Credo che l’ultimo aggiornamento di Whatsapp l’abbiano sviluppato per dare un qualche genere di riscatto tecnologico a mia madre: solo lei usava l’espressione “messaggia” sulla faccia della terra.

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Piovestate

«Stavo pensando all’estate,
che non arriva mai.
E quando arriverà, chi la vorrà davvero?
Non è mai come la desideri:
o troppa o troppo poca;
o troppo calda, o troppo corta,

o troppo sola o troppo bella per un’altra estate, che inesorabile ti deluderà.
Allora puoi sempre andare distante. Troppo distante. O restare vicino. Così se squilla il telefono, come un allarme atomico, puoi nuotare fin là. In un baleno. Lanciarti come un razzo impazzito su quel bottone. Esplodere di felicità. O di noia. Infallibile.

Oppure puoi smettere di aspettare, calzare un paio di galosche stupide, e pescare la primavera. Che il profumo alla fine è sempre quello.
Quando piove.»

D.B.

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Negarsi

La cosa più brutta che ho imparato crescendo, è che per farsi prendere in considerazione bisogna negarsi, e forse è anche la cosa più stupida che ho imparato. Più stupida di chi l’ha inventata. Stupida come chi la segue.

D.B.

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Livido affetto

Pelle livida poggia su una camicia

Nascosta, sotto il bavero della giacca

Sangue soffocato da un morso di dolcezza
è un timbro d’amore appassionato
è un gesto d’affetto, avventato, puerile
un marchio di possesso, deciso motivo d’imbarazzo, vago ma consueto
la mia ragazza che mi ha fatto un succhiotto
e io temo qualcuno lo noti, eppure ne vado anche fiero perché appartengo a qualcuno.
Lo dice questa pelle livida.
Lo dico io.

 

D.B.

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Il tempo delle cose

Il tempo è curioso
Non saprei spiegare
Non lo so aspettare

Ieri, affacciato a questa stessa finestra, parlavo a te, e non volevo pensare. Non volevo lottare, non volevi scherzare
ti penso per questo, penso al tempo che è passato, la finestra è la stessa, tu sei diversa, Io non sono cambiato

Il tempo è servito, a curare, a lasciare andare
Eppure adesso fisso l’orologio, e scopro che ancora oggi non so aspettare.

Il tempo è curioso, non c’è altro da dire, ne conosciamo il potere e ancora fatichiamo a capire.

D.B.

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Letto vuoto

Vuoto, silenzio e buio
un letto senza abbracci,
e il ricordo che turba il sogno
stupido e incessante

All’alba si rattrista
l’uomo dai sogni semplici

stretto al suo cuscino,
nel vuoto del cotone ricomincia
un’altra giornata senza te

 

D.B.

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Il tramonto dei leader

La colonia del futuro per la nostra generazione è uno scoglio virtuoso nella modernità liquida

Startuppari su Forbes, fashion blogger ad Harvard, youtubers come testimonial, e trendsetter vari nei talk show: sono questi i giovani di successo che ci propinano e ripropinano come ‘leader’ della generazione Millennial; ma questi soggetti dal successo più o meno sudato, questi esempi più o meno choosy, influiscono davvero sui giovani della generazione Y? Sono davvero fonte d’ispirazione? Oppure sono solo un palliativo per dimostrare che dopotutto qualcosa c’è oltre a NEET e precari, uno specchietto per le allodole, un antidoto social all’evidente immobilismo, 2000 battute di autoreferenzialità in un’intervista ampollosa e piena di inglesismi per farci compagnia seduti sul water closet prima di scaricare e uscire per andare a combattere con la realtà reale.

Viviamo in un’epoca particolare noi millennial, un’epoca di congiunzione tra due mondi: quello ancora diviso da una cortina di ferro invalicabile, e quello nel quale si può comperare l’autobiografia di un dittatore e riceverla comodamente in 24h nella camera del proprio college dall’altra parte del pianeta; quella nel quale usavamo il telefono con il filo, e quella in cui non riusciamo più a vivere senza Wi-Fi per accedere freneticamente a tutti i nostri social: per condividere continuamente gusti, pensieri e feedback – Proprio come Mark Zuckerberg ci ha insegnato, forse a lungo andare costretto.

È attraverso questi ultimi che possiamo osservare un fenomeno preoccupante: la maggior parte delle volte i nostri punti di riferimento, i nostri veri idoli, non sono minimamente dei nostri coetanei blasonati, ma sono gli stessi dei nostri genitori: quei cinquantenni agli sgoccioli che appartengono alla generazione X e ci hanno allevato nella loro cinica disillusione. I nostri leader sono troppo spesso gli stessi della generazione che riteniamo colpevole di averci “rubato il futuro”: figlia di quel Baby Boom che grosso modo ha delineato la forma del nostro presente, che ha smesso di credere presto in un sogno tradito, che nutriva poca fiducia nel futuro e rifiutava i valori del passato. Nonostante un nichilismo già ampiamente diffuso, la generazione X continuava a trovare forza ed ispirazione dei propri contemporanei. Lottava e manifestava per qualcosa che forse sperava ancora di ottenere e consegnarci, ma che ancora oggi, dato lo stato delle cose evidentemente non esiste.

