Ma voi ve lo siete mai chiesti cosa vuol dire essere “PARIOLINO” ? The End

Quando esci una volta di notte, quando vai in discoteca per la prima volta di notte, non riesci a capacitarti del perché non lo avessi mai fatto prima. I tuoi ormai si sono lasciati convincere,non possono tornare indietro e tutto cambia. Ormai la notte è tua. L’hai conquistata. Non riesci più a ricordarti quando combattevi per quella mezz’ora in più per fare mezzanotte. Non riesci a provare quella sensazione di desiderio. Adesso cerchi la scusa per fare le 6, per vedere in faccia l’alba. Per scoprire com’è.  Saggiarne l’effetto del sentito dire. E vedere i colori dell’alba per la prima volta, bhe.. è un’altra iniziazione. E’ un momento così appagante e liberatorio da farti sentire infinito. Da farti sentire immortale.

Mi ricordo che eravamo a Ponza, era il primo viaggio che facevo da solo, e lo stesso valeva per tutti i ragazzini della città. 16 anni, secondo anno di liceo e se passavi senza debiti: l’ultima di luglio a Ponza, il premio, il sogno. Era l’Isola che non c’è, dove a tutti i bambini sperduti tutto era permesso.  Mi ricordo di aver desiderato di andare a Ponza il giorno che incontrato un tipo, in una sala giochi a Pzz. Roma, al mare. Raccontava agli amici di quanto di fosse tajato, indossava una maglietta di Superman con scritto dietro D&G, Dammela & Godo Ponza 2002. Mi parve una garanzia.

Eravamo a Ponza insomma.. e dormivamo nella casa più brutta che avessi mai visto. Eravamo in 8, il mio letto matrimoniale nel quale dormivamo in 3 era così vicino al frigorifero che mi bastava allungare il braccio per aprirlo e cercare l’acqua, ma ci dimenticavamo sempre di comprarla, e dentro c’erano solo disgustose bottiglie di Keglevich alla pesca. “Keglevich la vodka che Voleich..” – Se quella che volevich te, io me so’ svegliato con la moquette in bocca.. c’ho la lingua spugnata, voglio solo acqua ve prego, non lo faccio più. Mentivi sapendo di mentire, e comunque non c’era nessuno ad ascoltarti. Mi ricordo che una volta aprii il freezer invece, c’erano dentro le mie Hogan camoscio miele imprigionate in una stalattite. Ma questa è un altra storia..

Era la prima sera che andavamo al Covo Nord Est, e là, tra una rissa e una bottiglia di Champagne cantavamo e avremmo cantanto sempre, ogni sera come se fosse l’ultima – “Sandra portami al mare.. compriamo il pane.. e un fornellino”- . Jackerson rossi e jeans, camicia bianca.. rigorosamente su misura con le iniziali e capello pariolo, sempre pariolo. Salire con la Corriera, degli scassatissimi pullman blu vecchi come l’isola, non si riduceva ad un mero spostamento: era un’esperienza mistica, era il prezzo del biglietto dell’aliscafo e quello dell’affitto strapagato di una bettola con l’arredamento spaiato di 30anni fa messi insieme, era la cosa più divertente alla quale avevi mai partecipato. Era la vita. Salivi già esaltatamente brillo, dopo una serie di Tunderball alla morte al bancone del celeberrimo Welcome, oppure dopo un B-54: Un B-52 alla goccia, seguito da un bicchiere di Vodka alla goccia, seguito da un bicchiere di latte freddo alla goccia. Se non vomitavi là sul bancone, e non vomitavi nei 6 passi successivi che ti trascinavano fuori. Potevi considerarti un uomo. Avresti vomitato in un modo o nell’atro dopo, non dovevi temere. Sulla corriera c’era una quantità indefinita di gente di Roma che lanciava solo cori a squarcia gola e sfonnoni. Ti aggrappavi dove potevi nelle curve e sbattevi piedi e mani per fare più casino possibile : ” ER FIGLIO DE GALLIANI, ER FIGLIO DE GALLIANI  E’ UN TRAVESTITO… BOMBE A MAN E CAREZZE COL PUGNAL”. Quasi ti dispiaceva arrivare al locale.  La metà della serata l’avresti comunque passata nell’infinito giardino pensile: o a paccare, o a penare per quella che ti piaceva e che si stava paccando un altro, o a vomitare. Eccoci qua, ve l’avevo detto che prima o poi arrivava il momento.

