe alla prova in quello che potrebbe tornare ad essere un nuovo assetto bipolare del pianeta. In virtù delle nuove tensioni causate dai mutamenti geopolitici in Asia e Medio Oriente – da sempre ‘carburante’ e ‘innesco’ per conflitti e nuove geometrie economiche – e delle vecchie e nuove brame dei due grandi poli, USA e Russia, potremmo presto vedere l’Europa- che comprende 4 paesi del G7, 24 membri NATO (di cui 22 anche membri dell’EU) e 2 potenze nucleari – impegnata a fare quadrato per il mantenimento dello status quo, o ‘dissolta’ in virtù di ragion di Stato, vecchi antagonismi e nazionalismi inconciliabili:rispolverati dal diffuso malcontento in quella classe media che ovunque ha perso potere d’acquisto con pesanti ripercussioni sulla ‘qualità della vita’ insieme alla fiducia nelle istituzioni sovranazionali. L’Europa, ai minimi storici della sua coesione e crivellata al cuore dagli attentati nel nome del Jihad, rischia di spezzare i propri equilibri proprio a causa di un agente esterno: i flussi migratori che ovunque dividono i suoi cittadini tra fautori dell’accoglienza e fermi sostenitori del rigetto. Sullo sfondo della ‘Guerra al terrorismo’, che si gioca nei remoti avamposti orientali, cyber warfeare e guerre economiche sono in corso all’interno dei nostri confini, e il rischio che il nostro sistema economico o politico venga minacciato da operazioni di hackeraggio e speculazioni sistematiche si fa sempre più reale. L’unica risposta, in seno alla ragionevolezza, è la ricerca di una nuova strategia comune.

In questa tempesta perfetta l’Italia potrebbe avere un ruolo importante quale promotrice di nuove idee e tecnologie per disinnescare tutte queste minacce. Una lega di think tank potrebbero elaborare nuove soluzioni per massimizzare l’efficenza nel riconoscimento d’asilo e per facilitare l’espulsione dei soggetti privi dei requisiti previsti: disinnescando le tensioni che derivano dalla crisi migratoria e fungendo da guida per le altre nazioni. Il governo potrebbe aumentare gli investimenti nelle aziende impegnate nel settore della tecnologia, spronandole a concentrare i propri sforzi nel campo della cyber sicurezza da condividere poi con il resto dell’EU. Un’Europa più protetta si dimostrerebbe un Europa più coesa, capace di reagire alle minacce e pronta a trovare un nuovo slancio. Ruolo importante per tenere aggiornata la sempre più fondamentale opinione pubblica riguardo minacce e soluzioni da sempre spetta all’informazione – altro settore che vive un grave calo di fiducia con connesso calo di audience – nuove piattaforme: giovani, autorevoli, e slegate dagli interessi dei grandi editori, potrebbero dunque rivelarsi provvidenziali nella missione che potremmo chiamare ‘Domani’.

D.B.

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Il velcro come spoiler dell’incapacità

Sentore dell’incapacità della nostra generazione fu senza dubbio la diffusone delle scarpe da allacciare con il velcro. In tempi non sospetti l’appresività di quelle scarpe cosi brutte ci spoilerò il nostro miserabile futuro: evitare di imparare a fare qualcosa grazie ad inutili tecnologie all’insegna della futuristica comodità – ricordo che alcune, addirittura, erano dotate di lucine intermittenti per distrarci nei passi che non facevamo.

D.B.