La gabbianella e il fesso

Quante volte abbiamo strillato ai gabbiani di Roma ‘de tornasse al mare’, quando la notte, volando in cerchio come stormi di condor, urlano nell’attesa nel prossimo banchetto d’immondizia abbandonata a se stessa. Rumorosi, sporchi e sfacciati, riempiono i tetti della città eterna indisturbati e grassi come fagiani – sembra quasi si nutran di gatti. Li odio, è vero. Lo ripeto sempre. Eppure un po’ non avevo potuto fare a meno di affezionarmi a quella gabbianella piccola e grigia, che giorno dopo giorno tutta la notte pigolava come una sirenia antiaerea fino al ritorno della madre.

Quando il cielo davanti alla mia finestra si prepara all’imbrunire, e la nuvola di smog maturata dal giorno si tinge d’un viola insano e splendido, che amplifica tutti i colori del tramonto distante; lei usciva fuori da un comignolo abbandonato, e con le sue zampette palmate passeggiava fino al bordo di un timpano con su scritto ‘Sibi et Amicis’. Grigia come una nuvola innocua, con duo palline scure per occhi, si appollaiava come un gallinaccio e attaccava una nenia petulante con quel suo beccaccio nero. Io in terrazzo a scrivere e combattere zanzare, Lei imperterrita nel suo pianto. ‘Ti vuoi azzittare maledetta. Ti tiro una ciabatta.’ – ma lei manco a pensarci. Pigolava alle macchine, ai motorini, agli altri gabbiani, agli stormi di pappagalli – che qui hanno sostituito le rondini – a tutto il circondario. Pigolava fino a notte inoltrata. Finché la madre non tornava per portarle qualche porcheria da mangiare. Allora si rimetteva su qui due piedini palmati e zitta dentro al cominignolo spento, fino alla prossima replica.

La odiavo. L’ho detto. Ogni settimana più grassa, ogni giorno più lagnosa, ogni ora più rumorosa. Ero lì-lì per insultarla di nuovo un pomeriggio, quando il prodigio della natura le fece venire la voglia di rompere il pianto spalancando quel paio d’ali. ‘To’! Una gabbianella che si sente un albatro’ – ho esclamato davanti a nessuno. Ma in realtà lo pensavo. E la invidiavo. L’emozione del volo, del giovane che si crede grande, del primo, piccolo passo verso una vita spesa nel cielo la rendeva ai miei occhi splendida e invidiabile creatura. Allora, vendendola traballante su quei piedini palmati e sulle esili zampette sormontate dalle timide ali che volevano abbandonare per sempre il timpano dedicato agli ‘amici’, iniziavo a curarmi di lei. Io, uomo di città privo del talento di Baudelaire, vedevo in lei il divenire di un maestoso ‘albatro’ urbano.

Non camminare sul bordo fessa! Non sei pronta!
Non farlo capire che non sai volare, che poi passa un altro gabbiano e ti si mangia! Quel cannibale schifoso.
Aspetta un altro giorno. Non ti buttare. Aspetta d’essere pronta per volare via da quel timpano, sta lì dal ventennio, ti saprà aspettare.

Iniziavo a preoccuparmi per Lei. Sì. Quella sirena antiaerea con le zampe, dal pigolio cronico che si sarà fatta sorda da sola.
Oggi imboccando la via di casa, mi sono imbattuto in una gabbianella morta investita; e non volevo che.. Ma poi quando ho chiesto notizie me ne hanno date di pessime – “Mentre non c’eri ha spiegato le ali e ha volato.. Ma è atterrata per strada. E mentre zampettava spaesata, una macchina se l’è presa in pieno”. Adesso sono triste per un gabbiano in meno nei cieli di Roma. Che storia assurda.

D.B.

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