Fenomeno Hipster: Perché ancora ne parli?

Vi domanderete: ”Ma cosa c’è ancora da dire di questa sub-cultura che è ben più che proliferata negli ultimi tempi? Basta! Già dobbiamo vederli ogni giorno, ovunque, senza tregua, come i morti nel Sesto senso per il bambino morto (ooops).”

E’ vero, gli Hipster, sono dappertutto ma non si sa ancora perché. Questa folta schiera di sedicenti fashion blogger, fotografi di specchi, pittori della domenica, scrittori di baggianate che si plagiano tra loro, disegnatori di moda che non andrà, dj schiavi di Traktor, tatuatori casalinghi con il debole implicito per i Picasso, nullafacenti di ogni specie. Si differenziano dai semplici alternativi proprio per la loro inclinazione artistica, ma si riconoscono più facilmente per le loro abitudini e per i loro buffi costumi. Nel corso del tempo come avrete potuto osservare si sono evoluti e rinnovati ma purtroppo mai abbastanza eruditi, perché per loro l’arte è un gioco, un passatempo a scadenza prefissata: trovare un lavoro serio. E’ proprio questo che forse li fa andare un po’ indigesti a tutti. Sviliscono le passioni. Infamano i veri creativi, quelli che certi stili di vita li hanno scelti perché la vita conformista gli andava stretta sul serio, non perché non scopavano senza.

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Quanti amici avete che sono passati dallo stadio curabile delle all-star a quello delle scarpe stringate logore con le calze di spugna comprate al mercatino dell’usato a Monti? Dall’ SH125 alla bicicletta anni ’60. Quanti hanno nascosto le Hogan in garage e si sono fatti crescere i baffi a manubrio? Quanti hanno abbracciato la religione dei jeans skinny, ma rincasati fanno fatica a sfilarlseli e quindi ci si addormentano calandoli e basta, rimandando al giorno dopo l’ardua impresa. Le reflex, le Vans fisse con quella Stella di Davide occulta che adesso accompagna anche i passi di ex protofascisti riciclati. La sciarpetta anche l’estate. Le cuffie Doctor Dre per sentire con l’iPhone musica cacofonica. Il taglio di capelli approssimativo. Quanti hanno camuffato la loro stupidità, nascondendola neanche troppo bene sotto una sottile maschera di intellettuale superficialità che non è altro che triste emulazione di divi da bar.
Ma facciamo un passo indietro e concentriamoci sulla parola “emulazione”, poiché nasce tutto da la.

Gli Hipsters, originariamente, erano quei ragazzi bianchi appartenenti alla classe media, che negli anni ’30 volevano imitare i giovani jazzisti afroamericani, con i loro cappelli a falda stretta, i loro slang, le loro giacche larghissime, affascinati dai ritmi della loro nuova musica (e chi si intende un po’ di storia, oltre la moda, percepisce il contesto sociale). Erano i nuovi bohémien, “The White Negro” come scriveva Norman Mailer nel suo omonimo saggio.
Quelli che maturati avrebbero dato vita, tra le altre, alla Beat Generation. Ecco. Ma queste contemporanee vittime del mainstream, chi vogliono emulare invece? Con queste barbe da finti praticanti ortodossi e questi tatuaggi spavaldi tutti uguali, da braccio della morte anni ’20: forse dei boscaioli del Nebraska gay?
Sì, in molti ne siamo turbati, ma la loro longevità e diffusione tuttavia continua a spingerci a parlarne. A ricercare, a scervellarci sull’origine del mutamento morale che, oltre all’esponenziale cambiamento della larghezza dei pantaloni, ha cambiato anche la vita del nostro vicino di casa. Fino ieri si accontentava di giocare a calcetto il mercoledì, oggi invece suona l’hang in un ristorante macrobiotico accompagnato dalla ragazza con la cornamusa elettrica. Cosi tante persone hanno trovato la fede, la risposta al senso della loro esistenza entrando da AmericanApparel drogati di Popper. Perchè io non ci sono riuscito?

L’invidia mi divora, ma il cavallo dei miei pantaloni lascia ancora qualcosa all’immaginazione, e me ne fregio. E dal basso della mia modesta preparazione sociologica, sospinto da un poco di osservazione, traggo la mia conclusione per placare la mia sconfinata curiosità e forse anche la vostra. In tempo di crisi: una bicicletta rubata comprata a Porta Portese, una canotta nera, saltuarie visite al barbiere, un posto fisso da barista in un pub-libreria, l’essere laureati e svolgere un lavoro manuale giustificando il tutto con la contropartita di garantiti rapporti sessuali con le clienti che studiano lettere e filosofia, una velleità artistica tirata fuori random dal cilindro, rendere figo persino andare dal ferramenta immortalando la cosa con una foto giusta da mettere su Instagram, nonché il poter svolgere regolari peregrinazioni a mercatini vintage dove si beve gratis e si acquistano indumenti a pochi soldi, garantisce la prosperità della specie e ne appaga i sensi in modo cheap e attraete per le masse. Dunque, è questa la risposta alla sopravvivenza e alla loro proliferazione. E questo è tutto, temo.

 

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db

 

 

Questo articolo è stato scritto per www.polinice.org dove collaboro mensilmente scrivendo di Storia e Moda e Costume.

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