“Son qui, inghiottito da un buco della storia, e vi domando memoria.” Un racconto apolitico dal profondo delle Foibe

Tutto è buio intorno a me. Una nuvola di passaggio, lenta e abbastanza grigia da parer fumo, mi benda e insieme a me benda pietosa la Luna, che di lì in alto, osserva lo scorrere dello scempio. Nelle tenebre ora, quasi nulla si scorge. Non vuole mostrarsi in volto la fine che si prospetta. È occultata e infame. Nel silenzio della campagna che mi è familiare, tra la fredda rugiada che bagna i piedi ignudi e martirizzati dalla marcia strascicante di stanchezze accumulate, ed il vento che ormai non sposta più i miei capelli incrostati dal sague coaugulo delle percosse, irrompe solo l’urlo straniero e il pianto in singhiozzi di chi mi è vicino.

Il pianto mi è a un palmo, è ovunque intorno a me, come il buio e gli insulti, come al puzza di morte. Ma non mi rapisce. Che non s’impossessi di me per Dio il pianto. Non proprio adesso. Non saprei perdonarlo. Dinnanzi a me non v’è nulla, o nulla mi pare che ci sia. Fermo sull’orlo dell’oblio, scanso il presente. Lo rinnego. Ignoro il profumo di fieno e putrefazione che mi ottunde di colpo le narici, già rigonfie e colanti di quello che pare l’inchiostro nero che mi tiene in vita. Nero come il carbone cercato nella cava dove il destino mi porta a morire. Dimentico il dolore dei polsi  cinti dal fil di ferro che immobbilizza facilmente la rabbia della disperazione. Solo la gamba che chiamano “offesa” m’inchioda al presente e mi duole assai. A calci me la prende un aguzzino a me ignoto. Mi conficca la canna di un mitragliatore inglese tra le spalle, stremate e tese; mi spinge sull’orlo della vita.

Che sia stato lo stesso tipo di mitra a rendermi zoppo liggiù sul fronte d’Africa? Quando tra sabbia e ardore, in viso al Sole correvano intrepide le mie gambe, colme di giovane feriezza e spavalda devozione. Alessandria negli italici sogni d’altri, e l’Italia sola nel cuore mio. Era inglese la raffica che mi azzoppò, era sparata proprio là, giù per una duna di sabbia dove trovava la fine la mia unica ultima intrepida carica – una pallottola al femore la firma del mio ritorno a casa, qui in paese; a fare la guardia zoppa, tra lo scherno e i pianti, di chi è rimasto e portava nel cuore qualcuno come me, che però non ha avuto la stessa fortuna, che non è mai tornato.

Ah se fossi ancora in forma come allora, all’ombra di quelle dune, prima della carica, dove l’ultima si serrava i ranghi e la Folgore irrompeva come tempesta. Di certo gliela farei vedere io a questo demonio. Gliele canterei. Ma son zoppo e legato, stremato, disarmato, e mi viene da piangere. E non per la misera fine, non per il calcio del fucile che puntuale conta i miei passi, sferzando tra le scapole, ora segnate e ritorte. Son le lacrime di gioia che versava di mia madre che mi torturano. Vedova d’un ‘altra guerra, stanca e seduta attendeva raggomitolata in cima alle scale del paese il figlio, che saliva le scale tra saltelli e fatica, ferito non solo nell’orgoglio, ma finalmente tornato a casa. Tornato da lei, che era rimasta sola già una volta. Quant’è chiara la tenerezza di un sentimento quando sgorga in una lacrima. Lacrima che passa in rassegna le rughe profonde solcate dal tempo, e cade su una sottana di stracci e fatica.

Ora c’è un’altra pallottola inglese per me. Lo sento. Ma non è più un inglese a sparare nell’affronto della battaglia. Questa è una la pallottola di vendetta. Scoppia sul percussore e scatta efferata. Mi colpisce. Senza prevviso e senza processo, senza giustizia. Senza onore. Alle spalle. Bendato dal buio.