La post-modernità, come ha teorizzato Bauman, si è pian piano liquefatta per mancanza di punti di riferimento solidi ed ovunque si è sviluppata più che altro la tendenza del voler solo ed esclusivamente “apparire”. Non a caso i giovani successi che ci vengono proposti oggi sono perfetti per posare in una vetrina o dentro una telecamera che scatta un selfie, ma non riescono a colpirci davvero; e nello scontro Vittorio Sgarbi vs. coetaneo status symbol di un programma di MTV, ci troviamo più concordi con il primo che con il secondo. I nostri giovani ‘leader’ troppo spesso sono ridotti ad essere celebrità di passaggio che non ci riguardano né sarebbero capaci di guidarci. Sono il frutto liofilizzato della profezia di Andy Wharol – i famosi quindici minuti di notorietà . E seppure la generazione alla quale appartengono è stata proiettata per gentile concessione della tecnologia e della stabilità in un mondo pieno di opportunità, pioniera del progresso, della globalizzazione, e scevra di gran parte dei limiti spaziali e sociali, essa si è ridotta quasi ad essere una dispersa: “Lost in worldwideweb”. Priva di vecchie regole e protesa nel abbracciare ogni cultura, ogni concetto, invece di trovare le sue consapevolezze si è spezzata tra vecchio e nuovo e non riesce a trovare più nulla da emulare. I giovani protagonisti della politica, dell’arte, della letteratura sono bollati come raccomandati e vuote trovate pubblicitarie.

Patetici tentativi di svecchiamento per mezzo di burattini senza anima. E il resto della loro generazione, disillusa riguardo il proprio futuro e tradita in qualche modo dal passato, si barcamena in un’esistenza all’insegna dei vecchi ideali e delle nuove pulsioni, trovandosi ancora una volta a descriverei come una generazione perduta. Proprio come la precedente. Sarà per questo forse che ci troviamo cosi a nostro agio in abiti vintage anni ’80, ci scopriamo nelle strofe di Guccini, e condividiamo ancora i pensieri rivoluzionari di Gramsci e di Evola. Noi giovani millennial immobili siamo più simili ai nostri genitori di quanto non pensiamo: persi, delusi e nostalgici; e possiamo tentare solo una mossa per uscire da questa fase di stallo: cercare dentro di noi e attraverso la condivisione qualcosa di nuovo e veramente virtuoso. Basta MTV. Basta sognare “Saranno famosi”. I tempi sono maturi per creare qualcosa di solido al quale aggrapparsi: uno scoglio nel mare post-moderno sul quale fondare il nostro futuro senza affogare nella ricerca del passato.

D.B.

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Il mio commercialista

Quando in passato le donne mi domandavano se non fosse il caso di fidanzarci stabilmente, io rispondevo sempre – collaudata scappatoia – che “dovevo prima consultare il mio commercialista”, ma probabilmente non me lo avrebbe permesso; mi avrebbe risposto che ‘non potevamo permettercelo’. Ora mi sono lasciato. Ha sempre avuto ragione.

D.B.

Nella bottiglia..

I miei pensieri più belli sono scritti su pezzi di carta da poco, inzuppati dall’ultimo sorso delle bottiglie di cui ho raggiunto il fondo. Sono tappati alla meglio e abbandonati al mare, cullati dal niente. I miei pensieri sono fini a se stessi, forse rivolti a nessuno e belli solo per me. Sono schizzi di noia e grandezza che cercano l’eternità. A chi li legge per sbaglio, ho la premura di lasciare l’ultimo sorso, per mandarli giù meglio. Sono un poeta, o solo un ubriaco che ha trovato una penna.

D.B.

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Forse dovremmo tutti.

Forse dovrei, dovremmo, smettere di pensare tanto a niente
ed essere così convinti che qualcosa – o tutto – ci sia dovuto. Non se sa da chi poi.
Smettere di vivere di paragoni; e smettere pure di gareggiare senza campionato: che tra cojoni, farlocchi e mignotte è na disputa de disperati senza licenza. Na corsa de fagiani dove purtroppo non spara mai nessuno: solo cazzate.

Smettere di nutrire quel complesso da spogliatoio borghese che tutti guardano il cazzo de quello accanto.. Ecco ci sarà sempre uno coi parenti sardi o de Montecarlo. E te stai sicuro stai inculato su tutti e due i piani.

