Le Bestie di Alatri

Il ragazzo che venerdì era stato vittima di un pestaggio ad Alatri è morto a causa dei traumi riportati. Aveva vent’anni. Questo ennesimo spiacevole evento dimostra che siamo delle bestie, e chi pensa che noi, razza umana, siamo superiori agli animali si sbaglia di grosso. Forse allude a cosa eravamo, cosa siamo stati capaci di essere, ma non siamo più.

Non sono l’intelligenza o la sensibilità, qualità che anche un gatto possiede – e che commisurate alle sue necessità superano di gran lunga le nostre prodezze. Non è il coraggio, che come spesso si cita ‘è qualità nota nei cani’. Sono la Cavalleria, e la Pietà, ad averci innalzato dallo status di bestie. Quando io stesso – in passato pestato fino allo svenimento da due balordi – mi trovai tempo fa dinanzi una persona pestata a sangue da un ‘branco’, non capivo – mentre mi intromettevo pregandoli di smettere e con fortuna lo portavo via – come 6 uomini ormai adulti non si vergognassero a continuare a calciare, a menare le mani, a prendere a cinghiate un corpo inerme steso a terra. Incapace di reagire – Dove si trova piacere nello sfogarsi su uomo arreso? Incapace d’incassare ancora. Incapace anche di tentare di parare i colpi ai quale deve arrendersi: perché sono troppi, sleali e cadono da ogni direzione solo su di lui. Solo.

Lui la scampo’. Io la scampai. Tanti altri la scamparono. Questo Emanuele no. È morto per i colpi sferrati dal branco perché voleva far valere le sue ragioni. E nessuno ha avuto il coraggio di mettersi in mezzo, mentre lo picchiavano con un palo di metallo, in 9, gli eroi.
Ecco l’epilogo di una storia triste, anzi, una storia sbagliata, come cantava De Andrè. Godete bestie moderne.

D.B.

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Il Cumenda: verità di un complice impostore

Quando il 28 ottobre del settimo anno del secolo corrente, moriva a Desenzano del Garda Guido Nicheli (in arte il ‘Dogui’), in pochi capirono che con lui moriva un essere ideale. L’era dei caratteristi, quegli attori minori attraverso i quali l’Italia imparava a conoscersi e riconoscersi, si avviava inesorabilmente verso il termine sterminandone i superstiti, e noi, consapevoli del deserto di espressioni nel quale stavamo per finire, già spargevamo lacrime di coccodrillo. A lui, milanese d’adozione e vitellone dalla nascita, venne affidato da Steno prima, e dai suoi figli Carlo ed Enrico poi, il compito di rappresentare l’archetipo del cumènda: quell’imprenditore lombardo che l’Italia industriale aveva reso, di dove in dove, piccolo feudatario post-moderno; status svincolato dal lignaggio al quale aspirava quella borghesia rampante, e spauracchio di quella borghesia piccola piccola piccola che fantozzianamente pendeva dalle sue labbra, per un favore, per una vendita, o per quel tanto bramato scatto di carriera. Il Dogui, per merito dei suoi atteggiamenti strapompati e del suo savoir-faire da balera, tra l’ostentazione di terminologie anglofone e quella cadenza nettamente dialettale, venne scritturato in un week-end di giugno spiaggiato a Porto Ercole. Quando, inciampando nello stesso ristorante dove era a cena Stefano Vanzina, gli venne offerta un’opportunità che non poteva rifiutare: recitare il ruolo di se stesso accanto ad un attore affermato come Renato Pozzetto in una scena di ‘Il padrone e l’operaio’ il Dogui non se lo fece ripetere due volte: a ciarlare di scampagnate a Monte Carlo e di milioni persi al casinò, a commentare fuori serie e donne di categoria, Nicheli era campione del mondo; un pesce nell’acqua, anzi, nel burro, come diceva lui.

Nicheli sembrava uscito dalla copertina Class ma invece era ‘sceso da una pianta’ della provincia. Laureato in odontotecnica, lavorava come assistente nello studio di suo cugino. Il denaro che guadagnava rassettando dentiere lo spendeva tutto per acquietare i suoi vizi nel week end, e quando proprio non bastava, per presenziare nel mondo dei night milanesi con la sua disinvoltura da grancarrierista, non tentennò ad improvvisarsi rappresentante di whisky part-time. La necessità che fa virtù. Sotto le mentite spoglie dello stimabile commendator Camillo Zampetti (I ragazzi della 3C) dunque si nascondeva un comunissimo uomo della classe media, con il mito della ricchezza da ostentare e il vizietto per il guantino da guida sul cabriolet. Steno questo lo sapeva bene, ma occupandosi di finzione e non di finanza, non sarebbe riuscito a raccattare un personaggio migliore per fotografare lo spaccato di quell’Italia buffa e racchiusa nella sua gabbia d’oro. Questa non sembrerebbe a prima vista riflessione fondamentale, se non si da peso alla peculiarità che il personaggio scelto per impersonificare tale archetipo, diventa egli stesso archetipo al quale l’autentico si ispirava e si ispira: poiché spesso è l’imitazione a dare una cifra alla nostra autenticità. È così quindi che scopriamo come gli atteggiamenti ostentati dai gran viveur con la fabbrichètta, d’estate in Costa Smeralda e d’inverno a Cortina, negli ’80 come nei ’90, che le battute ripetute all’infinito e che sopravvivono tuttora: sono stati tutto frutto dell’improvvisazione di un impostore incontrato per caso. Guido Nicheli, tirato in mezzo a quel filone di commedia italiana, che il neologismo avrebbe poi ribattezzato cinepanettone, è stato un complice della nostra realtà, che scimmiottando certi versi dalla provincia è finito per farsi imitare dei rampolli della Capitale Morale. Libidine.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è apparso sulla rivista Il Bestiario degli Italiani : http://www.ilbestiariorivista.it

