Quella cattedrale nel deserto dell’Armenia

Alla frontiera tra Georgia e Armenia si gela. È piena notte, e la nostra vecchia Mercedes nero sbiadito, classico cimelio degli anni ’90 che probabilmente prima di finire come taxi abusivo nelle mani di questo vecchio sdentato (che non parla nemmeno una parola d’inglese) è passato per le mani dei ricettatori di mezzo Caucaso, è l’unica macchina a voler passare la frontiera stanotte. Diluvia e un cucciolo di cane trema accovacciato fuori dal gabbiotto. Siamo scesi per il controllo passaporti. La mercedes sbiadita borbotta a motore acceso dall’altra parte della sbarra. Io sono l’ultimo. La pioggia scroscia sulla tettoia, sempre più pesante. Il pelo del cucciolo è sconvolto dal vento e dalle pulci, lo coccolo con gli occhi. Non oserei toccarlo. Avanti un altro. Un soldato armeno dal grosso cappello desidera il mio passaporto. Il cappello è largo e tondo, come quello dei soldati che potresti incontrare sulla Piazza Rossa. Fornitura russa: vecchie amicizie dure a morire. Lo apre, lo sfoglia, e io poso per lui. Sulla foto ho la riga e i baffi, e si, somiglio ad un famoso dittatore. Lui è magro e allampanato, privato dei capelli, con un sorriso infantile; ha notato la somiglianza e chiama a raccolta tutti gli altri soldati di guardia al border, che di notte, con la pioggia, in pieno inverno, non hanno nulla da fare.. Si passano il mio passaporto e si abbandonano ad ampie risate. La guardia di confine si ricompone. Timbra, firma e me lo ridà. Ciao piccolo cane gelato. Risaliti in macchina ricomincia questa lagna indecifrabile che passano sul satellitare da quattro soldi che il tassista ci ha propinato con enfasi. Praticamente è da un ora che guardiamo Rete Capri in georgiano. Ma come rifiutare? Il tipo ne andava così fiero, poteva anche offendersi, e noi dobbiamo arrivare a Tsaghkadzor: una cittadina dal nome impronunciabile che sta a 1.800 di quota e dista più di 250 chilometri. Meglio essere accondiscendenti; anche se iniziamo a rimpiangere il primo taxi, che ci aveva accolto rispolverando un Toto Cutugno a tutta manopola. Intanto la temperatura precipita, a ogni chilometro che facciamo pare abbassarsi di un grado. I tergicristalli doppiano il tachimetro instancabili, e la vecchia Mercedes taglia il nulla di quella che, nascosta nell’oscurità, dovrebbe essere l’Armenia.

