Un alieno al centro commerciale

«Nei centri commerciali mi sento perso. Un alieno. Uno di un altro pianeta che passeggia smarrito tra l’aria rarefatta, fredda o calda che sia, spinta dentro e fuori dagli enormi condizionatori che si curano di garantire a questa massa fluttuante di anime apparentemente appagate, un clima sempre temperato al punto giusto da attrarli anche se non devono fare alcuno tipo di acquisto. Passeggiate in vitro.

Mi trascino controvoglia, e mi scontro con gli occhi affannati dei commessi, stanchi di sorrisi stanchi, annaspanti, consumati, ansimanti al solo pensiero che il tardo orario di chiusura sopraggiunga, e che libertà da queste gabbie tutte uguali di vetrine e scritte al neon venga loro finalmente concessa dal dio del consumo, almeno fino a domani, almeno fino a quando ne avranno bisogno per vivere.

Vagabondo senza una meta precisa tra frullatori e bigiotteria, tra persone così alla moda da sembrare manichini sovrappeso che si sono presi pure loro una mezz’ora di pausa e vanno a prendere una coca zero, e altre persone; così fuori luogo, così sciatte, cosi disperatamente aberranti secondo i canoni del “cool”, che nonostante gli sforzi settimanali, sembrano completamente immuni, dalla moda. Una malattia contagiosa in questo covo di nomi italianamente forzati all’americana, e nomi italiani forzatamente all’americana. Nessuno è quello che sembra.

Un uomo con la tuta troppo rimboccata sulla pancia, e le sue palle sudate che rimbalzano in delle mutande probabilmente abbondanti mi supera affannato nella ricerca di uno snack. Un caffè qui costa 1 euro e 20. Lui ordina per 10. Dev’essere affamato e anche anche parecchio più ricco di me, a giudicare dalla sua incuranza nel pagare una coca zero quello che segna il registratore di cassa, dopo che unghie lunghe con indice di cromo differente e gli strass battono sui tasti rumorosi.
Addetti alla sorveglianza, con basco e anfibi, patch colorate e vistosi tatuaggi sul collo, si atteggiano come forza speciale in cerca di un ostaggio da liberare. E si agitano con un dito nel naso e un altro nell’orecchi mentre sono intenti a curiosare tra i sederi delle signore.

È pieno di banchetti da limonata avveniristici in mezzo ai corridoi ampi del centro commerciale climatizzato. Pieni di venditori allegri senza un apparente motivo logico che possiedono il dono dell’inarrendevolezza degli animatori di villaggi vacanze: un dono che io non ho mai vantato, nemmeno nella loro sopportazione. Gia ai tempi del baby-club Valtur ero estremamente arrendevole al cospetto della loro insensata allegria – Ho una risposta pronta ognuno di loro, per tutto ciò che vorrebbero rifilarmi: bancomat? Ne ho già uno ed è vuoto; Suv a basse emissioni ? Mi hanno tolto la patente; Sky? Non guardo la televisione.. Iqos? Fumo solo cubani. E via dicendo.

Tutto mi pare superfluo in questa gabbia monotona. E seppure Platone diceva nel suo simposio che anche ciò che ci appare dappoco non per questo non vale niente, per me queste cose non valgono niente. E fatico a trovargli un senso. Mi sento colpevole e fuori luogo. Un alieno vecchio e supponete, insopportabile e irrisolto. Costretto a questo corpo e a questa vita da una cicogna inetta e sbadata.

Mi aggiusto il cappotto andato quanto elegante nella prima vetrina che riflette abbastanza da svelarmi il disordine; e ancora televisori troppi grandi, e intimo che davvero non capisco chi lo indossi – nonostante abbia spogliato donne d’ogni livello di pudore. E bambine appena puberte che ci si aggirano intorno con genitori in total look jensato. Sopracciglia strafatte e ogni genere di cattivo gusto che abbia mai immaginato; e bambini con in testa giovani creste tribali che trascinato a forza le suole gommate di scarpette Nike e Adidas – sempre più strane – sul pavimento lucidato di fresco ma comunque sporco, derelitti appesi a mani ingioiellate di madri piene di tempo libero che non volevano lasciarli a casa a fare i loro comodi.

A chi si domandasse perché sono qui, il motivo è semplice quanto ridicolo e imbarazzante: sono uno schiavo come loro, il mio stupido cellulare di ultima generazione si è rotto, e qui un tecnico baldanzoso di un trust del settore che sforna tecnologia a fiotti nella Silicon Valley mi ha detto che se prendevo un appuntamento poteva aiutarmi. Come dal medico. Ha detto che poteva aiutarmi a continuare a comunicare con il mondo esterno, o meglio, lasciarmi una chance di comunicare con l’unica persona per cui tengo acceso il telefono giorno e notte, sia mai le succedesse qualcosa. Un altro alieno. Distante anni luce da questo grigio. Distante anni luce dalle centinaia di comunicazioni futili che ogni giorno mi raggiungono su questa tavoletta di metallo che si illumina di continuo. E anche se adesso aveva smesso, io non posso rinunciare a questo pretesto.»

D.B.

vetrina-nel-centro-commerciale-Westfield-al-parco-olimpico-di-Stratford-foto-Martina-Federico1

 

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