Leoni da tastiera per Agnelli da copertina

Ricordo bene i piagnistei e i perbenismi sulle perversioni della Cantone, le paginate colme di scuse dei giornali pentiti. Guardo in fondo alla pattumiera, e scovo ancora qualche foglio di quotidiano sdegnato per gli insulti alla Boldrini: tutta colpa della frustrazione dei mostri del web, degli haters sfaccendati che fanno il gioco del soldato a pigiar tasti di scherno sul mal capitato di turno. Sotto a chi tocca, e mo tutti a pija per culo Lapo Elkann, che a quanto pare non teme i ‘falli duri e tira forte’, e di fatti spende oltre 10.000 dollari per saltare sui cazzi strafatto di coca. Lapo, che è ricco e scemo; Lapo che è debole, forse, ma è un pensiero esile, che arriva dopo, sensibile, quasi raro nella mischia. Dov’è Selvaggia Lucarelli mi chiedo? Spezza lance solo a favore delle donne, solo loro sono indifese? Dov’è Peter Gomez? Salta fuori solo quando è tardi.. Dove sono tutte le penne dimesse di qualche mese fa? Chissà quanti giornalisti e lettori, ieri e oggi così divertiti, sarebbero pronti a riempire pagine di scuse se domani preso dall’ennesimo sconforto, Lapone nazionale, facesse un gesto malsano, e magari, appena rilasciato, si buttasse giù dal ponte di Brooklyn, solo perché è mezzo frocio, solo perché è mezzo strano, solo perché è famoso per non essere un bravo Agnelli. Leoni per Agnelli.. il remake, deve i leoni spingono i tasti, e gli agnelli vengono sacrificati in virtù del pubblico ludibrio.

D.B.

The Young Pope END

L’incatenarsi di una serie di fotogrammi perfetti accompagnati da una colonna sonora geniale; la bellezza di Jude Law, il suo talento, la grande bellezza che Sorrentino è riuscìto, ancora una volta, ad esprimere ed imprimere nello schermo; togliendo il fiato, scansando la noia, stupendo con una puntualità inaspettata, hanno trasmesso un messaggio che nella sua semplicità cova una potenza straordinaria; instillando un dubbio che ci lascia prendere il largo in un tiepido e sereno mare di comprensione: il Papa, in fondo, è solo un uomo.

D.B.

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J’accuse: basta alle pischelle che si modificano le foto. La pubblicità ingannevole fa male al loro amor proprio e alle nostre erezioni.

Oggi è domenica, e non un cazzo da fare; dunque vorrei sviscerare con voi una volta per tutte la faccenda ‘pischelle che modificano spudoratamente le foto su Instagram’ perché veramente arrivato il momento di dire BASTA. Forse qualcuno si ricorderà di quella volta che scrissi: ‘Ho talmente tante fregne su facebook che non voglio più usci’ de casa.. Perché quando le incontro per strada manco le saluto: torno a casa e per riattaccare bottone gli scrivo un inbox “Ei, mi sa che ho incontrato tua zia” .. Finisce sempre che non mi parlano più.’ Ecco, la situazione con Instagram è letteralmente arrivata ad una fase di stallo.

Perché qua non si tratta più di divulgare, o semplicemente mettere come foto profilo, solo ed esclusivamente foto dove si è venuti eccessivamente bene – da qui il sistema della media ponderata che applicavamo ai bei tempi noi uomini: il voto reale che va 1 a 10 è la media delle prime 5 foto profilo più quello della prima foto in costume che trovi – ; cioè, quella è anche una scelta abbastanza ovvia, è regolare, è consentita dalla convenzione di Ginevra per il worldwideweb. Lo fanno anche gli uomini, lo facciamo tutti; anzi non ho mai capito il masochismo  di chi sceglie per avatar una foto dove fa cagare, anche se lo stimo profondamente. Perché chiariamo un punto:  un conto è spararsi un book fotografico con la luce giusta che magari avete trovato per caso in cucina, e scegliere la migliore su 66 per poi postarla con una frasetta del cazzo, rubare un po’ d’attenzione e convertirla in auto stima; un conto è piasse e piacce pel culo: mistificare la realtà, approfittare della nostra ingenuità, ingannare se stessi e gli altri, ingannare le nostre erezioni ipotetiche e preparare il terreno per le nostre défaillance future. Qua non si tratta più di push-up di Intimissimi che dopo a una join venture con la NASA tramutano una ‘primetta’ in una 3ª importante – che poi vola via non appena riesci a sganciare il gancetto nella foga della passione – ; qua non si tratta più del trucco del sabato sera che misto alla sbornia tua ti fa credere di esserti caricato in macchina Violante Placido ma poi te risvegli accanto a una che somiglia di più al padre dopo essersi fatto i colpi di sole; qua non si tratta più della fotina con la duck-face fatta per noia e ricerca di attenzione; qua si tratta di prendersi gioco di se stessi e degli ormoni altrui, di non accettarsi e per questo di stendere una rete di trappole e tranelli, di costruirsi un’identità parallela come una spia da guerra fredda, di deflorare l’arte della fotografia stracciando prospettive e sovvertendo la forza di gravità o l’anatomia umana per farsi pubblicità ingannevole.

