Anna Frank: il ricordo ‘coatto’ provoca reazioni coatte, prevedibili solo a chi riflette

Il ricordo ‘coatto’ di Anna Frank deciso dalla Lega Calcio che doveva essere osservato attraverso il minuto di silenzio e nella lettura di un passo del suo ‘Diario’ negli stadi, ha palesato non solo il disinteresse delle tifoserie per il rispetto della Shoah e per quel gesto ‘isolato’ di una portata talmente ridotta da poter essere pacificamente bollato come ‘la cazzate dei tre scemi di turno’: e che invece è stato gonfiato a dismisura dai media, sempre pronti a pescare su internet immondizia per ‘montare’ il caso ‘nazionale’ da strumentalizzare, consumare e spremere fino al dimenticatoio del giorno dopo.

Sentire intonare ‘Me ne frego’ o altri cori, anche se esclusivamente a sostegno delle squadre e non di matrice politica, durante il silenzio ‘giustamente’ inosservato da chi è libero di ‘ignorare’ è stato il risultato che meritava quella ‘sceneggiata’ – solo molto più grossa – a cui accennava volgarmente il presidente della SS Lazio Claudio Lotito (analfabeta disfunzionale), che è stata portata avanti dalla Lega per compiere il suo compitino di redentore galattico a servizio del buon pensiero repressivo.

Quando il mondo dei ‘buoni’ capirà che non c’è un mondo di ‘cattivi’ da combattere: ma solo uno stato d’ignoranza crassa, endemica, profonda, inguaribile nel tessuto sociale di questo paese che NON DEVE comunque essere costretto a ricordare e osservare contro voglia, forse si incomincerà ad insegnare in maniera permeante cosa è stata la Shoah e perché non c’è proprio da scherzare, come non c’è nemmeno da strumentalizzare o sensazionalizzare. Ad insegnare anche che nessuno uomo degno di tale nome se la prende con i morti, soprattutto se sono morti giovani, quando non volevano, non dovevano, quando speravano. Come Paparelli – anche se paragonare una deportata a uno che è morto davanti alla moglie per un razzo sparato allo stadio non è corretto ma tant’è; che i morti non hanno classifica e lega, solo meno tempo degli altri.

Nel frattempo, questo è un compito che dovrebbe spettare ai capi delle curve e delle tifoserie – che giustamente non rispettano la Lega, i media, e tutto il teatrino a cui hanno dato vita – ma sicuramente ne hanno di autorità da esercitare. Loro che giocano all’Educazione Siberiana ma poi lasciano appendere una ragazzina morta come sfottò da tre ragazzini e mezzo, e al massimo decidono sui look degli hooligans giusti.

D.B.

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Il piagnisteo di Hollywood

Sulla scia della speculazione, lo scandalo Weinstein sta profilando la più lapalissiana conferma che il ‘sesso’ è sempre stato moneta di scambio e un ‘no’ è sempre stato un no.

Confondere una ‘marchetta’ o una ‘sveltina’ svogliata con il padrone con lo ‘stupro’ per sollazzare un po’ il piagnisteo postumo alla notorietà, in questa società facilmente impressionabile, quello, è un vero insulto nei confronti di tutte le donne. Ma molti ancora non l’hanno capito, e per rispettare il dilagante spirito d’empatia che in questa epoca social accompagna a comando ogni disgrazia ‘indotta’, piagnucolano insieme a loro: nel rimorso che magari avrebbero condiviso per ottenere una carriera che però non gli hanno mai offerto.

D.B.

