Le sale d’attesa

Le sale d’attesa sembrano fatte apposta per farti sentire solo. L’arredamento apposito, i quadri privi di senso quanto di discussione. La selezione musicale sforzata. Tu e il ficus benjamin , il ficus benjamin e te. Le riviste vecchie, rotocalchi insfogliabili, la macchina del caffè in cialde, che non usi per non disturbare. Le voci distanti..

D.B.

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Maledetti ladri di pensieri

«Volevo scriverti, non per sapere come stai tu, ma per sapere come si sta senza di me. Io non sono mai stato senza di me e quindi non lo so. Vorrei sapere cosa si prova a non avere me che mi preoccupo di sapere se va tutto bene, a non sentirmi ridere, a non sentirmi canticchiare canzoni stupide, a non sentirmi parlare, a non sentirmi sbraitare quando mi arrabbio, a non avere me con cui sfogarsi per le cose che non vanno, a non avermi pronto lì a fare qualsiasi cosa per farti stare bene. Forse si sta meglio, o forse no. Però mi e venuto il dubbio e vorrei anche sapere se ogni tanto questo dubbio è venuto anche a te. Perché sai, io a volte me lo chiedo come si sta senza di te, poi però preferisco non rispondere che tanto va bene così. Ho addirittura dimenticato me stesso per poter ricordare te».

Søren Kierkegaard, da Diario del seduttore

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Non sarà lei la nostra Zelda

«Certo, una cosa forse ci converrebbe fare: nutrire il sogno incorruttibile di Gatsby, inseguire e afferrare la luce verde attraverso faraonico stratagemma. Fuggire dalla nostra Montecristo di parole. Ma per quale fine poi? La medesima. Allora meglio il duello. Come il nostro Lermotov. Confidare nei colpi di pistola che privano dei dolori di Werther. Che di mulini a vento, troppi ne abbiamo presi di petto, al galoppo dalla Mancia, e la rivalsa in denaro non fa per noi. Non ruba il cuore a Zelda, o Dulcinea. E seppur bastasse, non sarebbe lei allora, la nostra Zelda.»

D.B.

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La grande giostra

«Un’altra coppia ha cessato d’esistere. Proprio adesso, come un altro milione nel mondo. Di questa mi hanno avvertito però. In questo tempo distratto da tutto il superfluo, ci si lascia e ci si trova in un nonulla.. tra chi ruba il sesso, e chi cerca un senso disperato, non c’è pace tra i ricordi, né stanchezza per i baci che vanno ancora dati. È un gioco crudo e tenero questa giostra di stupidi affetti. Chi sale chi scende. Chi finisce i gettoni, chi ne ha un milione chiusi in cantina. Sepolti nella cassaforte del fallimento. Esseri soli che muoiono insieme; o almeno ci provano. Conoscono l’epilogo ma non rinunciano alla partita. Gli uomini. Tutti pazzi. Qualcuno diceva, che la pazzia è ripetere sempre lo stesso errore pensando di cambiare il risultato.
2+2 fa te? No, fa 4.
Ok. 2+2 fa te? Ecco. Appunto.»

D.B.

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Esmé, sua madre e me

«Io non voglio figli. Lo sanno tutti. Costano dieci volte più dei cani, e la stragrande maggioranza delle volte ti danno un quarto della soddisfazione che ti darebbe, un cane. I figli ti rendono davvero soddisfatto solo una volta che se ne sono andati di casa, dopo aver studiato per un secolo la strada per farlo: un cane quando riesce a tornarci da solo se lo molli a un isolato dalla porta d’ingresso – un mese dopo che ha smesso di pisciarci sopra. E i vicini lo applaudono pure. Penso che anche i miei genitori, ora come ora, mi scambierebbero volentieri con un vecchio setter.

