Tutto quello che c’è da sapere, o meglio tutto quello che mi andava di raccontarvi sui “Cubani”.

Dumas: “Dantès, che tre mesi prima non aspirava ad altro che alla libertà, ora non si accontentava più della libertà e aspirava alla ricchezza; la colpa non era di Dantès ma di Dio che, limitando la potenza dell’uomo, ha suscitato in lui desideri infiniti..” – Oppure – Shakespeare: “Cosa significa Montecchi? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, sembrerebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”

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Un colpo di chaveta avverte che sta per iniziare; un uomo legge ad alta voce, a volte sotto apposito compenso, nessuno lo guarda. Qualcuno ripete a bassa voce il testo, come una preghiera. Siamo a Cuba, egli legge ai torcedor che chini al loro posto numerato, intrecciano concentrati delicate e selezionatissime foglie di scuro tabacco essiccato. E’ un passatempo secolare, è stata l’unica fonte d’istruzione di tanti, e ha perfino dato il nome alle più prestigiose marche di sigari dell’Havana: Montecristo, Romeo y Julieta. Questa pratica nasce nel 1865 nella manifattura di tabacco El Figaro di proprietà di Rivero Juliane, e da allora si diffuse per la sua piacevolezza in tutte le altre fabbriche, malgrado il dissenso di parecchi datori di lavoro, poiché un gruppo di operai sottopagati istruiti è più difficile da ingannare. La storia rivelò la fondatezza di questo timore quando i latifondisti del tabacco vantarono ruoli importanti nelle guerre per l’indipendenza dal dominio spagnolo (Guerra dei 10 anni). Emile Zola, Victor Hugo, Balzac, Cervantes, Verne, Alexander Dumas, Shakespeare; questi gli autori preferiti da chi lavora questo prodotto eccellente. Mi piace paragonarla alla leggenda delle piante che ascoltando la musica classica di Mozart crescono più rigogliose. C’è qualcosa di illustre nella cultura che irradia tutto ciò che vi viene a contatto, anche il fumo.

Forse a questa idea molto personale si potrebbe legare un altro aneddoto peculiare, quello di un nascituro nella Malaga del 1881. I genitori erano già tristemente rassegnati poiché uscito dal ventre materno il piccolo non accennava a dar segni di vita, allorché il medico soffiò sul piccolo viso il fumo denso del cubano che aspirava impegnato nell’assistere il parto. Tra la gioia e lo stupore quel bambino colmò il silenzio di teneri pianti; la leggende vuole che quel bambino fosse il giovane Pablo Picasso, l’arte contemporanea non perse così uno dei suoi più illustri rappresentanti.
Posso solo compatire chi ne detesta il puzzo, perché dietro a questo vizio raffinato, dietro all’aroma deciso di un buon sigaro cubano non c’è solo il piacere di una buona fumata, c’è una storia affascinante come i romanzi che ne accompagnarono la confezionatura. Quando nel 1492 Cristoforo Colombo intento a cercare le Indie poggio i piedi sulla l’isola di Cuba, trovò, ancor prima delle Americhe, degli indigeni che d’innanzi all’oceano fumavano foglie secche arrotolate tra loro a mo’ di cilindro, aspirandole placidamente. (I Maya furono tra i primi a coltivare la pianta del tabacco e confezionare simil-sigari, dal termine maya sikar che significa “fumare” deriverà la parola spagnola cigarro). Per loro fin dalla notte dei tempi il tabacco era un elemento unificante nella vita sociale e religiosa, e donarono agli esploratori questa scoperta. La Chiesa Cattolica non mancò l’occasione per bollare come pagani, dunque demoniaci, i fumi aspirati da quelle foglie esotiche, e uno dei marinai dell’equipaggio venne addirittura denunciato all’Inquisizione Spagnola ed incarcerato a causa del suo vizio. Ma l’antipatia della Chiesa non poté molto nei confronti del dilagare di questo vizio, sopratutto quando Jean Nicot, ambasciatore francese presso la corte del Portogallo, introdusse con gran successo la moda del fumo nell’aristocrazia dell’epoca. Non ha caso il termine nicotina deriva dal suo cognome. La diffusione del tabacco nel vecchio continente provocò l’inizio di una coltivazione sistematica e di una manifattura esponenziale del vegetale nei Caraibi, concentrandola proprio a Cuba allora dominazione spagnola. Questo arricchì particolarmente le casse spagnole che a partire dal 1614 imposero che tutto il tabacco destinato ai mercati europei era costretto a passare attraverso il monopolio di Siviglia, prima di essere trasformato in sigari da esportare in Francia, Inghilterra ed Olanda. Quando, in seguito alle insurrezioni sopra citate, la Spagna perse progressivamente potere su Cuba, i coltivatori di tabacco spinsero le autorità ispaniche a concedere benefici economici e a varare una politica doganale meno soffocante fino alla sparizione del monopolio. A L’Avana comparirono in poco tempo le maggiori fabbriche di sigari leggendari e tutt’ora in auge: la Partagas nel 1827 la Punch nel 1840, H. Upmann nel ’44, e nel 1850 la Romeo y Julieta. Nel 1861 Cuba contava 1217 manifatture, 516 delle quali producevano puros destinati all’esportazione in Europa, dove il sigaro prosperava come moda nei ceti più abbienti. Nascevano le sale fumatori e venivano creati quegli abiti appositi per fumarvi di quale vi avevo già raccontato, gli Smoking

