In difesa di Volo sulla bella Ariana

C’era la scena di un vecchio film cult che ha cambiato gli anni ’80 e le generazioni maschili a venire. Immortalava un giovanissimo Tom Cruise, spensierato, poco prima di dover mettere su un business molto ‘rischioso’ per ripagare la Porsche 928 del padre che aveva ‘affondato’. In mutande, camicia e calzettoni bianchi, il tardo adolescente si abbandonava all’emulazione trasgressiva del navigato Bob Seger.. cantando dentro un candelabro che stringeva in mano, come gli piacesse ancora il “rock ‘n roll vecchio stile”. E noi, prima o poi, lo si è imitato tutti senza troppo pudore. Con casa libera.

Ebbene se in quel momento i genitori suoi o i nostri, partiti per il week end, ci avessero sorpreso così, rincasando prima del previsto, sono pronto a scommettere che avrebbero detto: “Ma che cazzo stai a fa’? Scendi da quel tavolo. Scemo”. Eppure inneggiavamo a dell’innocuo rock’n roll. Che c’era di male?

Oggi leggo molte parole di biasimo per Fabio Volo, che si è permesso di apostrofare la cantante Ariana Grande per la sua ultima performance di indubbio spessore musicale. La signorina infatti canta appecorata su un tavolo della cucina tutte le cose può e vuole ottenere (pare sia stato preso come un implicito e occulto inno femminista). Conscia della potenza dello star system e della pronta ondata di emulazione che scatenerà. In molte, a differenza mia, non ci hanno visto lassismo e consumismo, ma ci hanno visto solo libertà e autodeterminismo femminile. Per questo sono altrettanto pronto a scommettere che tutte quelle future mamme che mettono al bando il patriarca Volo (…) saranno le prime che rincasando prima del tempo, se ritroveranno le figlie dodicenni vestite come un viados, che a quattro zampe sul tavolo della cucina cantano a squarcia gola che “Vogliono l’extension e il gloss”, saranno pronte a sostenerle nella loro libertà e a dire: “Brava” – non: “Scendi da quel tavolo. Scema.”

D.B.

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Destra e Sinistra

«Le persone di destra mi fanno disgustare della destra, quelle di sinistra della sinistra. Di fatto, con un uomo di destra sono di sinistra, con uno di sinistra di destra.»

E.M. Cioran, da Taccuino di Talamanca

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Essere grandi

Che poi essere grandi non è molto distante dal saper gestire un barattolo di Nutella, che quando decidi di comprarne uno per la casa dove vivi da solo, devi saperti assumere tutta la responsabilità: tu. Perché finalmente non c’è nessuno che sta là a dirti come usarlo, ma non c’è neppure nessuno lì pronto, a controllarti, ogni volta che di notte ciabatti fino alla credenza e sviti il tappo..
E insomma è tutto qua.
Nulla di troppo complicato.

D.B.

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Racconti senza wi-fi dal lato oscuro della Luna

«Da quant’è che non provate a stare una settimana senza telefono? Senza internet, senza la necessità impellente di trovare una connessione wi-fi?
Io sono stato costretto, per un certo verso, a provare questo rinnegato stato dell’essere. Perché in Corea del Nord, i nostri telefoni non funzionano. Sono tavolette di metallo e vetro inservibili. Macchine fotografiche da usare con lestezza e parecchia attenzione. Che poi qualcuno controlla chi o cosa hai chiuso nell’abbiettivo. E anche se era uno scatto da Pulitzer, te lo fa cancellare. Istantaneamente.

Qualcuno ha detto che salire su un aereo dell’Air Koryo, uno di quei vecchi Tupolev che non ispirano grande sicurezza, non è un viaggio nello spazio – bensì un viaggio nel tempo. Perché atterrare a Pyongyang per un occidentale equivale a tornare negli anni ’60 di un paese oltre Cortina. Non d’Ampezzo, badate, ma al di là del nostro mondo. Nella parte sovietica che non è cresciuta al suono nei Rolling Stone e non ha mai visto Bay Watch al mattino quando aveva 37 e 2 di febbre e saltava scuola. Quando atterri sull’unica pista, con un macchina della polizia che ti scorta già, tutti iniziano a guardare a te con curiosità, e tu, di tutta risposta incominci a fare tue le abitudini di un turista cinese a Roma: fotografi qualsiasi cosa, anche i marciapiedi; che a differenza di Roma, sono puliti immacolati.