Harvey Weinstein

I CONFINI CHE ABBATTERANNO L’OCCIDENTE

Senza tenere conto dell’incompatibilità tra popoli diversi – religiose, sociali e culturali – le potenze occidentali hanno sempre disegnato con il pennino, da ampie e marmoree stanza, confini immaginari su territori attraversati da secoli di vite reali. Innescando conflitti immediati o interrando bombe ad orologeria con timer regolati su un probabile, se non certo, futuro prossimo. Dalla Colonizzazione alla Decolonizzazione, dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano, passando per le rivoluzioni arabe finanziate dai britannici – per interesse e paura dell’espansione musulmana nel Commonwealth – all’Accordo Sykes-Picot – con quei confini studiati a tavolino per i protettorati inglesi e francesi; dalla nascita d’Israele, alla guerra fredda, alla lotta al terrorismo espresso nelle sue campagne militari: i padroni del mondo tronfi della loro tradizione di conquistatori perennemente assetati di materie prime sono passati dal carbone al litio limitandosi a declinare il colonialismo in imperialismo per arrivare all’assistenzialismo. Giocando a Risiko nel Medio Oriente che ancora chiamavano piccola Asia, e che loro stessi hanno creato a propria immagine e somiglianza nel nome di dio denaro, e in Africa, il tutto si è sempre consumato seguendo quel fil rouge che è l’interesse. Oggi molte delle cariche di quelle bombe ad orologeria sono state azionate dal tempo, dando luogo alla deflagrazioni di nuovi conflitti o accentuando vecchie tensione. Le nuove migrazioni sono un danno collaterale degli interessi secolari di una ‘razza’ in declino, che non ha più la forza, né l’appoggio (politico/internazionale), né la lungimiranza per operare repressioni. Il popolo occidentale rivolto alla via del tramonto su lunghi e tetri passi, nonostante sia consapevole di questo drammatica epilogo, si mantiene saldo alle sue priorità, che non sono affatto cambiate e si riconfermato le medesime, e sembra navigare a vista: come i barconi dei migranti che affrontano il Mediterraneo. Quel ‘Vecchio continente’ rugginoso di trattati e ferraglie da guerra oggi si trova per la prima volta a dover affrontare il problema di ‘incompatibilità tra popoli diversi’ all’interno dei suoi confini reali sui quali si basano secoli di storia, di vite e di morte; confini che andrebbero cancellati, o ‘astratti’ secondo i progressisti, per fare posto al futuro che incombe. Mentre qualcuno si domanda la cosa giusta da fare per mitigare gli errori del passato, qualcun altro si chiede se sia veramente il caso invece, di chiamare i soggetti componenti di quei flussi migratori che tanto minacciano lo status-quo ‘risorse‘: perché il timore che quel ‘problema strutturale’ che è la migrazione non sia solo l’ennesimo studio strategico fatto a tavolino è forte come la fame che spinge i soggiogati dalla storia a partire per il loro nuovo mondo. Ecco come si accende il nuovo conflitto, l’ennesimo, forse l’ultimo, che l’Occidente combatterà prima che cadano, come molti si augurano, tutti i confini.

di Davide Bartoccini

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Questa insostenibilità nell’essere

Quando capirà il mondo che nulla è sostenibile nel futuro se non si vuole cambiare davvero rotta alla base?

Viviamo costretti in un limbo di rimorso latente e perenne sotto l’indice mai pago dell’utopia del sostenibile. Dubbiosi se sia giusto acquistare quel succulento filetto di manzo argentino mentre riflettiamo sulle flatulenze che secondo alcuni sono la prima causa d’ingrandimento del Buco dell’Ozono; in delirio da stress davanti ai quattro secchielli colorati imposti dal comune per la ‘differenziata’ – con la paura di commettere lo sbaglio irrimediabile e il terrore che il portiere faccia la spia; praticamente fermi a trenta chilometri orari, in ritardo cronico su macchinine elettriche uscite direttamente da Paperopoli per andare in centro quando c’è il blocco del traffico per la ‘Domenica Ecologica’. Siamo noi a volerlo davvero? No. È il rimorso che ci fa sentire in dovere di farlo. E la ragione è sempre la stessa: il sogno di un mondo migliore.

