Il Cumenda: verità di un complice impostore

Quando il 28 ottobre del settimo anno del secolo corrente, moriva a Desenzano del Garda Guido Nicheli (in arte il ‘Dogui’), in pochi capirono che con lui moriva un essere ideale. L’era dei caratteristi, quegli attori minori attraverso i quali l’Italia imparava a conoscersi e riconoscersi, si avviava inesorabilmente verso il termine sterminandone i superstiti, e noi, consapevoli del deserto di espressioni nel quale stavamo per finire, già spargevamo lacrime di coccodrillo. A lui, milanese d’adozione e vitellone dalla nascita, venne affidato da Steno prima, e dai suoi figli Carlo ed Enrico poi, il compito di rappresentare l’archetipo del cumènda: quell’imprenditore lombardo che l’Italia industriale aveva reso, di dove in dove, piccolo feudatario post-moderno; status svincolato dal lignaggio al quale aspirava quella borghesia rampante, e spauracchio di quella borghesia piccola piccola piccola che fantozzianamente pendeva dalle sue labbra, per un favore, per una vendita, o per quel tanto bramato scatto di carriera. Il Dogui, per merito dei suoi atteggiamenti strapompati e del suo savoir-faire da balera, tra l’ostentazione di terminologie anglofone e quella cadenza nettamente dialettale, venne scritturato in un week-end di giugno spiaggiato a Porto Ercole. Quando, inciampando nello stesso ristorante dove era a cena Stefano Vanzina, gli venne offerta un’opportunità che non poteva rifiutare: recitare il ruolo di se stesso accanto ad un attore affermato come Renato Pozzetto in una scena di ‘Il padrone e l’operaio’ il Dogui non se lo fece ripetere due volte: a ciarlare di scampagnate a Monte Carlo e di milioni persi al casinò, a commentare fuori serie e donne di categoria, Nicheli era campione del mondo; un pesce nell’acqua, anzi, nel burro, come diceva lui.

Nicheli sembrava uscito dalla copertina Class ma invece era ‘sceso da una pianta’ della provincia. Laureato in odontotecnica, lavorava come assistente nello studio di suo cugino. Il denaro che guadagnava rassettando dentiere lo spendeva tutto per acquietare i suoi vizi nel week end, e quando proprio non bastava, per presenziare nel mondo dei night milanesi con la sua disinvoltura da grancarrierista, non tentennò ad improvvisarsi rappresentante di whisky part-time. La necessità che fa virtù. Sotto le mentite spoglie dello stimabile commendator Camillo Zampetti (I ragazzi della 3C) dunque si nascondeva un comunissimo uomo della classe media, con il mito della ricchezza da ostentare e il vizietto per il guantino da guida sul cabriolet. Steno questo lo sapeva bene, ma occupandosi di finzione e non di finanza, non sarebbe riuscito a raccattare un personaggio migliore per fotografare lo spaccato di quell’Italia buffa e racchiusa nella sua gabbia d’oro. Questa non sembrerebbe a prima vista riflessione fondamentale, se non si da peso alla peculiarità che il personaggio scelto per impersonificare tale archetipo, diventa egli stesso archetipo al quale l’autentico si ispirava e si ispira: poiché spesso è l’imitazione a dare una cifra alla nostra autenticità. È così quindi che scopriamo come gli atteggiamenti ostentati dai gran viveur con la fabbrichètta, d’estate in Costa Smeralda e d’inverno a Cortina, negli ’80 come nei ’90, che le battute ripetute all’infinito e che sopravvivono tuttora: sono stati tutto frutto dell’improvvisazione di un impostore incontrato per caso. Guido Nicheli, tirato in mezzo a quel filone di commedia italiana, che il neologismo avrebbe poi ribattezzato cinepanettone, è stato un complice della nostra realtà, che scimmiottando certi versi dalla provincia è finito per farsi imitare dei rampolli della Capitale Morale. Libidine.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è apparso sulla rivista Il Bestiario degli Italiani : http://www.ilbestiariorivista.it

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