Sceso dalla scaletta di un aereo che ha almeno trent’anni di ore di volo, ti rendi subito conto che il tuo iPhone è inservibile. Lo concedi ai militari che ne controllano con zelo il contenuto e passano in rassegna ciò che hai scelto d’immortalare nella tua vita precedente – comprese le tue amanti nude, che osservano con un certo interesse. E in barba alla privacy e al diritto che tutti quanti anelano, cancellano quello che gli va. Ma non badi tanto a quello orami; quanto al fatto di essere tornato all’epoca dei viaggi intercontinentali che può aver fatto tuo padre. Quando era a New York e l’unico modo per avere notizie di casa si riduceva al poter chiamare da un telefono fisso incastonato nel gabbiotto della hall di un albergo, a 3 o 5$ al minuto. E qui ti poni la prima domanda. Scordato completamente instragram, facebook, twitter, e via dicendo. Ti chiedi.. cosa ho lasciato dall’altra parte? E chi vale la pena chiamare? Davvero. Cosa vale la pena domandare? A casa..

Nella solitudine di un albergo deserto, alle 3 del mattino, ubriaco di vodka al serpente, o al ginseng – che tanto hanno lo stesso sapore – dopo giorni di silenzio e di distacco dal mondo un po’ di voglia di telefonare viene. E nella mente ti senti un po’ come in quella vecchia pubblicità della pasta Barilla – quella che lui stava a Tokyo in degli anni che il Giappone come viaggio era paragonabile a Marte, e c’erano i genitori distanti, e tutta quella roba là. Te invece sei abbraccicato alla cameriera che ride anche se non capisce cosa dici, nel karaokebar dell’albergo dove “raccolgono” tutti gli occidentali, che ti fa capire in una lingua tutta sua se le compri un po’ di cioccolato da portarsi a casa.. un po’ viaggio a Cracovia di Enzo.. un po’ Vietnam di Kubrick.

La definitiva “lost in translation” dettata dal whisky di contrabbando ti spedisce dritto dritto nel gabbiotto telefonico colore verde smorto, e dopo aver comunicato in che paese intendi chiamare alla centralinista – come si usava un tempo – ti metti a pensare a quale numero comporre. Un misto di solitudine e di distacco dalla realtà ti fa tentennare nella scelta. Chiamare i genitori per dire “tutto bene” e riagganciare? Pensare che le telefonate probabilmente sono ascoltate e registrate quindi meglio non soffermarsi sui dettagli e sulle impressioni? Raccontare di come gli attaché del Maresciallo Kim abbiano rifiutato il dono che hai scelto perché poteva essere offensivo, e di come temevi che ti avrebbero fatto sparire per punizione.. quando mezz’ora prima ti hanno invitato a fumare una sigaretta “fuori”, nella completa oscurità di una nazione che la notte non è illuminata, e sorvolarla pare di essere sull’oceano? Cosa raccontare di questa Corea? Chi chiamare? È in queste rare occasioni che si soppesa la possibilità contemporanea e onnipresente di poter comunicare con chiunque in un istante. Senza complicazioni, senza limitazioni di tempo, senza prezzo. Senza controllo. Ed è in quel momento che ci si rende un po’ conto di tutto il superfluo. Degli amici inutili. Degli amori vuoti. Delle conoscenze tediose e frivole.
Alzi il telefono e chiami casa tua. Tanto per dire che sei ancora vivo e non hai fatto la fine dell’americano fesso che dormiva sul tuo stesso piano e si è preso 15 anni di lavori forzati per aver rubato un volantino. Tanto per dire che alla fine le cose non sono precisamente come le raccontano, né come loro, il regime, te le vuole raccontare. Sono un punto di vista nuovo dal quale ricominciare. Un’esperienza unica. Rara. Tanto per sapere se a casa, in Italia.. è una di quelle settimane dove non è successo nulla e si parla di niente. Oppure è crollato un ponte, oppure è ricrollato il governo. E il distacco ti spingerebbe anche a domandare: “A casa tutto bene?”.

I numeri da digitare per raggiungere l’altro capo della cornetta sono parecchi. Ma quando ti guadagni la linea, anche il fuso orario è quello giusto, nessuno risponde. Sono in vacanza, fanno il bagno, fanno compere. Fanno tutte cose che apparentemente qua nel lato oscuro della Luna sembrano non esistere. Loro, questo popolo di esseri operosi e capaci, che a cinque anni raggiungono una perfezione nelle arti che noi non otterremo nemmeno a cinquanta. Loro, che a guardarli sorridere rivelano un’ostentazione di felicità che infligge una certa tristezza. La stessa tristezza che un po’ ti pervade, seduto su una sedia scomoda in un gabbiotto angusto senza nessuno con il quale parlare. Al quale raccontare il tuo piccolo stupido viaggio nel tempo per sentirti importante. Avventuroso. Cantastorie invece che contaballe come chi si ostina a scrivere di ciò che non ha veduto mai.

