Montanelli, la prosa della provocazione

Ci sono uomini che, per carisma e fortuna, per puntualità e coraggio, segnano con le proprie vite i loro tempi; e vi sopravvivo in eterno, nella memoria dei posteri e dei posteri che verranno. È questo il caso di Indro Montanelli, il principe del giornalismo italiano, che per destino o per condanna – proprio lui amava dipingersi come “un condannato al giornalismo”, poiché, “non avrebbe saputo fare niente altro” – ci ha raccontato attraverso la sua penna quel mondo così indaffarato nei suoi più imponenti cambiamenti. Dalle cariche al comando degli àscari nei deserti dell’Abissinia, alla resistenza nel rigido inverno finlandese passato sotto le bombe dell’Armata rossa, dagli amori ampezzani con la principessa Maria Josè, alla condanna a morte per diretto volere delle SS; Montanelli, nato allo scadere della prima decade del XX secolo, si spense nell’estate del primo anno del nostro avveniristico XXI secolo. Egli è stato testimone invidiabile e narratore puntuale di quel ‘900: così pieno di conflitti e di cambiamenti, così colmo di ideologie e divisioni, che tutti noi abbiamo studiato nei libri di storia, e che lui, sempre in prima linea, ha abitato con indomabile passione.

Nato a Fucecchio nel Valdarno, Indro riceve per volere del padre, giovanissimo preside di liceo, un nome unico, la mascolinizzazione di una dea induista. Biondo, slanciato, meditabondo.. Montanelli appena adolescente paleserà il suo spirito irredentista e ardito quando proprio in occasione della ‘Marcia su Roma’, al solo fine di marinare la scuola, occuperà in compagnia del suo migliore amico e di gruppo di camicie nere l’ufficio del Prefetto del paese e l’istituto dove poi si diplomerà: il liceo classico Marco Terenzio Varrone di Rieti. Suo padre, allora preside del liceo, rimarrà loro prigioniero insieme al Prefetto per l’intera giornata. Laureatosi in Giurisprudenza e Scienze Politiche nei primi anni ’30, il giovane Indro inizia a scrivere per diverse riviste vicine al PNF come L’Italiano, Frontespizio e L’Universale. Egli infatti si può annoverare come un fascista della prima ora. Affascinato dalla figura dal Duce Benito Mussolini, ma non del tutto convinto delle ragioni del Fascismo, e soprattutto del resto dell’entourage che intendeva farle valere.

«Lo confesso, quando vedo Mussolini mi si rimescola dentro perché, perché Mussolini sono i miei vent’anni, i miei stupidi e bellissimi vent’anni. E non li posso rinnegare»

La carriera di giornalista di Montanelli, dopo diverse altre collaborazioni, prosegue nella nota agenzia d’informazione United Press, che lo assume dopo aver notato il suo operato (per segnalazione di un collega) mentre è impegnato come collaboratore del quotidiano francese Paris-Soir: per il quale era inviato in Norvegia e Canada. La collaborazione con l’agenzia americana però verrà interrotta per volere dello stesso Montanelli quando essa si rifiuterà, per paura di una deriva propagandistica da parte dell’italiano, di inviarlo in Etiopia, o Abissinia, come corrispondente durante la seconda guerra italo-etiopica. L’Italia fascista, desiderosa di ottenere l’egemonia sul Mediterraneo, intende invadere l’Impero di Etiopia del Negus Hailé Selassié. Per Montanelli è un’occasione imperdibile. Un’avventura alla quale non può rinunciare. Parte volontario. Nel giugno del 1935 con il grado di sottotenente Montanelli è al comando di una compagnia di Àscari (soldati eritrei inquadrati nei Regi Corpi Truppe Coloniali), il “XX battaglione eritreo”. Trascorrerà in Africa quasi un anno. Di guerra ne vedrà poca, e non racconterà mai né sui suoi libri né nelle sue corrispondenze delle armi chimiche (come l’Iprite) che la Regia Aeronautica impegnerà per fiaccare il nemico. Non racconterà neanche della carenza di azione: «Abbiamo davanti un nemico che non fa che fuggire e una popolazione che non fa che applaudire. È una passeggiata, sia pure un po’ scomoda».Scrive in una delle lettere inviate agli amati genitori.

Se Montanelli non ne uscirà come indomito condottiero, troverà in Africa qualcosa di ben più importante per uno scrittore: i sogni narrati da Kipling che si materializzano. «Tornerò presto, con un merito di più acquistato a buon mercato» concludeva in una lettera destinata alla madre. Figura importantissima dalla quale fa fatica a separarsi.

