Scriv..ere

«Scrivere. Cosa scrivere. Cosa vuol dire, scrivere? Scrivere è una debolezza. è parlare con se stessi rivolgendosi alla carta, è danzare sopra i tasti senza avere chiara una risposta. è confessare alla passione la tua unica richiesta. Libertà. scrivere è come scoppiare. detonare, sputare fuori l’emozione. disinnescare l’implosione mentale. raggiungere – mai – il significato. è sconfessarsi e poi giurare, è raccontarsi. cercare la soluzione. divagando, parafrasando, adulando, rincorrendo il senso. è tentare. di stupire, di convincere di stregare di intenerire di colpire di far piangere di mettere un punto. Scrivere é un errore. di pensare di ambire di sperare che qualcuno che non sei te, lette le tue parole, possa dire: sei come me. Non mi abbandonare.
Scrivere è restare. lasciar traccia di se, impronte di se; passaggio di se, di un pensiero che stupido o vano o monotono che sia non voleva giacere là nel tuo rimpianto. scrivere è egoista. e presuntuoso e saccente e autoreferenziale e noioso e bugiardo e coraggioso. è donare. qualcosa che si ha dentro, che sta la la per uscire e lo devi fare: esternare, condividere, confessare, spiegare sparare proiettare nel mondo che temi anche per un istante solo non possa sapere: io sono, ero, sarò qui. ascoltami. ho qualcosa da dire. per sempre. e lasciami provare. con queste semplici, stanche, consumate parole. che non so come altro fare, a vivere. senza scriverle. senza tentare. senza provare a spiegare.

Scrivere,
a volte, è morire.
nell’attesa di chi legge; se sul suo volto sappia dimostrare, con una lacrima, un sogghigno, con l’espressione del timore di non averti a un palmo, che ciò che hai scritto, sfidando in calce il ridicolo e il tutto, possa.. valere. Qualcosa. scrivere è un errore. che se hai mai provato lo sai, cosa può voler dire. È come tirare fuori una parte di te e lasciarla sbranare.
da un odio, da un amore; dalla gente, dal mondo intero che ci passa sopra alle tue parole.. e della tua passione non sa che farsene.

E smettere, sarebbe un vero affare.»

D.B.

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Parellelismi a cazzo per Michela Murgia

Succede sempre così: nei giorni dopo l’ennesima giornata internazionale di qualche piagnisteo – come se istituire una giornata mondiale servisse a qualcosa se non a scrivere cazzate ormai (e ne approfitto) – la violenza verbale delle veterofemministe da bar equo-solidale contro i possidenti di uno scroto si accende, e prosegue sulla scia dell’eresia contorta divulgata sui social da una pupazzotta pacioccona che dopo esser venuta alla cronache con un gioco acchiappa click come il “fascistometro” – per giunta mal tarato dato che io so’ risultato meno fascista de Trotsky – pensa di fare fagotto sbrodolando sentenze di colpevolezza su qualcosa di grave e “serio” come la violenza sulle donne.
Parecchi uomini con intenzioni anche solidali, scrive la nostra pacioccosa, si mettono regolarmente a dire: “però basta con questa colpevolizzazione del maschile in sé, non siamo tutti maschilisti, io per esempio non lo sono, non ho mai picchiato una donna, non voglio scusarmi per le colpe di un intero genere. Ciascuno risponda di sé. bla bla bla”. E GRAZIE AR CAZZO. In senso figurato ma anche no. Perché come dice il mio guru Pippo Sowlero a qualcuna ogni tanto glie piace pure.. sur materasso o attaccata allo stipite della porta mentre strilla il nome della sorella “Ersaaaaaa”.

“E’ un po’ più complicato di così”, dice all’andreottiana la Michelona nostra. Debuttante illustre del freak show del progressismo manco fosse una perenne puntata di Ciao Darwin dove chi la sparava più grossa nei siparietti commentati dal dt.Laurenti vestito da madre natura passava nella storia del tubo catodico. Qui chi la dice più grossa al massimo vince una promessa di seggio nel nuovo partito africanistica della Kyenge. E se state pensando “ME COJONI”, mi avete tolto le parole dai tasti.

