La cartolibreria all’angolo è un ricordo lontano

 

A voi non fa un po’ male attraversare, lentamente e fuori ogni programma, la zona in cui avete vissuto?

E passando in rassegna le insegne – che ormai sono tutte cambiate – accorgervi che nulla è come lo avevate lasciato. La piccola cartolibreria, dove compravi di nascosto i ‘Mefisto’ da lanciare ai soldatini al parco, è un’estetista cinese; e il negozio di giocattoli sempre un po’ sfornito, è diventato un bar vuoto e asettico: fotocopia senz’anima e dozzinale di cento altre lavatrici di soldi mal guadagnati. Il negozio che sviluppava le fotografie dei viaggi con mamma e papà, adesso è un alimentari ‘bagladino’ – così li chiamano le vecchie, e pure noi, che non siamo più tanto giovani- e anche l’agenzia funebre, dove passavi con gli amici solo per ‘toccarti’ le palle ridendo e poi scappare via, è una clinica per iPhone con le lucine da albero di natale. La chiamano ‘globalizzazione’, dicono che mi devo rassegnare. Ma io lo chiamo strazio moderno di ricordi sereni. E soffro di un sentimento tetro, che qualcuno etichetta sempre, sbrigativamente, come semplice nostaglia, ma per me è qualcos’altro, è più un vuoto di emozioni lasciato da chi non ne avrà. Come le mie, come le tue.

P.S. insomma, l’ho presa bene sta’ passeggiata.

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