Tuttavia, recentemente mi era toccato parlare proprio di figli; e non che non lo volessi, ecco, forse volevo pure, «parlarne»; il problema era un attimo mantenerli come vorrei: con il mio lavoro schifo e un’aspirante compagna che a mala pena sapeva badare al suo, di cane. Fatto sta che forse, un giorno, due figli li avrei anche voluti da lei. Quella bisbetica matta straviziata. Un maschio e una femmina. E in mezzo un cane. Un bracco che rispondesse al nome di Marmaduke. Di solito, viene sempre fuori che a parlare di figli, tra due che non hanno idea da dove iniziare a farli, si finisce solo a parlare di nomi. Come lo chiameresti lui, che nome daresti a lei. Avvolti nelle lenzuola di seta come bachi, luce soffusa da una maglietta messa per cappello a una lampada; fatti d’amore scadente come quello di due ketaminomani.

Ebbene io li avrei chiamati Ezra ed Esmé.
Il primo come il poeta, e la seconda, bella come lei, come la piccola del romanzo di Salinger. La donna che preferisco al mondo. Quel tipo di donna come vorrei fosse mia figlia. Ecco allora, che neanche a finire di dirlo, la tipa esordisce con qualcosa di borghese tipo: “Che razza di nomi; così poi a scuola li prendono tutti in giro”. Per quello non c’è problema le faccio io. Perché oltre ad insegnare loro chi sono, le grandi personalità da cui erediterebbero il nome; e perché devono essere fieri di portarlo; gli insegnerei anche a rispondere a quelle mezze seghe che trovano lo spirito: “Vedi bene stronzo che se ridici qualcosa su me o mio fratello, all’uscita viene mio padre che è disoccupato, nullatenente e colmo di fantasia: fa lo scrittore. Ti tortura e a te e alla tata pagata in nero che ti raccatta ogni giorno”.

Ecco forse è per questo che non sarò mai pronto ad avere figli. Perché faccio sul serio. Terrorizzo le mamme. E poi sarei troppo protettivo. E scellerato. E pigro. Troppi regali; troppi sì da occhi piccoli e dolci, e durissimi no da amari e lunghi pianti. Insomma un coglione che nessuno bramerebbe come padre, né tanto meno come marito. Però cavolo sarebbe stata bella Esmé: bella come la madre, e affascinante come quel fallito del padre.»

 

D.B.

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Una volta ho letto di una teoria secondo cui l’intelletto umano è simile alle piume di pavone. È solo una dimostrazione di stravaganza pensata per attrarre un compagno. Tutta l’arte, la letteratura, un po’ di Mozart, William Shakespeare, Michelangelo, l’Empire State Building sono solo un elaborato rituale di accoppiamento.

Forse non importa che abbiamo ottenuto così tanto per la più basilare delle ragioni. Ma d’altronde il pavone è a malapena in grado di volare. Vive per terra beccando insetti dal fango consolandosi con la sua enorme bellezza.”

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Credo che l’ultimo aggiornamento di Whatsapp l’abbiano sviluppato per dare un qualche genere di riscatto tecnologico a mia madre: solo lei usava l’espressione “messaggia” sulla faccia della terra.

Piovestate

«Stavo pensando all’estate,
che non arriva mai.
E quando arriverà, chi la vorrà davvero?
Non è mai come la desideri:
o troppa o troppo poca;
o troppo calda, o troppo corta,

o troppo sola o troppo bella per un’altra estate, che inesorabile ti deluderà.
Allora puoi sempre andare distante. Troppo distante. O restare vicino. Così se squilla il telefono, come un allarme atomico, puoi nuotare fin là. In un baleno. Lanciarti come un razzo impazzito su quel bottone. Esplodere di felicità. O di noia. Infallibile.

Oppure puoi smettere di aspettare, calzare un paio di galosche stupide, e pescare la primavera. Che il profumo alla fine è sempre quello.
Quando piove.»

D.B.

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Negarsi

La cosa più brutta che ho imparato crescendo, è che per farsi prendere in considerazione bisogna negarsi, e forse è anche la cosa più stupida che ho imparato. Più stupida di chi l’ha inventata. Stupida come chi la segue.

D.B.

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