Bellerofonte, amico mio

«Ti sei sempre illuso amico mio, di essere diventato ciò che sei per te stesso. D’essere arrivato dove sei, di traguardo in traguardo, per sola tua ambizione. No. Invece no ti dico. Non è per noi stessi, per amor propio, che abbiamo lottato, che abbiamo saltato il muro, che abbiamo scommesso tutto o scalato l’alto monte. Non è per noi stessi che miglioriamo.

Quello che sia siamo è il risultato del rifiuto e dell’ abbandono. Noi siamo il meglio che potevamo e volevamo essere per splendere negli occhi di chi non voleva saperne di noi. Di chi guardava altrove. Siamo sangue e sudore della necessità di essere accettati dall’amor perduto o mai corrisposto. Siamo le vittime del bene assente; del non bastarle, del non piacergli. Dell’esserci bastati. Noi siamo il merito spronato dal niente. E quando ci guardiamo alle spalle. Con la nostra bella nostalgia. Quando viaggiamo nel tempo e ci interroghiamo; non perdiamo troppo tempo a complimentarci con noi stessi; ma a ringraziare. A passarli in rassegna nelle notti insonni, uno per una. A pensare: meno male che ci sono, che ci sono stati. Voi che non ci avete mai accettati per quello che eravamo. Oggi vi ringraziamo per quello che siamo. Nella vostra ombra abbiamo imparato a sorgere, giorno dopo giorno, come un’alba raggiante. Forgiati. Nel carattere e nel fisico. Maturati e cresciuti. Padri, madri, amanti e amori passati. Cotte adolescenziali per la più bella che non sapeva della nostra misera esistenza, e datori di lavoro bastardi. Pensavamo di poter bastare. Eravamo quello che potevamo dare. Tutto. Ma abbiamo scoperto che non era abbastanza. Allora siamo usciti un giorno, senza saperlo, senza nemmeno accorgercene, e per loro non ci siamo mai più fermati. Non ci siamo mai arresi. Credevamo per noi stessi, ma sbagliavamo di grosso vecchio mio – e forse in fondo lo sapevamo, che non era per noi, era per meritarci il bene che non volevano concederci. Occhi pieni di stima e lunghissimi abbracci.

Ora possiamo dirglielo. Ovunque siate, fantasmi e ricordi, voi sappiate, voi crediate, voi vogliate o non vogliate, avete sempre lavorato per noi. Per renderci quello che siamo stati capaci di diventare. Fieri, indomiti, soddisfatti ma ancora in marcia, a caccia della chimera. E adesso, nel silenzio della nuova alba che ci spetta, è là. La vedo la Chimera. L’afferro già.»

D.B.

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Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota

“Quando nel 1994 ricevetti la mia prima pista di macchine radiocomandate, avevo sei anni. Ricordo benissimo come giocavo a far rincorrere all’infinito Alesi e Damon Hill, immaginavo fossero loro i piloti su quelle piccole monoposto. Mi piacevano quei nomi. A detta di chi mi fece quel regalo erano loro i piu’ forti. E io lo presi per buono.

Non conoscevo Ayrton Senna. Non lo piansi. Era appena morto. Ma io l’avrei amato.”

Ayrton, due anime sferzanti che gareggiavano all’unisono tra se stesse, prima ancora che in pista. Un fuoriclasse che riempiva di commozione chiunque lo seguisse, un ragazzo dalla voce gentile e le maniere delicate in un mondo difficile e pericoloso come quello dell’automobilismo. Un giovane dallo sguardo malinconico, costantemente pensieroso, di chi si sente incompiuto anche quando è amato, anche quando vince tutto, anche quando è tutto. Lo sguardo di chi cela un segreto, un peso insostenibile e da espiare. Chi era Ayrton ?

Ayrton Senna da Silva, brasiliano di San Paolo e’ stato definito il pilota di Formula 1 più forte di sempre. Imbattibile sul bagnato, profondo conoscitore della meccanica delle sue monoposto, cocciuto e instancabile, asceta calcolatore e maniacale, corridore senza paura a caccia della perfezione, come fosse una Chimera. Ha vinto tre Campionati Mondiali (’88 – ’90 – ’91), ha disputato 162 Gran Premi vincendone 41, salendo sul podio 80 volte e aggiudicandosi 65 pole position. Quattro scuderie automobilistiche che con lui hanno voltato nelle piste di tutto il mondo e un casco giallo, sempre lo stesso, disegnato apposta per lui con i colori del Brasile. Più che una bandiera, lui ne fece un simbolo. Il simbolo di un paese che attraversava un momento profondamente difficile: di povertà, privazioni, e confitti, ma si fermava a vedere il suo campione ad ogni gara. Lui con il suo talento nutriva la speranza e il sogno di della rivalsa sociale che l’intero paese bramava, e ogni volta che quel casco giallo sfrecciava per primo sotto la bandiera a scacchi, e lui urlava di gioia, il Brasile si fermava, ed era una festa nazionale.