Verso le 4 e qualcosa risalivi alla strada e aspettavi la corriera per riscendere giù. Fu allora che con un gruppo di amici trovati li, sull’isola, nostalgici geni dell’Aventino, ci venne in mente di fare colazione al forno di Santa Maria. Scendemmo prima di arrivare in porto, ci ripresentammo per sicurezza tra tutti quanti e dopo.. rimasti a piedi ci fermammo a pensare, e mo come facciamo a tornare giù? Idea – ” Adesso prendiamo, mettiamo su strada una di queste macchinette cabrio che affittano sull’isola, tanto stiamo in discesa, togliamo il freno a mano e scendiamo per inerzia.. c’entreremo in 8. Ce stamo tutti. Dai!” – Una cosa non calcolai: il blocca sterzo. Una volta levato il freno a mano la macchina prese velocità in maniera inaspettata, velocità smodata, e io, che non sapevo nemmeno dove stava il freno a quei tempi, intimai tutti di salvarsi, chi poteva. La macchina si andò a piantare 300 metri dopo su un vecchio scassone e blocco la strada. Due corriere cariche di ubriachi rimasero bloccate a due  chilometri dal porto Ponza. Non fuggimmo in preda a una di delle risate contagiose che non si placano più. Fu solo una volta arrivati giù al porto, mentre esausti eravamo sdraiati sulla spiaggia, e qualcuno in preda alla più goliardica ebbrezza inveiva facendosi il bagno in mutande, che ci sorprese l’alba. I raggi del sole, di un arancio rossastro su un mare piatto e silenzioso ci invitavano a fare ciò che era inevitabile: tirare la nottata, infilarsi un costume e andare diretti al Frontone. Avremmo dormito là, sui cuscinoni. Gli stessi dove avremmo ordinato cento mojito, in uno degli aperitivi più belli del Mondo, senza discutere. Quella  era una settima che volava. Cento cambi di casa, cento pischelle, cento risse, cento gin tonic e s’abbracciamo.

– Ah, dio che ricordi.

Ormai a Roma era tutto un po’ cambiato, avevano chiuso e ristrutturato la Casina delle Muse, e non ci andava più nessuno, perché era il bar più brutto che l’emisfero boreale avesse mai accolto sul suo suolo. Ci eravamo spostati tutti in blocco al Parnaso, il bar dove  andavano i più grandi, perché i più grandi ormai eravamo noi, e la vita è tutto un avvicendamento di generazioni. C’era Mustafa. Passi tanto tempo a guardare i più grandi e nel frattempo sei bello che diventato grande, e nemmeno te ne sei accorto. Arrivava il 125, l’SH e a me il vespino. Tutti si affannavano a rivendere le macchinette sulle quali avevano trovato l’indipendenza ad AutoMoto2Pini, rivenditore ufficiale di sole, che intanto aveva iniziato a vendere dei mostri con ventimila euro di optional. Piansi quando guidai per l’ultima volta il mio Sky, che ormai era diventato tutto grigio vetro. Era una sera d’estate in un buco tra una vacanza e l’altra, lo presi così, per farmi un giro, per salutarlo, e ricorderò per sempre i brividi di quel vento fresco che nelle notti d’estate ti fa pensare a una felpa.. solo per un istante, e poi torna il caldo. Il profumo degli alberi e l’atmosfera di Roma vuota, dormiente, bellissima. Mi ricordo che andai fino a Giovanni, la gelateria, e poi tornai indietro. Ormai si faceva a gara per scroccare il passaggio dagli amici che avevano la macchina, i primi diciottenni neopatentati. Andavano LUPO gt, le Golf R32, le Smart, le Mini. Per correre alla SUITE, dietro trastevere, per andare al Jackie’o e al Nororius, per andare al Tattoo a Fregene. Ormai andava il revival, la musica commerciale non esisteva più. I primi pezzi di house pompavano le casse dell’Alien a Via Velletri, per il quale ormai andavo io a fare le prevendite da Mariotti o da Artegraf, con luchino d. e mosdro. E quando uno andava a fare chiusura per salutare gli amici prima di andare a cena, i ragazzini che ormai reputavi dei bambocci vestivano in modi buffi, e quelli che se la scoattavano di più, con le spille da balia per tenere su una gamba dei pantaloni e la felpa con le stelline, mentre il dj metteva “Fiori di lillà” aprivano i cerchi e alzavano il coro ” Noi non vogliamo ballare commerciale, duri cattivi, progressivi.”. Poi sarebbero finiti a consumarsi al Diabolika. Ormai avevamo fatto il nostro tempo, diventare gestore all’Alien? Ma per carità. Artcafè, Tattoo, halloween a villa Majestic, ormai era li che lavoravamo. E la poesia si consumava, svaniva nei soldi, svaniva nelle spacconate, nei tavoli con le bottiglie di champagne, e si riduceva alla noia disincantata. Piano piano, senza lasciartene accorgere, come una morfina rilasciata dolcemente nel corpo che necessita di aumentare la dose per sentire la botta, una specie di droga. I telefonini erano passati dal MiniDattero agli Lg con i cristalli liquidi blu, ai primi telefoni che facevano le foto: il Panasonoc, il Nokia 7650,quelli della 3, enormi. Quando non avevi soldi facevi il 4888, e il mio migliore amico mi sbroccava sempre. Le Silver si sostituivano con le Tod’s e le Adidas ROM, un po’ casual, un po’ fasciste.. un po’ tutto, il passe-partout per ogni occasionale tendenza giovanile da finto mattacchione. Le felpe venivano sostituite dai golf di cachemire di Country Club, i mitici parka della Woolrich, intramontabili, venivano bollati come imbarazzanti giacche da eschimesi. I Refrigwear lunghi ( verde militare e rosso) che avevi cercato come un disperato da BlueMarlin venivano sostituiti con dei borghesissimi FAY, tutti uguali, ancora una volta. Non ti volevi più vestire come un ragazzino. Le bambine di cui ti eri innamorato per la prima volta ormai si vestivano da donne e si sentivano delle dive, uscivano con tipi che andavano all’università con il macchinone, e tu un po’ ce rosicavi. Stacce. Ma nel frattempo tu diventavi quello più grande che si rimorchiava le primine.. “It’s the circle of life” cantava Elton John.

