Il D-Day , dovevo ricordarlo.

Settant’anni dal D- Day.

Poco prima della mezzanotte di questo 6 giugno, scrivo.

Sono trascorsi 70 lunghissimi anni da quella data procrastinata dal maltempo e le maree, così famosa e così casuale. “Ah” quanto ci tenevo a scrivere un mio pezzo su questo argomento. Io che più o meno dall’età di 8 anni ogni 6 giugno mi sveglio all’alba e guardo uno dei miei film preferiti “The Longest Day”, io che mi sono fatto portare di prima mattina in Normandia, mentre tutti i ragazzini delle medie volevano andare a Malta allo UK study, perché volevo sentire il profumo della Manica, dell’erba bagnata all’alba, sentire la sabbia di Omaha beach, la sua consistenza, la sua disinteressata notorietà. Poi questa mattina mi sono svegliato e ho letto l’articolo di Bernad Guetta sull’Internazionale ( http://www.internazionale.it/opinioni/bernard-guetta/2014/06/06/il-tradimento-del-giorno-piu-bello/)

Così giusto, così vero : “Sono passati settant’anni, e mentre ci prepariamo a rendere omaggio ai veterani che sbarcarono in Normandia sotto una pioggia di pallottole, ci ritroviamo a provare vergogna, consapevoli di non essere stati all’altezza della libertà che ci è stata restituita. “

Mi è passata ogni voglia. Quell’affermazione così veritiera e spiazzante rendeva inutile ogni mio vano, fiacco, dozzinale ed inutile entusiasmo commemorativo. Mi sono messo a fare altro. Ma poi la mia attenzione è rifinita su una foto che ho trovato frugando tra la mia roba giorni fa; Me e mio fratello piccolissimo che posiamo in foto con dei veterani inglesi incontrati in vacanza quell’estate in Normadia. I loro capelli argentei, le loro medaglie di colori dalla vivacità immortale, i loro sorrisi timidi, le loro cravatte di reggimento, i loro blazer così marziali ed eleganti nel portarsi il dovuto rispetto.

image

Allora l’idea di rinunciare a scrivere qualcosa mi è passata. I volti di quegli uomini conservati nella storia e liberati da un vecchio rullino hanno fatto breccia nelle mie intenzioni, hanno ispirato la voglia di raccontare di uomini straordinari. Di Simon Fraser per esempio, il 15’esimo Conte di Lovat, l’aristocratico capoclan scozzese che guidò i Commandos inglesi nello sbarco a Sword Beach e del suo personale suonatore di cornamusa, l’imperturbabile Bill Millin, che lo seguì in ogni azione per l’intera durata della guerra suonando inni celtici  immortali. Dell’ilarità degli uomini che allestirono per giorni e giorni campi d’aviazione con aerei, carri armati di cartone e soldati di carta pesta per sviare i tedeschi inducendoli a pensare che gli alleati si affollavano dall’altra parte dello Stretto di Calais. Del genio dello scrittore Ian Fleming, quello di 007, allora arruolato nella Marina britannica, che indusse i servizi segreti dell’MI5 a lanciare in mare da un sottomarino il cadavere di un giovane suicida vestendolo da ufficiale dei Royal Marines e ammanettandogli una valigetta con falsi documenti che suggerivano un imminente ed ingente sbarco alleato nel Mediterraneo. Sospinto dalle correnti sulle coste spagnole William Martin, quello fu il nome inventato per quell’attore defunto, seppe convincere i tedeschi del falso meglio di tante spie doppiogiochiste ben pagate. Dirvi della fatica dei meccanici di tutti i campi d’aviazione della RAF che dipinsero in una notte “ali e pance di ferro” di 5.000 tra caccia e bombardieri con strisce bianche e nere per renderli più riconoscibili tra i piloti alleati, e della sconsolatezza nel doverle  completamente togliere il giorno dopo, per ridipingerli  da capo come erano : perché le strisce del D-Day erano troppo evidenti. Raccontare della fortuna di John Steele, paracadutista del 82′ div. Aviotrasportata, che lanciato per sbaglio sulla cittadina occupata di Sainte-Mère-Église rimase appeso per tutta la notte alle guglie del campanile con il suo paracadute, ed ebbe per questo salva la vita. O della scaramanzia dei riti tribali dei paracadutisti della 101 div. Aviotrasportata che trascorsero il pomeriggio prima di decollare per l’azione tagliandosi l’un l’altro i capelli alla Moicana e dipingendosi i volti come gli indiani d’America per spaventare il nemico a prima vista. Tutto al suono delle loro simpatiche cicale. Citare la come ogni anno i versi della poesia di Verlaine “Les sanglots longs des violons de l’automne mon coeur d’une langueur monotone”, il segnale in codice per  avvertire l’integerrima Resistenza Francese che lo sbarco sarebbe avvenuto il giorno successivo. E poi della rabbia mista alla frustrazione degli alti ufficiali della Wehrmacht che si accorgevano di essere in procinto di perdere la guerra perché l’incontraddicibile Adolf Hitler, l’unico con il potere di spostare le divisioni corazzate in difesa delle coste del Vallo Atlantico , aveva preso un sonnifero e aveva ordinato di non essere svegliato.

Forse un segno divino, potrebbero dire. Ma quale dio avrebbe aperto gli occhi così tardi permettendo tutto il resto?

Queste sono storie di uomini come noi, uomini che fanno la Storia. Raccontandole li sento più vicini. E sapere che per ogni uomo citato in questi aneddoti, esistono altre cento storie di uomini come quelli che sorridono in quella fotografia. E per ogni sorriso ci sono cento lacrime per tutti coloro che hanno perso la vita sulle spiagge della Normandia. Magari dopo soli pochi passi nell’acqua gelida dell’alba. Abbattuti dalla contraerea che trancia le ali nella notte più scura. Colpiti alle spalle mentre il paracadute  li accompagnava nella discesa come goffi angeli stranieri. Sacrificatisi per un’idea. Ebbene per questo non bisogna mai smettere di raccontare, di ricordare con devozione chi quel giorno è caduto nel nome di una libertà utopica, chi ha combattuto per essa sperando sinceramente in un Mondo migliore, per cercare la pace.

Quando lessi per la prima volta la sceneggiatura originale di “Save private Ryan” poiché il film veniva vietato ai minori di 14 anni, un tratto mi commosse fino a rendermi gli occhi lucidi: quando l’insegnante del liceo che tutti vorrebbero, travolto dal divampare di una guerra tra il bene ed il male, e costretto a spingersi oltre le linee nemiche per salvare la vita ad un solo giovane soldato in una terra straniera gli diceva morendo – ” Meritatelo”.

Oggi torno a pensare a quella scena, e  mi faccio tante domande. E spero che chi ha avuto la pazienza di leggere fino in fondo,  se le ponga insieme a me, superando la vergogna e provando a meritarselo.. il D-Day.

Paratrooper_applies_war_paint_111-SC-193551cropped

cap

11336856_424846277697627_4605081541114191672_o

50th_division

Schermata 2015-06-06 alle 18.16.39

D-Day +1

db

Legotha blog copyright

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...