Senna era un idolo, un sex symbol, un esempio oltre ad essere un grande pilota. Quando arrivo in Formula 1 dopo una lunga gavetta nel mondo dei Kart, non c’era molto spazio per lui. Ossessionato da Alain Prost, amico nemico della sua carriera, non poté fare a meno di sceglierlo fin da subito come “uomo da battere”. Da compagno di scuderie come da avversario, lo ammiro’ fino al punto di scoprire come sconfiggerlo. Ma ad Ayrton non bastava, lui era uno di quegli uomini che vuole battere se stesso.

Il primo maggio di venticinque anni fa, durante il gran premio di Imola, la sua nuova Williams non va proprio come vorrebbe, come è abituato lui. C’è un tedesco alla Benetton, un certo Schumacher, che è va molto forte, più forte di lui, ed è molto scosso, ha appena visto la morte in faccia; quella di Roland Ratzenberger, un pilota austriaco sfortunato, giovane come lui, che il giorno prima era morto durante le prove la qualificazione. Ayrton è tormentato quel giorno, ma non vuole mollare. Prova a far annullare la gara per motivi tecnici, ma non viene ascoltato, ci sono troppi interessi dietro a ogni gara: “ the show must go on“, del resto. Anche se ha vinto tutto non vuole ancora lasciare, si impone di continuare. Mette nella sua monoposto una bandiera dell’Austria, da sventolare alla fine della gara, magari sul podio, per omaggiare il compagno scomparso. Entra nell’abitacolo, e si fa stringere le cinture fino a perdere il respiro, per l’ultima volta. Durante i giri di prova, in collegamento con i box sente la voce del suo antagonista ormai ritiratosi, Prost, e gli dice – “Alain mi manchi.” Non riuscirà a finire quella gara.

Il piantone delle sterzo si spezza e lui finisce contro il muro della curva Tamburello. Il braccio di una sospensione salta durante nell’impatto e lo colpisce in testa, inutili i soccorsi in pista, non c’è più nulla da fare. Morirà poco dopo. Se ogni uomo ha un fato o un “destino”, nella sorte a volte generosa, a volte avversa, forse quello di Ayrton Senna era di redimere il mondo della Formula 1 attraverso la sua scomparsa. Di ricordargli qualcosa, che andasse oltre alla velocità, al denaro, al vincere.

“Non è degli agili la corsa, ne dei forti la guerra. Perché il tempo e il caso raggiungono ogni uomo”. Purtroppo.

di Davide Bartoccini

 

Un alieno al centro commerciale

«Nei centri commerciali mi sento perso. Un alieno. Uno di un altro pianeta che passeggia smarrito tra l’aria rarefatta, fredda o calda che sia, spinta dentro e fuori dagli enormi condizionatori che si curano di garantire a questa massa fluttuante di anime apparentemente appagate, un clima sempre temperato al punto giusto da attrarli anche se non devono fare alcuno tipo di acquisto. Passeggiate in vitro.

Mi trascino controvoglia, e mi scontro con gli occhi affannati dei commessi, stanchi di sorrisi stanchi, annaspanti, consumati, ansimanti al solo pensiero che il tardo orario di chiusura sopraggiunga, e che libertà da queste gabbie tutte uguali di vetrine e scritte al neon venga loro finalmente concessa dal dio del consumo, almeno fino a domani, almeno fino a quando ne avranno bisogno per vivere.

Vagabondo senza una meta precisa tra frullatori e bigiotteria, tra persone così alla moda da sembrare manichini sovrappeso che si sono presi pure loro una mezz’ora di pausa e vanno a prendere una coca zero, e altre persone; così fuori luogo, così sciatte, cosi disperatamente aberranti secondo i canoni del “cool”, che nonostante gli sforzi settimanali, sembrano completamente immuni, dalla moda. Una malattia contagiosa in questo covo di nomi italianamente forzati all’americana, e nomi italiani forzatamente all’americana. Nessuno è quello che sembra.

Un uomo con la tuta troppo rimboccata sulla pancia, e le sue palle sudate che rimbalzano in delle mutande probabilmente abbondanti mi supera affannato nella ricerca di uno snack. Un caffè qui costa 1 euro e 20. Lui ordina per 10. Dev’essere affamato e anche anche parecchio più ricco di me, a giudicare dalla sua incuranza nel pagare una coca zero quello che segna il registratore di cassa, dopo che unghie lunghe con indice di cromo differente e gli strass battono sui tasti rumorosi.
Addetti alla sorveglianza, con basco e anfibi, patch colorate e vistosi tatuaggi sul collo, si atteggiano come forza speciale in cerca di un ostaggio da liberare. E si agitano con un dito nel naso e un altro nell’orecchi mentre sono intenti a curiosare tra i sederi delle signore.

