Il percorso del giocattolo: dal dopoguerra ai movimenti sociali per sfociare nella fanta-guerra

Secondo voi i giocattoli che abbiamo avuto influiscono nella personalità che abbiamo maturato? Tempo fa in un forum di discussione per modellisti, una di quelle cose vagamente anni ’90, con un layout da tarda preistoria che ricorda le chat-room di ‘You’ve Got Mail‘, prese piede un dibattito abbastanza interessante a riguardo. Di lì la riflessione.

Il Modellismo è un vecchio passatempo che ha vissuto la sua epoca d’oro tra i ’60 e i ’70, quindi ha essenzialmente accompagnato la crescita dei nostri genitori o dei nostri nonni, piuttosto che la nostra, e consiste nella costruzione di un modello in scala ridotta. Una preponderanza di appartenuti alla Generazione X discuteva con noi giovane riguardo a come noi modellisti della prima ora (io per esempio incomincia i primi aerei da guerra all’età di 8/9 anni) venissimo influenzati poiché ancora bambini dalla ‘Box Art’ (i disegni sulle scatole per capirsi) e di come questi disegni fossero assoggetti a regole volute dai proprietari delle marche che in tutta Europa proliferavano. Questi regolamenti non scritti erano una risposta alle critiche dei movimenti pacifisti che negli stessi anni proliferavano in Italia come nel resto dell’Europa: le madri spesso erano contrarie all’acquistare giocattoli o simili che avessero a che fare con la guerra, influenzando il mercato e l’opinione pubblica. Per rispondere alle critiche delle associazioni di mamme pacifiste contrarie in primis alla Leva obbligatoria , le illustrazioni di innocui aerei e carri armati di plastica venivano private di deflagrazioni o immagini che riproducessero combattimenti e potessero ricondurre a morte e distruzione. Tali regole continuarono a vigere e a condizionare il packaging di quei prodotti per molto tempo privandoli di una certa dinamicità e di un certo fascino. Negli stessi anni, un gioco classico come la pistola ad acqua, preso ad esempio, veniva proibita a tanti signori intervenuti nel dibattito. Nessuno negli anni ’70 doveva giocare a guardia e ladri in spiaggia o altrove secondo la rigida educazione di molti genitori intimoriti dagli eventi che negli Anni di Piombo condizionavano gli umori della società. Un illustratore riportava il dato di un crollo delle vendite nel settore quantificabile nell’ 85%. L’antimilitarismo diffuso nel dopoguerra e negli anni della Guerra Fredda limitava dunque la diffusione di un passatempo ludico come il modellismo, attività stimolante, che formava la fantasia e spesso spronava alla ricerca storica (posso garantirvelo). I soldatini di plastica che tutti ricorderemo, spesso derivanti da vecchi stampi delle sopracitate marche di modellismo statico ( Airfix, Frog, Heller, Esci), cadevano nel mirino delle mamme, che per le medesime motivazioni istigavano i propri figli ad cercare tra gli scaffali giochi di natura più pacifica e a loro parere più ‘costruttiva’: magari le Palline dei ciclisti o le Biglie. Così macchinine, trenini, le prime action-figures di super-eroi e lottatori (come Big Jim) e il Subbuteo s’impossessavano delle menti e delle ore di svago dei giovani. A solleticare le capacità cognitive e stimolare la creatività rimanevano tuttavia i giochi di costruzioni come il Meccano (bloccatosi negli anni 50 per la conversione della produzione in armamenti durante la Guerra di Corea), e il LEGO, che negli anni ’70 iniziava a prendere piede in tutto il mondo con i suoi mattoncini colorati. A queste attività ludico-costruttive si affiancavano i sempre presenti giochi da tavolo, sempre esistiti ma in genere poco ambiti a Natale (ve lo ricorderete anche voi che delusione che era scartare un CLUEDO). Le mode che hanno condizionato i nostri genitori sono state implicitamente proposte a noi (nati tra gli ’80 e i primo ’90), che oltre a subire le proposte di mamma e papà, abbiamo attinto spesso e volentieri nella cesta dei giochi di zii e fratelli maggiori che ormai erano passati a passatempi più maturi.