Sinceramente non credevo si potesse arrivare a tanto finché una mia amica non mi ha mostrato l’inconfutabile e schiacciante realtà di alcuni suoi prima e dopo. Applicazioni per levigare la faccia, gonfiare gli zigomi, le tette, cambiare il naso, per allungare braccia e  gambe, per snellire il bacino – ma dico, ma che stiamo scherzando? – per illuminare gli occhi e scurire la pelle, per levare le persone dallo sfondo, e poi, per concludere in bellezza, quelle per piazzarsi una scarica di like farlocchi a far volume. Cioè qua non si tratta più della ritardata che per un momento di gloria va su Snapchat e se mette la coroncina in testa e poi vomita arcobaleni (che ancora devo capi’ il senso nascosto, son sincero), non si tratta di piazzarsi le orecchie e il muretto per essere spiritosa e magari per fare finalmente outing che è una cagna: qua si tratta di sostituire gli onorabili 12mila euro di chirurgo plastico, 3 anni di cross-fit e 5 di dieta con 3 ore di tutoria de photoshop.. e insomma, a me non me pare regolare.

Ora, questo è un fenomeno esclusivamente a uso e consumo femminile – spero – ma pensate se lo facessi io: che peso 60 chili bagnato, ho un nasino delicato che mi chiamano il ‘tucano’, non vado il palestra dal ’98 e la prova fisica più faticosa in cui mi esprimo annualmente sono un paio di doppiette a letto o una nuotata da una barca all’altra per scroccare il caffè. Facciamo conto per un attimo che invece di limitarmi a non mettere delle foto dove sono venuto di merda, che mi pare onesto, mi alzassi di 5 centimetri, (arrivando a superare il metro e 80 senza scarpe, che sogno..), se magari mi gonfiassi i pettorali e le braccia, se mi gonfiassi placidamente il pacco con generosa abbondanza: come se nei boxer vi riposasse un’anatra all’ingrasso per il foie gras, ma dico.. a voi donne ve sembrerebbe regolare?  Perché a me mica tanto.

A freddo finirei per dire che, per la legge del contrappasso o per un approccio più pragmatico, noi uomini dovremmo fare finta, di base, tutti, di essere ventenni in carriera  e milionari: così da scoparci a mani basse tutte quelle che su Instagram si prendono la licenza di spacciarsi per fotomodelle da Harper’s Bazaar (please, no derive femministe)Solo che il breve idillio sfocerebbe il più delle volte in uno che fa finta di avere una Ferrari che si schioppa una che fa finta di avere 3 chili in più di tette e 6 chili in meno di culo.. Però ecco, de base non mi sembrerebbe molto regolare manco questo; nn ci vedo un progresso che vada oltre l’utilitarismo che attraverso la menzogna conduce in prossimità dell’amplesso.

Dunque la riflessione si fa più filosofica e pone in essere la domanda: ma dove è finita la bellezza della spontaneità? E chi l’apprezza? Siamo veramente caduti così in basso? Ci siamo veramente lasciati corrompere tutti quanti dalle immagini che ci vogliono vendere film e cartelloni pubblicitari; anche se sappiamo benissimo che Di Caprio c’ha la panza e la foto di una modella d’intimo prima si essere stesa sulla colla da affissione di un enorme cartellone abusivo, passa 24 ore sul computer di un mago di photoshop.. Noi vogliamo comunque provare ad eguagliare la finzione? Ok, siamo tutti dei coglioni utopici, però non stimiamoci così poco da renderci addirittura patetici. Perché quando i corpi nelle foto assumono quelle pose plastiche ed innaturali che deformano la realtà, quando finiamo a praticare più sexting che sesso per non smascherare quella finta identità che ci siamo  creati e che viene custodisce gelosamente, chiusa in casa, vivendo solo attraverso i social, siamo una sconfitta per l’umanità, siamo vittime della nostra epoca; e la nostra epoca fa veramente cagare, perché è un costoso e avvilente surrogato della vita vera, tra filtri per le foto, applicazioni inutili, divani comodi, e grandi sogni infranti.

D.B.

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Trump Triumphs?

Guardatela come una sorta di rivoluzione neo-proletaria nel più vasto epicentro del capitalismo; come fosse una sorta di restaurazione nel paese che per primo abolí il concetto di nobiltà; guardatelo come un esercizio di democrazia nel paese che spacciandosi per professore in materia ha voluto imporre la sua a mezzo pianeta.

D.B.

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Stati Uniti d’America: cronaca di una paese perennemente in guerra con qualcosa

Come per la maggior parte delle nazioni o degli imperi del mondo, la storia di questo grande paese, gli Stati Uniti d’America, è iniziata con una guerra. Era il 1775 e i coloni britannici che abitavano questo sconfinato e sconosciuto continente – i diretti discendenti dei primi padri pellegrini giunti sulla ‘May Flower’ – accendevano la miccia che li avrebbe portati a combattere la prima guerra d’indipendenza contro quella madre patria, l’Inghilterra, che non intendeva concedere alcuna rappresentanza alle 13 colonie nordamericane.