Riempirsi la bocca di buoni auspici e rosee prospettive è da decenni hobby preferito di tutto quell’entourage rampante, elitario, e rivoluzionario di post-capitalisti redenti con il pallino per la green economy e commercio equo e solidale che picchettano al grido di : “Salviamo il mondo riciclando le bottiglie di plastica finiscono nell’Oceano in scarpe da ginnastica per le nostre maratone ecologiche, che butteremo nella differenziata”.

Tutto molto freak. Tutto molto bello. Tutto molto dolce.. e onanistico, e sterile, e fine a se stesso.

La popolazione mondiale – che secondo il World Population Clock dello United States Census ammonta a 7,477220 miliardi – da sempre bilanciata nei grandi numeri da guerre, epidemie e stermini, vive nei falsi miti di progresso che auspicano e promettono il giorno in cui pace e prosperità regneranno indisturbate sul tutt’uno sociale, che soave e solidale, si moltiplicherà a dismisura senza tenere conto, nel futuro come nel presente, del collasso del sistema. Una contraddizione in termini ahimè, che non tiene conto delle capacità già allo stremo di un pianeta che non può più sopportare in alcuno modo la presenza ulteriore della piaga biblica del essere umano presto o tardi consumista: colui che più del petrolio (in esaurimento) è carburante per il capitale (sempre attivo nel soggiogare nuove tipologie di schiavi).

La mancanza di equilibrio logico nella stragrande maggioranza nell’ideale del sostenibile – estirpata pure la pigrizia figlia dell’egoismo o della disillusione dell’essere – è proprio quella del ‘numero’: come non arrivare al risultato che più prosperità si tradurrebbe in più consumismo che si materializzerebbe in più emissioni nocive (fabbriche, allevamenti, automezzi) e nella produzione di più rifiuti che già ovunque infestano il mondo senza posa e senza soluzione?

Se si tiene conto di una vecchia stima fatta da Ericsson, nel mondo ci dovrebbero essere all’incirca 5 miliardi di telefoni cellulari, che negli Stati Uniti vengono sostituiti dal 44% di chi ne possiede ogni 2 anni. Quanti ne verranno gettati ogni anni nel 2050 quando secondo le stime saremo 9,7 miliardi? E quante auto verranno accese con connesse emissioni? Quante accartocciate e stipate in discariche a cielo aperto? Quanti chilogrammi di carne proveniente da allevamenti intensivi per garantire ad un nucleo familiare occidentale il fabbisogno minimo? Quante flatulenze in aumento dunque? Con che conseguenze?

Nel mondo del restyling cronico che induce il consumatore ad avere sempre l’ultima novità, ogni anno, ovunque, si getta il vecchio per il nuovo senza aver ancora trovato una soluzione adeguata allo smaltimento dei rifiuti (oltre 4 miliardi di tonnellate di rifiuti ogni anni). Nel mondo della bugia del progresso, ogni anno il 71% della popolazione mondiale continua a vivere sotto la soglia di povertà senza alcuna speranza di miglioramento a breve termine. Nel mondo reale per ogni piccola sensazionalistica crociata sulla sostenibilità del riciclo dei boiler dell’acqua o delle scarpe passate di moda sponsorizzata da una comunità di vegani molisani, il presidente di una super potenza mondiale non ratifica l’accordo sulle emissioni globali per favorire la propria industria pesante e sopperire alle richieste del consumo e ai prezzi del mercato (se non si vuole tenere conto dei paesi che producono al di fuori dei controlli e da sempre ne sono estranei).

Insomma.. Io potrei continuare per molti più caratteri di quanti ne abbia a disposizione in questa pagina: nel Mondo reale, la verità, è che la vera sostenibilità si può ottenere solo con la riduzione della popolazione. Piaccia o no ai fanatici terrorizzati per il calo demografico.

 

D.B.

