Te lo ricordi com’era prima di Facebook?

” Se solo avessi saputo, avrei fatto l’orologiaio”

Albert Einstein, dopo il 1945
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Questo pezzo non è altro che il frutto dell’ennesima riflessione che ha accompagnato l’intera durata di The Social Network, che stanno riproducendo a tromba su Sky Cinema in questi giorni, che mostra l’origine della nostra nuova finestra sul Mondo. Roba vecchia però, discussioni da bar.

Le poche alternative, la colonna sonora di Reznor ipnotica, e la necessità di ascoltare battute pronte e sagaci, non ci hanno messo molto a convincermi di posare il telecomando che scorreva la griglia senza posa con una canzone di sottofondo che neanche mi piaceva. Conoscendo già a memoria trama, battute e finale, tra una scena e l’altra la mia mente ha sconfinato utopicamente nell’assurda previsione di un futuro senza Facebook. Come sarebbe se “Faccialibro” uscisse dalla nostra vita. Per un istante, mentre scrivevano l’algoritmo sulla finestra pensavo a cos’altro si potrebbero inventare nella prossima era. Ma poi ho ritenuto che fosse decisamente meglio non sforzarmi a pensare a quale altra droga telematica potrebbe prendere il suo posto. Avrebbe richiesto troppa concentrazione, troppa immaginazione e un po’ di fatica. Ed io avevo voglia di divano. E non posso rischiare in nessun modo di rendermi ricco come Zuckerberg. L’eventualità remota, è tuttavia rischiosa, e vi porterebbe presto o tardi ad odiarmi. Perché, non essendo io precisamente un innocuo nerd taccagno, passivo, disinteressato e colluso con i sionisti, la CIA o l’NSA, finirei nello spendere i miei 50 miliardi di dollari per abolire il giuoco del calcio e per deportare tutti i cretini nella tundra, uccidendo previamente chi di loro ignorasse cosa sia la tundra (dunque tanti). Obbligherei inoltre tutti gli abitanti del Principato, che nel frattempo avrei acquistato a vestirsi come se fossimo tutti quanti sul set de Il Grande Gatsby. Insomma, temo che qualcuno potrebbe volermene.

Ad ogni modo, quando mi iscrissi a Facebook, vale a dire quando mi inviarono e di conseguenza inviai la prima richiesta di amicizia, era il 2007. Per essere arrivato a me, evidentemente non si trattava più già da tempo del social network elitario riservato ai delfini di Harvard e della Ivy league. Tuttavia non autocommiseriamoci troppo: è comunque bello ricordare come, a quei tempi, se raggiungevi il numero di 50 amici (non 1000 e passa come oggi giorno) qui da noi voleva dire che eri uno “che stava avanti”. Affascinante la congiunzione in linea con i gradi di separazione che conferma il film, erano infatti per lo più tutti studenti di scuole private americane o straniere i miei amici online di allora. Tipi che avevano ricevuto la “dritta” molto prima che la sua inflazione democratica lo riempisse di “buiaccari” in pose fashion, che nei selfie sfondo tazza del cesso sfoggiano la capezza d’oro a petto, l’occhiale trendy postmoda, le pettinature alla Moira Orfei e i nomi da ricercato dell’Interpol tipo Francesco Nontinteressa, Giu Liana e Ludovico Nontelodico.

Di lì a poco, per me, come per tutto il resto delle persone che mi circondavano, il modo di comunicare e conoscersi sarebbe cambiato profondamente. Essendo classe 1987, c’è chi direbbe (come me stesso) che appartengo alla vecchia scuola. Noi nati alla fine degli anni ’80 del resto, siamo stati gli ultimi ad aver avuto l’occasione, o il privilegio, di comunicare nel corso della nostra crescita le nostre emozioni (e se ridi sei una brutta persona) attraverso mezzi che appartenevano più ai nostri genitori che a noi. Siamo stati testimoni passivi e poi pionieri in casa di tutte le grandi innovazioni, anche se talvolta eccessivamente inutili. Uno su tutti il t9 per gli sms che, brevettato per rendere la stesura di un short message più veloce, finisce per non fare altro che inventare per te espressioni in lingua powathan quando intendi superare i 6 caratteri nella stessa parola. Per non parlare della chiamata vocale, invenzione felicemente inutile quanto la moto a 3 ruote.

