Ho visto American Sniper, e mentre riflettevo sul suo senso hanno assassinato Charlie Hebdo

Ieri ho visto American sniper, oggi ho visto l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e ho pensato per cosa valga le pena vivere e per cosa valga la pena morire.

Senza voli pindarici da giornalista cinematografico quale non sono, mi viene in mente il morettiano descrittore di splatter, la farò breve nel descriverlo; tutti quelli che hanno seguito un minimo le precedenti regie di Eastwood avranno notato una ricorrente consequenzialità riguardante i temi delle guerra e soprattutto delle incombenze delle guerre degli Stati Uniti: dalla Seconda Guerra Mondiale, vissuta con gli occhi del simbolo costruito dei Marines, alle conseguenze della Corea, dalla Campagna del Pacifico vista dagli occhi di un giovane giapponese, a Gunny lo stereotipo americano impersonato dall’originale Eastwood, per finire all’ultimo Medio Oriente. Ovunque vengono sviscerati tutti i pregi e i difetti, i danni del prestare sotto le armi durante un conflitto. Si passa dal cameratismo, dalla dedizione per l’appartenenza e il valore, alla freddezza arida che lascia dentro l’uccidere, ai traumi psicologici che portano al mancato reinserimento nella società civile in tempo di pace, uno dei racconti più complicati da comprendere, fino a quello ovvio, ma mai scontato, della morte.

 

Chris Kyle, non è un racconto di fantasia. E’ un cecchino dei Navy Seal con 126 uccisioni, una leggenda, che senza avere nulla da perdere si è arruolato dopo aver visto qualcosa di traumatico in un tubo catodico, un chissà quando nel chissà dove. Vuole salvare qualcuno, o meglio vorrebbe salvare tutti, non vuole bere la birra davanti al televisore aspettando di raggiungere o non raggiungere le sue non troppo ambiziose aspettative. Lo fa. E scopre com’è.

Uno di quei film che di questi tempi potrebbero essere additati d’esser preparatori per la generazione in età militare alla pronta chiamata d’arruolamento in caso di un conflitto imminente, di quelle pellicole che infiammano gli animi e fanno correre i brividi giù per la schiena quando la tromba suona il riposo, nel prato bagnato dalla rugiada di prima mattina in un cimitero militare, dove tra le croci di marmo bianche allineate a perdita d’occhio, una bandiera a stelle e strisce viene piegata a triangolo e, accompagnata dallo scoppio di tre salve di fucile, viene consegnata da chi puntualmente si è dovuto lasciato per sempre. Chris non rimane ucciso in guerra ma ne rimarrà comunque vittima. Una vittima reale, non come il Tenente Dan di Forrest Gump o come il bel Tom Cruise,  Nato il 4 luglio. Dai brividi si rischia di passare agli occhi lucidi alla fine di quest’ultima opera di Clint. Uscendo dalla sala, la fermezza di dire agli amici – Io partirei, se dovessi – è un bel centro del proiettile ipodermico sparato per l’ennesima volta di Hollywood.  Fuori dalla sala c’era uno di quei cartelloni che avrete notato in città, “The Navy is cool” con dei piloti di SeaHarrier schierati sul ponte della nostra bella Garibaldi. Ricordano Top Gun, di nuovo. Per un istante ci pensi, poi l’università, il lavoro, mamma e papà.. Non vuoi essere un eroe? Eppure ore prima si dibatteva sul capitalismo, si sputava sulla bandiera a stelle e strisce e da bravi studenti di scienze politiche si citava la strumentalizzazione di Pearl Harbor, che era stata segnalata in chiaro dagli australiani (oltre che dai messaggi in codice criptati dall’Intelligence) come bersaglio essenzialmente a rischio e a portata dell’improvviso dispiegamento di un ingente flotta di navi da battaglia appartenenti ad un Impero nel culmine dell’espansionismo e imposto d’embargo asfissiante. Si discuteva di come gli Stati Uniti abbiano armato per anni gli stessi popoli che ora combattono, quando serviva qualcuno che fiaccasse il comunismo senza essere individuato come un gringo. Ma andare a fare la guerra per chi? Per il petrolio? Per l’America? Per le Multinazionali? Per stare al gioco delle farse che montano per far scoppiare nuovi conflitti  e poi camuffarli da missioni umanitarie?

– No non fa per me Kyle, non me la sono bevuta. –

Tutti bei discorsi, tutte belle storie, tutte cose vere. Gli U.S.A. portano il consumismo camuffato da democrazia nei paesi che prima pativano la fame, in quelli che la desideravano, e se i paesi che scelgono non le vengono in contro, gliela portano con i B-52, come nei volanti affissi da Zenit. Però quando in Leoni per Agnelli quei due ragazzi si stringono accanto con le gambe rotte, senza scampo, per resistere fino all’ultimo colpo da 9 mm del caricatore della Beretta che portano come arma secondaria.. sfido io a non farlo per l’uomo che vi siede accanto. Quello a cui avete raccontato della vostra prima scopata. Quello che vi farà da testimone al vostro matrimonio. Per lui però vale la pena di morire – “Per i compagni..” – come dice Eric Bana in Black Hawk Down e “Uh AH” allora.

