La sottile linea rossa tra moda e immondizia.

 

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Un confine sottile da attraversare, con le babbucce da notte ad una serata di gala; un limite labile che sempre più spesso sfocia nel definibile, quando indossando degli accessori kitsch griffatissimi, più che completi si passa per addobbati, da una bambina delle elementari che vi odia, per giunta. Una “sottile linea” che bisogna saper riconoscere prima che sia troppo tardi. La sottile linea rossa è un termine giornalistico che è stato coniato proprio il 25 ottobre di 160 anni fa, quando durante la battaglia di Balaklava un reggimento di fucilieri scozzesi con le loro tipiche gonnelle (che oggi al Pitti indossano anche i metrosessuali non scozzesi) e le raggianti giubbe rosse ( riprese e strariperese negli anni passati dalle tendenze Army style ) si disposero in una lunghissima e sottile linea per respingere una carica di cavalleria russa, era l’ultima linea che li separava dall’inevitabile fine. Ecco oggi le sorti della Moda vertono nella stessa pericolosa situazione. Oggi la moda combatte sulla stessa sottilissima linea, e spesso è in grado di difendersi a malapena dalle accuse che la apostrofano come l’immondizia ridicola della postmodernità. In equilibrio su questa linea come eterni funamboli stars e vips, che solo perché abbastanza belli, famosi e strapagati, vengono graziati (quando non esagerano) dai rotocalchi che li definiscono stravaganti ed estrosi. Cappelli con i Pon-Pon, gonne da uomo,, zainetti di peluche, calze scozzesi da anziano nostalgico e calzoni corti da boy-scout, copri iphone con paittes e pendenti effetto catalorefrangente autostradale, poncho bislacchi, blazer fantasia copri-divano anni ’70, ciabatte con le calze di spugna e occhiali vintage a profusione: provate a vestirvici voi nello stesso modo e ditemi se vi accompagnereste a prendere un caffè in un posto che non sia Brooklyn senza dire che è perché avete perso una scommessa.

Nelle scorse settimane, sono usciti parecchi articoli esilaranti sulle varie Fashion weeks, tra quali annovererei principalmente : “Mi sono vestita come un’idiota per vedere in quanti mi avrebbero fotografata alla London Fashion Week” per Vice.com e ” Milano Fashion week: Le domande non hanno senso ma gli stylist rispondono convintissimi” prosa del video diffuso sul sito di Radiodjay.it. Il primo descriveva per filo e per segno come una giovane giornalista londinese abbia frugato nell’immondizia e investito 15 euro per creare gli oufits che per tutta la settimana hanno stregato gli obiettivi delle reflex dei fashion bloggers; ci sono cascati con tutte le Vans quando lei millantava stracci trovati accanto ai secchi della differenziata per capi vintage di lusso. Il secondo invece, vede come protagonisti individui che sembrano usciti da un video degli LMFO e che, intervistati fuori dalle sfilate annuiscono compiaciuti quando gli viene domandato se indosserebbero i cappelli dello stilista Qaboos bin Said ( il sultano dell’Oman) o sfoggiano perentori commenti di repertorio sulle collezioni di Carrom ( un gioco da Tavolo); Insomma roba così. E’ stato a quel punto, con i ricordi raccapriccianti della VogueFashionNightOut di Roma ancora nitidi nella mia mente, che mettendo a palla Thrift Shop di Macklemore su iTunes, mi sono andato a spizzare un paio di blog che hanno esibito e recensito i look sfoggiati alle varie fashion weeks e ho iniziato a rimuginare su questo: “Ma come è arrivata la moda a farci vestire come se fossimo degli ubriachi usciti da un mercato delle pulci con l’unico desiderio di farci perculare ?”

La risposta ponderata a parer mio deriva dalle contaminazioni ( poi diventate ossessioni e travisamenti) sempre più invasive dello Street style rispetto ai gusti degli stilisti e degli stylist. Un circolo vizioso o virtuoso che nasce quando una FashionBlogger di discreta fama abbina qualcosa di estroso (possibilmente molto costoso per guadagnare credibilità) con qualche trashata vintage che magari ha indossato per pura pigrizia (tanto è praticamente una modella mancata quindi gli sta bene tutto) e si fotografa a spasso per la strada, magari mentre fa finta di fermare un taxi. A quel punto, quelle che sono state generalmente etichettate come “sedicenti fashion blogger che si vestono come contadine ucraine” la prendono sul serio e la emulano alla meno peggio con risultati più o meno disastrosi. Mediaticamente la cosa prende piede, e le collezioni proposte in seguito peggiorano, aggiustando il tiro sui gusti delle masse sempre malleabili come l’argilla fresca. La cosa si fa grave quando il fenomeno di FashionBlogger abbraccia anche il sesso maschile. Li la sottile linea rossa viene calpestata avanti e indietro con una nonchalance imbarazzante: Homer Simpson che salta dall’America all’Australia davanti all’Ambasciata. E dire che è stato proprio un uomo, prima della Ferragni e compari a dare un significato e un senso allo StreetStyle; il fondatore di THESARTORIALIST.com, uno dei primi blog che bazzicavo parecchio quando volevo scoprire le mode di domani, mettendomi al sicuro dal mainstream almeno per un po’. E’ infatti Schoot Schuman nel 2005 ad unire la sua passione per la moda e per la fotografia così originalmente da riuscire ad influenzare il mondo della moda, oltre a creare uno blog tra i più seguiti che fungerà da ispirazione per tutti gli altri a seguire. Andando in giro per Manhattan, Londra, Parigi, Milano, fotografava studenti e passanti per strada, tutti coloro che indossassero qualcosa di interessante, ben abbinato, non banale e piacevole. E’ per essere fotografati da celebrità come lui, che se ci si affaccia fuori dal Pitti o fuori dalle sfilate di una qualsiasi FashionWeek, troviamo decine di persone vestite da sfilata intente a fare finta di leggere email importanti sui loro blackberry; cercano lo scatto che li immortali come “coolpeople”. La regressione delle tendenze, a mio parere, ha portato anche santoni del panorama della moda come il buon vecchio Scott non saper più distinguere lucidamente cosa è realmente fruibile e passabile per moda, e quali sono scatti fotografici NoSense a persone che sembrano essere uscite per strada dopo una brutta sbronza indossando i primi vestiti che gli hanno prestato. Un punto di non ritorno, e chi prende spunto peggiora lo stato delle cose. Questo NoSense si traduce nell’immondizia che viene innalzata a tendenza su Instagram e consacrata in moda nelle vetrine di grandi e piccole firme. La stessa che poi si confonde tranquillamente con l’immondizia che la pungente inviata di Vice ha riciclato, e che è stata immortalata dai FashionBlogger meno esperti, confusa come incubatrice di una nuova tendenza in ascesa a metà tra lo spaziale e il naïf. Non è carino pensare che la moda sia l’ignoranza 2.0 e debba raschiare l’antiestetico fondo del barile. E poi insomma io non vorrei ritrovarmi a dover rovistare per una settimana nell’immondizia per essere trendy, la parola peggiore che conosco dopo apericena, e voi?

db

Questo articolo è apparso su Polinice.org

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