Insomma, noi da piccoli scrivevamo ancora le lettere quando era troppo importante per dirselo al telefono, quando era troppo imbarazzante dichiararselo in faccia, quando eravamo distanti anche solo una città ma ci conoscevamo in vacanza. Noi ci chiamavamo dal telefono bianco con il filo della Sip. Mamma faceva il numero, salutava l’altra parte dell’apparecchio e poi ci lasciava dire a noi : “allora vieni a giocare casa mia oggi pomeriggio?” Mitico, lontano, per sempre compagno di classe delle elementari. A casa dei nonni, a cena, potevamo ammirare quei telefoni che per digitare il numero dovevi ancora girare la ghiera, e nella quale si incastravano puntualmente le dita dentro allo zero. Abbiamo scoperto i primi cordless, beige e grigi che arrivavano dagli States, e tiravamo sempre su l’antenna per gioco. Ma prima di poterli usare con riservatezza, tappati in cameretta con la musica per sviare le intercettazioni familiari, quanti metri di prolunga abbiamo srotolato. Per essere li, soli, con l’altra parte della cornetta.

Abbiamo visto crescere i personal computer, quelli dell’ufficio di papà, con lo schermo nero e i caratteri verdi. Quelli del “piazzati qua e non toccare niente”. Poi i primi portatili, IBM, Apple, le e-mail per le cose serie. Intanto abbiamo portato a spasso i primi telefoni portatili che si attaccavano in macchina, l’ammiraglia di casa.

Abbiamo usato il citofono per far scendere giù gli amici. Abbiamo usato il primo telefono cellulare, che era prestato dai tuoi quando facevi tardi. Spiegato a loro di rimando come si usavano gli sms. Bramato lo Startac, poi tutti, tutti gli altri, quelli piccoli, quelli più piccoli, quelli con snake, con lo schermo a colori, con la fotocamera usata 4 volte in tutto. Per arrivare a MSN e la prima e-mail personale, una delle cose più imbarazzanti che potranno rinfacciarti per sempre. Le chattate durate notti intere, i trilli, a caso per dispetto, per apprensione non corrisposta, le chat allargate, dove tutti aggiungevano contatti a buffo e si dicevano solo cazzate random, e se ci stava una che dall’avatar sembrava carina, l’aggiungevi subito, e dopo con la scusa di scusarti e ti eri sbagliato attaccavi bottone (marpioni doc dalla fine degli anni ’90). Poi le chat nei siti e nei blog (BB Suond Party co’ le lacrime). E poi lui, Facebook, le richieste d’amicizia, le inbox, i poke, (che poi cosa cazzo sono ‘sti poke poi me lo dovrete spiegare), le foto, i tag, i like, la chat.

Attraverso tutti questi modi di comunicare sono nate e svanite abitudini che ormai possiamo solo ricordare: chiedere il numero di telefono (l’unico che esisteva) e scriverlo su un foglietto, citofonare due volte per far capire che eri tu, fare le poste in piedi davanti al telefono fisso per non far rispondere tua madre prima di te, la conquista del telefono in camera perchè eri diventato grande e necessitavi della tua privacy. Gli squilletti sul “cell“, gli squilli anonimi, il 4888 salvato sui numeri, i messaggini – quelli di chi ti voleva conoscere con scritto: chi sei? ai quali rispondevi: ma chi sei tu? –  La mail con 87 o 88 prima della @, il nick di MSN e la canzone in ascolto in celestino. Tutto questo svaniva e piano piano, da un giorno all’altro, veniva completamente soppiantato da un nuovo modo di interagire.

Adesso si poteva sapere sempre dove si era, chi si è conosciuto, dove andava a scuola, che lavoro, che posti posti frequenta. Dove si è andati in vacanza, altro che cartoline, altro che album su Facebook, passato di moda anche quello, Instagram. Attraverso le foto, i tuoi commenti, è tutto davanti ai tuoi occhi, a portata di click, ad un tiro di schioppo.

Abolita per sempre nella scaletta delle presentazioni quelle classiche tre domande che facevi ad una ragazza appena conosciuta: 1) sei fidanzata? (ora c’è scritto); 2) dove vai a scuola o all’università? (ha frequentato blablabla, studia presso blablabla); 3) dove giri di solito? (vedi tag, location tag, photo tag). Sono cambiate le regole d’ingaggio.

Tutti abituati a vivere cosi, assuefatti. Con la certezza che se non trovassimo altro modo per rincontrarla, e non potessimo fare a meno di conoscerla, basta digitare su Facebook il suo nome e cliccare “aggiungi agli amici”. Per sapere tutto ciò che ti può servire di sapere della sua vita non più privata.