Le Bestie di Alatri

Il ragazzo che venerdì era stato vittima di un pestaggio ad Alatri è morto a causa dei traumi riportati. Aveva vent’anni. Questo ennesimo spiacevole evento dimostra che siamo delle bestie, e chi pensa che noi, razza umana, siamo superiori agli animali si sbaglia di grosso. Forse allude a cosa eravamo, cosa siamo stati capaci di essere, ma non siamo più.

Non sono l’intelligenza o la sensibilità, qualità che anche un gatto possiede – e che commisurate alle sue necessità superano di gran lunga le nostre prodezze. Non è il coraggio, che come spesso si cita ‘è qualità nota nei cani’. Sono la Cavalleria, e la Pietà, ad averci innalzato dallo status di bestie. Quando io stesso – in passato pestato fino allo svenimento da due balordi – mi trovai tempo fa dinanzi una persona pestata a sangue da un ‘branco’, non capivo – mentre mi intromettevo pregandoli di smettere e con fortuna lo portavo via – come 6 uomini ormai adulti non si vergognassero a continuare a calciare, a menare le mani, a prendere a cinghiate un corpo inerme steso a terra. Incapace di reagire – Dove si trova piacere nello sfogarsi su uomo arreso? Incapace d’incassare ancora. Incapace anche di tentare di parare i colpi ai quale deve arrendersi: perché sono troppi, sleali e cadono da ogni direzione solo su di lui. Solo.

Lui la scampo’. Io la scampai. Tanti altri la scamparono. Questo Emanuele no. È morto per i colpi sferrati dal branco perché voleva far valere le sue ragioni. E nessuno ha avuto il coraggio di mettersi in mezzo, mentre lo picchiavano con un palo di metallo, in 9, gli eroi.
Ecco l’epilogo di una storia triste, anzi, una storia sbagliata, come cantava De Andrè. Godete bestie moderne.

D.B.

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Il Cumenda: verità di un complice impostore

Quando il 28 ottobre del settimo anno del secolo corrente, moriva a Desenzano del Garda Guido Nicheli (in arte il ‘Dogui’), in pochi capirono che con lui moriva un essere ideale. L’era dei caratteristi, quegli attori minori attraverso i quali l’Italia imparava a conoscersi e riconoscersi, si avviava inesorabilmente verso il termine sterminandone i superstiti, e noi, consapevoli del deserto di espressioni nel quale stavamo per finire, già spargevamo lacrime di coccodrillo. A lui, milanese d’adozione e vitellone dalla nascita, venne affidato da Steno prima, e dai suoi figli Carlo ed Enrico poi, il compito di rappresentare l’archetipo del cumènda: quell’imprenditore lombardo che l’Italia industriale aveva reso, di dove in dove, piccolo feudatario post-moderno; status svincolato dal lignaggio al quale aspirava quella borghesia rampante, e spauracchio di quella borghesia piccola piccola piccola che fantozzianamente pendeva dalle sue labbra, per un favore, per una vendita, o per quel tanto bramato scatto di carriera. Il Dogui, per merito dei suoi atteggiamenti strapompati e del suo savoir-faire da balera, tra l’ostentazione di terminologie anglofone e quella cadenza nettamente dialettale, venne scritturato in un week-end di giugno spiaggiato a Porto Ercole. Quando, inciampando nello stesso ristorante dove era a cena Stefano Vanzina, gli venne offerta un’opportunità che non poteva rifiutare: recitare il ruolo di se stesso accanto ad un attore affermato come Renato Pozzetto in una scena di ‘Il padrone e l’operaio’ il Dogui non se lo fece ripetere due volte: a ciarlare di scampagnate a Monte Carlo e di milioni persi al casinò, a commentare fuori serie e donne di categoria, Nicheli era campione del mondo; un pesce nell’acqua, anzi, nel burro, come diceva lui.