Sentire gli squilli che si susseguono nella cornetta senza che nessuno tiri su infligge sempre un certo senso di abbandono: si tratti di vostra madre, del barbiere che non vi fisserà un appuntamento, o della donna che vi ha appena lasciato. Mi arrendo e infilo l’ascensore dopo aver mollato un dollaro di mancia. Ogni volta l’odore mi tempera le narici. Spingo il tasto del venticiquesimo piano. Attendo nella scatola di metallo deserta che il viaggio al termine della notte si consumi; e quando finalmente arrivo barcollante alla mia stanza, dopo aver convenuto con me stesso sul fascino immortale degli anni ’70 e di questa orrenda moquette che ovunque corre lungo i corridoi, mi accorgo di due cose: la prima è che davanti alla 127, la mia stanza, c’è una bottiglia di vodka al ginseng poggiata per terra, di lato, come il latte fresco in America. La seconda è che la porta è stata aperta e qualcuno è entrato dentro. Allora io, sul dubbio che non potrò avere il piacere di raccontare questa bella storia, agguanto la bottiglia ed entro.

Tutto sembra al proprio posto. Il succo di mela lasciato a metà. Il futon che a dormirci ti senti un fachiro. Il puzzo del bagno che ti ha già preceduto. Inalterato. E quei quattro vestiti completamente sbagliati che mi sono portato appresso. Solo una cosa manca all’appello: un piccolo tascabile Adelphi che contavo di leggere.. si intitolava “L’architettura sovietica ai tempi di Stalin”. Era stato scritto da un emissario di Churchill e mi pareva un compagno di viaggio appropriato. Poco male. Me l’ero regalato da solo per il mio ultimo compleanno. Quando ero a Milano. Avevo odiato quella giornata. Avevo un bel freddo nel cuore. Ma costava due lire quel libro e aveva una bella copertina. Poco male. Svito il tappo della vodka. Do un sorso. Mi stendo sul futon facendo attenzione a non rompermi nemmeno una costola, e tento di dormire. Pensando che domani ci portano al mare. Te le immagini le risate a chiamare uno e chiederli: “Che fai?” – “Sto facendo il bagno”, ti risponde lui. “A Capalbio? A Fregene?”.. “No, a Wōsan.. in Corea del Nord. Sai da qui partono i missili che svegliano il Giappone con le sirene dell’antiaerea”. “E com’è il mare?” – “Fa schifo, come a Fregene”. »

D.B.