I padri fondatori, come George Washington e Jefferson, e i loro più astuti generali, come Gates e Knox, s’immolavano nelle battaglie di Lexington e Saratoga, di Princeton e Yorktown; e sconfiggendo gli inglesi dichiaravano la propria indipendenza divenendo una nazione riconosciuta nel 1783. I primi dieci anni di questo paese, che si era formalmente dichiarato indipendente già dal 4 luglio 1776, avevano già assistito a 8 anni di guerra sul proprio suolo. ‘L’albero della libertà deve essere ogni tanto bagnato col sangue dei compatrioti ‘ asseriva fermamente Thomas Jefferson, e di qui la libertà venne, ma senza trovare pace. Tra conflitti mondiali e interventi internazionali, espansioni territoriali e guerre di secessione, tra ‘guerra fredda’ e semi fredda, occupazioni e operazioni ‘black ops’ clandestine – che sotto l’occulto controllo della CIA hanno segretamente sovvertito i governi di mezzo mondo – gli Stati Uniti sono stati in guerra per un buon 90% del tempo che hanno vissuto dalla loro creazione: approssimativamente 210 anni di conflitti in 240 anni di esistenza. Con soli 21 anni trascorsi in pace, a meno che notizie desecretate in futuro non rivelino ulteriori operazioni sotto copertura mosse dalla CIA negli anni indicati, gli USA sono sempre intervenuti militarmente per i loro interessi o in nome dei presunti interessi dei propri alleati.

Per tutta la durata della Guerra d’Indipendenza i coloni rimasero in guerra con la tribù indiana Cherokee e degli Oconee, e queste prime due guerre indiane si protrassero con le conseguenze che potere immaginare fino al 1794/95. Pressapoco nello stesso lasso di tempo, lungo lo Susquehanna River, si consumavano le tre Pennamite–Yankee War (1769-1799) anche se in questo singolare caso si contarono solo 3 morti. Tra il 1796 e il 1800 non si verificò nessuno scontro armato degno di nota, ma l’anno seguente ebbe inizio la Prima Guerra Barbary – primo conflitto combattuto dagli Stati Uniti al di fuori dei propri confini – che si protrasse fino al 1805. A causa della guerra di corsa gli yankees muoveranno diverse guerre antipirateria nel corso di tutto il XIX secolo (1816-1821). Nel 1806 Sabine Expedition portò una milizia americana nel Texas spagnolo e in quella che diventerà la Luisiana. Tra il 1807 – 1809 non si verificò nuovamente nessun conflitto degno di nota finché nel 1810 gli Stati Uniti non mossero l’occupazione militare della West Florida spagnola. Tra il 1811 e il 1813 si consumarono la Guerra di Tecumseh combattuta contro la tribù indiana Shawnee. Nel 1814 ebbe inizio la Creek War. Nello stesso periodo veniva occupata militarmente l’East Florida e si espandeva ulteriormente ulteriormente il dominio americano nella West Florida. Nel 1816 scoppia la guerra con la tribù indiana dei Seminole, originari della Florida. La guerra indiana con i Seminole sarà il conflitto più lungo insieme alla guerra del Vietnam nella storia degli Stati Uniti. Una serie di spedizioni militari atte ad espandere il territorio degli Stati Uniti viene registrata tra gli anni 20′ e 25′, come ad esempio la Spedizione di Yellowstone. Nel 1823 scoppia la guerra con gli indiani Arikara, originari del South Dakota. Nel 1826 non si registra nessun conflitto armato degno di nota come di nuovo tra il 1828 e il 1830. Nel 1827 scoppia la guerra indiana di Winnebago, nel 1831 le guerre indiane Sac e Fox e nel 1832 quella con Falco Nero. Nel 1833 riprende la guerra indiana con la famigerata tribù Cherokee che, come quella con Seminole, si protrae fino al 1840. Lo stesso anno le Marina USA invade le Isole Figi, nel ’41 le Isole McKean ,Gilbert e Samoa. Nel 1843 le forze americane si scontrano di nuovo al di fuori del loro continente, questa volta con la Cina. Tra il 1844 e il 1846 si consumano le guerre indiane del Texas e contemporaneamente a causa dell’espansione nel territorio di dominio messicano scoppia un ulteriore guerra tra Messico e USA, terminerà nel 1848 (già nel 1835 la guerra d’indipendenza dello Stato del Texas aveva reso leggendaria la famosa Battaglia di Alamo contro il potente esercito di Antonio López de Santa Anna). Per tutta la seconda metà del XIX secolo l’esercito regolare americano darà seguito nella sua espansione a sanguinose guerre indiane con tutte le tribù che non si sottometteranno immediatamente alle necessità occidentali: Cayuse, Comanche, Navajo, Sioux e i celebri Apache. Nel 1876 l’emblematica figura del generale George Armstrong Custer perirà sotto le frecce di Sioux di Toro Seduto con il suo 7° cavalleggeri. Nel 1861 scoppiava la Guerra di Secessione, la più sanguinosa guerra, non che l’ultima di ingenti dimensioni, combattuta sul suolo americano tra gli l’Unione e i secessionisti Stati Confederati del Sud intesi a staccarsi dagli Stati Uniti d’America per interessi di carattere economico che le decisioni politiche sulle sorti della schiavitù (dunque le sue ripercussioni sul mercato del cotone) avrebbero danneggiato enormemente; terminerà del 1865 con la vittoria del Nord. Nel 1867 le truppe statunitensi occupano il Nicaragua e attaccano Taiwan. Per tutta la durata degli anni ’80 del medesimo secolo un’invasione progressiva del Messico da parte dell’esercito USA provoca un graduale allargamento dei propri confini nell’area. Nel 1988 l’esercito si cimenta in una dimostrazione di forza contro Haiti, nel 1890 inizia la Ghost Dance War con la tribù indiana Sioux, nel 1892 ha luogo la Johnson County War e tra il 1894 e il 1896 le forze statunitensi invadono nuovamente il Messico. Nel 1897 non viene registrata nessuna attività belligerante, ma l’anno seguente ha inizio delle Guerre delle Banane: un conflitto ispano-americana (incentrato su interessi economici produzione di banane, tabacco, zucchero di canna) che si protrarrà fino al 1934 e comprenderà una serie di operazioni ed occupazioni militari a Panama, in Honduras, Nicaragua, Messico, Haiti e Repubblica Dominicana. Nell’ultimo anno del XIX secolo ha inizio la Guerra Filippino-Americana che terminerà nel 1913.