Nicheli sembrava uscito dalla copertina Class ma invece era ‘sceso da una pianta’ della provincia. Laureato in odontotecnica, lavorava come assistente nello studio di suo cugino. Il denaro che guadagnava rassettando dentiere lo spendeva tutto per acquietare i suoi vizi nel week end, e quando proprio non bastava, per presenziare nel mondo dei night milanesi con la sua disinvoltura da grancarrierista, non tentennò ad improvvisarsi rappresentante di whisky part-time. La necessità che fa virtù. Sotto le mentite spoglie dello stimabile commendator Camillo Zampetti (I ragazzi della 3C) dunque si nascondeva un comunissimo uomo della classe media, con il mito della ricchezza da ostentare e il vizietto per il guantino da guida sul cabriolet. Steno questo lo sapeva bene, ma occupandosi di finzione e non di finanza, non sarebbe riuscito a raccattare un personaggio migliore per fotografare lo spaccato di quell’Italia buffa e racchiusa nella sua gabbia d’oro. Questa non sembrerebbe a prima vista riflessione fondamentale, se non si da peso alla peculiarità che il personaggio scelto per impersonificare tale archetipo, diventa egli stesso archetipo al quale l’autentico si ispirava e si ispira: poiché spesso è l’imitazione a dare una cifra alla nostra autenticità. È così quindi che scopriamo come gli atteggiamenti ostentati dai gran viveur con la fabbrichètta, d’estate in Costa Smeralda e d’inverno a Cortina, negli ’80 come nei ’90, che le battute ripetute all’infinito e che sopravvivono tuttora: sono stati tutto frutto dell’improvvisazione di un impostore incontrato per caso. Guido Nicheli, tirato in mezzo a quel filone di commedia italiana, che il neologismo avrebbe poi ribattezzato cinepanettone, è stato un complice della nostra realtà, che scimmiottando certi versi dalla provincia è finito per farsi imitare dei rampolli della Capitale Morale. Libidine.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è apparso sulla rivista Il Bestiario degli Italiani : http://www.ilbestiariorivista.it

Leoni da tastiera per Agnelli da copertina

Ricordo bene i piagnistei e i perbenismi sulle perversioni della Cantone, le paginate colme di scuse dei giornali pentiti. Guardo in fondo alla pattumiera, e scovo ancora qualche foglio di quotidiano sdegnato per gli insulti alla Boldrini: tutta colpa della frustrazione dei mostri del web, degli haters sfaccendati che fanno il gioco del soldato a pigiar tasti di scherno sul mal capitato di turno. Sotto a chi tocca, e mo tutti a pija per culo Lapo Elkann, che a quanto pare non teme i ‘falli duri e tira forte’, e di fatti spende oltre 10.000 dollari per saltare sui cazzi strafatto di coca. Lapo, che è ricco e scemo; Lapo che è debole, forse, ma è un pensiero esile, che arriva dopo, sensibile, quasi raro nella mischia. Dov’è Selvaggia Lucarelli mi chiedo? Spezza lance solo a favore delle donne, solo loro sono indifese? Dov’è Peter Gomez? Salta fuori solo quando è tardi.. Dove sono tutte le penne dimesse di qualche mese fa? Chissà quanti giornalisti e lettori, ieri e oggi così divertiti, sarebbero pronti a riempire pagine di scuse se domani preso dall’ennesimo sconforto, Lapone nazionale, facesse un gesto malsano, e magari, appena rilasciato, si buttasse giù dal ponte di Brooklyn, solo perché è mezzo frocio, solo perché è mezzo strano, solo perché è famoso per non essere un bravo Agnelli. Leoni per Agnelli.. il remake, deve i leoni spingono i tasti, e gli agnelli vengono sacrificati in virtù del pubblico ludibrio.

D.B.

