La maggiore forza di Renzi sono i fallimenti e i mezzi successi altrui

Il premier Renzi può stare sereno perché il futuro successo del suo partito – con lui a capo, s’intenda – non dipende più da lui. Incensatore professionista e idealtipico modello di campione del mondo dalla panchina, Matteo sa bene ormai che invece di puntare su di se, sul suo cerchio magico e sulla comunione tra le correnti del suo patito, gli basta scommettere sui fallimenti altrui per rilanciare e sbancare alle prossime elezioni; le prime che forse lo porterebbero al governo con il voto del suo tanto vituperato popolo. Egli infatti è come uno giocatore d’azzardo che dinnanzi a 3 ubriachi, che per giunta scommettono tutti contro loro stessi, debba aggiudicarsi la vittoria scommettendo semplicemente sul fatto che uno di essi non riuscirà ad arrivare illeso a casa. Non importa quale. In Italia signori miei vince lo status quo: è come se fosse sinonimo di banco – in Italia – e il banco, si sa, vince sempre.

Si dice che “vincere una battaglia non equivalga a vincere la guerra“, e questo è quanto mai vero a meno che non si parli delle Comunali di Roma come un campo di battaglia che porta direttamente alle elezioni nazionali. Anche se a Roma, come scrissi in passato, ormai vince chi perdere. Nonostante la riammissione della lista Fassina, che incide sulle elezioni di Roma come noi seduti in riva al mare incidiamo sulla deriva dei continenti, in lizza per la vittoria rimangono Raggi (M5s), Marchini (Lista civica+FI+Storace), Meloni (FdI+Lega Nord) e Giachetti per il PD: che sarebbe l’unico a far ‘perdere’ Renzi, ossia sarebbero tutti gli ubriachi che tornano a casa sani e salvi.

Una media applicata ai risultati dei più accreditati istituti demoscopici riporta per le comunali di Roma le seguenti percentuali: Raggi 27,5%, Giachetti 24%, Meloni 22%, Marchini 21%, altri partiti il restante. Applicando l’oscillazione del 3% in eccesso o in difetto come di consuetudine, il ballottaggio è regalato: ed è qui che la strategia silenziosa del PD semina la vittoria di domani. Le proiezioni danno come più probabile un ballottaggio tra Raggi/Giachetti: pancia del paese tutta antipolitica, indignazione non progressista e scie chimiche versus fedele e tradizionale voto di partito, anche a scatola chiusa e senza grandi programmi. Il secondo papabile ballottaggio è quello tra la Raggi/Marchini: la medesima versus un altro movimento trasversalista della società civile sul quale un personaggio ingombrante come Silvio Berlusconi ha puntato tutte le sue fiches (non ridete) in vista di un punto di partenza da dove ricominciare con la sua devastata FI. Il terzo vede di nuovo la medesima Raggi nel ballottaggio tutto al femminile Raggi/Meloni: antipolitica versus destra, destretta, estrema destra, famiglia, xenofobia, omofobia, intellófobia, e quello spirito politico de “da quando portavo i carzoni corti”.

Sullo sfondo personaggi come Iorio, che cavalcando i doppi sensi un po’ paraculi come ” Fermiamo l’invasione aliena”, celano e non celano messaggi intransigenti che soffiano sul fuoco che arde nel cuore del voto populista che non disdegna mai il luogo comune del ‘fascista‘. Uscite infelici e idee anacronistiche gridate ai 4 venti provocano però l’effetto inverso, dunque l’eversione del voto antitetico e ‘progressista’ piuttosto di una vera chiamata alle armi dei militanti nostalgici, che alla fine della fiera a contarsi e ricontarsi dimostrano di essere sempre lo stesso irriducibile 2/3 % insieme o divisi dagli amici Casa Pound (quelli che al referendum di ottobre votano NO, come l’ANPI).

L’epilogo di questi disastri può essere semplicemente letto nella proiezione che comunque vada il voto attivo dei reazionari che non appartengono alla borghesia pigra e vacanziera che approfitterà del ponte rinunciando al voto e dicendo “tanto i politici sono tutti ladri”, confluirà per la maggior parte in movimenti anticonservatori come M5S o nei partiti di destra. L’un per l’altro se vincessero in una città ingovernabile come Roma fallirebbero miseramente per le famose cause di forza maggiore; creando, in vista del confronto delle elezioni del 2018, i primi, un precedente che screditerebbe a livello nazionale il Movimento 5 Stelle – già messo alla prova dal moltiplicarsi degli indagati nelle sue fila – lasciando spazio alla riflessione: “..il Movimeto non è in grado di gestire Roma, figuriamoci una nazione..“; il secondo provocherebbe l’innalzamento di una cortina anti-destre che indurrebbe ogni moderato a turarsi il naso e a riconfermare il PD.

Ogni voto guadagnato dai neo-movimentisti di ogni risma e colore alle comunali porta nelle fila di Renzi il voto degli ignavi impressionabili alle nazionali: custodi naturali dello status quo. La famosa maggioranza grigia, che in Italia permane silenziosa e lotta senza lottare per mantenere l’immobilismo pur lamentandosene perennemente, rafforza il leader moderato di oggi come quello di ieri. Ecco dunque che il PD, come in una modernizzazione dell’accentramento della Democrazia Cristiana, sopravvive senza sforzo alle contestazioni delle forze dipinte come oltranziste e pericolose: una volta perché anti-europeiste, una volta perché gufe, una volta perché fasciste.. e via dicendo via dicendo. Esse, che in vero millantano di voler combattere l’immobilismo ma intanto si sono già scavate da tempo il loro comodo cruccio nella fanga politica per poi gridare “Al pantano! Al pantano.. non possiamo muoverci“, non spaventano il leader Renzi; che ben conscio di queste regole del gioco, ormai aspetta soltanto il cadavere nel suo nemico lungo la riva del fiume. Un caso di inerzia politica che prevede la ponderata e schiacciante vittoria sull’antipolitica e su ogni genere di nazionalismo con un semplice passo.

P.S. ma forze c’è una nuova speranza: il nuovo cavallino scelto dal Cavaliere

di Davide Bartoccini

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