Simposio contemporaneo sull’essenza del Dandy

dandy

“Le Dandy est mort, Vive le Dandy!”

Esiste ancora il Dandy nella contemporaneità? Oh certo che si, ma spesso è molto diverso da colui che viene investito di tale carica.
Oggi con la prematura scomparsa dello stile, si confonde spesso la stravaganza sovrapposta, l’eccessiva pomposità del vestire maschile, l’esuberanza cromatica degli abbinamenti o più semplicemente la pacchianeria, per confezionare sulle riviste di moda proposte pubblicitarie che ingannino lo zelante lettore che ambirebbe a vantare tale titolo. Sfatiamo la tendenza dell’addobbo griffato e ripartiamo dai fondamentali.
A prescindere da cosa indossi, da quale sia la sua posizione sociale, o la sua capacità economica, dalla sua fisicità : Il dandy è qualcuno che pensa di poter diventare un’’opera d’’arte vivente, un instancabile dannunziano Andrea Sperelli che esprime se stesso attraverso gli abiti, i modi di fare, le pose, e i virtuosismi. Thomas Carlyle in una sua opera banalizzo il tutto definendo il dandy come un “un uomo il cui settore, ufficio e esistenza consiste nell’indossare abiti”, ma il dandy è molto più di ciò che si possa ipotizzare finché non se ne conosce uno. La sua vita non si riduce alla frivolezza, anzi è spesso travagliata di infiniti amori e temerarie scelte. Nemico giurato della borghesia dalla quale spesso è provenuto, fuggiasco alla macchia dall’aridità della società che lo circonda, ricercatore disperato di bellezza, romantico ed eterno pioniere anacronistico, viveur a tratti pigro e instancabile, sublime e caparbio mucchio d’ossa che citando Oscar Wilde: “Se non è un’opera d’arte… almeno decide di indossarla“.

L’eleganza del dandy è sottilmente démodé, eccentrica alle volte ma spesso mirante al passare inosservata dai più, insita nell’ adorazione del particolare, fatta di contrasti, stupefacente, ricercata nell’imprevisto. Dei mocassini vecchi e sfatti sotto un abito di finissima e andata fattura sartoriale inglese, magari doppio petto, una camicia di jeans acquistata troppi anni fa in mercatino dell’usato a Brooklyn e una pochette di pura seta dalla fantasia stravagante ma ben riflettuta, un taglio di capelli eccellente e lo sguardo affascinato. Solo a volte affascinante. I suoi appetiti complicati, il dandy spesso ama se stesso più di ogni altra cosa lo circondi, “quell‘idillio che dura tutta una vita” suggeriva sempre Wilde, per questo spesso non investe troppo tempo nell’ars amatoria.
Curzio Malaparte diceva di non voler andare a letto con più di una donna a settimana per non “sciuparsi”. Ma non bollatelo semplicisticamente di omosessualità. Supposizione banale come chi la suppone di solito. Riguardo alla moda egli se ne distanzia regolarmente, la usa finché non lo diventa, la crea se proprio deve, senza mai subirla anzi, troppo spesso si diletta ad esserne il fiero assassino. Non gli importa quali sono i colori presentati alle sfilate per questa stagione, o le nuove forge di scarpe in voga sulle passerelle, o i nuovi outfit rivisitati nella scena internazionale, di quali firme altisonanti inducano all’omologazione sovraprezzata. Che tali vezzi solletichino coloro a corto di eleganza o fantasia. Riguardo alla lussuosità dei suoi capi egli predilige essere elegante indossando vestiti normali, accessibili a tutti magari ma elevati da lui stesso e dal suo estro. Poiché essere elegante con oggetti unici che nessun altro può permettersi è troppo facile, a suo parere.
Certo noi stiamo parlando del contemporaneo, per quanto oggi come ieri non sia mai stata la disponibilità economica un fondamentale nella vita del dandy, non si può negare di certo che essa aiuti. Frequente abitudine dei dandies ottocenteschi, era quella di riempirsi di creditori piuttosto di proibirsi abiti confezionati su misura e ideati da loro stessi per raggiungere la trasfigurazione della bellezza che essi bramavano. Altrettanto frequente l’abitudine di sposarsi con donne dalle ingenti rendite solo per condurre una vita all’insegna dei vizi, e saldare i debiti contratti prima delle nozze. Del resto un dandy ottocentesco oggi, riconoscerebbe in una giacca moderna, anche confezionata da Caraceni, decine di difetti che oggi non saremmo neanche capaci di individuare. Figuriamoci in una giacca confezionata da una griffe dozzinale.
Abbiamo spesso citato Lord Brummel le beau per i suoi blazer, Oscar Wilde per le sue calze, Baudelaire per i suoi guanti gialli e i fiori all’occhiello, Gabriele d’Annunzio per le sue scarpe e i suoi colletti spavaldi, James Joyce per i suoi spezzati e l’affascinante benda. Ma chi possiamo annoverare tra i dandies contemporanei? Scordatevi di trovare Oscar Giannino, Lapo Elkan, o Carlo Rossella o quel babbeo che gracchia ” ma cooome ti vestii?!?”
Il poeta Alberto Arbasino,il Duca di Windsor Edoardo VIII, lo scrittore Alain Elkann, il pittore e gallerista Daniel Hourdé ,lo stilista Karl Lagerfeld (ritratto splendidamente nei vecchi fasti da Helmut Newton) , il designer Carlo Rampazzi, lo scrittore Tom Wolfe, Pim Fortuyn, il critico d’arte e giornalista Philippe Daverio, l’artista Yinka Shonibare, il designer Alberto Bongini, il disegnatore Philippe Jullian, il giornalista Nick Foulkes, l’artista Christos Toledo, il fotografo John Stoddart, il decoratore David Carter, Alexis de Redé, il mondano Gottfried von Bismarck, l’artista Pasquale Di Donato, l’editor di Vogue Hamish Bowles.. e tanti tanti altri illustri sconosciuti, che silenziosamente si incontrano per la strada di una qualsiasi città, e che anche senza conoscersi, né presentarsi, né rivedersi mai più, quando si riconoscono come appartenenti alla stessa romantica loggia, quella dei dandies, si scambiano un compiaciuto e distinto sguardo di approvazione. Un cenno che vale più di mille complimenti indesiderati da chi giace nella sconsolante conformità.

db

L’articolo originale si trova su www.Polinice.Org dove collaboro nelle rubriche di Storia e Moda e Costume

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