Negli anni ’80 tutto era cambiato, e tra i Gi-Joe, action-figures snodabili (GI era un termine gergale per sottintendere un soldato americano) Transformes e centinaia di nuove proposte, sottoposti ad un perenne influsso americanista, tornavano sulle mattonelle delle camerette fanta-guerre e combattimenti immaginari. I plasticoni Made in China erano ogni tempo inscatolati in involucri accattivanti che riportavano di nuovo esplosioni e distruzione ai danni di quei cattivi sempre uguali e impersonali, che stranamente ricordavano sempre gli avversari della NATO (N.d.r). La storia stava cambiando? Forse la distensione della guerra fredda, e la fine di determinate tensioni interne non preoccupavano più quelle mamme che ormai erano diventate nonne. Se moto giocattolo, biciclette, Super-Tele e Tango erano onnipresenti, ma non sempre impiegabili (soprattutto in città), i bambini meno propensi ai giochi all’area aperta si trovavano presto o tardi davanti da un gap; che in assenza di un genitore capace di trasmettere una passione particolare, come le costruzioni ad esempio, rischiava di lasciare attrarre il bambino da quelle mode che per interesse incitavano la diffusione dei plasticoni, diversi ma fondamentalmente sempre uguali, tralasciando qualsiasi piglio di costruttività per inchinarsi all’introito derivato dalle leggi de merchandising. Certo il merchandising ci ha regalato le action-figures di Star Wars, ma come sprigionare la creatività in un bambino che si concentra sull’emulazione delle immagini con qualcosa che dispone già di tutti gli optional da lanciare sul mercato?

Ormai i movimenti sociali e l’antimilitarismo diventavano un ricordo, e con loro la vigile presenza di quei genitori: che tra lavoro e sdoganamento del divorzio non c’erano mai. Se le pistole ad aria compressa rimanevano bandite dal 90% delle mamme per la loro pericolosità (altro grandissimo amore), i parenti del Commodore 64, sempre più diffusi e meno costosi, iniziavano a corrompere le menti dei giovani, che tra un innocuo Super Mario Bros, trovavano altri giochi che ricominciavano ad ispirare morte e distruzione ma attraverso il Fantasy: una metafora che attraverso lo scontro di esseri immaginari come orchi e folletti rendeva l’aggressività plausibile della sua irriproducibilità. L’avvento dei giochi per consolle e computer modificava essenzialmente, e irrimediabilmente, le ore di svago dei posteri di quella Generazione X, che ormai, spaesata nei giocattolai grandi come supermercati nulla potevano davanti alle insistenti richieste di una PlayStation. Svanivano i giochi all’aria aperta e tante attività costruttive come il LEGO e si facevano spazio a forza le avveniristiche trovate dell’era digitale. E oggi?

Oggi il periodo della seconda e terza infanzia (3-5 e 5-10) è stato assottigliato dalla frenesia dei tempi, e privato, se vogliamo, di quel carico formativo che le attività ludiche di una volta potevano donare. Quello che una volta era ambizione all’adolescenza è diventata parte dell’adolescenza stessa, precoce, precocissima. Il tempo per giocare si è ridotto, e i giochi ormai rimangono prigionieri di quegli enormi megastore colorati e pieni di nulla. Nel frattempo le piccole botteghe a portata d’uomo si sono ovunque estinte. Quanti bambini vogliono ancora fare il corridore di Formula 1 o il pompiere? e il pilota d’aerei? Clonati dall’interattività, rilegati sui divani con un joystick in mano, anche a causa di quei genitori che sono stati privati a loro volta dalle mode e dai tempi di una passione per le attività ludiche costruttive, i bambini non sanno più giocare e forse non coltivano le stesse ispirazioni del passato. I loro giochi preferiti? A giudicare dalle statistiche i giochi più venuti su consolle sono quelli di calcio (quindi di futuri calciatori ne troverete come sempre tanti), e Call Of Duty, uno sparatutto iper-relistico attraverso il quale i servizi segreti francesi del DCRI hanno scoperto si addestrassero e comunicassero i militanti dell’ISIS che hanno commesso gli attentati di Parigi. Dunque cosa pensare? Siamo pronti a generazioni di Fanta-guerriglieri? Che lo sforzo delle mamme pacifiste degli anni ’50 sia stato vano? Oppure ha solo tentato di opporti a quella voglia di violenza che pare perennemente insita nell’individuo, e dopo decenni di tentativi di censura ed educazione ha trovato comunque il modo per tornare a galla? Di certo non possiamo dire che gli ideali nella nostra contemporaneità siano conniventi alla guerra e alla violenza, tutt’altro. Forse possiamo consolarci nel fatto che questi nuovi assassini digitali potranno essere preparati con migliore fatica nel prossimo catastrofico futuro ( ma lo prenderanno come un gioco, e forse molti già hanno commesso questo errore a loro spese). Dunque cosa dire?

Essere immersi in quei piccoli modelli, con le mani impiastrate di colla e vernice e sognare il volo di un aereo era o no un’esercizio di fantasia enorme? Il ricordo della polvere su quegli scaffali colmi di piccole scatole di cartone nei piccoli negozi di quartiere forse è stato il più bello che abbiamo imparato a conoscere, atteso come il Natale. Ecco forse sarebbe il caso di insegnarlo ai nostri posteri, noi che ancora lo ricordiamo.. e tra un modellino, e una costruzione strampalata in Lego, vedremo le aspirazioni di quell’uomo che verrà..

di Davide Bartoccini

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