Per parafrasare Michela, noi cazzoni mai redenti potremmo incalzarla dicendo che “Nascere femmine in un sistema automobilistico dove ormai siamo abituati a vederle parcheggiare a CAZZO DE CANE e giustificarle è un po’ come ostinarsi a pisciare fuori dalla tazza del bagno del bar tanto non lo pulisco io, cazzo me frega.”

Non sai nemmeno a cosa serva la viabilità se tanto ogni volta che qualcuno si lamenta dopo che stai tre ore in un negozio di collari fashion per gatti esci e dici “Ma sono stata solo 5 minuti che sarà mai.” – e in quel momento dietro ha bloccato 8 autobus de pendolari incazzati alla bile. Ecco da quel momento tutto quello che farai, ovunque andrai, qualsiasi ritardo che avrai, anche mentale, deriverà da un destino rallentato da femmine che hanno parcheggiato a cazzo de cane. Avete visto Sliding Doors? Ecco.. pensate a quante volte un Suv parcheggiato in quarta fila fuori dal Gesù e Maria vi potrebbe aver fatto perdere la connection con la donna della vostra vita o con la ricchezza che ve l’avrebbe trovata.. che magari era tra quelle che avrebbero saputo parcheggiare, che so’ rare, nella statistica, come quei bastardi che picchiano la moglie o sono cosi vili e infami da stuprare una donna. Che il resto.. le molestie verbali.. sono “fregnaccette” non violenze. Figuriamoci se domani qualcuno si sentisse così oppresso sul lavoro perché tutte le colleghe invece di fare allusioni sul fatto che ha un bel culo, gli dicessero che c’ha il cazzo piccolo. Amen – che lascio un posto fisso perché delle colleghe sceme umiliano il mio membro minuscolo? A me la cena mica me la pagano. A maggior ragione perché c’ho er cazzo piccolo.

Insomma, Michela, è colpa mia se sono non sono nato in Arabia Saudita, dove le donne non possono guidare nonostante gli Emiri siano tutti best friend de Ilariona Clinton? È colpa de na vecchia a cui hanno rinnovato la patente se magari ho perso l’appuntamento della mia vita per colpa del traffico?

Ovviamente no. Io non sono un vigile urbano con il cazzo microscopico abusato sul lavoro che non vede l’ora di far rimuovere i Suv in doppia fila a Piazza Euclide quando c’è l’uscita della Falconieri o il corse de Zumba . Però vivo nei paraggi, quindi ogni tanto mi verrebbe voglia di cacciare fuori dalla saccoccia un serramanico e scrivere “PUTTANA” sulla fiancata di qualche Q7 che il marito le ha regalato a natale con i soldi delle tasse che non paga.. eppure non lo faccio.

Perché sono un gentiluomo. E questo mi basta a distinguermi non solo da chi si macchia del crimine ignobile di toccare una donna. Ma anche dagli uomini comuni. Quelli che magari, se assistessero ad un crimine simile.. si farebbero gli affari loro. Io, come tutti quelli come me, se vedessimo un mezzo uomo che prende a schiaffi la moglie – e non un unico schiaffone dopo aver scoperto che gli ha messo le corna per 5 anni con il maestro si Bachata cubano coi rasta – a costo di perdere la nostra miserabile vita ci metteremmo in mezzo. Perché siamo costretti. Ne siamo votati per etica, per educazione, per credenza e attaccamento alla cavalleria. Per indole.

Per questo Michela Murgia non mi sentirò mai colpevole di essere un uomo. Anzi invoco la mano forte di uomini come me. E se il sistema non si regge su persone con la nostra stessa visione del mondo, con la nostra marmorea educazione, ti assicuro che è solo perché qualcuno gliel’ha permesso. Tra questi anche voi femmine – sappiamo farla anche noi di tutta l’erba un fascio un tanto al chilo – che alle lunghe ci avete fatto passare la voglia di esserlo, gentiluomini.

Ma questo non fa di noi e dei nostri padri dei vili complici, né tanto meno dei criminali.

D.B.

 

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Tip Tap, è finita.