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L’ho trovata Pete

«C’era una vecchia canzone, che a cantarla non sarei bravo, dedicata a una giovane donna così raffinata e stramba, che trascorreva l’estate in quella Costa Azzurra dove sono cresciuto da bambino, e poi mi sono fatto uomo da ragazzo. La cantava un inglese dai baffi lunghi e i capelli gonfi che è stato famoso per un po’, quando io non ero ancora nato. E ancora tanto dovevo aspettare per farlo. Lei, a dar retta a lui, sapeva ballare come Zizi Jeanmaire, e parlava come la Dietrich. Vestiva solo da Balmain, era amica intima dell’Aga Khan e tanto vicina a Picasso da potergli rubare un quadro e tenerselo alla faccia sua. Era bella – si capisce. E lui doveva averla conosciuta da bambina, tanto da curarsi dei suoi pensieri. S’intitolava “Where do you go to my lovely”.. poi proseguiva domandandosi disperatamente: “When you’re alone in your bed?”.. e per me è sempre stata un esempio del tipo di donna da cercare. Parigina, spensierata, affabile e dotata di un certo sense of humor. Capace di riconoscere un buon brandy quanto un cavallo da corsa sul quale dover scommettere senza indugio. Laureata alla Sorbona. Che forse è un luogo tanto blasonato da portare per fino a quello: saper scommettere sul cavallo giusto – si parli davvero di un puro sangue o di un uomo da sposare. Quando Peter Sarstedt cantava a questa donna, era il 1969. Mia madre era appena nata. E io avrei sognato d’essere un Gigi Rizzi almeno mezzo secolo più tardi. Tuttavia come l’ascoltai la prima volta, per caso, mentre girava un vecchio disco impolverato in una casa che si tuffava su quello stesso mare, non mi sembrava che tanto tempo separasse me e il vecchio Pete. E quando vidi una tipa che sulla spiaggia di Pampelonne sfilava tra gli occhi di milioni di uomini assorti, giuro l’avrei chiamato per telefono – per dirgli “Pete l’ho trovata. È qui”. Teneva i capelli con una fascia come la Bardot. Portava uno di quei costumi interi, che hanno l’incosciente decenza di permettere a noi uomini di fantasticare ancora un poco su cosa può svelarci un corpo nudo e perfetto, e aveva degli occhiali da sole che non potevano non esser saltati fuori da un cassetto dimenticato. Di quelli che devi forzare un po’ per aprirli. A tentoni. Piano Piano. Con la giusta dose di forza. Finché non arrivano al punto in cui puoi finalmente affondare le mani per scoprire quali segreti custodiscono.
Io me ne stavo lì, appollaiato come un airone un po’ curvo sulla mia sedia da regista, e da dietro le lenti scure dei miei occhiali da sole trovati in un cassetto simile, mi godevo lo spettacolo insieme a uno stormo di uccelli che pareva esser migrato di colpo per ammirare il prodigio della bellezza che quel giorno, aveva proprio deciso di manifestarsi sulla lingua di sabbia grossa e chiara che divide Cap Du Pinet da Cap Camarat. Mentre infilava un piede dopo l’altro in quella sabbia deliziosa, tutti intorno assumevano l’espressione temeraria di volontari coraggiosi pronti a farsi calpestare come fossero polvere. Tutti uguali. Al bando araldi e patria di provenienza. Fossero discesi da un panfilo o di passaggio per vendere quelle deliziose brioche au chocolat di cui andavo ghiotto. E che ero sempre pronto a placcare al loro passaggio. Ogni volta che vedevo il garzone. Ogni volta che per un motivo o per un altro, avevo saltato la colazione.
Che devo dirti Pete, a vederla sfilare su quella spiaggia sembrava proprio lei. Lei spiccicata. Qualcosa lo avevo aggiunto io con la mia immaginazione. S’intende. I lineamenti dolci, il naso all’insù come si addice a una francese, le lentiggini lievi, i seni piccoli e delicati, il mento cesellato come quello di una polena fatta ad arte. Slanciata come un felino. Asciutta come una ballerina del Bolshoi. Mi avessero svelato in quel breve tragitto tra l’acqua fresca e il suo telo a righe che l’avvolgeva nel mare dell’invidia delle altre, che fosse stata la morte in persona, sarei corso a baciarla sulle labbra con tutte le conseguenze del caso. Parola mia. Eppure non lo era. Non poteva esserlo. Né la mia, né la tua. Né la Morte. Perché era in compagnia di un vecchio ricco, forse un greco da come blaterava ai camerieri. Con le dita grassocce e abiti setosi. Al suo polso pesava un marchingegno per tenere il tempo che brillava d’oro rosa a ventiquattro carati. Lo zaffiro che lo chiudeva per affacciarcisi dentro, era tanto vasto da potercisi specchiare fino alle scarpe per vedere se era giusto l’orlo dei pantaloni. E lui, con quella cicatrice su una tempia, sembrava perfetto per un ruolo da cattivo in una pellicola di James Bond. Non le porse nemmeno l’asciugamano il cialtrone. Non la degnò nemmeno di uno sguardo, a quella divinità di marmo. Doveva averla guardata così tante volte, attraverso i veli e senza, che le era andata a noia. Che la sera, prima di tornare con una lancia veloce nella sua pacchiana nave da guerra posata all’ancora nel golfo, ne cercava sempre una nuova per farle fare coppia nel letto con lui. Quel panzone vizioso. Avvolta nell’asciugamano e nelle gocce salate che baciavano e correvano sulla sua pelle liscia, era ancora più bella. E sorrideva per qualcosa. Da sola. Non saprei dire. Forse era felice di quella nuotata. Lui comunque la stava già ignorando. Era tornato spettatore interessato del suo telefono cellulare. Scrollava intensamente. Te l’ho voluta cantare così Pete. Tanto per passare il tempo. Ammazzarlo. Tanto per tentare di esserti amico. Tanto per ricordarti, che sono sempre i soldi a conquistare quel genere di donne. Mai le canzoni.
Io tuttavia mi sono voltato di gran carriera e mi sono accesso una sigaretta in maniera appassionata. Come faceva Serge Gainsbourg. Perché lei si era accorta che la guardavo, e ti dirò.. alla fine non si sa mai. Magari ha bisogno di accendere.»