Poi oggi mi sveglio e al telegiornale c’è una notizia che mi tocca più da vicino della guerra nel nostro altrove, che mi spaventa, che mi ha fatto rabbrividire con la tazza del caffè in  mano. 12 giornalisti assassinati nella redazione del Charlie Hebdo, una testata satirica che scrive cose che direi, nel lavoro che sogno di fare che farei, nell’unica altra città dove vivrei, perché è la più simile alla mia: Parigi. Così vicino. Integralisti Islamici hanno fatto irruzioni a volto coperto e con dei fucili d’assalto di fabbricazione russa, Ak-47 hanno messo a tacere chi punzecchiava il loro testo sacro inneggiante alla Jhiad, la guerra santa contro l’Occidente. Piombo fuso ha cercato di piegare l’idea di poter scrivere ciò che si pensa, di ammutolire la libertà, quell’abitudine millantata dalle nostra parti, e parzialmente più avvalorata in una Francia, che più di altri paesi considera la libertà di stampa; quell’ inscindibile simbolo della civiltà, del progresso, del libero pensiero umano. Il direttore del giornale, Stephane Charbonnier, che firmava le sue vignette come Charb, è rimasto ucciso durante l’irruzione, ma confessò in tempi non sospetti:

“Non ho paura delle rappresaglie. Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio.”

Ecco, per per questo vale la pena vivere, sempre e per sempre. Dire ciò che si pensa anche a rischio d’esser taciuti con la morte.

 

Tempo fa l’ISIS, mentre tagliava teste ad europei in tute da Guantanamo durante pubbliche esecuzioni degne di macellai senza alcun dio, minacciava di invadere Roma, la città eterna simbolo della Cristianità. Di bruciarla e di prendere e stuprare le donne che la abitano: le nostre madri, le nostre sorelle. Ebbene, tra l’ilarità e lo sdegno, le battute si sprecarono: “Bastarebbe il traffico sul Raccordo Anulare a dissuaderli. Cambiano idea in fila, come quando vuoi andare a Porte di Roma“, oppure “ Davvero si prendono mia moglie? se si prendo pure mia suocera divento mussulmano pure io!“. Per quanto sia già stato abbondantemente documentato, che l’invasione dell’Europa ad parte dell’Isis, che tecnicamente non è nemmeno in grado di mantenere la supremazia sul suo frammentato territorio d’origine, è una prospettiva fantapolitica o fantastrategica irreale (ricordando tra le altre che Roma è l’unica capitale europea a non esser stata bombardata, oltre ad essere dichiarata singolarmente città aperta, nella ww2 proprio per i medesimi motivi simbolici che la proteggeranno anche in questo caso: l’eventuale rivolta del mondo cristiano dato ciò che ospita, il Vaticano) non si può sottovalutare la minaccia del terrorismo, infimo espediente dell’impotenza di una cricca di raccapriccianti e deviati bevitori di mistiche fandonie. Io mi sono un po’  disinnamorato del mio paese, con tutti i suoi problemi, le mafie  e le trattative, le lobbies d’interesse che lo svendono all’Europa e i governi  patetici che lo affossano nella baratro della vergogna e della mancanza di possibilità. Io odio gli italiani medi  che lo popolano, con il marsupio a spasso per le vie commerciali la domenica, mentre parlano solo di calcio e della fica altrui, dimenticando quanto gli sono piaciuti di Comandamenti raccontati da Benigni.

Eppure sono tutte cose che mi sentirei di difendere. Niente NATO, niente Europa, niente patti atlantici, cortine di ferro, gasseodotti o pozzi di greggio. Io difenderei con la vita Ponte Milvio, e la tanto agognata, mortificata, blastata  Roma Nord.. casa mia, covo e bivacco del peggior luogo comune della borghesia più ignorante d’Europa, che tanto rinnego e che tanto bisfratto. La croce rossa sulla quale ogni blogghetto del quartierino ormai spara a zero, perché è facile deriderla come una ragazza troppo grassa con dei leggings troppo stretti. Io su quel ponte, celebre bastione storico delle guerre Puniche e ispiratore mistico dell’imperatore Costantino, mi batterei senza posa. “Nec recisa recedit“. E l’Euclide di Vigna Stelluti sarebbe la mia Alamo. Ecco per cosa vale la pena vivere o morire.

 

Salut Charlie, Je suis comme toi.

 

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db

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