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Tornato in Italia ricomincia a collaborare con l’amico di una vita, Leo Longanesi, per la rivista Omnibus e subito dopo per il quotidiano Il Messaggero. Sarà proprio il quotidiano romano a volerlo come corrispondente di guerra in Spagna. Nel 1936 il colpo di stato voluto dal generale Francisco Franco ai danni della Repubblica Spagnola, attira a se i fervori interventisti dalla Germania nazista e dall’Italia fascista che riempiono i cieli di Spagna con i loro aerei e valicano i Pirenei con i loro soldati. Sono le prove generali per l’inevitabile. Montanelli è lì, ma non racconterà ciò che il regime desiderava sentire: per questo viene cacciato dall’albo dei giornalisti, e al suo ritorno rischia addirittura il confino per non essersi allineato alla propaganda pretesa ufficiosamente dal regime. Sarà l’amico Giuseppe Bottai, Ministro dell’Educazione, a trovargli un’impiego inviandolo in un lettorato in Estonia presso l’università di Tartu. Ormai l’accelerazione totalitaria ha portato l’Italia ad essere un paese complicato per la diffusione di informazioni e opinioni, di certo inadatto ad un animo anticonformista e ad una penna ispirata solo dai ‘fatti’ come quella di Montanelli. Ormai è divenuto però un esperto cronista di guerra, e sempre per merito dell’amico Bottai viene spedito in Albania come corrispondente durante l’occupazione del Regio Esercito che la renderà di fatto Protettorato Italiano nel 1939. A seguito di questo ritorno sulla scena, il giovane giornalista riceverà la telefonata dell’allora direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli. Il merito si deve all’intercessione di una delle sue amanti, la principessa Maria Josè di Savoia. Inizierà così un sodalizio lungo 30 anni con il quotidiano milanese. Anche se raccomandato da un amica potente, Montanelli brilla di luce propria. Da inviato a Berlino sarà proprio lui, il mattino del 1° settembre a dettare ai cronisti del Corriere una notizia sensazionale: la Germania di Hitler sta invadendo la Polonia.

Quando l’Unione Sovietica, ancora alleata con la Germania, invaderà la Finlandia, Montanelli sarà ancora una volta sul campo, ad esaltare la resistenza finlandese seguenti i piccoli gruppi di soldati che sulle montagne danno battaglia ai russi. Quando Helsinki viene evacuata per l’imminente bombardamento dell’aviazione sovietica, lui non intese muoversi, resta lì.. Nell’Hotel Kämp, il quartier generale della stampa estera. È in una capitale completamente deserta ad attendere che cadano le bombe, con caviale e vodka in sola compagnia di un’altra coraggiosa corrispondente, la giornalista americana Martha Gellhorn, che sarà la terza moglie di Hemingway. Montanelli scriverà articoli memorabili ancora una volta, e di lì a poco viene spedito come corrispondente in Francia, dove la Germania ha aggirato la famigerata Linea difensiva Maginot e marcia verso Parigi.

Nel 1943, all’indomani dell’8 settembre e della firma dell’armistizio firmato dal generale Badoglio, la Germania occupa militarmente l’Italia non che non è ancora caduta in mano alleata. Il Corriere della Sera viene commissariato e la Gestapo ordina l’arresto di tutti i giornalisti considerati non allineati con il Nazismo e l’RSI. Montanelli, già in passato finito sotto il mirino dei servizi informazioni come “giornalista scomodo” è costretto alla vita clandestina per diversi mesi. Le SS lo braccano, e a causa di una soffiata, viene arrestato durante un incontro organizzato tra lui e il capo partigiano Filippo Beltrami, che rimarrà ucciso. Condannato a morte dal tribunale militare tedesco, Montanelli viene tradotto nel carcere milanese di San Vittore in attesa di essere fucilato. Qui conosce Giovanni Bertoni, una spia dei tedeschi costretta, per sfuggire alla condanna a morte, a fingersi generale del Regio Esercito per fornire informazioni da infiltrato. Bertoni rinnegherà il suo ruolo di spia e morirà fucilato al grido di “Viva l’Italia”. Da questa vicenda Montanelli estrapola il capolavoro “Il generale della Rovere”, dal quale Rossellini trarrà l’omonimo film con un indimenticabile Vittorio De Sica. Sarà un ex agente segreto dell’OVRA, l’ Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo, a far liberare Montanelli e rendergli salva la vita invece. Non sono ben chiare le motivazioni dell’ausilio e la corrispondenza con l’invio di Montanelli in Svizzera, dove gli alleati reclamavano una compagine che fornisse informazioni sensibili sul nord d’Italia ancora occupato dai tedeschi.