A capodanno a Cortina prendevi il tavolo sui gradoni all’AREA, vivevi al Clipper, e passavi tutta al serata al TOP. Quando tornavi attaccavi con il venerdì al Goa, fisso, senza perdertene uno. Quando c’erano i tavoli, che oggi rinnegano perché so alternativi. Spregievoli. Crescevi, crescevi, crescevi, così velocemente da non rendertene nemmeno conto. E come si sul dire, quando si smette di crescere, si comincia ad invecchiare. Ed il divertimento, passa in secondo piano. Piazza Euclide era un bivacco affollato. Quando scendeva “il trombetta” da via Archimede e si metteva a strimpellare quell’aggeggio che si portava sempre appresso, partiva l’ovazione. Andava tutto così veloce. L’affascinante irraggiungibile si tramutava in frivolo e noioso. Consumavi la moda di un locale per iniziarne un altra, iniziavi a bazzicare ristoranti su ristoranti e passavi le serate su Ponte Milvio. E poi? E poi d’un tratto ti eri già stufato. Gli amici si fidanzavano con le ex dei migliori amici, in un gioco dei 4 cantoni che per qualcuno si  doveva sempre concludere con una delusione, grande alle volte, di quelle che non si riprendono più. Le cene diventavano l’ultimo rifugio dei pigri che poi si imbustavano a casa. C’erano le prime feste di 18 anni. L’opulenta dimostrazione della borghesia che vuole far debuttare i figli nel non si sa che. Erano divertenti però, un’ottima occasione per vestirsi bene e sbronzarsi a spese degli altri se non altro. Ero solito dire. Mi ricordo di una volta, ero in smoking ed era troppo tardi per andare a casa a cambiarsi, se facevo un altra assenza mi riboccavano sicuro. All’ultimo conteggio delle assenza tutta la classe batteva all’unisono le mani sui banchi e ripeteva 100, 100, 100. Mi fermai a 82, medaglia d’argento. La medaglia d’oro andò a un mio compagno di classe, lui.. che era olimpionico di scherma e la medaglia d’oro poi la vinse davvero. Insomma era tardi.. e andai a scuola così, in after. La gente mi guardava come se fossi nudo, mentre a ricreazione me ne stavo sdraiato sui motorini a prendere il sole, nella mia sfatta e scanzonata eleganza. Erano gli anni dei privatisti, delle scuole parificate e dei diplomifici. Dove ti iscrivevi, pagavi e ti facevano recuperare gli anni  senza troppa fatica, senza troppe domande, e senza nemmeno fare presenza alle volte; Kennedy, Visconti, da Carlotta, D’Annunzio, Fevola e poi tutti a fare l’esame a Ostia. Poi qualcuno se ne rese conto, e cambiarono le cose. Però se ne salvarono tanti così. Braccia tolte all’agricoltura -“C’è chi è nato per studiare e chi è nato per zappare.. zappa, zappa” – diceva Mortillaro in un vecchio film con Silvio Orlando.

