L’Europa del progresso: che vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca

La scorsa settimana scrivevo per un giornale :

” Nel corso della loro avanzata congiunta con il contingente intenzionale, le forze di sicurezza irachene hanno catturato 149 militanti islamici affiliati all’ISIS mentre tentavano di confondersi tra le migliaia di civili in fuga dai villaggi lungo la valle dell’Eufrate, dove imperversano i combattimenti”

A riportarlo era il portavoce del Pentagono. Nel frattempo la Russia ritirava le proprie squadriglie di caccia bombardieri dalle basi sulle coste siriane, la portaerei francese De Gaulle, che era salpata l’indomani degli attentati al Bataclan e a Le Petit Camboge, abbandonava il Golfo Persico per tornarsene in patria, e le operazioni in Siria cessavano ovunque. Risultato? Centinaia di milioni di euro, dollari e rubli spesi, militanti uccisi, situazione in miglioramento. Tutti i Ministeri della Difesa cantano successi e operazioni che hanno raggiunto i propri target. Sarebba da firmare dicendo tutto è bene quel che finisce bene; se non fosse che in Libia 7.000 militanti del Califfato nero si ammucchiano a Sirte, e che bombe accompagnate dal grido “Allah Akbar” scoppiano in Turchia e in Costa d’Avorio. Ma in Italia è domenica, c’è il campionato, e nessuno se ne cura, nemmeno dopo la fine della Domenica Sportiva. Niente bandiere e pennacchi, pray for qua , pray for là. Lacrime di coccodrillo nemmeno l’ombra. The Guardian lancia un sasso: “Where is Ankara’s ‘Je suis’ moment?” Non c’è. Forse anche perché chi di solito scrive queste cose per primo, sa che ad Ankara i giornalisti non allineati e i dissidenti se esagerano fanno la fine di Regeni in Egitto. Ve lo ricordate Regeni no? Roba vecchia di un mesetto fa, ma ancora senza risposta.

Ieri poi c’è un altro boato, l’ennesimo, e poi un altro ancora. A Bruxelles, la capitale del Belgio e dell’Unione Europea, dove è appena stato catturata Salah Abdeslam (la mente degli attentati di Parigi) scoppiano due bombe per mano dell’ISIS: una all’aeroporto di Zaventem, l’altra alla stazione della metro di Maelbeek, a due passi dal Parlamento Europeo. Si contano i morti, la Mogherini scoppia in lacrime, Salvini sciacalla la situazione sparandosi pose ovunque: nemmeno fosse una teen-ager giapponese a NY. Mentre ogni politico twitta che in aeroporto potrebbe esserci stata anche lui in quel momento, come anche mia nonna che fa la pensionata e magari voleva andare a vedere Bruges accaparrandosi un RaynAir a prezzo stracciato. Mentana in diretta si risparmia le dichiarazioni fotocopia di presidenti di ogni risma. Si riaccende il teatrino del pray for, #PrayforBruxelles.

Nei 4 mesi che ci hanno separano dai morti di ‪Parigi‬, nonostante tutte le nostre reazioni, allerte 3 e 4, città blindate; ‘finte guerre’ combattute con portaeri nucleari che lanciano bombardamenti contati su pozzi di petrolio in pieno deserto, droni che evitano il rischio di perdere le vite di piloti che si arruolano per “volare in combattimento” e che colpiscono obiettivi più a rischio, forze speciali che operano sul territorio e uccidono obiettivi sensibili, non hanno cambiato nulla. Siamo tutti a rischio e nessuno è al sicuro. L’ISIS è migrato ancora più vicino all’Europa, e per ogni bomba da 1 milione di dollari che gli cade in testa e ne uccide quattro, cento si arruolano nella fila del califfato per unirsi alla Jihad. Qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. Loro aumentano e noi non impariamo dai nostri errori. Erdogan dichiara che uno degli attentatori era stato arrestato in Turchia, ma che il Belgio lo aveva fatto estradare e rilasciare. E qui inizia la nostra vera riflessione.

L’Europa, l’Occidente, e le ‘Democrazie del Progresso’ che la compongono non sono pronte a difendersi e non possono vincere questa guerra finché non saranno disposte a sacrificare qualcosa in nome dello stile di vita occidentale di cui la Jihad vuole privarci. I terroristi sono pronti a sacrificare la loro vita per impedirci di vivere la nostra, e noi? Le democrazie, se vogliono sopravvivere e tenerci al sicuro dai nostri nuovi avversari e da loro stesse, devono rinunciare a qualcosa: sia il denaro che le spinge ad occuparsi di vicende in terre distanti per gli interessi di chi le sostenta, sia la pace, che viene difesa così strenuamente da paciafodai e perbenisti che non vogliono mai lasciare che un paese combatta una guerra ‘vera’; sia l’accoglienza di tutti quei migranti e sfollati dei quali non possederemo mai il controllo, che non riusciremo mai a catalogare, accontentare e integrare e tra i quali come abbiamo visto in apertura potrebbe nascondersi chiunque; sia la sicurezza, di poter prendere un mezzo pubblico, visitare un museo o viaggiare senza pensare che quella potrebbe essere l’ultima cosa che faremo. Anche un contadino sa che non si possono avere botte piena e moglie ubriaca. Ma le nostre democrazie, così integrazioniste, pacifiste e garantiste sembrano non essere d’accordo, e continuano a promuovere coesione e impegno, senza esibire i frutti di alcun miglioramento a risposta dei morti che il terrorismo continua a mietere. Non esiste un intelligence congiunto tra le nazioni, non esiste controllo sugli Imam, non esiste un controllo capillare dell’immigrazione, e non esiste una maniera civile per disinnescare le ‘bombe sociali’ pronte ad esplodere alle porte delle nostre città, come le banlieue parigine, o le Molembeek del caso.

Molti sociologi in questi giorni dicono che noi europei siamo impotenti, e dovremo abituarci a vivere come si vive a Tel-Aviv: una città splendida dove sono stato, e dove gli attentati sono all’ordine del giorno dal 1946. Il giorno dopo che sono partito io per esempio, hanno accoltellato 12 persone su un autobus. Fino a nuovo ordine, va lasciato tutto al caso percui. Del resto a pensarci bene i nostri genitori ci sono abituati, potremmo farci insegnare la paura da loro. Tra gli anni ’70 e ’80, ogni treno, stazione, banca, corteo, aereo potevano saltare in aria per una bomba politica. E che differenza fa una bomba di tritolo, di c4, di compound B o una bombola di gas con tre scatole di chiodi accanto? Cambiano nello stile ma non nel risultato. Se sono vivi i nostri genitori sono vivi per raccontarcelo, potremmo rimanere vivi anche noi per raccontarlo ai nostri figli. E se sarà uscito il nostro numero, invece, no. Questa è l’Europa di oggi baby, e non c’è nulla che tu possa fare.

Davide Bartoccini

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