Le ombre dell’ultimo Zar

C’era una volta uno sconosciuto e grigio tenente colonnello del servizio informazioni segrete russe a Dresda. Quando nel 1989 crollava il Muro di Berlino e iniziava disgregarsi l’Unione Sovietica, lui, come tutto quel genere di russi là, si sentiva perso. Il sogno nel quale era cresciuto e al quale era devota la sua intera esistenza fino a quel momento falliva davanti ai suoi occhi e a quegli degli avversari. Era il 9 novembre e 5000 tedeschi ubriachi (che avevano appena devastato la sede della STASI) assediarono il quartier generale del KGB dove era rimasto il più alto ufficiale in grado, gli altri si erano dati alla fuga temendo il linciaggio. Vladimir Vladimirovič Putin scese le scale, fissando la folla che inveiva e tirava lattine di birra, intimò – “ Nella mia pistola d’ordinanza ci sono 12 colpi.. Uno lo tengo per me, gli altri li userò su di voi se qualcuno prova a fare un passo” – la folla si disperse silenziosamente.

La Germania dell’Est aveva cessato di esistere, lui era rimasto senza lavoro e senza alloggio di servizio. Venne rimpatriato velocemente. Al suo ritorno in Russia la “terapia shock”aveva già svelato la sua vera anima; un milione di dritti si arricchivano alle spalle di centocinquanta milioni di fessi che cadevano in miseria. Mosca si colorava dei neon dei locali moda, dove i nuovi oligarchi delle privatizzazioni sperperavano denaro senza ritegno accompagnati da guardie del corpo e decine di cortigiane che scoprivano di botto la moda degli anni ’70, sostituivano la musica balcanica con i tormentoni pop, non avevano più problemi nel reperire della carta igienica. I russi a cui non era rimasto niente vendevano ciò che gli era rimasto per compare del pane e qualche bene di prima necessità. Vladimir aveva quarant’anni allora, ed era finito a fare tassista abusivo dove era nato, a Leningrado. “L’ambizione non è vizio per uomini di poco conto” scriveva de Montaigne, e lui stanco di assistere al gioco dei nuovi russi che tanto odiava in silenzio, decise di entrare in politica. Quando il mandato del presidente El’cin terminò nel 1999, i nuovi padroni della Russia, personalità com Berozovskij e Chodorkovskij lo raggiunserò a Biarritz, dove era in villeggiatura, e gli proposero di diventare il nuovo presidente della confederazione. Credevano che uno zelante čekista, scialbo e sconosciuto come lui sarebbe stato l’uomo perfetto da proporre per mantenere lo status quo degli affari e promisero che le elezioni sarebbero state una formalità. Gli eventi delusero i loro piani. Una volta eletto, Vladimir Vladimirovič seppe disfarsi con metodi del potere di tutti quelli che lo avevano portato al potere sostituendo la nomenklatura. Elargendo esilii, processi e prolungati soggiorni in Siberia, divenne Re.

Da allora Putin è stato eletto 2 volte consecutivamente presidente, per non violare i termini della costituzione ha rinunciato al terzo mandato, investendo un suo fedele di questa carica e saltando un turno. Poi è tornato.

Il suo 85% di voti parlano chiaro, la Russia lo ama e lo vota. Ma qualcosa di sinistro affiora in tutto questo mare di benevolenza, un’ombra oscura del suo regno mette brini antichi. E’ quell’opposizione che spesso finisce silenziata. Lo scorso 27 febbraio Boris Nemstov è stato assassinato con 4 colpi di pistola sotto al Cremlino a Mosca. Era un oppositore di Putin, leader dell’SPS. In passato aveva dichiarato: “Temo che il presidente Putin possa volermi morto a causa delle mie critiche riguardanti la posizione della Russia in Ucraina ”, qualcuno smentisce queste voci privandolo di alcuna importanza e dell’ ingerenza politica sufficiente a renderlo un pensiero. Sempre lui diceva: “Bisogna ricordare che Putin prima di essere il presidente della Russia, è il presidente della GazProm” e queste voci non hanno bisogno di essere smentite. Si è allungata di un nome la tetra lista degli oppositori di Putin che sono stati misteriosamente assassinati; come Anna Politkovskaja, la giornalista del periodico d’inchiesta Novaja Gazeta che conduceva un inchiesta sull’intervento russo in Cecenia e che è stata assassinata nel 2006 con 3 colpi di pistola.

O come la giornalista ucraina Anastasija Baburova, assassinata insieme all’avvocato per i diritti civili Stanislav Markelov nel 2009. La Baburova stava conducendo un inchiesta per il medesimo periodico riguardo ai rapporti tra Russia e Ucraina. Sembrerebbe che essere ridotti al silenzio sia la pena per tutti gli oppositori del Presidente. Stessa fine per tutti gli assertori spregiudicati dei traffici che gli oligarchi russi operavano durante i conflitti russi, tutti quei teorici della possibilità per la quale determinati conflitti venissero protratti per trovare una giustificazione alla sparizione delle armi e dei carri armati russi, che venivano venduti clandestinamente al mercato nero ma erano dichiarati persi sul campo. Tutti assassinati da killer misteriosi. Come tutti quelli presumevano che gli attentati terroristici ceceni fossero in realtà macchinazioni dell’ FSB. Spariti anche loro, finiti assassinati da ignoti o morti per cause sospette. Ombre o semplicemente congetture? Forse, di quelle che lasciano parecchio spazio all’immaginazione. E ora mi sto sentendo un po’ Lucarelli, quindi smetto.

Quando due anni fa un mio amico naturalizzato francese mi regalò un libro, ho scoperto attraverso la vita di Limonov cose della Russia che non potevo immaginare. Anche lui è un oppositore di Puntin, ha fondato un partito estremista con un campione di scacchi ed è stato mandato 4 anni nella prigione di massima sicurezza di Lefortovo. Adesso è tornato libero e i suoi nazbol sono onorati di finire in carcere per la causa come lui, sognano la nuova rivoluzione.

Oggi la grande madre Russia in mano a pochi si è risvegliata da un letargo apparente, come un vecchio orso affamato che pare reclamare il suo “spazio vitale”. I suoi aerei da caccia senza transponder si esercitano segretamente nei cieli europei mettendo a rischio i nostri voli di linea, i suoi sottomarini nucleari vengono scovati nel Mediterraneo come in un remake di Caccia a Ottobre Rosso, i suoi carri armati sono schierati lungo i confini ucraini e fanno indispettire la Nato. Questo mastodontico apparato che corre dal Caucaso alla Siberia, fino allo stretto di Bering, non ci permette di fare chiarezza sui suoi fantasmi e sulle sue mire, a metà tra il vecchio e il nuovo. Del resto lo stesso Putin è combattuto tra interessi economici in continuo mutamento e vezzi nostalgici : “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange, è senza cuore.

di Davide Bartoccini

Questo articolo è stato scritto per The Italians ThinkTank il 5 Marzo 2015

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