The Young Pope END

L’incatenarsi di una serie di fotogrammi perfetti accompagnati da una colonna sonora geniale; la bellezza di Jude Law, il suo talento, la grande bellezza che Sorrentino è riuscìto, ancora una volta, ad esprimere ed imprimere nello schermo; togliendo il fiato, scansando la noia, stupendo con una puntualità inaspettata, hanno trasmesso un messaggio che nella sua semplicità cova una potenza straordinaria; instillando un dubbio che ci lascia prendere il largo in un tiepido e sereno mare di comprensione: il Papa, in fondo, è solo un uomo.

D.B.

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J’accuse: basta alle pischelle che si modificano le foto. La pubblicità ingannevole fa male al loro amor proprio e alle nostre erezioni.

Oggi è domenica, e non un cazzo da fare; dunque vorrei sviscerare con voi una volta per tutte la faccenda ‘pischelle che modificano spudoratamente le foto su Instagram’ perché veramente arrivato il momento di dire BASTA. Forse qualcuno si ricorderà di quella volta che scrissi: ‘Ho talmente tante fregne su facebook che non voglio più usci’ de casa.. Perché quando le incontro per strada manco le saluto: torno a casa e per riattaccare bottone gli scrivo un inbox “Ei, mi sa che ho incontrato tua zia” .. Finisce sempre che non mi parlano più.’ Ecco, la situazione con Instagram è letteralmente arrivata ad una fase di stallo.

Perché qua non si tratta più di divulgare, o semplicemente mettere come foto profilo, solo ed esclusivamente foto dove si è venuti eccessivamente bene – da qui il sistema della media ponderata che applicavamo ai bei tempi noi uomini: il voto reale che va 1 a 10 è la media delle prime 5 foto profilo più quello della prima foto in costume che trovi – ; cioè, quella è anche una scelta abbastanza ovvia, è regolare, è consentita dalla convenzione di Ginevra per il worldwideweb. Lo fanno anche gli uomini, lo facciamo tutti; anzi non ho mai capito il masochismo  di chi sceglie per avatar una foto dove fa cagare, anche se lo stimo profondamente. Perché chiariamo un punto:  un conto è spararsi un book fotografico con la luce giusta che magari avete trovato per caso in cucina, e scegliere la migliore su 66 per poi postarla con una frasetta del cazzo, rubare un po’ d’attenzione e convertirla in auto stima; un conto è piasse e piacce pel culo: mistificare la realtà, approfittare della nostra ingenuità, ingannare se stessi e gli altri, ingannare le nostre erezioni ipotetiche e preparare il terreno per le nostre défaillance future. Qua non si tratta più di push-up di Intimissimi che dopo a una join venture con la NASA tramutano una ‘primetta’ in una 3ª importante – che poi vola via non appena riesci a sganciare il gancetto nella foga della passione – ; qua non si tratta più del trucco del sabato sera che misto alla sbornia tua ti fa credere di esserti caricato in macchina Violante Placido ma poi te risvegli accanto a una che somiglia di più al padre dopo essersi fatto i colpi di sole; qua non si tratta più della fotina con la duck-face fatta per noia e ricerca di attenzione; qua si tratta di prendersi gioco di se stessi e degli ormoni altrui, di non accettarsi e per questo di stendere una rete di trappole e tranelli, di costruirsi un’identità parallela come una spia da guerra fredda, di deflorare l’arte della fotografia stracciando prospettive e sovvertendo la forza di gravità o l’anatomia umana per farsi pubblicità ingannevole.

Sinceramente non credevo si potesse arrivare a tanto finché una mia amica non mi ha mostrato l’inconfutabile e schiacciante realtà di alcuni suoi prima e dopo. Applicazioni per levigare la faccia, gonfiare gli zigomi, le tette, cambiare il naso, per allungare braccia e  gambe, per snellire il bacino – ma dico, ma che stiamo scherzando? – per illuminare gli occhi e scurire la pelle, per levare le persone dallo sfondo, e poi, per concludere in bellezza, quelle per piazzarsi una scarica di like farlocchi a far volume. Cioè qua non si tratta più della ritardata che per un momento di gloria va su Snapchat e se mette la coroncina in testa e poi vomita arcobaleni (che ancora devo capi’ il senso nascosto, son sincero), non si tratta di piazzarsi le orecchie e il muretto per essere spiritosa e magari per fare finalmente outing che è una cagna: qua si tratta di sostituire gli onorabili 12mila euro di chirurgo plastico, 3 anni di cross-fit e 5 di dieta con 3 ore di tutoria de photoshop.. e insomma, a me non me pare regolare.