È iniziato a nevicare. Bastano 20 minuti perché sia tutto ricoperto da almeno mezzo metro di neve. Noi scivoliamo su e giù per questa valle vuota e disabitata. Non incontriamo una macchina da un’ora. Ai margini della strada strani tubi minuti si intrecciano, si rincorrono , si intersecano. Sono colorati; e davanti alle piccole abitazioni ad un piano, che di tanto in tanto compaiono a grappoli nei piccoli borghi che giureresti sono stati abbandonati almeno dalla Perestrojka, ricordano il caos del Pompidou di Parigi. Sono le tubature del gas e dell’acqua. Qui ovunque sono scoperte, e anche a più di un metro da terra. Ci accompagnano e ci indicano il ciglio della strada, che nella tempesta di neve si scorge appena. La neve aumenta, ReteCapri canta, e il georgiano sdentato alla guida della sua Mercedes nero sbiadito inizia ad imprecare.. Slittiamo qua e là ma la classe S regge la botta. Avanti! Avanti come una spada alla volta di Tsaghkadzor! Lupi solitari nella notte armena. I racconti più strani ci tengono compagnia, qualcuno si è addormentato. Ormai siamo a passo d’uomo, viaggiamo da più di 4 ore. La neve non si placa, viene giù che dio la manda, e noi incontriamo tornanti sempre più stretti e ripidi. Ormai siamo in alta montagna, tutto è bianco intorno a noi. Da un’ora non incontriamo anima viva e manca tanto, troppo per essere tranquilli. Mettersi in scia alle macchine che nel rallentare si sono raggruppate in momentanee carovane non basta più. Accellerare e decelerare ad arte non basta più. Procediamo a colpi di fortuna, ma la fortuna di una Mercedes nero sbiadito finisce là. La strada ormai è una patina di ghiaccio, una chicane in salita ci costringe a rallentare, e il peso ci porta giù.. scivoliamo, scivoliamo come una slitta sulle imprecazione del nostro georgiano -DAVAI ! DAVAI DAVAI! – Dice lui mentre pigia l’acceleratore come un forsennato, e noi lo ripetiamo in coro. Il Gesù ortodosso che pende dallo specchietto asseconda la gravità. Scivoliamo giù e andiamo fuori strada mentre le ruote slittano facendo un fracasso infernale. Chi dormiva si è svegliato. Siamo sul bordo della strada immersi nell’odore di frizione bruciata e gomme consumate sull’asfalto bagnato che non vuole proprio dargliela vinta. Accanto a noi altre macchine si spiaggiano una dopo l’altra, incapaci di proseguire. Luci rosse di stop ammucchiati riflettono un segno di sconfitta generale. Le gomme che girano a vuoto alzano cortine di fumo e neve. A nulla vale spingere la nostra vecchia Mercedes sotto gli occhi vigili del piccolo Gesù ortodosso; a nulla vale sgonfiare le gomme posteriori per fare attrito, quelle maledette gomme lisce come un mento sbarbato di fresco; a nulla serve ricordaci con un sorriso teso e grottesco che siamo a 100 metri da una zona che dovrebbe essere minata, perché a un tiro di schioppo c’è il confine con l’Azerbaijan, paese appoggiato dalla Turchia, che è in guerra con l’Armenia dalla caduta dell’Unione Sovietica. Inutile ritentare; come cerchiamo di riaffrontare la salita ritorniamo dove eravamo scivolando di sbieco. Rischiamo di dover dormire qua insieme al nostro amico senza denti. Dobbiamo tornare indietro. I cellulari sono scarichi, i taxi qui ovviamente non esistono. La neve prosegue la sua fredda discesa, compatta e interminabile. A scendere a valle riconosciamo l’unico posto con delle luci accese che avevamo incontrato per chilometri. È la nostra unica speranza. Ci accostiamo e ad osservarlo con calma, è il riadattamento armeno sputato del pub di “Dal Tramonto all’Alba“. Pessima idea farsi venire in mente quel film proprio adesso. Ma fuori c’è una jeep parcheggiata, e quella può proprio fare al caso nostro. Entriamo con circospezione e ci imbattiamo in una nonnina e due ceffi che bevono qualcosa che odora di etanolo davanti a quello che ad un primo sguardo sembrerebbe un enorme forno crematorio. Tutta vita qua. Armenia by night. La situazione è paradossale: stiamo offrendo una cifra di denaro imbarazzante dato il cambio che ci rende miliardari ad un ubriaco mai visto prima per incaricarsi 4 sconosciuti e guidare in piena notte per 150 chilometri sotto una tempesta di neve fino a Tsaghkadzor: il nostro miraggio, la nostra terra promessa. Come convincere un’armeno a compiere un gesto così assurdo? Basta dirgli la verità: siamo qui per i cento anni del genocidio. Domani dobbiamo essere a Yerevan. L’armeno è stupito, incredulo, quasi commosso. Accetta. Liquidiamo il nostro georgiano senza denti e saliamo in questa jeep che si porta appresso un gigantesco e poco rassicurante serbatoio di gas. Siamo di nuovo in ballo.. Ricominciamo a tagliare la valle innevata che porta nel nulla. La noia del paesaggio fa calare le palpebre, ma dopo due ore a passo d’uomo, quando ormai non ci speravamo più, eccola, Tsaghkadzor. Illuminata nella notte, tra grandi alberghi e casinò, spunta dal nulla come un miraggio, è un’oasi di luci nel buio innevato e monotono. È una cattedrale nel deserto di ghiaccio. (…)

Al nostro risveglio il Sole splende su una valle innevata, sterminata e silenziosa. Yerevan è abbastanza distante da non poter condividere questa bellezza. Nella hall di questo albergo deserto qualcuno si aggiusta il nodo alla cravatta sfruttando il riflesso di una superficie lucida, qualcuno guarda le illustrazioni di riviste scritte in cirillico; Claudio scopre il pianoforte e lo suona divinamente. Le note riempiono la sala e tutti i corridoi, enormi e deserti come tutto il resto. È surreale. Il paesaggio che porta alla capitale è monotono e piatto. Tralicci di legno collegano l’elettricità, baracche spuntano qui e lì. Yerevan è gremita. Dal Dzidzernagapert, dove tutto il paese si è riversato a gettare un fiore in memoria di tutte le vittime dei giovani turchi, si può ammirare il Monte Ararat, dove la leggenda vuole che sia approdato Noé con la sua arca. Spicca come fosse la base dell’Olimpo. Mentre gli altri visitano il complesso io mi fermo ad osservarlo con il naso all’insù. È innevato per la sua metà, e si beffa di tutti gli armeni che lo ammirano accanto a me. Lui sarà in Turchia per sempre. Loro saranno per sempre qua.

