Limonov e me

Sono in ritardo. Tanto per cambiare.

Lui, uno dei miei pochi idoli viventi, è già seduto con le braccia conserte sul suo trono. Espressione di spocchia. È in una libreria da stucchi barocchi che vanno a impreziosire. Un braccio dalla sua testa pende una scritta rossa, c’è scritto ‘saggistica’. ll poeta russo è al cospetto di un centinaio di persone, miste, vecchie e giovani, anonimi e singolari personaggi. Io mi sento qualcuno, con la mia giacca militare, come sarebbe piaciuto a lui, non vedo nessuno come me. La presentazione è appena incominciata. D’Agostino il moderatore, racconta cose che solo chi non conosce l’autore può trovare interessanti. Già annaspa, nel tentare di prendere a spallate un avversario che lo sovrasta con il solo silenzio. Sa di non poter competere, lui, tronfio di tatuaggi da bad boy accumulati in una vita da animale da cortile. Sfodera domande scomode e interessanti che però non trovano alcun seguito nell’interlocutore. Forse non sa con chi ha che fare: con uno stronzo.

Eduard Limonov cita se stesso – “le poete russe prefere..” – quando il suo editore prova a tradurlo, e lui gli leva il microfono per cederlo ad un paio di tette che si affacciano da un balcone montato su calze a rete. Il poeta russo preferisce. Cazzo. Coup de théâtre. La conferenza inizia. Le risposte sono scontate, la voce del vecchio Eddy è dolce e suadente, timida ma diretta. Non dice niente che non abbia voglia di dire. Si vende a noia, è per questo che è arrivato fino a qua. Svogliato balocco per borghesi da seghe mentali e cenette passate a parlarsi addosso. Masturbatori seriali da salotto letterario. Intelletualoidi da scaffale. Sciarpe annodate a cazzo.
Spazio alle loro domante. Una professoressa di geometria che ci tiene anche a dirlo sale sul palco e fa una domanda con pretese: la profondità nel “Libro dell’acqua”. Bocciata. Un ciccione vestito da caccia fa un paragone con Salò di Pasolini. Ignorato in stile libero. Un sedicente scacchista domanda di Kasparov. Velleità.
Se le saranno preparate per giorni, queste domande da primi della classe che volevano colpire il poeta. Per cercare di vivere il loro momento di gloria bastarda. Questi fanatici da libreria. Io non sono nessuno e lo so bene. Non faccio domande da protagonista. Nessuno mi ha notato e nessuno mi noterà. Davanti a me c’è il mio giornalista preferito: Buttafuoco. Me ne sono accorto quasi per sbaglio. Figuriamoci. Sono timido e so bene di non poter competere con il poeta. Anche se per un momento ho davvero creduto mi fissasse. Impossibile.

Qualcuno tira fuori una domanda più del cazzo delle altre: sarei curioso di conoscere la sua canzone russa preferita? Ridiamo. Edička dice che deve raccogliere i pensieri. Si accarezza i capelli bianchi con la sfumatura alta, poi dice che sì, l’ha trovata. Parte a cantare per 5 minuti. In russo. Tutte le strofe. Parla di uno che si scopa una mentre il marito sta chissà dove. Momento surreale. Pure le vecchie tirano fuori il cellulare per fare un video. Almeno siamo certi siano vive, tra noi. Che nessuno se le sia scordate lì, per caso. Applausi e risate. Vestiti orribili da persone che si prendono davvero sul serio. Altre domande, complesse e capziose. Altre risposte, vaghe e scocciate. C’è spocchia e autoreferenzialità ovunque.
Cosa pensa il poeta di Carreré? (il mezzo attraverso il quale anche io so chi é). Lo ringrazia, ma non gli concede critica. Rosica del fatto che il suo ‘Limonov’ abbia venduto più copie di tutti i 70 libri scritti dal vero Limonov. L’hanno tradotto pure in giapponese.
Ma una cosa è importante: Carreré romanza da bobò ciò che non ha il coraggio di vivere. Limonov racconta la sua vita da scoppiato di testa, dalla periferia ucraina è finito a uccidere con le tigri di Arkan, facendo il bohémien a Parigi e New York, e finendo in un carcere di massima sicurezza per volere di Putin. Un’esistenza passata a scopare ogni pertugio e a farsi scopare: “le poete russe prefere..”.

Ancora applausi, ancora risate di circostanza, ancora commenti del cazzo di intellettuali da scaffale che devono fare i ganzi con le loro accompagnatrici stronze e brutte. Non c’è l’ombra di una fica degna di tale nome. La folla si dirada, la folla si mette in punta di piedi. La folla fotografa. La folla gongola. Io mi sento nulla. Ora gli autografi. L’ultimo autografo che ho chiesto, e non in prima persona ma mia madre, è stato a Pippo a Disneyland. Avevo 7 anni. Adesso chiederò il mio primo.

La fila di libri tutti uguali scalpita. Sono comprati di fresco, ‘Zona industriale‘ si intitolano. Il motivo per cui il poeta è qui. Io non ho un euro in tasca. È il mio turno. Tiro fuori dalla giacca militare un libro minuto, spalanco la copertina per non disturbare, mi avvicino in punta di piedi e lo porgo al poeta, già piegato alla meglio, per la sua comodità. Chiede il mio nome, come a tutti, in francese. Rispondo e firma. Ma vuole sapere di che libro si tratti. Allora rovescia la copertina. Mi guarda negli occhi, come se. Annuendo, proferisce una frase lunga e russa, riconsegnandomi ‘Diario di un fallito‘. Ringrazio e mi disimpegno con timidezza, dopo un inchino. La traduttrice allora mi trattiene e mi spiega: “Grazie, sono molto felice che lei abbia scelto questo libro”. Sono le parole del poeta.

L’ho scelto perché lo ha scritto alla mia età, quando era sconosciuto, perso e solo. Perché volevo che notasse in me qualcosa. Perché in quel libro ho sottolineato questo passo:

«Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco, scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

Eduard Limonov, nel mio mese di merda, nel mio anno di merda, mi ha ringraziato per questo. E io devo dirlo subito, adesso ora, al mio amore perduto. Per questo mese, e anche per il prossimo, diciamo che stiamo bene così.

D.B.
LImonov 2
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