Smettere di campare su Instagram, che è solo una cartolina bugiarda di momenti pieni de noia, da rivendere per felici a chi c’interessa li guardi – che poi so pure tutti uguali. Du palle. E pure su Facebook, che ormai è chiaro che è solo un grande fratello dove incasellare i cazzi nostri per perde tempo e venderci al capitale, o al massimo per far accoppiare e indignare gli analfabeti funzionali che finiscono a di’ buongiornissimo kaffè all’etere col profilo di coppia. Certo smettere anche di credere che l’erba del vicino è sempre più verde. Chinarci sul nostro orto di tanto in tanto, e sopratutto smettere di idolatrare chi non si è mai speso a chinarsi sul suo. Che quello non è merito: solo fortuna.

Smettere di preoccuparsi del futuro, che è imprevedibile;
e del passato anche: che quello è e basta, e non può cambiare. Al massimo farne tesoro – Eh, l’empirismo – che poi sincero: a chi è che ogni volta non glie va’ de tirà all’incrocio dei pali pure se l’ha sempre sparata in tribuna dalle elementari? Tanto nella vita vera non ce guarda o ce paga nessuno. De sti tempi poi.. Comunque dovremmo smettere di ricalcare il suggerito: troppo semplice e poco sentito da chi ce lo suggerisce (un po’ come chiosava Kahuna) . Sul consigliato o l’auspicabile: che solo fotocopie di fotocopie sbiadite di vite demmerda possono essere, di quelli che all’incrocio dei pali non c’hanno mai tirato, l’hanno solo presi; e pure piene de rimpianti, che so’ meglio i rimorsi – dice il poeta – che poi la vorrei vede’ la vita vera de sti poeti, sarebbe proprio da spiarli mentre compiono sti’ capolavori. So tutti morti de fame senza na lira pe’ farsi recensire e sciorinare da qualche critico morto di figa che una poesia vera non l’ha scritta mai. Io che scrivo poi, poco e male, faccio na vita che è tutta un rimorso, dove ce piove sopra pure a luglio.

Forse dovremmo, dovrei, smettere anche di vivere sulla rotaie, ma manco collezionare ‘anticonformismi’ pe’ facce l’album, che de post-hipster coi genitori che a trent’anni glie versano ancora la diaria per fa spesa al biologico, comprasse la civetta brasiliana e andasse a fa le foto in Patagonia se semo pure un po’ rotti er cazzo.. Ma la colpa non è dei genitori, è de chi gliela da’.
E pure la nostra, ovvio, che continuiamo a core’ dietro a quelle che gliela danno a loro, e come capiscono che qua se stanno arrampica’ dov’è tutta pianura, tirano i remi in barca, partono pe’ Sankt Moritz, che qualcuno che le porta a fa’ shopping a Nuova York per due chili de baiaffa al mese mentre ancora glie stanno su le tette ce starà..

Di base dovremmo, smettere di pensare d’essere tutti artisti macati che fanno le foto alle cose a cazzo de cane, o peggio fa i figli d’arte, che l’arte comunque non s’eredita – e spesso se vede pure bene. Diceva Longanesi “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere chiamati.” Ecco, fosse vissuto ai giorni nostri pure sull’avvocatura l’avrebbe detto me sa. Sulla scrittura poi.. che ve lo dico a fa’, touché..

Certamente dovremmo smettere, penso, di fingere di essere chi non siamo per essere, più attraenti, più conturbanti, che de sti tempi finisce che quello o quella con cui flirtavamo in chat ce lo ritroviamo un giorno nel letto e glie chiediamo: ma te chi cazzo sei? Parli come Di Maio, rifletti come Francesca Cipriani, pe’ portamme a letto hai detto più cazzate de Frank Abbagnale e fatto più buffi de Gaucci..

Poi forse dovremmo pure smettere di puntare o cercare solo la bellezza però, e farlo sul serio. Che alla fine tra 50anni noi saremo solo bavosi ingrifati che scansate oggi, e voi quei canotti pieni de botulino con le corna che diventerete domani.. Insomma, forse dovremmo ricordare più spesso che solo chi s’è ammazzato per essere bello dentro, tra le battaglia perse, e i mille mulini a vento presi sul muso, e le poche soddisfazioni di sudati fallimenti che sono diventati traguardi, e il disprezzo dei soldi, che non sono di più di quel che valgono, si salverà, e se avrà incontrato una folle come lui, o un folle come lei.. allora sarà, forse, finalmente sereno, nel letto, la notte, davvero. Insomma, dico accorgersene finché siamo in tempo.

Ecco forse dovremmo ricordare questo.. che pure se la vita a scorrerla a ritroso ci risulterà solo un montaggio analogico di figure di merda, lacrime e pornografia, di masturbazione e fallimenti, di notti insonni sbronze e grandi speranze, di addii e conferme che il tempo e gentiluomo, di calci in bocca e baci in fronte.. Tutto starà con chi guardarlo, se soli e felici, o insieme felici, ma felici. E metà del gioco starà nello scegliere una bella colonna sonora per i titoli di coda. A me, per esempio, piacerebbe Hurt di Jonny Cash..

D.B.

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