Il resto lo potete immaginare. Il presidente di questa piccola e giovane repubblica ci accoglie con cortesia e ci racconta le sue conquiste e le sue speranze. Il genocidio armeno è una pagina strappata dalla storia che solo pochi vogliono riconoscere. Una cosa è sicura: è accaduto, e va compianto (…). Il cibo è strano. La bandiera dell’Armenia è la più brutta che abbia mai visto. Ovunque la gente ci osserva con curiosità. La sera al concerto tenuto al Teatro dell’Opera la commozione è enorme. Le immagini delle atrocità passano sulle note di maestri d’orchestra venuti da tutto il mondo. All’inchino dell’italiano facciamo partire un encomio da stadio; lui ci sorride. Italians do it better, ovunque si trovino.

Al preludio della nostra ripartenza sappiamo quello che ci spetta: almeno 6 ore di viaggio per percorrere 350 chilometri. Al ritorno è meglio prendere un’altra strada. La neve si è dissolta in una notte, fa caldo, il sole è alto e limpidissimo. Le strade che collegano Georgia e Armenia sono solo due. Certi tratti per il navigatore satellitare neanche esistono, le piste si  interrompono nel nulla. Chi lascia il vecchio per il nuovo non sa mai cosa aspettarsi; ecco, noi abbiamo lasciato una strada di montagna per 300 chilometri di Via Rubens (chi la conosce capirà) da percorrere mentre si è in ritardo di una vita. Certe buche sono talmente grosse che potremmo infilarci la testa dentro per sentire l’eco delle improperi e che lanciamo a turni. Le radici corrono folte sotto l’asfalto abbandonato. A volte sembra di correre sulle gobbe di una fila di cammelli fermi. Il verde che ci contorna sembra quello dell’Irlanda. Ci fermiamo in un posto che in foto mi aveva folgorato. Sul Lago Sevan, in cima ad un montarozzo, una piccola chiesa si affaccia sull’acqua. Raggiungerla è una fatica, violare il suo uscio in una domenica mattina assolata un premio per l’anima. E’ scuro e umido. Un prete ortodosso sta dicendo messa, pochi fedeli si inchinano silenziosi sulle panche fradice di questo minuscolo monastero del XI° secolo. Da una fessura della pietra scura un raggio di sole, sottile e diritto, taglia la sala nella sua mistica e lucente apparizione. È tardi, dobbiamo andare. Alzo una mano per prendere quel raggio di luce. Lo infrango. Adesso la luce adesso è nella mia mano. È caldissima.

Le buche ricominciano, e le valli, verdi e sterminate, ci rapiscono completamente. Attraversiamo un sito industriale risalente ai tempi dell’URSS. E’ completamente abbandonato, arrugginito e deserto. È enorme, quasi disumano. Tra una buca e l’altra incontriamo mucche che pascolano in mezzo all’asfalto martoriato e ci guardano passare con disinteresse. I paesini che attraversiamo sono per lo più baraccopoli con strade di fango e pozzanghere, le macchine che sembrano tutte delle Trabant e ogni tanto qualche palazzone in stile sovietico ci fa capire con i suo vetri infranti che è abbandonato da un pezzo. Una base militare enorme in un tratto di pianura nasconde decine di bunker coperti d’erba come fossero piccole colline. Sono senz’altro hangar per aerei. Da cielo saranno praticamente invisibili. Di tanto in tanto sul ciglio della strada qualcuno aspetta seduto di vendere qualcosa a chi si ferma. Pollame, verdure, cianfrusaglie. Il Sole è cocente. Più ci avviciniamo al confine con la Georgia e più il verde dell’erba si fa intenso; il contrasto con il blu del cielo pomeridiano è bellissimo. Sul ciglio della strada un bambino di quasi idei anni è in piedi, immobile. Ha le mani protese e offre ai viandanti una palla di quella che a prima vista sembra stoffa colorata. Ha gli occhi chiusi per colpa del Sole che lo accieca.

Me lo ricordo come se fosse ieri, con i capelli a spazzola, i lineamenti dolci, e una vecchia tuta spaiata. Noi ci siamo fermati. Lui è rimasto lì ad offrire la sua opera d’arte ai prossimi viandanti. Ripenso spesso a quel bambino. Dio quanto avrei voluto comperare quella palla di stracci.. Mi sarei fatto ingannare per tutti i soldi che avevo in tasca, e forse anche di più.

db

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Photo by me, Sevan Lake, Armenia.

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