DI CANIO E L’IPOCRISIA DELLA DITTATURA DEI PIAGNONI

 

Ormai è andata, Paolo Di Canio è stato licenziato dalla rete di proprietà di Rupert Murdoch  per colpa di un tatuaggio che anche se ben conosciuto da tutti non poteva evidentemente riandare in onda. Il telefono squilla di nuovo, stavolta è quella buona, ed ecco come la dirigenza di Sky si rende complice, a posteriori evidentemente, dell’ennesimo caso di vittimismo storico mosso da qualche lagnoso che vede ancora nella parola DUX (tatuata sul avambraccio destro) non una parola latina che significa ‘guida’, non il ricordo legittimo di un passato che richiamerebbe tra l’altro il  motto del ben più famoso dictator della dinastia Iulia ‘de gustibus non disputando est’, ma una minaccia ideologica in pigmenti di colore che evidentemente troppo urta una parte di telespettatori dagli stomaci deboli che evidentemente tra il commento di un corner e un penalty troppo bene pensano.

Inutile ricordare a questi signori che l’immagine che una persona da di se non deve essere vincolante rispetto al messaggio che deve portare.. E Paolo Di Canio, piaccia o no, capisce di calcio, sa parlare di calcio e quello deve fare, perché è un giornalista sportivo, non è un rappresentate politico o il presentatore di un programma storico nel palinstro del servizio pubblico – perché non ce lo vedrei manco io a presentare la Grande Storia al posto nel suo omonimo Mieli – ma certa gente da quelle orecchie non ci vuole proprio sentire, e finchè si continuerà a perpetrare questo genere di epurazioni in virtù dei due pesi e delle due misure  adottate dalla storia riguardo le ideologie – strenuo mantenimento patetico di una visione del mondo consapevolmente distorta – l’unica cosa della quale ci si potrà compiacere: è che un un ‘fascista‘, se così lo volete, o ci volete chiamare – perché a questo punto mi ci metto anche io – non avrebbe detto A se un bravo giornalista sportivo avesse sfoggiato il tatuaggio della faccia di Stalin o di Pol Pot.. forse la differenza sta tutta là: non avere così paura della vita e di quel passato che è stato sconfitto.

Perché poi a dirla tutta, con tutto questo passato che riecheggia sui virili bracci, se Sky  Sport, Sky, o chi per loro rivelassero l’esistenza tra le clausole necessarie all’assunzione dei suoi collaboratori di una lista di requisiti base richiesti come: l’adesione a particolari ideali e partiti politici (magari con l’obbligo di presentare la tessera, tipo P.n.F.) o la confessione ad alcuni esclusivi credo religiosi; oppure una certa graduazione del colore degli occhi (die Herrenrasse style), magari la garanzia di tendenze sessuali socialmente accette o magari  determinati gusti musicali.. – che ne so: niente cd di neomelodica napoletana in macchina – gli darei pure ragione, a SKY; ma poi come pensereste anche voi, a predicare bene si finirebbe per razzolare male, forse anche peggio: come nella nostalgia dei tempi che furono.

Certo, che poi Di Canio potesse indossare durante il lavoro una camicia che coprisse le sue braccia onde evitare polemica, è un’altro paio di ‘maniche’, ma non facciamogliene una colpa, vediamola come un’ardita libertà.

Vi lascio il messaggio di questo  uomo tutto d’un pezzo, che è sempre bello rileggere:

“Io sono di destra, destra sociale per l’esattezza, ma al contrario di quello che può pensare la gente schiava di una comunicazione corrotta e inquinata non vado in giro con il bastone a picchiare le persone di colore. Conosco tanta gente con la pelle diversa dalla mia, ho vissuto otto anni in Inghilterra che è uno dei paesi più multietnici del mondo, non posso essere razzista. Io sono un buon marito, un padre attento, un uomo rispettoso del prossimo, della legge, della Patria e un grande lavoratore. E sono di destra. Per l’opinione pubblica invece sembra che le mie ideologie di cui vado fierissimo, contino più della mia onesta condotta morale. Me ne frego. Io non ho mai fatto nulla di cui le mie figlie possano vergognarsi e credo che questo sia più importante di ogni altra cosa”.  P.D.

db

di-canio

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