Alla fine della guerra, Montanelli riprende la sua attività di giornalista al Corriere della Sera. Si reca prima Norimberga, per raccontare il processo per i crimini di guerra perpetrati dai Nazisti, e poi a Budapest, dove racconterà con sentimento la ‘Rivolta Ungherese’. In entrambe le situazione prende posizioni non conformi, stupendo il suo pubblico abituale come chi era solito screditarlo. La collaborazione con il Corriere, che Montanelli aveva soprannominato ‘la Corazzata’, termina però negli anni ’70 a causa di un ‘involgarimento’ del Corriere, a detta dello stesso Montanelli, ma soprattutto per la linea conformista seguita dal giornale e dalla stampa italiana tutta durante la ‘grande contestazione’. Per Montanelli sono tutti troppo tolleranti e vicini alla sinistra. C’è bisogno di una voce fuori dal coro, di un giornale che faccia da fronda e si rivolga a quella Destra liberale che ha sempre cercato di fomentare e ispirare: borghese, intelligente, perbene. – Quella destra che forse in Italia, e la buon anima di Montanelli non me ne voglia, formalmente non è esistita mai – Nel 1974 fonda Il Giornale Nuovo, un giornale irriverente, politicamente scorretto, irritante e brillante: esattamente come lui. Beppe Severgnini, racconterà tempo dopo:

«Più che una direzione, il secondo piano del Giornale di Montanelli era un club inglese, dove le regole erano poche e chiare, l’atmosfera brillante e l’eccentricità non era tollerata: era obbligatoria.»

In quegli anni Montanelli da direttore suona i tasti della sua Olympia Lettera 22 come un pianoforte, e lascia alla memoria del giornalismo italiano editoriali indimenticabili. Anche per questa libertà cocciuta per il la sua penna tagliente, il 2 giugno del 1977, nel pieno degli Anni di Piombo, Montanelli viene gambizzato con 4 colpi di pistola sparati alle gambe da due brigasti rossi. Ma ne esce più forte di prima. Lo stesso anno il finanziamento della Montedison, colosso industriale italiano, termina. Un nuovo finanziatore si fa avanti: si chiama Silvio Berlusconi, è un giovane e rampante imprenditore milanese. E tutto sembra promettere per il meglio. L’idillio con Berlusconi termina però con la discesa in politica di quest’ultimo. Nel 1994 Montanelli, con grande rammarico, lascia il giornale da lui fondato per timore che diventi un’arma del partito del suo proprietario. Montanelli è “una voce che non si adegua”. Non vuole passare per un ingrato, ma sa di non esser nato per fare il cortigiano. È un ruolo che non li si addice. Indro è una ‘prima donna’, e ama ripetere ” i nostri unici padroni sono i nostri lettori”. Lo ricorderà nel primo editoriale di La Voce, il giornale che fonda il 22 marzo 1994. Sarà un avventura breve ma appassionata. Nel 1995 termina per mancanza di finanziamenti e per la perpetua difficoltà sofferta da Montanelli di trovare un suo pubblico nell’Italia conformista. Troppo intellettuale, troppo di fronda, troppo distante dall’informazione conforme: la Voce non riesce a vendere le copie che vorrebbe. Rimane schiacciata dal prezzo della carta che deve stampare.

Sarà solo allora che la famiglia del Corriere della Sera richiamerà a se il suo figlio al prodigo, ormai pluriottantenne. Montanelli dalla sua rubrica ‘La stanza di Montanelli’ risponde per diversi anni alle lettere dei suoi ammiratori e a quelle dei suoi detrattori, sempre con il stile adorabile e con la consueta perspicacia che lo ha accompagnato per l’intera durata della sua vita. Il 4 luglio 2001 saluta in suoi lettori con un “arrivederci a settembre”, ma si spegnerà all’età di 92 anni pochi giorni dopo. Montanelli si lascia alle spalle 90 anni di vita vissuta tra gli encomi del Duce e le ingiurie dei politicanti della seconda Repubblica. Montanelli, che a Norimberga prese le difese dei firmatari della sua condanna a morte, e che a un ricevimento strinse la mano agli attentatori di matrice marxista-leninista che lo gambizzarono a Piazza Cavour dicendo che “quella guerra era finita”. Montanelli, che inviò quella lettera all’haupsturmfürher Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle fosse ardeatine, scrivendo«..Certo: lei poteva non eseguire l’ordine, e in pratica suicidarsi. Questo avrebbe fatto di lei un martire. Invece quell’ordine lei lo eseguì. Ma questo non fa di lei un criminale”provocando lo sdegno dell’opinione pubblica. Montanelli che esaltò, da fervente anticomunista quale era, le gesta dei rivoluzionari ungheresi narrando la poesia degli operai e degli studenti, che da padri e figli si immolarono contro i carri armati dell’Armata Rossa e morirono per le strade di Budapest mentre l’Occidente rimaneva immobile a guardare – l’unica vera sublimazione dell’unione delle classi, che insorgeva contro il peso insostenibile dello stivale comunista e non in suo favore – Montanelli che screditava chi a credeva di comporre la destra, e che osteggiava con tutte le sue forze la sinistra. Ma si guadagnava di volta in volta i plausi di entrambe per il suo fairplay. Montanelli che rifiutò la nomina di senatore a vita. Montanelli, un uomo libero, che non è mai sceso a compromessi, e che a me piace ricordare con questo suo pensiero: “Sa’, più che comandare io preferisco disobbedire.”

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