Dove va a morire il jet set italiano

Lo confesso, è vero: quando il compianto principe Giovanelli si congedò dai salotti romani e da questo mondo tutto, sentii distintamente un tremito nella Forza. Non mi piaceva no, quel vecchio fenomeno da baraccone in giacchetta da sera, sfaccendato servo di comparsate, né portatore sano di sangue blu, né bastione imbiancato dell’impalpabile nobiltà nera. Eppure era così rassicurante vederlo comparire puntuale a tutte le feste, a trascinarsi dietro quell’aplomb dei bei tempi, mentre i rampolli di quella mezza aristocrazia superstite lo omaggiavano, talvolta solo per fargli il verso, talvolta per spupazzarselo con un po’ di sano d’affetto. In Lui, veterano della notte, si notavano i più effimeri e affascinati segni di quella ‘Dolce Vita’ sempre scomodata e nominata in vano, ogni qual volta si senta il bisogno di descrivere e scribacchiare qualcosa riguardo le sue più recenti e scadenti imitazioni. Lì, allora, ai suoi bei tempi, il jet set s’agitava in piedi sui tavoli di Trastevere e Via Veneto, tra vezzeggiativi rivolti ad un Fellini e le battute sagaci di un Flaiano, tra le sfilate della Hepburn sempre all’ultima moda, e lo slang riciclato da Buscaglione. C’era allora il jet set in Italia: elitaria setta patinata e obera di talenti che imprimeva i suoi sorrisi giocondi nelle emulsioni argentee che poi sarebbero diventate foto da prima pagina sui giornali di tutto il mondo. Oggi non c’è più.

Oggi il jet set è un surrogato. Un ricettacolo: Fedez e la Ferragni che abbracciano una bulldog francese insieme a Signorini e Bobone Vieri, tutti addobbati come pagliacci, tra borchie, glitter e tatuaggi senza senso, per fare un video su snapchat in diretta da casa di Gianluca Vacchi e per dare vita l’indomani ad un servizio di Studio Aperto. Un ritratto così deludente da giustificare il titolo di ‘ultima rock star italiana’ concesso a Lapo Elkann. Un ritratto così deludente che interrogarci se forse non sarebbe meglio segregare in cantina il termine ‘jet set’. Non affascinante, non bello, non internazionale e tantomeno intellettuale. Oggi il jet set è mantenuto dai gettoni di presenza e se ne guarda bene dal ritirarsi a vita privata per non perdere l’invito a qualche inaugurazione dove può cenare gratis o per non essere preso di considerazione dai social. Puzza sempre come il pesce di ieri, è un crogiolo di scrocconi da discoteca e marchette da una sola posa. Un circoletto di omertosi ad orologeria che aspetta sempre i necrologi delle grandi star di Hollywood per confessare d’esserci stato a letto o di averci pippato insieme nel cesso di un locale mai visitato. È una schiera di vecchi gargoyles tronfi di botulino accoppiati con giovanissimi morti di fama di primo pelo; capaci di chiamarsi i paparazzi da soli, e quelli che poverini in qualche modo devono pur arrangiarsi, s’accontentano: fuori dalle pizzerie, nelle invasioni del buffet, alle inaugurazione dei brand che senza product placement non esisterebbero; accalcati a fotografare codesti individui che semplicemente non sono, ma vorrebbero così disperatamente essere.

Beniamini di gattare e dodicenni che all’inaugurazione di un centro commerciale fanno la fila per un selfie, i divi di oggi sono strisciati fuori dal tubo catodico dopo aver fatto a gomitate nei talent; sono figli d’arte non tramandata alla nascita che come unico talento possono vantare la dilapidazione di patrimonio; sono veline di plastica stampate in serie e spettinati mohicani scesi dal ramo del calcio; sono pupazzi confezionati appositamente su YouTube dai demiurghi del mainstream per poi essere piazzati sulle copertine di Chi. E mentre chiunque non viva vita natural durante davanti al digitale terrestre si domanda sempre ‘chi siano’ quelli in foto, questi dubbi esseri sciorinano i loro magri successi e le loro vite travagliate ovunque: in quel breve o lungo lasso di tempo della loro vita che subito si tramuta in una tournée perpetua. Non hanno stile né carisma. Non hanno gusto né classe. Non accampano mai una scelta loro: solo strategie da ufficio stampa. Non lanciano più mode, ne sono vittime. Non sono più spiriti liberi, sono schiavi blindati dagli haters sempre più annoiati. E allora ecco perché ad un festa blasonata, tra Vip e veline, si finisce in un angolo in silenzio, con un whisky liscio in mano, a rimpiangere Giovanelli nel suo smoking marziale, sperando nell’eutanasia del jet set. Auspicando la ‘Dolce Vita’, la Prima Repubblica dei De Michelis e quei suoi vecchi fasti. Ma lottar coi tempi in cui s’è nati, da sempre, è impresa da decadenti, nostalgici, e illusi. E appunto – Altrimenti, noi, qui, cosa ci scriveremmo a fare?

di Davide Bartoccini

la-dolce-vita-paparazzi

 

Questo articolo è stato scritto per Il Bestiario degli italiani, la rivista strapaesana http://www.ilbestiariorivista.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...