For Esmé with love and squalor

“Inside the box, a note, written in ink, lay on top of a small object wrapped in tissue paper. He picked out the note and read it.

JUNE 7, 1944
DEAR SERGEANT X,
I hope you will forgive me for having taken 38 days to begin our correspondence but, I have been extremely busy as my aunt has undergone streptococcus of the throat and nearly perished and I have been justifiably saddled with one responsibility after another. However I have thought of you frequently and of the extremely pleasant afternoon we spent in each other’s company on April 30, 1944 between 3:45 and 4:15 P.M. in case it slipped your mind.
We are all tremendously excited and overawed about D Day and only hope that it will bring about the swift termination of the war and a method of existence that is ridiculous to say the least. Charles and I are both quite concerned about you; we hope you were not among those who made the first initial assault upon the Cotentin Peninsula. Were you? Please reply as speedily as possible. My warmest regards to your wife.
Sincerely yours,

ESMÉ

P.S. I am taking the liberty of enclosing my wristwatch which you may keep in your possession for the duration of the conflict. I did not observe whether you were wearing one during our brief association, but this one is extremely water-proof and shockproof as well as having many other virtues among which one can tell at what velocity one is walking if one wishes. I am quite certain that you will use it to greater advantage in these difficult days than I ever can and that you will accept it as a lucky talisman.
Charles, whom I am teaching to read and write and whom I am finding an extremely intelligent novice, wishes to add a few words. Please write as soon as you have the time and inclination.

HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO LOVE AND KISSES CHALES

It was a long time before X could set the note aside, let alone lift Esme’s father’s wristwatch out of the box. When he did finally lift it out, he saw that its crystal had been broken in transit. He wondered if the watch was otherwise undamaged, but he hadn’t the courage to wind it and find out. He just sat with it in his hand for another long period. Then, suddenly, almost ecstatically, he felt sleepy.
You take a really sleepy man, Esme, and he always stands a chance of again becoming a man with all his fac-with all his f-a-c-u-1-t-i-e-s intact. “

For Esmé with love and squalor, by J.D. Salinger

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I sesso dei migranti nel mito del buon selvaggio

C’è un qualcosa di inquietante e anche vagamente imperialista in tutti questi benpensanti che invocano l’integrazione ma poi traducono in 12 dialetti mediorientali (e non) il manuale dei consigli sul ‪sesso‬ sottolineando generosamente che : “Stupri e mutilazioni genitali non sono accettate culturalmente” in Occidente – perché altrove si invece.. – Mi auguro che questo archetipo datato del ‘buon selvaggio‘ gli vada in culo insieme alla loro subdola incoerenza.

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Siamo fatti male

“…quando è uscito, una grande tristezza mi ha stretto il cuore. È il destino che ci ha portati ancora nel Caucaso, o lei è venuta qui apposta, sapendo che mi avrebbe incontrato? E come ci incontreremo? E poi, sarà davvero lei? I miei sentimenti non mi hanno mai ingannato. Non c’è uomo al mondo sul quale il passato abbia il potere che ha su di me: ogni ricordo delle gioie o dei dolori passati colpisce la mia anima e ne trae gli stessi identici suoni… sono fatto male: non dimentico niente, niente. “

        Grigorij Aleksandrovič Pecôrin par Michail J.Lermontov

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Secondo estratto di “LA GENERAZIONE PERDUTA”

Un’altra paginetta del mio “La Generazione Perduta”

” Eccolo il mio. Vola fuori formazione in fuga verso la costa da dove è venuto; quel maledetto. Picchia verso il mare perché dev’essere agli sgoccioli con il carburate. E’ solo. Che diavolo significheranno quei nasi gialli che solo alcuni hanno? Dev’essere un ufficiale forse? O forse è un asso. Di sicuro è un crucco. Un‘occhiata a destra e a sinistra mi danno un briciolo di sicurezza che nessuno possa piombarmi alle spalle e abbattermi durante la caccia. Viro di colpo e picchio su di lui, giù verso il mare.

– “Eccoti, eccoti! Merda quanto sei veloce! ” – ..