E via con il tam tam che la degenerazione delle mode porta sempre in grembo come un figlio scemo: i PR, moltiplicatisi come gremlins (che manco dopo la scorsa settima di pioggia a Roma), lavorando solo su Facebook ti intasano la posta di inviti che non gradiresti mai ricevere. La gente che non l’avresti mai detto, ma si è messa insieme a qualcuno, vuole ricordartelo ogni giorno e per non correre il rischio, ti intasa di cuori (quando sono cuori) e di lagne depresso-malinconiche (quando non sono più cuori). Le notizie dei wall che preferiresti non vedere. La gente che reputa fondamentale intasare Facebook dei cazzi suoi doccetta con il mio cagnolino che sta mangiando in giardino, e il mio lavellino che sta facendo scorrere l’acqua e il mio ossiggenino che sto respirando e sono tanto happy. #amiche #bestfriendforever #pets&shower #acea #tolettapersonale #disoccupazionegiovanile”. Le crociate di quelli che si sono celebrati cavalieri dei cazzi degli altri e che non camperanno cent’anni manco se trovano il Sacro Graal in soffitta. E poi, peggiori ancora, le conseguenze delle conseguenze: gli alternativi che si cancellano. I finti impegnati che non se lo sono ancora fatto, ma scrutano attraverso i prestanome. Gli arcaici, che non ne sentono il bisogno.

Ma sopratutto la degenerazione che ti rende consapevole del fatto che se fai una cosa, in un modo o nell’altro, che tu lo voglia o no, c’è il rischio che su Facebook in qualche modo ci finisce.

E se domani spingessero il bottone off? Se finisse tutto questo Grande Fratello. Adesso che ne sono tutti assuefatti, drogati senza speranza,  con la capoccia china sullo smartphone anche mentre stanno al cinema. Ora che tutti ci sono abituati come l’acqua corrente a casa o il servizio al telegiornale su ”gli italiani che si preparano per il Santo Natale e acquistano meno regali secondo i dati Istat”. Che si fa?

Sarebbero in grado le persone di tornare a quella che era la normalità, a presentarsi, a conoscersi, a non monitorarsi schizzofreneticamente la vita wall-to-wall.

Io non credo, per troppi ormai Facebook è una finestra sul mondo a cui non vogliono rinunciare. Si tirano su le tapparelle al mattino, e si tirano giù alla sera. Vedo questa ipotesi come una lontana utopia. Facebook è reale quanto è reale il concetto che ormai su di esso, attraverso le notizie che si postano e si condividono, in base alle discussioni che si creano, ai commenti che le animano, si influenzano le masse e l’opinione pubblica. Nel bene o nel male, attraverso l’informazione e troppo spesso la malainformazione. E basta guardare a chi è nato dopo di noi anche solo di qualche anno per riscontrarlo. Non sa proprio cosa vuol dire ricevere una cartolina, riconoscere chi scrive dalla calligrafia prima di lettere la firma, immaginare il negozio di souvenir dove è stata acquistata in un paese lontano. Chiamatemi pure nostalgico ma “Non succederà più…“. Non capiterà più di fare finta che stavi passando davanti al telefono per caso, quando sai che sta per squillare, quando sai che è lei. Che se poi parte l’avviso di chiamata, aspetti che rinuncino. Che quando il cordless è scarico lo cambi con maestria, e se cade la linea ed è tardi, hai paura a richiamare a casa sua. Però che te frega, piuttosto di sentirla un altro po’, te la rischi sta figura dimmerda. Certo poteva sempre risponderti il padre che, inquisitorio e chiaramente scocciato, ti sparava addosso quel “PRONTO!”. E li eri costretto ad abbandonare, ad attaccare imbarazzato ai massimi livelli. Però eri comunque felice, sorridevi al buio.

Ma in tutto questo, tu che ne pensi Mark? Te lo ricordi com’era prima?

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Un pensiero su “Te lo ricordi com’era prima di Facebook?

  1. Leggendo è stato inevitabile chiedersi se la tecnologia usata da noi durante l’infanzia fosse avvertita nello stesso modo dai nostri nonni. Chissà se il bambino dei giorni d’oggi scriverà tra vent’anni un post nostalgico sugli smartphone o i touch-screen, sostituiti dai google glass o da qualche lettore ottico ultrasottile.

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