«Ci si dovrebbe limitare ad apprezzare. Mai adorare, venerare. O perfino amare. Apprezzare. Conviene. È più opportuno. Più funzionale. Più borghese. Più moderno.
Apprezzare, senza troppo trasporto per giunta. Senza troppo attaccamento. A una donna come a una scarpa. Frivolezze! Così che la perdita di una persona, o di una scarpa, non ci turbi eccessivamente da non potersi consolare; con un’altra; con un nuovo paio. Di vernice nera, danzanti a una festa. Lisce come un pavimento di marmo perfetto. Piroettante futuro. E sul più bello: casqué. Apprezzare, senza che neanche questa, l’ennesima nuova, diventi a sua volta motivo di vita. Era questa la teoria, assai distante dalla pratica; ahimè. Assai distante dalla vita. Del resto chiunque un giorno perda la sua scarpa destra, quella preferita. Temporeggerà nell’uscire. Riuscire. Cercherà sotto al letto, sopra al tetto, sotto a tutto. Che metafora sbandata. Ma come spiegare a una vecchia suola, che da sola una scarpa non riesce a camminare, senza provare freddo, senza essere più lenta, senza aver timore che l’altro piede sia dolente, ferito, silente. E se fosse inciampata e se fosse caduta? Come danzare – con una scarpa sola? Proseguire senza guardarsi indietro? Senza sedersi a rimuginare che tanto vale buttarsi via da se. Anche affacciati davanti a un negozio attraente, con vuoto nella gola, fermi, su un piede solo, su quella vecchia suola. Come un fenicottero alla sera. Del resto, sul serio, cosa farsene di una scarpa sola? Cosa fare di se. Mi dia un paio di scarpe di vernice. In fretta. Ho una festa. Porto il 43. – Gliele metto nella scatola? No le tengo ai piedi. Non sono cresciuto mai; fin da quando ero bambino, quando andavano di moda quelle con le luci intermittenti, quelle che indossavamo tutti quando eravamo bambini uguali e deficenti, non sono mai uscito da un negozio di scarpe senza avere un paio di nuove ai piedi. Dev’essere il mio lato femminile. È sviluppato assai.. La sa quella che le donne sono come le scimmie? Non lasciano un ramo finché… No meglio non continuare. Anzi, è impegnata questa sera? Sa’ ci sarebbe in ballo del vivere. Una specie di festa. L’avverto però. Non sono un bravo ballerino. Al quarto whisky arranco di stanchezza. Non amo essere adorato. E sto combattendo da una vita con la tenerezza.
Di solito, vince lei.»

D.B.

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Parole su rotaia

Sono sul treno. Triste e caldo, caldo come una febbre da stanchezza. Flemme flemme passa in rassegna la strada di ferro che va da Torino a Napoli e giù di sotto. Non è lento ma sembra. Mi annoio e ascolto ogni estraneo parlare, sbiascicare, bofonchiare, starnazzare; e credo che il giorno cui smetteremo di parlare in dialetto, al telefono con un amico, con la fidanzata distante, con una madre che aspetta.. tanto varrà non dire più niente dell’Italia. Sforzarsi solo di dimenticare.

D.B.

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Le poesie degli altri

«Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.
 
E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.
 
Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.»
B.B.
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Alla posta

È dolce e gentile, la signora della posta.
Sono capitato al suo sportello, tombola al tabellone che scorre lentamente. Le si è impallato il terminale mentre devo spedire un pacco in Svezia. Proprio adesso, proprio a me. Alla posta ci puoi morire, si dice, e anche lei non sembra passarsela troppo bene. Con i suoi occhiali pesanti su un volto minuscolo; e un po’ di fiatone a ogni mossa, anche nei gesti semplici. Però sorride. Nella sua camicetta di vecchi fiori di naftalina. I colleghi la spronano, sulla vetta del suo sgabello.
“Devo ricominciare da capo; non possiamo cambiare sportello” e digita il nome complesso, in fretta, con tono di scuse. Con gli occhi chini.
“Sarà la fortuna che mi porto dietro, signora, non tema.”
“Ma no, che dice, non vede che è successo a tutti?”
“Siamo un mondo di fortunati allora”
“Adesso risolviamo..”
“C’è un costume qua dentro, e in Svezia non è tempo di bagni, sopravviveranno.”
Non ride alle battute, la signora dai fiori spenti; eppure una volta abbiamo spedito lettere d’amore insieme. E lei pesandole disse: “Due e euro e settanta l’una!”
Mi costano care queste parole, ribattei io.
“Lei vuole fare il romantico d’altri tempi, con la cera lacca e i francobolli. La bellezza ha un prezzo”, e l’amore non ha tempo, signora. Solo parole.