È pieno di banchetti da limonata avveniristici in mezzo ai corridoi ampi del centro commerciale climatizzato. Pieni di venditori allegri senza un apparente motivo logico che possiedono il dono dell’inarrendevolezza degli animatori di villaggi vacanze: un dono che io non ho mai vantato, nemmeno nella loro sopportazione. Gia ai tempi del baby-club Valtur ero estremamente arrendevole al cospetto della loro insensata allegria – Ho una risposta pronta ognuno di loro, per tutto ciò che vorrebbero rifilarmi: bancomat? Ne ho già uno ed è vuoto; Suv a basse emissioni ? Mi hanno tolto la patente; Sky? Non guardo la televisione.. Iqos? Fumo solo cubani. E via dicendo.

Tutto mi pare superfluo in questa gabbia monotona. E seppure Platone diceva nel suo simposio che anche ciò che ci appare dappoco non per questo non vale niente, per me queste cose non valgono niente. E fatico a trovargli un senso. Mi sento colpevole e fuori luogo. Un alieno vecchio e supponete, insopportabile e irrisolto. Costretto a questo corpo e a questa vita da una cicogna inetta e sbadata.

Mi aggiusto il cappotto andato quanto elegante nella prima vetrina che riflette abbastanza da svelarmi il disordine; e ancora televisori troppi grandi, e intimo che davvero non capisco chi lo indossi – nonostante abbia spogliato donne d’ogni livello di pudore. E bambine appena puberte che ci si aggirano intorno con genitori in total look jensato. Sopracciglia strafatte e ogni genere di cattivo gusto che abbia mai immaginato; e bambini con in testa giovani creste tribali che trascinato a forza le suole gommate di scarpette Nike e Adidas – sempre più strane – sul pavimento lucidato di fresco ma comunque sporco, derelitti appesi a mani ingioiellate di madri piene di tempo libero che non volevano lasciarli a casa a fare i loro comodi.

A chi si domandasse perché sono qui, il motivo è semplice quanto ridicolo e imbarazzante: sono uno schiavo come loro, il mio stupido cellulare di ultima generazione si è rotto, e qui un tecnico baldanzoso di un trust del settore che sforna tecnologia a fiotti nella Silicon Valley mi ha detto che se prendevo un appuntamento poteva aiutarmi. Come dal medico. Ha detto che poteva aiutarmi a continuare a comunicare con il mondo esterno, o meglio, lasciarmi una chance di comunicare con l’unica persona per cui tengo acceso il telefono giorno e notte, sia mai le succedesse qualcosa. Un altro alieno. Distante anni luce da questo grigio. Distante anni luce dalle centinaia di comunicazioni futili che ogni giorno mi raggiungono su questa tavoletta di metallo che si illumina di continuo. E anche se adesso aveva smesso, io non posso rinunciare a questo pretesto.»

D.B.

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I nostri caffè

«Sedie di ferro in bilico su sampietrini. Vecchi caffè e giornali da buttare. Una rosa destinata a morire, un altro gioco a cui non so giocare. Mi chiedi di guardarti. Rifuggo altrove. Leggessi i miei pensieri, negli occhi spenti e chiari, avrei timore nel venire qui a sedermi domani; nello stesso vecchio bar, e poi non vederti arrivare. Che questi pomeriggi sempre uguali, così nostri, così banali. Mi riempiono di luce gli occhi, che ho una paura vigliacca a doverci rinunciare.»

D.B.

 

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Tip Tap, è finita.