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Con l’evoluzione del consumo, i modi di presentare i puros si fecero più ricercati. All’inizio i sigari venivano raccolti in fasci numerosi e tenuti insieme con un nastro di stoffa colorata, ma dopo il 1830, quando l’ istituto di H.Upmann pensò di regalare un mazzo di sigari ai suoi dirigenti delle filiali londinesi inviandoglieli in scatole di legno di cedro sigillate, tutto cambiò. Gli arti marchi imitarono rapidamente la Upmann confezionando scatole con etichette e sigilli caratteristici della propria produzione. E questo divenne un must. Nel 1912 fu introdotto il Sello de Garantia , la tipica etichetta rettangolare verde e bianca riportante le frase “Cuban Government’s warranty fo cigars exported from Havana – Republica de Cuba – Sello de Garantia nacional de procedencia”, applicata al momento della sigillatura mediante chiodi della scatola. Esistono numerose storie e leggende attribuite all’invenzione della fascia per il sigaro che oggi ne riporta a marca. Pare che le fascette siano state introdotte originariamente per proteggere i guanti dalle macchie di nicotina del tabacco. Secondo alcuni, l’invenzione sarebbe da attribuire alla zarina Caterina II di Russia, che nutrendo un particolare debole per il fumo dei sigari dovette trovare uno modo per non sporcare i suoi guanti biachi immacolati. Ovviò arrotolando intorno ai sigari ritagli di seta bianca. Altri hanno assegnato l’onore ai dandy londinesi, che per lo stesso motivo avvolgevano l’estremità dei loro sigari in pezzi di carta. Solo intorno al 1830, l’ olandese Gustave Anton Block adotto il regolare uso della fascetta per i suoi sigari Aguila de Oro, denotando la differenza con gli altri puros in circolazione. In seguito tutte le marche lo imitarono. Il mantenere l’anello o meno durante una fumata oggi è del tutto personale data la passata abitudine di usare guanti bianchi in società : solo in Inghilterra fumare con l’anello è considerato cattiva forma poiché si presume che il fumatore voglia pubblicizzare la marca del proprio sigaro. Io personalmente scelgo di togliere la fascetta quando sono a metà del sigaro.

Nel secolo successivo, dopo l’ampia diffusione in Europa delle “sigarette” (carta e tabacco) fumate dai russi durante la Guerra di Crimea (’53), i sigari vennero messi da parte e si radicarono più che altro nelle abitudini dei fumatori più facoltosi o degli appassionati. Si calcola che Winston Churchill abbia fumato più di 300.000 i sigari nella sua vita; e si narra che nel primo raid aereo su Londra, il primo ministro più che temere per la propria vita, temesse che una bomba colpisse il negozio della Dunhill dove erano custoditi i suoi sigari. Una notte una bomba centro il negozio ma una telefonata del direttore in piena notte lo rassicurò – ” Miracolosamente i vostri sigari sono salvi, Sir! “-. I suoi preferiti erano i Romeo y Julieta e in suo onore il marchio ssi intitolò per l’appunto il Churchill. Il presidente americano J.F.K , accanito fumatore di Petit Upmann di H. Upmann non poté fare a meno di assicurarsi che qualche suo stretto collaboratore reperisse per lui a L’Avana una scorta di questi sigari, prima di firmare nel 1961 un documento che avrebbe marcato l’embargo nei confronti di Cuba. Gliene portarono ben 11.500. Fidel Castro, di conto suo, quando era salito al poter nel ’59 prese la decisione di nazionalizzare tutte le manifatture di sigari. Questo costò la sparizione di molti puros leggendari e alla perdità di qualità che li aveva resi celebri nel Mondo. Fù Ernesto Guevara a dissuaderlo in seguito, e da ministro dell’industria della Repubblica di Cuba diede vita ad un organismo preposto al compito di coordinare e gestire le varie manifatture: la Habanos S.A. Castro colpevole della momentanea svista ideologica, seppe farsi ben presto perdonare scoprendo Eduardo Ribera. Assaporato il profumo dei sigari che fumavano dei suoi ufficiali durante una riunione, domandò a chi si dovesse il merito per un sigaro artigianale tanto buono; gli indicarono un contadino della regione del Vuelta Abajo, dove nascono le piante di tabacco migliori di Cuba. E il lider maximo assuefatto dal sapore ineguagliabile lo nominò responsabile di una nova manifattura, forse la migliore del mondo. Ribera scelse per darle nome della cerimonia nella quale gli antichi indios erano soliti fumare:La Cohiba.

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Per concludere un po’ di numeri: Il processo di semina del tabacco si svolge a settembre. Se tutte le foglie di una pianta sono di buona qualità si possono ottenere fino a 32 sigari. Fasci di 5 foglie vengono appesi a pali disposti in appositi capannoni all’interno della piantagione per il processo di essiccamento, che dura fino 60 giorni. Segue la cernita e la suddivisione in fasci legati in mazzi da 50 dentro contenitori nei quali avverrà la fermentazione. Ci sono 60 diversi formati di sigari avana, ma quelli convenzionali si possono ridurre ad una dozzina. La lunghezza di un sigaro avana varia dai 10 ai 23cm ed il suo calibro va da 26 a 52. Per calibro si intende la circonferenza sigaro che viene espressa in termini di 1/64 di pollice (1 pollice equivale a 2,54cm).

di Davide Bartoccini

Questo articolo è stato scritto per http://www.Polinice.org dove collaboro scrivendo di Moda e Costume e Storia

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