D.B.

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Cent’anni d’amore perduto

Al fronte, gli uomini
s’innamoravano delle prostitute.
Al buio del bordello
Senza pace nel cuore
Sognavano di legarsi per sempre.

Dulcinee di bombe a mano,
le prime donne mai accarezzate.
Amore ingenuo. L’unico.
Scuoteva i sogni nelle tricee
Esplodeva nei letti;
Seni e cosce,
Basta braccia martoriate nel sangue.
Scontro di destini balordi
Lotta del mondo.

Ti sposerò sussurravano,
E poi morivano;
Nella terra di nessuno, affondavano
Al fischio della vita. Al segnale della morte.
Avanti Savoia!

D.B.

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“Sulla Mia pelle” ho avuto paura

La verità è che ieri, mentre si chiudeva la porta di quell’interno notte di una pellicola cruda – una stanza anonima, in una caserma come tante, in una notte qualsiasi buttata nelle periferie di ogni luogo; una notte che racconta l’arresto di un ragazzo come tanti – Stefano Cucchi –
io ho chiuso gli occhi.

Come fanno i bambini, quando guardano un film di paura, perché ce lo hanno sempre detto: i film dell’orrore smettono di farci paura quando cresciamo, perché acquisiamo la consapevolezza che i “mostri” non esistono. Ma quando a terrorizzarci è qualcosa di reale invece, quando i mostri si confondono in mezzo a noi, il timore non si estingue mai.

Quella porta che si chiudeva alle spalle di Alessandro Borghi era una porta reale nella finzione evocativa. Una porta che si è chiusa veramente. E io avevo paura che per raggiungere il pubblico nel profondo, per portare a casa il risultato facile, lo strazio delle grida, il rumore sordo delle manganellate che vanno giù dure sulla “pelle” si sarebbero fatte sentire. E invece niente. Non un’inquadratura. Non uno strillo. Silenzio. Ho aperto gli occhi, ho continuato a temere. Con il fiato sospeso. Fino alla fine.

La verità forse è che io, in questura, le ho sentite le manganellate, la gente implorare di smettere, e i tutori di un ordine che nelle notti di caserma diventa così arbitrario, continuare; e andare giù ancora più pensate. Non sulla mia pelle ma le ho sentite. Ho visto le stanze asettiche e la facce incazzate del turno di notte. I tagli marziali e gli stratagemmi per attenuare il danno, poi.
Ho sentito sopraffarmi l’impotenza che può ingannare un famiglia semplice, di borgata. Ho percepito i meandri della burocrazia nei quali si può anche morire. Come se fosse un problema che potesse sfiorarmi: a me che c’ho la faccia da figlio di papa’, e me la so’ sempre cavata con un maledetto “buonasera”, anche a fa cazzate da borgata. L’ho sentito sulla mia pelle, come se mi riguardasse quell’impotenza. Quella consuetudine. Perché ogni volta che una porta si chiude dietro a una cattiva risposta, dietro ad una cattiva azione, dietro a una brutta storia: qualcuno, indifeso, in una stanza chiusa a chiave teme di sentire le botte, per poi dover inventare di essere caduto dalle scale per un abuso di potere dettato dalla foga del momento. Se è fortunato.

John Donne diceva, e Hemigway sottolineava, che “la morte di qualsiasi uomo ci sminuisce. Dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, e tutti gli uomini che sono morti o hanno subito soprusi e abusi prima e durante il regime carcerario ci siano d’esempio. Né santi, né diavoli. Ma martiri scomodi di un sistema spesso inadeguato, in mano a uomini incapaci di gestire l’enorme responsabilità di cui sono investiti; che una domenica mattina qualsiasi, in una stanza anomia, in un ospedale come tanti, potrebbe suonare la campana a morto, per uno sbaglio stronzo, per una persona come me, per una persona come voi.

D.B.
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Déjà vu

E poi c’è questa faccenda, che non mi sta tanto simpatica, del vedere una cosa splendida ma con la sensazione di averla vista già, in altre mille foto, in altre mille pose, in uno strano déjà vu. L’esser privati del baleno, della scoperta, in nome di quel fenomeno screanzato che i giovani chiamano condivisione; del quale siamo tutti complici, vittime e carnefici.

D.B.

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