Come raccontare Beirut oggi?

Nell’epoca dei social network scattare una fotografia può essere considerato nel 90% dei casi un atto di vanità privo di conseguenze. Si, lo è. Ci si rende conto del contrario quando si è in cima a una montagna: sul Mediterraneo sta tramontando il sole, e sui grattacieli di ‪#Beirut‬ e Kaslik si riflette il riverbero dorato che si sta per spegnere oltre il mare.Tu sei nel quartier generale di un ex-partito paramilitare, perché là funziona così, e un uomo che ti conosce, perché ti è venuto a prendere in aeroporto travestito da tassista anche se è una guardia del corpo ti dice in un inglese stentato: ” Please-no-photo”; tu non capisci, ma in ogni caso abbassi l’iphone. Perché? E’ solo una foto al panorama; ti spiegano che ogni tanto i cecchini di Hezbollah si appostano nella boscaglia e sparano a chi esce da quel quartier generale. L’ultima volta è successo due anni fa, mancato per un soffio. Qui la tua vanità può avere delle conseguenze. Quando i tuoi amici scoprono che hai investito tempo e risorse economiche per andare in Libano, un paese grande come la metà della Calabria in guerra con Israele a sud e lambito dal conflitto con l’Isis a nord ed est, è difficile rispondere al perché. E difficile raccontare perché si sceglie di visitare un posto noto più per la sua guerra civile durata 15 anni, che per i vecchi e affascinanti fasti che la ricordano come : la Parigi del Medio Oriente. E difficile parlarne senza rischiare di lasciarsi andare a toni autocelebrativi, o darsi le arie da reporter di guerra; e se pensi a giornalisti come un Biloslavo, o solo come un Formigli ti taci da solo. E’ difficile da spiegare cosa si vuole vedere con i propri occhi. E così che diventa difficile postare anche delle fotografie: perché la voglia di mandare una cartolina istantanea a chi non è li con te rischia di macchiarsi di quella vanità macabra che le zone di conflitto conoscono così bene. Ogni mattina passeggi sotto il tuo albergo, e sai che nella stessa via 3 anni fa è stata fatta scoppiare un’autobomba per uccidere un ministro, guardi quel che resta dell’albergo davanti al tuo, stessa sorte anni prima, che fare? Allora domandi, domandi, domandi a chi ti ha invitato nel suo paese, e lui ti parla d’altro: ti porta a ballare, ti porta in ristoranti di lusso, in caffè alla moda, e scopri come non voglia mai parlare di guerra, ma di futuro: di star-up, di app. per smartphone, di accademie di moda, di turismo, di prospettive di crescita. E’ così che smetti di domandare, è così che nascondi per quanto è possibile nelle foto i colpi da 20mm ancora impressi sui muri, è così che limiti quegli scatti da fanatico tra meeting e conferenze che adorano tanto quelli che s’illudono di far vedere che stanno provando a salvare il mondo. Provi a raccontare qualcosa di diverso. Guardi i tuoi coetanei che vogliono vivere spensierati come te, e capisci che ciò che vorrebbero è che tu tornassi a casa e dicessi solo questo: i libanesi voglio vivere in pace come noi. Te ne vai a pranzo lungo il boulevard con gli amici che hanno reso possibile quest’esperienza e che la stanno condividendo con te, è caldo, c’è il Sole, e qualcuno si sta facendo il bagno anche se è gennaio. Prendi la macchina fotografica, e scatti una foto ad un bambino che si tuffa in quel mare di tranquillità, le madri in secondo piano fumano narghilè e sorridono, scatti, scatti; ma poi chiudi un po’ l’obiettivo; lungo l’orizzonte si scorge distante un convoglio di navi da guerra che adesso sta andando a muover battaglia da qualche altra parte. Avete visto, per raccontarvi Beirut sono diventato un po’ fanatico anche io.. Ma non può bastare un’immagine a raccontare una storia.

Davide Bartoccini

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foto dell’autore, Davide Bartoccini, Beirut’s holes

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