E poi? E poi un buco. Non lo so. Una diaspora di amicizie, come gli amici della vita spericolata di Vasco, che nemmeno lui era più lo stesso. Una perdita di punti fermi e di ritrovi fissi, una scissione dell’atomo. Perdità di punti di rifermento; il Bambus Bar forse? Si, forse ma per poco. Una totale perdita di conoscenza, eravamo ancora dei pariolini? Volevamo esserlo? Ci è rimasto qualcosa dentro? Perderemmo mai del tempo a raccontare queste storie al nostro compagno d’erasmus? al nostro nuovo collega in Brasile? Ormai potevo entrare gratis in qualsiasi locale volessi, bere quello che volevo, fare l’ora che volevo. Avere bracciali, prive, soldi, cazzate. Ma nulla, nessuna dose bastava più per provare qualcosa. Quella droga aveva perso il suo effetto su di me, ero diventato immune alla notte.

Mi ricordo l’ultima volta che passeggiavo per il Goa. Tutte bimbe mi domandavano stupite – “E tu, e tu che ci fai qui? e tu che ci fai? Non ti c’ho mai visto qui..”- Alla decima, uguale, identica, tutta nera, risposi: “So venuto a vedere che facevo 10 anni fa.” Non replicò. Sono diventato uno stronzo? No, è che è la vita che è un po’ stronza.. e te cambia. Diventi prima quello che sognavi e poi quello che sognavi di non incontrare mai. Ogni tanto ci pensi, e cerchi di cambiare. Di tornare com’eri. Poi ce ricaschi, e allora ci ripensi. Forse quegli anni duemila erano più belli? Forse eravamo più belli noi. Ma non puoi tornare indietro, lo sai. Il resto? Il resto lo vedete ogni volta che mi incontrare per la strada, ad una festa, in vacanza, quando sentite le mie cazzate e quando mi sentite lamentarmi, che è il mio talento migliore dopo quello di sperperare soldi. Di me una volta ho scritto: ” Era un tipo un po’ malinconico forse, ma gli piaceva la malinconia, per lui significava aver vissuto qualcosa che valesse la pena ripensare.” Sono seduto su un divano, che non è nello stesso posto, e che non è lo stesso divano di allora. Sono nello stesso locale; il primo locale dove sono entrato in vita mia, a Via Mario dei Fiori 97. Ho una maglietta della Jeunesse Dorée, un paio di occhiali di Gucci di una bruttezza tanto romantica da commuovere, e accanto a me c’è uno tipo abbastanza più grande di me, uno dei tre mitici tipi che si è inventato quella maglietta, quella con il culo del papero sulla schiena, quella con la quale è iniziata questa storia dei pariolini. Quella maglietta della Crazy Duck. Abbiamo fatto una serata per ricordare gli anni 90, quegli splendidi anni 90/00, loro e noi, me e il mio nuovo socio, che sempre in quel locale conobbi. Le vecchie glorie c’erano tutte. Gli faccio: “Dai Ricca, alla fine è venuta carina.. Sono tornati tutti” Sorride. Lui è un uomo ormai, un’icona per tutti quelli che sanno di cosa sto parlando.. una persona della quale avevo solo sentito mormorare il cognome la prima volta che misi piede là dentro. Ero troppo, troppo piccolo. Se qualcuno mi chiedesse adesso: Ma perché lo fai?

Perché se il tempo, per quanto uno lo possa desiderare, non torna mai indietro, anche quando ne senti il bisogno, anche quando hai bruciato tutte le tappe, sei cresciuto troppo in fretta.. mentre te lo dicevano che stavi a fa’ una cazzotta; So che posso ingannare me, e tutti i miei amici, portarli qua, mettere la musica dei loro migliori ricordi e farli sentire al sicuro nell’adolescenza che hanno smarrito, nel percorso ineludibile che li ha condotti alla maturità. Posso regalar loro una buona scusa per non prendersi sul serio, ricordarsi un po’ com’erano, riderci su e poi..

“e poi chiudere gli occhi, sentire l’inverno che ti avvolge come il freddo su quel motorino senza il parabrezza, quello che ti ostinavi a non montare mai.  Accendermi una sigaretta e immaginarmi fuori dal Moroni mentre passavano in rassegna gruppetti che infilavano il 97 di Mario de’Fiori. E pensare.. Lunedi mi sa proprio che faccio sega a scuola. Ciao.”

D.B.

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