Quei tre vecchi scacchisti del Cominform che sedevano da McDonald

Sono ubriaco. La fame alcolica mi rode lo stomaco vuoto e contratto, e io nonostante questo, ho scelto con una certa consapevolezza di strascicare il mio aperitivo fino ad ora. Sono collaudato. Sono pigro e immobile con un bicchiere di vetro in mano. Dopo una di quelle dissertazioni velleitarie e presuntuose da intellettuali quali ci siamo autoimposti di finire ad essere siamo sfiniti.
Antropologia, politica e buongusto si scopano tra le parole come una coppia di bisessuali discontinui e bipolari che si contendono lo stesso amante. E far quadrare quella logica che dovrebbe fare da sfondo ad un’esistenza degna di un senso è complicato. Parecchio se conti che adesso ci siamo scolati una bottiglia di prosecco a testa. Roba buona, intendiamoci. Cazzo non volevo cadere nel cliché, e invece ci sono cascato; è che la parola prosecco suona così male nell’era dello champagne come emancipazione sociale. Comunque. Qua dietro c’è un Mc Donald, lo so, ne sono certo. Ne sento l’odore, quello che quando ci passi davanti ti da l’impressione di colmarti lui solo, essenza di fritto capace di saziare da sola centinaia di fami ataviche. Ma voglio andare oltre questa volta, non mi basta l’odore. Del resto una volta al mese un Mc bisogna saperselo concedere. Giusto per il gusto dell’imbarazzo della scelta miseramente uguale davanti al cassiere stanco e gentile, straziato dalla società obesa che gli paga le vacanze a tempo determinato, spera.

Prendo un Crispy, no, si, no. Si. Gioco sul sicuro, mi conosco. Mi pentirò come al solito: al terzo morso. Noterò il formaggio color buccia d’arancia che cola placido placido sulla classica tovaglietta dozzinale con qualche immagine falsa quanto allegra che copre il vassoio. La carta dei panini scartati freneticamente scrocchia ovunque intorno a me, ma io sono troppo concentrato a disgustarmi per il mio ennesimo fallimento: la fame chimica, la fame chimica vince sempre.
Dietro a me c’è un tavolo occupato da un gruppo di uomini dell’est. Sono sulla cinquantina, camicie brutte e a maniche corte di colori mal assortiti, scarpe lunghe e inutilmente formali sotto jeans abbondanti e andati. Canottiere a vista e roboanti scambi di battute in una lingua balcanica indecifrabile. Saranno idraulici o muratori; i vestiti sono segnati da calce e gesso. Quando non si conosce una lingue si può congetturare su cosa si stia dicendo la gente. E io congetturo, perché sono solo, ubriaco e tarato. Ancora troppo tarato.

Sono arrivato al terzo morso e sono disgustato. Poso il panino. Lo ripongo nella scatola e mi alzo per liberare il mio tavolo. La curiosità è troppa, mi giro ad osservare i miei indecifrabili vicini. I miei occhi finiscono sul loro tavolo. Le mani sicure, segnate dal lavoro di una giornata intensa, orchestrano pedine sapienti su una minuscola scacchiera portatile uscita da una scatola di cartone vecchia come il Cominform. Muove uno, muove l’altro. Un amico osserva la mossa audace e sorride. Si scambiano cenni di sfida e ridono. Io continuo a guardali. Sono estasiato.

Il bello della cultura è che è invisibile. Si nasconde ovunque e nei luoghi più inaspettati.. E quando si lascia notare, quando si vuole concedere, ovunque sia, sa come colpirti, sa come schiacciarti. Come un jeb totalmente inaspettato da un pugile destro. A Roma è settembre, e a Roma in settembre alla sera c’è un aria inebriante, antica, senza tempo. E io sono felice, perché ho visto una poesia passare per la strada.

db

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Un pensiero su “Quei tre vecchi scacchisti del Cominform che sedevano da McDonald

  1. se solo lo spirito di paul cezanne si trovasse a passare di là.chissà quanto varrebbe il quadro che ne farebbe.uno cezanne autentico dell’era digitale.e postmortem.un botto.

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