..Dista pressapoco 500 mt da me. Mi ha visto. Inizia manovrare come un pazzo e sgattaiola per cercare di fregarmi; do manetta e continuo a picchiare. Mi riguardo intorno, nello specchietto, a destra, a sinistra: guardingo e impaurito ma totalmente pervaso d’eccitazione. Abbasso gli occhialoni di nuovo, speravo di tirare dritto fino a casa, ma non ancora. Gli vado appresso. 400 mt , 300: sono in corsa. Lo punto come una freccia, alzo la sicura dal bottone delle mitragliatrici con il pollice impacciato dai pesanti guanti di pelle appiccicati dal sudore e sparo per la foga due raffiche a vuoto nel cielo vuoto – “Buono. Aspetta. Devi saper aspettare..”- rimprovero me stesso parlando a bassa voce o dentro di me. Si butta giù a vite con il coraggio della disperazione, vado dietro a lui, sfugge dalla croce di collimazione, buca le nuvole, si alza, si abbassa. Ormai stiamo ballando a 50 mt dal mare. Il cielo non ha nascondigli sicuri, non ha buche, non ha porte, non ha muri, è spaventosamente vuoto. Vira ancora – “Ci sono, ci sono!” – 200 mt. Scarico un’altra raffica picchiando su di lui, buco l’acqua; zampilli si alzano dalle creste delle onde ad ogni colpo mancato, e lui, ci danza dentro. Un’altra raffica; continuo a stargli dietro. Troppo troppo bassi. Sfioriamo il pelo dell’acqua e un brivido di terrore scorre nel mio sangue che arde di una ferocia assassina che non posso vedere; che non posso controllare. Mi pervade come un riflesso incondizionato del corpo: imbarazzante e inguaribile. Non sono un uomo ora, sono un animale: un predatore che non patisce la fame, ma caccia solo per la crudeltà e il piacere che gli riserva questo gioco. 100 mt, anche meno, lo vedo così bene. Anche la coda è gialla, come il muso. Sul timone spicca la svastica inclinata. Si alza un poco, si riabbassa, e io sempre su a lui. Punta su, ed entra perfetto nella croce di collimazione del mirino senza saperlo, la centra piena su di se. Premo il grilletto con fulminea violenza, ero pronto, troppo pronto. 4 secondi di raffiche centrano la sua stupida e svantaggiosa salita; i traccianti lo raggiungono in un baleno, come saette, i proiettili lo crivellandolo.

È un istante magico. – “L’ho preso! L’ho preso per Diana” – Grido alla radio. Non sto nella pelle. Fumo nero esce dalla sua fusoliera. Lo scarto a sinistra, e anche se so che non dovrei, lo seguo nella caduta. Lo osservo. Il pilota deve essere morto, nulla si agita nella minuscola cabina, che non si apre e si allontana sempre di più. Punta dritto verso il mare e io gli giro in tondo in tonneau con lo sguardo dello sfidante vincitore. Si schianta in mare accompagnato da un tonfo sordo come la morte: lei che non sa sentire ragioni, quando si presenta. Prendo quota, sgancio la maschera d’ossigeno e mi pulisco il mento matido di sudore. Ho abbattuto un BF-109 e gli altri mi hanno visto. Ne sono certo. All’ordine di rientro seguono congratulazioni e complimenti – ” Diavolo come l’hai buttato giù, l’hai preso in pieno! In pieno per la miseria!” – Sorrido compiaciuto e annuisco guardando il resto della formazione che vola alla mia sinistra; poi mi giro dall’altra parte; fisso il mare, la scogliera così bianca, il mare grigio mosso dalle sue increspature di schiuma. Non voglio che nessuno intraveda il mio sorriso distante che si fa sempre più amaro, che diventa piatto. L’adrenalina che come sempre dopo scompare, lascia il volto che ho adesso, la mia espressione desolata, profondamente desolata.”

di Davide Bartoccini

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Oggi è l’anniversario dell’inizio della Battaglia d’Inghilterra

C’era qualcosa in comune

« Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco , scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

da Diario di un fallito , Eduard Limonov.

 

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