Ora, questo è un fenomeno esclusivamente a uso e consumo femminile – spero – ma pensate se lo facessi io: che peso 60 chili bagnato, ho un nasino delicato che mi chiamano il ‘tucano’, non vado il palestra dal ’98 e la prova fisica più faticosa in cui mi esprimo annualmente sono un paio di doppiette a letto o una nuotata da una barca all’altra per scroccare il caffè. Facciamo conto per un attimo che invece di limitarmi a non mettere delle foto dove sono venuto di merda, che mi pare onesto, mi alzassi di 5 centimetri, (arrivando a superare il metro e 80 senza scarpe, che sogno..), se magari mi gonfiassi i pettorali e le braccia, se mi gonfiassi placidamente il pacco con generosa abbondanza: come se nei boxer vi riposasse un’anatra all’ingrasso per il foie gras, ma dico.. a voi donne ve sembrerebbe regolare?  Perché a me mica tanto.

A freddo finirei per dire che, per la legge del contrappasso o per un approccio più pragmatico, noi uomini dovremmo fare finta, di base, tutti, di essere ventenni in carriera  e milionari: così da scoparci a mani basse tutte quelle che su Instagram si prendono la licenza di spacciarsi per fotomodelle da Harper’s Bazaar (please, no derive femministe)Solo che il breve idillio sfocerebbe il più delle volte in uno che fa finta di avere una Ferrari che si schioppa una che fa finta di avere 3 chili in più di tette e 6 chili in meno di culo.. Però ecco, de base non mi sembrerebbe molto regolare manco questo; nn ci vedo un progresso che vada oltre l’utilitarismo che attraverso la menzogna conduce in prossimità dell’amplesso.

Dunque la riflessione si fa più filosofica e pone in essere la domanda: ma dove è finita la bellezza della spontaneità? E chi l’apprezza? Siamo veramente caduti così in basso? Ci siamo veramente lasciati corrompere tutti quanti dalle immagini che ci vogliono vendere film e cartelloni pubblicitari; anche se sappiamo benissimo che Di Caprio c’ha la panza e la foto di una modella d’intimo prima si essere stesa sulla colla da affissione di un enorme cartellone abusivo, passa 24 ore sul computer di un mago di photoshop.. Noi vogliamo comunque provare ad eguagliare la finzione? Ok, siamo tutti dei coglioni utopici, però non stimiamoci così poco da renderci addirittura patetici. Perché quando i corpi nelle foto assumono quelle pose plastiche ed innaturali che deformano la realtà, quando finiamo a praticare più sexting che sesso per non smascherare quella finta identità che ci siamo  creati e che viene custodisce gelosamente, chiusa in casa, vivendo solo attraverso i social, siamo una sconfitta per l’umanità, siamo vittime della nostra epoca; e la nostra epoca fa veramente cagare, perché è un costoso e avvilente surrogato della vita vera, tra filtri per le foto, applicazioni inutili, divani comodi, e grandi sogni infranti.

D.B.

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Trump Triumphs?

Guardatela come una sorta di rivoluzione neo-proletaria nel più vasto epicentro del capitalismo; come fosse una sorta di restaurazione nel paese che per primo abolí il concetto di nobiltà; guardatelo come un esercizio di democrazia nel paese che spacciandosi per professore in materia ha voluto imporre la sua a mezzo pianeta.

D.B.

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