In seguito al celebre affondamento del piroscafo Lusitania, causato dalla guerra sottomarina ‘senza quartiere’ alla quale aveva dato vita la Germania durante la Prima Guerra Mondiale, il 6 aprile 1917 gli USA dichiarano guerra alla Germania imperiale entrando in guerra a fianco dell’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Italia) e cambiando le sorti del conflitto in suo favore. Lo stesso anno gli USA iniziano formalmente la loro guerra al Comunismo inviando sul campo della Guerra civile russa un contingente di 5.000 per fiancheggiare i bolscevichi bianchi. Se l’obiettivo formalmente dichiarato era quello di supportare la Legione Cecoslovacca rimasta immischiata negli scontri tra i ‘rossi’ e i bianchi’, la vera essenza della missione era quella di impedire che il bolscevismo di espandesse in tutta la Russia; ma come sappiamo lo sforzo internazionale nulla poté contro l’Armata Rossa.

Tra il 1935 e il 1940, durante la Grande Depressione e l’Isolazionismo voluto dal presidente più amato della storia degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, non si registra per ovvi motivi nessun tipo di conflitto anche se: le forti tensioni internazionali, la vendita di armi a favore dei vecchi alleati già impegnati in Europa in un nuovo conflitto e l’embargo di un vicino in piena espansione come il Giappone portavano tutte le promesse per un nuovo coinvolgimento su larga scala. Quando il 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono a sorpresa (…) Pearl Harbour distruggendo gran parte della flotta USA ancora alla fonda nel Pacifico, la dichiarazione di guerra ai paesi dell’Asse (Germania, Giappone, Italia) fu immediata; come disse l’ammiraglio Yamamoto “Il Gigante si era svegliato“. Come avvenne per il primo conflitto mondiale, l’entrata in guerra dell’America ribaltò completamente le sorti del secondo. Impegnati sui fronti del Nord Africa, dell’Asia e dell’Europa, i milioni di uomini uniti all’inesauribile potenza industriale degli Stati Uniti si impressero una volta per tutti come potenza globale suprema. La vittoria del conflitto nel 1945 – che verrà sancita dall’impiego della bomba atomica – porterà il mondo ad essere diviso da quella ‘cortina di ferro’ tra il modello capitalista della Nazioni Unite, e il modello comunista della’URSS, dando vita alla contrapposizione bipolare che il giornalista americano Walter Lippmann battezzerà come una Guerra Fredda.

La ‘Guerra Fredda’ però sarà combattuta realmente per quasi 40 anni, frammentata in decine di crisi e scontri, più o meno noti, dove gli USA condurranno sempre i giochi; a volte alla luce del sole, come nell’intervento nella Guerra di Corea, a volte nell’ombra attraverso centinaio di missioni sotto copertura codificate come ‘Black Ops‘.

Nel 1946 gli Stati Uniti occupano militarmente le Filippine e la Corea del Sud, nel 1947 sbarcano un contingente in Grecia: per sedare la guerra civile e aiutare la reggenza britannica a scongiurare il rischio che una vittoria comunista facesse guadagnare un paese satellite all’URSS. Nel biennio 48/49 non è stata rivelata nessuna operazione militare offensiva. Nel 1950, in seguito all’invasione dalla truppe comuniste di Pyongyang della Corea del Sud, il presidente Truman – l’unico presidente della storia ad aver dato il via libera all’uso della potenza atomica su una nazione avversaria – da l’ordine di intervenire alle forze di occupazione americane. È il primo scontro militare della Guerra Fredda.