«Ci si dovrebbe limitare ad apprezzare. Mai adorare, venerare. O perfino amare. Apprezzare. Conviene. È più opportuno. Più funzionale. Più borghese. Più moderno.
Apprezzare, senza troppo trasporto per giunta. Senza troppo attaccamento. A una donna come a una scarpa. Frivolezze! Così che la perdita di una persona, o di una scarpa, non ci turbi eccessivamente da non potersi consolare; con un’altra; con un nuovo paio. Di vernice nera, danzanti a una festa. Lisce come un pavimento di marmo perfetto. Piroettante futuro. E sul più bello: casqué. Apprezzare, senza che neanche questa, l’ennesima nuova, diventi a sua volta motivo di vita. Era questa la teoria, assai distante dalla pratica; ahimè. Assai distante dalla vita. Del resto chiunque un giorno perda la sua scarpa destra, quella preferita. Temporeggerà nell’uscire. Riuscire. Cercherà sotto al letto, sopra al tetto, sotto a tutto. Che metafora sbandata. Ma come spiegare a una vecchia suola, che da sola una scarpa non riesce a camminare, senza provare freddo, senza essere più lenta, senza aver timore che l’altro piede sia dolente, ferito, silente. E se fosse inciampata e se fosse caduta? Come danzare – con una scarpa sola? Proseguire senza guardarsi indietro? Senza sedersi a rimuginare che tanto vale buttarsi via da se. Anche affacciati davanti a un negozio attraente, con vuoto nella gola, fermi, su un piede solo, su quella vecchia suola. Come un fenicottero alla sera. Del resto, sul serio, cosa farsene di una scarpa sola? Cosa fare di se. Mi dia un paio di scarpe di vernice. In fretta. Ho una festa. Porto il 43. – Gliele metto nella scatola? No le tengo ai piedi. Non sono cresciuto mai; fin da quando ero bambino, quando andavano di moda quelle con le luci intermittenti, quelle che indossavamo tutti quando eravamo bambini uguali e deficenti, non sono mai uscito da un negozio di scarpe senza avere un paio di nuove ai piedi. Dev’essere il mio lato femminile. È sviluppato assai.. La sa quella che le donne sono come le scimmie? Non lasciano un ramo finché… No meglio non continuare. Anzi, è impegnata questa sera? Sa’ ci sarebbe in ballo del vivere. Una specie di festa. L’avverto però. Non sono un bravo ballerino. Al quarto whisky arranco di stanchezza. Non amo essere adorato. E sto combattendo da una vita con la tenerezza.
Di solito, vince lei.»

D.B.

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Parole su rotaia

Sono sul treno. Triste e caldo, caldo come una febbre da stanchezza. Flemme flemme passa in rassegna la strada di ferro che va da Torino a Napoli e giù di sotto. Non è lento ma sembra. Mi annoio e ascolto ogni estraneo parlare, sbiascicare, bofonchiare, starnazzare; e credo che il giorno cui smetteremo di parlare in dialetto, al telefono con un amico, con la fidanzata distante, con una madre che aspetta.. tanto varrà non dire più niente dell’Italia. Sforzarsi solo di dimenticare.

D.B.

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Uovo libero

Che bega pensare
che siamo tutti un po’ colpevoli,
di lanci d’uova e farina.
D’innanzi a quei cancelli dischiusi di giugno,
quando torte di libertà impastate sull’asfalto
erano un preludio gagliardo all’estate sconfinata.

Bulli e bambine,
e il crescere di un tempo,
stupido crescere sgangherato e tanto sano.

La scuola finiva là,
con le sue regole e costrizioni
di getto lo sfogo,
e ogni anno, la ‘liberazione’ valeva più d’un 8 settembre.

Non ci facevamo tanto cruccio allora
delle borghesie e del loro sdegno
noi balordi,
noi semplici ragazzini;
“Borghesi tutti appesi” compariva su una maglietta,
precoce fugace lotta di classe,
pescata a caso in un cassetto.

Oggi seppelliamo ogni bravata,
fa eco il dissenso.
Coscienziosi maturi adulti e noiosi.
Borghesi.

Chi dimentica è complice.
Chi di nostalgia non piange, è defunto nell’anima.
Chi non si pente, almeno un istante,
Non è cresciuto mai.

 

D.B.

Un santo in paradiso

La nostra divisa carceraria consiste in pantaloni grigi con o senza piences, scarpe lucide stringate, cappi al collo in fantasia, cravatte.
La libertà invece si veste un po’ come gli pare,
sciatta e spogliata,

ciabatta in salotto in attesa di una retata, di un concorso, o di un santo in paradiso che si ricordi il nostro nome.

D.B.

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La grande giostra

«Un’altra coppia ha cessato d’esistere. Proprio adesso, come un altro milione nel mondo. Di questa mi hanno avvertito però. In questo tempo distratto da tutto il superfluo, ci si lascia e ci si trova in un nonulla.. tra chi ruba il sesso, e chi cerca un senso disperato, non c’è pace tra i ricordi, né stanchezza per i baci che vanno ancora dati. È un gioco crudo e tenero questa giostra di stupidi affetti. Chi sale chi scende. Chi finisce i gettoni, chi ne ha un milione chiusi in cantina. Sepolti nella cassaforte del fallimento. Esseri soli che muoiono insieme; o almeno ci provano. Conoscono l’epilogo ma non rinunciano alla partita. Gli uomini. Tutti pazzi. Qualcuno diceva, che la pazzia è ripetere sempre lo stesso errore pensando di cambiare il risultato.
2+2 fa te? No, fa 4.
Ok. 2+2 fa te? Ecco. Appunto.»

D.B.

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Credo che l’ultimo aggiornamento di Whatsapp l’abbiano sviluppato per dare un qualche genere di riscatto tecnologico a mia madre: solo lei usava l’espressione “messaggia” sulla faccia della terra.