 

D.B.

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Le generazione dell’invidia

È una generazione consacrata all’invidia e l’induzione alla stessa quella che vuole dimostrare in ogni istante della propria vita cosa e come lo sta facendo. Invidia di cui nutrirsi e di cui far ingozzare gli altri, che sia inconsapevolmente o volutamente provocata e servita, riscossa o confezionata. A volte motivo di rivalsa, che sia sociale, piccolissimo borghese o aristocraticamente anticonforme, o sessuale; a volte addirittura sentimentale, con vittime sacrificali inconsapevoli o complici. Conniventi conviventi. Malcelata. Sempre accompagnata da frasi celebrative, talvolta anglofone, che la buttano in cagnara e prima o poi finiscono sempre col parlare di “vibes”, “merito”, “passione“, sorrisi”, e proprietà privata – Mio, Mia, Nostro – o poi soprattutto alla faccia “Vostra”. Di chi? Di chi ce vo male. Perché sempre meglio parlare come mangiamo. Per essere più nazionalpopolari. Trasversali. “Tengo il profilo aperto perché la gente deve rosicare della mia felicità”, qualcuno mi aveva detto. E questo è un fatto che certifica la sottomissione al giudizio di chi nemmeno ci conosce più, o non ci ha conosciuto mai. Una vita scandita dall’esibizione può avere un solo obiettivo: dimostrare che in quel momento “siamo noi i migliori” e quegli altri che lo sappiano. Loro. Poiché quella rivalsa, in una vita scandita dall’invidia che vogliamo suscitare, non ha nulla a che fare con l’azione, ma solo con la reazione. Essere immuni o trovare un antidoto è più complesso di quanto crediamo. Perché quando l’abbiamo trovato, che sia una donna o un cane, o uomo, o un figlio; corriamo subito a mostrarlo ovunque possiamo. Come simbolo, tradito, della nostra libertà condizionata. E anche l’astensione coatta dal mostrarlo, quel “qualcosa”, è vizio del sistema: invidiatemi perché non voglio condividere più niente con voi.
Così l’esibizione perpetua della nostra epoca prosegue. In uno spettacolo in replica quotidiana che sta diventando come la Mafia.. che non se ne esce se non da morti. E chissà quante reazioni provocherà il nostro funerale ‘Sold out’.

D.B.

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Lentiggini

«Sa’, le sue lentiggini sono deliziose signorina. Faranno perdere la testa a mille uomini sotto quegli occhi color d’oceano. Farà inorgoglire sua madre quanto ingelosire suo padre. Sempre che le sue gambe rimangano così allampanate, e i seni, li dimentichi a casa; e il naso, in punta, resti rivolto all’insù. Pieno di lentiggini come d’estate. Ma lei adesso è ancora troppo giovane. Avrà dieci anni al massimo. E le donne sono ben diverse da adolescenti. Da grandi poi.. Se non si rovinano dentro, si rovinano fuori. E lei oggi è.. Be’ è troppo presto per dirlo.»

D.B.

Una cadente pigra

Alla fine credo che le persone si possano dividere in due categorie: quelle che quando vedono una stella cadente continuano ad esprimere un desiderio che non confesserebbero mai a nessuno. Neppure sotto tortura. Pure se le estati della prima cotta a un falò sono ricordi offuscati dal tempo e loro non si sono mai avverati.
E le altre.
Io per esempio ne ho appena vista una; che tagliava il cielo vuoto, e scendeva lenta lenta – come se avesse un paracadute allacciato. Doveva essere una stella gentile, o un po’ stronza. Un detrito cosmico generoso e pigro. Uno di quelli che nelle notti d’estate vogliono aprire le danze dei pensieri prima di bruciare nell’atmosfera.. e lasciarti là, appeso al blu immenso. A pensare.
Peccato che riguardo al resto, non possa proprio dirvi nulla. Che a raccontarli, i desideri, non si avverano – Qualcuno geloso dei suoi ha detto.
E noi tutti a credergli sulla parola.

D.B.

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S’una panchina

Quando ti fermerai a pensare in mezzo al mondo
che in fin dei conti esso non è altro che un albergo a ore,
per vuote anime e sentimenti passeggeri,
Ricorda che su una panchina di legno chiaro,
in un angolo del giardino della mia infanzia,
è ancora inciso il nostro nome.
Proprio là dove una volta, abbiamo fatto l’amore.

D.B.

da Livido Affetto

 

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