Da questo momento in poi la totalità dei conflitti nei quali gli Stati Uniti interverranno saranno una bizzarra combinazione di interventi previsti dalle risoluzione delle Nazioni Unite , atti a difendere o salvaguardare la pace e la democrazia di paesi membri o affini, e di interessi legati al mantenimento dell’equilibrio bipolare del globo. Nel 1953 la CIA architettò un colpo di stato in Iran (operazione Ajax). Nel 1954 la CIA diede vita ad un colpo di stato in Guatemala (operazione PBSUCCESS), mentre già dal 1953 era impegnata in Indocina (Laos e Cambogia) a contrastare i guerriglieri Viet Cong del presidente comunista vietnamita Ho Chi Minh. Centinai di ‘consiglieri militari’ e agenti della CIA operarono tra gli anni ’50 e ’60 addestrando, armando e combattendo i guerriglieri armati dai comunisti finché nell’agosto 1964 l’incidente nel Golfo del Tochino portò gli Stati Uniti (amministrazione Johnson) in una delle più lunghe e sanguinose della sua storia: la Guerra del Vietnam. Terminerà nel 1975 (amministrazione Nixon). Intanto nel 1961 sotto la presidenza Kennedy la CIA aveva tentato senza successo di rovesciare il regime di Castro a Cuba con quella che rimarrà nella storia come ‘Invasione della baria dei Porci’.

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Nel biennio 76/78 non si registra alcuna guerra operazione, mentre a partire dal 1979 la CIA procura una vera e propria guerra in Afghanistan contro l’Unione Sovietica che terminerà nel 1986. Nel 1981/83 la CIA foraggia e addestra gli antisandisti in Nicaragua. Nell’82 gli USA intervengono insieme al resto delle Nazioni Unite in Libano, nel 1983 invadono Grenada per paura che il regime filo marxista desse vita ad un’altra Cuba (amministrazione Reagan). Nel 1988/89/90 gli USA invadono e occupano Panama per sovvertite il dittatore Manuel Noriega (amministrazione Bush Sr.). Nel 1990 gli USA sono in prima linea nella Guerra del Golfo, intesa a liberare il Kuwait dalle forze d’invasione del dittatore iracheno Saddam Hussein. Nel 1994 l’America invade con i suoi paracadutisti Haiti per far reinsediare il presidente Jean-Bertrand Aristide esautorato da un colpo di stato nel 1991 (operazione Uphold Democracy). Nel 1992 interviene in Somalia nell’operazione Restore Hoper. L’operazione umanitaria, all’interno della quale le forze speciali già operavano sotto copertura, si tramutò in una vera e propria guerra quando i soldati americani vennero ingaggiati a Mogadiscio e il noto Black Hawk (elicottero, n.d.r.)venne abbattuto da un RPG (razzo, n.r.d.) lanciato dai miliziani di Adid (amministrazione Clinton). Nel 1995 durante la Guerra dei Balcani i caccia bombardieri USA conducono i bombardamenti NATO in Bosnia contro le forze serbe di Milosevic (sempre amministrazione Clinton). Nel 1997 non si registra nessuna operazione militare. Nel 1998 vengono conditi bombardamenti in Iraq, Afghnistan e Sudan . Nel 1999 gli USA partecipano alla missione NATO per costringere il presidente serbo Milosevic a lasciare il Kosovo con una sequenza di raid aerei e un invasione e occupazione militare. Nel primo anno del nuovo millennio non viene registrata alcuna operazione militare l’attentato terroristico di matrice islamista (Al Quaeda di Osama Bin Laden n.d.r) alle Torri Gemelle da il via alla ‘Guerra al Terrorismo’: invasione dell’Afghanistan nel 2001 (amministrazione Bush jr.), in Yemen nel 2002, in Iraq nel 2003 (Invasione dell’Iraq e guerra al Terrore), in Pakistan e Yemen tra il 2004 e il 2006, e ancora in Afghanistan fino al 2011. Nel 2011 gli Stati Uniti intervengono in Libia durante la guerra civile per aiutare la deposizione del dittatore Muhammar Gheddafi. L’ultimo impegno militare degli Stati Uniti, contemporaneo all’occupazione di tutte le nazioni sopracitate perdurato durante la presidenza Obama, è l’intervento in Siria e Iraq nei territori occupati dall’autoproclamato ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) di matrice jhiadista salafita (e la destabilizzazione del presidente siriano Bashar al-Assad).

Secondo un report più o meno ufficiale elaborato dal Socom, il Comando Unificato della Forze Speciali Americane, nei conflitti ai quali SEAL, Berretti Verdi e DELTA force hanno preso parte negli ultimi 15 anni il risultato reale sarebbe di “zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi”. Secondo un resoconto più generale “nei conflitti ai quali gli USA hanno preso parte negli ultimi 100 anni solo il 20% li ha visti vittoriosi”.

Per ora le tensioni tra USA e Russia, quella guerra fredda che sembra non essere mai terminata nemmeno dopo la ‘caduta del muro’, si sono rinvigorite nella crisi siriana tuttora in corso; il futuro appartiene al prossimo presidente degli Stati Uniti, e se siete terrorizzati che i codici degli ICBM (Intercontinental Ballistic Missile n.d.r) possano trovare un commander-in-chief come Donald Trump, non consolatevi troppo con la speranza di una vittoria della democratica Hillary Clinton, perché la storia insegna che ‘l’uomo è la testa, ma la donna è il collo che fa girare la testa dove vuole.”

D.B.