Fucilato alle spalle come un traditore. Entra dalla scapola e mi fora il petto sinistro. Sfugge dal corpo che sputa sangue amaro. Ecco. Eccone un’altra. Appena dopo, poco sopra. Ammutolisce il pianto intorno a me un’altra raffica omicida. Ora volo. Sto cadendo. Sprofondo nel buio e nel silezio, nell’oblio. Qui la terra s’apre sotto di me: anche lei si rifiuta di raccogliere lo scempio; neanche  fossi Luficero in persona. S’interronpe il silenzio in un tonfo. E poi un altro, e un altro ancora. Adesso giunge il mio tonfo, molle di carne putrida, di terra umida, e d’ossa fredde. Mentre la vita m’abbandona, il buio  pietoso mi dimentica. Tra i passi dei carnefici che fanno eco mentre si allontanano nell’infamia, la nuvola se n’è andata. I raggi della Luna nella limpida mi mostrano chiaramente l’anticamera dell’inferno. Tutto, tutto è morto intorno a me. Tra sassi e radici, crani spaccati e membra dilaniate. Mi sono conficcato di lato, con la faccia a metà sprofondata in questa fanga umana. Rivolto verso di me c’è lo sguardo attonito e vistrio di una ragazza grigia e bionda, con la bocca spalancata e le labbra viola. Temo di perdere i sensi per il disgusto, per il sangue mi cola dalle spalle. E in corpo è sempre meno.

Lei mi fissa nella morte e di mi domanda: – «Che senso ha tutto questo? Congiunti alla fine del buio, nel ventre dei canali  dell’inferno che da queste parti chiamiamo foibe, giacciono  italiani, jugoslavi, croati, fascisti, SS, antifasciti, repubblichini, comunisti, contadine, figlie, padri, madri, innocenti. Cosa centro io qui? Dimmi che senso ha una stricia di terra che bagna il mare dove d’estate i miei fratelli facevano il bagno nudi al mattino, e dove sono stati affogati  vestiti, inginocchiati dall’ odio delle ideologie che non volevano conoscere. Tu lo sai?»

Sto morendo. Il respriro mi duole come la verità che quella nuvola mi ha voluto svelare.  Il buio si teme da bambini, ma è vedere ciò che temiamo che ci fa più paura. Adesso so di essere morto.

“Non lo so cara amica. Non so come si possa fucilare una ragazza alle spalle, con le vesti strappate da foga animale, e la sua mente, povera bambina, che prova a nascondere la vergogna dello stupro fino alla morte. Non lo so perché per il mare dei bagni dell’estate, dei tuoi fratelli come dei figli di Jugoslavia, ci si possa macchiare d’immondo. Non lo so perché gli ideali degli uomini giustifichino tali barbarie. Non lo so perchè un Dio che esiste potrebbe permettere ciò. Non lo so.

Come ti chiami? Io mi chiamo Giuseppe. Ma non voglio ricordare nulla. Né le camicie nere che purgavano i codardi e i sovversivi in mezzo alle piazze, né gli aerei cerchiati che bombardavano la buca dove cercavo riparo dal sole e dal caldo; né la fierezza che sconfinata che splendeva nei miei occhi appena preso il brevetto da paracadutista. Non voglio ricordare il coraggio gonfio di whisky rubato dietro le linee, né la vergogna nel salire le scale con le risa alle spalle. La vita per noi due è finita troppo presto. Voglio riordare solo le lacrime di mia madre. Che mi bagnino, che mitighino il mio cuore per sempre.

” Non ricordo più il mio nome, Giuseppe. Sono rimasta dimenticata qua, ed è morta con me la mia memoria. Dimenticheranno, dimenticheranno anche te.»

-” Non lo so amica mia. Non so il perché.

Io sono Giuseppe Furlan, triestino. Superstite impavido. Congedato. Merite dell’onore delle armi ad El Alamein. Figlio di Adelmo Furlan caduto sul Piave, e di Bianca Furlan, madre ed amica. Sono stato giustiziato come finanziere da partigiani titini durante una notte di prigionia. E non dimentico. E voi ,che dalla cima di questo buco nero vi affacciate, quando guardate giù, anche se avete tanti, troppi morti da ricordare. Aiutatemi a non dimenticare.” 

db

opuscolo inglese 

NON DIMENTICHIAMO L’ECCIDIO DELLE FOIBE

   Interamente immaginato basandosi su fatti reali.  LeGotha Copyright

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