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Su The Young Pope avete tutti ragione

Consuetudine sempre più in voga in questo XXI secolo, ahimè, è quella di parlar male delle cose che ottengono il plauso unisono di critica e pubblico. È un modo semplice per sentirsi importanti; una tecnica a machiavellica per capeggiare una fronda d’intellettuali e trovare una scusa per sciorinare il proprio bagaglio culturale in una iperbole di esperienza ai più sconosciuta, sempre intramezzata da citazioni altisonanti. È il fenomeno del ‘mainstream contrario’ le cui vittime contano negli ultimi anni un’inflazione pari a quella dell’obesità: caso affascinate dove le madri dei cretini sempre incinta hanno incominciato a figliare critici e tecnici, intenditori e professori. Loro saprebbero fare ‘meglio’ in ogni campo, soprattutto se è il ‘loro’. È per questo che oggi nei circuiti artistici fa fico parlare un po’ male di Paolo Sorrentino e del suo The Young Pope. È per questo che muoio dalla voglia di recarmi in uno di questi bivacchi di posa, pieni di aspiranti registi, sedicenti attori, esperti direttori alla fotografia e navigati gotha del montaggio analogico rigorosamente disoccupati; per brandire un manhattan – magari con mezzo Lexotan dentro, come piace al maestro Ferretti – e preguntare: “Senta lei, si si, proprio lei, ma la sa fare quell’inquadratura là? No? E allora vada a fare in culo, cosa parla; e tu, tu, quelle luci, le sai fare.. Le sai imitare almeno? No? E allora taci. Vai, vai con lui; o dovemo fa a botte?!? Ma questo, questo non farebbe onore a Paoletto, che ci ha già dato la risposta: laconica è impressa sul titolo del suo primo libro, in caratteri poco pretenziosi infatti, troneggia sopra uno scarafaggio, e dice “Hanno tutti ragione”. Dunque sì, avete tutti ragione.

db

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Fai conto domani, un Golpe, a Roma

Fate conto sia appena scoccata la mezzanotte sugli orologi sincronizzati di un commando che in abiti borghesi copre a lunghi passi svelti la distanza tra via Rasella e quel lungo rettilineo che si divide in via del Quirinale e via XX settembre, nel pieno centro di Roma. Il commando si divide in due parti all’incrocio. A 50 mentri dai loro obiettivi, all’0mbra delle loro giacche da sera pistole d’ordinanza Beretta calibro 9 Parabellum, quello che per legge, in Italia, solo i militari possono possedere, vengono armate facendo scorrere indietro l’otturatore. Alcuni hanno pistole mitragliatrici MP12. Le telecamere a 360° che riprendono ogni movimento vengono disabilitate. Un passo in più, un guizzo di coraggio per puntare alla testa di un commilitone di vent’anni una pistola senza sicura in tempo di pace. Un sussulto del piantone che sorveglia la porta per l’accesso ai giardini del Palazzo del Quirinale: “Shh.. silenzio“. Lo sguardo interdetto di due avieri che sono costretti a deporre a terra i fucili mitragliatori che difendono l’entrata del Ministero della Difesa è incredulo e rassegnato. Svelti su per i corridoi, per le scale di servizio, porte che si spalancano, armi che scivolano per terra in segno di resa, braccia alzate e sulla testa: il presidente della Repubblica S.M. adesso siede sul bordo di una sontuosa scrivania con una pistola poggiata sopra. La canna è rivolta verso di lui.

A nord e sud di Roma, le strade principali sono tagliate da blindati Centauro e Lince liberati dalle riserve. Il Viminale, dove risiede il Ministero degli Interni è occupato da un commando che agisce direttamente dall’interno. La Farnesina, accerchiata da militari in mimetica che saltano giù da jeep e blindati, cade immediatamente nelle mani dei vertici preposti. Gli studi RAI di via Teulada e Saxa Rubra sono stati occupati da uomini in uniforme scura, Carabinieri di grado intermedio usciti a sirene spiegate dalla Caserma Salvo d’Acquisto. Hanno simulato una retata nel Centro Radiotelevisivo Biagio Agnes, blindato; la sorveglianza ha tentennato, è stato esploso qualche colpo d’arma da fuoco. I canali vengono oscurati. Simultaneamente anche la sede delle reti private Mediaset di Cologno Monzese viene occupata e oscurata. A casa, gli spettatori insonni, cambiano e ricambiano canale, orientano il digitale terrestre, non c’è verso di tornare a vedere Vespa a Porta a Porta, cosa succede? Impugnano i telefoni cellulari, provano ad accedere a Facebook e Twitter per sparare una freddura, ma è impossibile; è come se qualcuno avesse crashato la rete. È come se fosse la notte di capodanno: i messaggi che si tenta di inviare ad amici e parenti danno errore. Sta succedendo qualcosa. In tanti cassetti lasciati socchiusi in stanze di caserme silenziose, lo stesso libro attende una risposta sotto una lettera di testamento dall’inchiostro ancora fresco: è il primo grande successo di Curzio Malaparte ‘Tecnica del Colpo di Stato’. Nel cielo le pale degli elicotteri roboano come se ci fosse il derby, ma è notte, e allo Stadio Olimpico non c’erano partite questa sera. Ovunque lampi blu di sirene senza rumore tagliano veloci la strada. Nelle piazze delle principali città: Bologna, Firenze, Torino, Parma, Napoli si stabiliscono posti di blocco in seguito ad ordini precisi che vengono impartiti dai vertici delle forze dell’ordine. Ai cittadini incuriositi dagli schieramenti di uomini armati nei centri nevralgici per il controllo e la diffusione di informazioni nelle città la risposta è chiara e sbrigativa: ‘È in corso un attentato di matrice islamista, per la vostra sicurezza vi consigliamo di rientrare al più presto nelle vostre abitazioni’, questa è la giustificazione e l’ordine che è stato diramato. E ovunque, ringraziando, tutti si catapultano a casa. Ma è una bugia; in Italia è in corso un golpe militare.

Il Presidente del Consiglio M.R. è in compagnia dei suoi ministri più fidati, impegnato a bere amari tra risate e vigorose strette di mano al termine di una cena riservatissima con vertici dell’economia nazionale. Un piccolo commando in mimetica fa irruzione nel ristorante; una guardia del corpo cerca di estrarre un pistola dalla fondina sotto la giacca, viene freddata dal fuoco di armi automatiche. Il corpo senza vita si accascia su di un tavolo appena apparecchiato, defilato, nel lussuoso ristorante che per l’occasione è stato interamente prenotato. Tutti vengono tradotti in un appartamento nel palazzo adiacente; era stato precedentemente selezionato dall’AISI, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, come ‘prigione’ temporanea perché di sua proprietà. Anche i servizi segreti hanno preso parte al golpe e lo appoggiano: un loro funzionario aveva segnalato il ristorante.

A via Solferino a Milano, nella sede del Corriere della Sera, a via del Tritone a Roma, nella sede del Messaggero, e a via Lugaro a Torino, dove La Stampa era già stata avvertita di strani movimenti nella capitale, squadre di soldati fanno irruzione bloccando ogni tipo di informazione in uscita. Il capo della polizia viene sollevato dal proprio incarico e costretto ad impartire a tutti i livelli ordini di rientro e di facilitazione delle operazioni in corso condotte dall’Arma dei Carabinieri come parte delle Forze Armate. La stessa strategia disinnesca la Guardia di Finanza.

Ovunque vertici militari e ufficiali di alto rango non allineati vengono prelevati dalle loro abitazioni e arrestati. In qualche via residenziali, in qualche quartiere alto borghese, sgommate e porte sbattute, qualcuno tenta di asserragliarsi in camera da letto e caricare la pistola d’ordinanza per difendersi, qualcuno si da alla fuga in giardino cercando di utilizzare il cellulare. Viene freddato con una pistola taser ad altissimo voltaggio o con proiettili di gomma anti-sommossa, talvolta letali. Tutto sta andando come previsto, i corpi d’élite di ogni Arma sono coinvolti ai massimi livelli, ovunque si scovano lealisti che in attesa di essere inquadrati sono disposti a deporre le armi per lasciare che il colpo di stato si evolva.

Ecco, facciamo conto che questo domani accada; facciamo conto che gli emissari della CIA, che probabilmente comandarono al principe Junio Valerio Borghese e agli altri cospiratori che lo accompagnavano di interrompere immediatamente il golpe del 7 dicembre 1970, questa volta tacessero, limitandosi a ripulire le loro ambasciata da intercettazioni e cablaggi. Facciamo conto che nel nostro secolo, nella nostra cella geopolitica, ci fosse ancora spazio per colpi di testa simili che non siano delle farse ben concepite. Facciamo conto che qualche agenzia d’informazione internazionale riuscisse a diffondere la notizia del golpe in tempo reale, come ieri notte, e che qualche ministro, magari quello degli interni A.A. invitasse il popolo a scendere in piazza per contrastare i ‘golpisti’: quanti di voi scenderebbero, quanti no, quanti direbbero dopo un sospiro di commossa esaltazione “Era ora” ?

di Davide Bartoccini

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Alongi: l’eroe contemporaneo che sbeffeggia gli alienati dalla realtà

Andrea Alongi è un eroe contemporaneo, un concentrato di purezza e raccapricciante realtà di provincia che si staglia contro gli inutili tecnicismi e la concezione astrale di questa società raggirata dal professionismo. L’Alongi è un grido di verità imperturbabile e allo stesso tempo scanzonata; che di fronte alle fanfare dei giornali che suonano la morte terribile di Emmanuel Chtidi Nnamdi facendone caso di Stato, irrompe nelle istituzioni tirando giù il velo della miseria che copre gli abusi di potere perpetrati all’ordine del giorno dai nostri ‘tutori’. Alongi è la rappresentazione mistica e pop della semplicità del popolo resa incomprensibile dagli inutili ‘paroloni’ che vogliono sostituire la fuffa alla sostanza per fare teatro. Voi vedete troppi film americani – “5 euro due canne” è la cifra per capire l’Italia che si aliena nella provincia allo stato brado tra parchetti e tv.. 5 anni di magistrale più due di tirocinio mantenuti dal papi e un concorso pubblico truccato per guidare una Mazda con scritto Municipale a 1.200 al mese pagati dal contribuente sono la sconfitta dell’Italia. La velleità di chi pensa di poter trovare la soluzione senza aver letto il testo del problema.

db

Alogni