This is Mirvio : la storia degenerata della Ponte Milvio da bere

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Mi ricordo da bambino quando scendevo a Mirvio.. 500mt di passeggiata giù per la Cassia Antica con i miei, andavamo a prendere il Gelato da Mondi. Era l’unico bar, assieme ad una losca e sudicia latteria a quei tempi;  Il Bar Luke, sedevano li fuori  fissi, su delle sedie di plastica spaiate , un vecchio e un travestito senza troppa velleità di non apparire palesemente un uomo. Mi ricordo le minacce seriamente scherzose dei miei genitori durante il breve tragitto: “ Se non fai il bravo, il gelato te lo compero al Bar Luke.” – un brivido di terrore e sporcizia mi ammutoliva. Oggi quella “latteria” vende VodkaLemon a 2 euro e 50 cent.. Fuori c’é la fila. Mirvio è cambiata tanto da allora.
Quando passegiavi per Mirvio alla fine degli anni ’90, trovavi tutte quelle piccole attività che potevano appartenere a una zona di “transizione” tra due poli dell’autoproclamantosi Benessere : i Parioli e Vigna clara, i luoghi dove la “nuova” borghesia  romana aveva deciso di insediarsi tra gli anni ‘70 ed ’80. Mia nonna mi raccontava che qui, alla fine della guerra non esisteva nulla; qualche villa, una scuola dall’archittetura vagamente fascista e tanti campi più o meno coltivati; c’era un ponte.. e un piccolissimo sobborgo intorno. Poi la metamorfosi, in quella che negli anni ’60 era poco più di una zona sotto-proletaria discretamente vicina al centro, dove si comprava la terra a poco per costruire e rivendere a tanto, prendeva forma un quartiere piccolo borghese che accoglieva quelle famiglie che poi avrebbero sfornato l’ascensione sociale di quei generoni romani del domani, quelli che si reputeranno gli unici custodi di una superiorità mai esistita (i signorotti del Tuttocittà). Ma a quei tempo Ponte Milvio sembrava non risentirne.
All’ombra di un ponte celebre nella storia studiata alle elementari qualche trattoria, un gommista, un negozio di biancheria per signora, un panettiere, una piccola gioielleria, un vecchio fatiscente mercato all’aperto, insieme ad altre piccole attività degne di una qualsiasi periferia italiana, svolgevano il compito di asservire quella che si affannava a tramutarsi in un enclave provinciale della borghesia 2.0. E poi? Poi il tempo incubava l’incubo di ogni vecchietta che vuole dormire sonni tranquilli in una zona definita dagli agenti immobiliari :” residenziale”.
Ricordo quando avevo sedici anni e a primavera si andava a “Ponte”, su quel ponte per due volte scampato alla distruzione strategica, e che ora diveniva strategico per altri affari. Centinaia di  ragazzini passeggiavano tutti agghindati con la birra in mano. Sedevano, e passavano le serata a bivaccare come spensierati manipoli, loro, i figli della borghesia che li appannava di scuole private e vacanze mondane, senza controllarli abbastanza per sapere che  lì, a Ponte Milvio si andava soprattuto per fumare: comprare e vendere l’hashish in santa pace. Ci si conosceva tutti sul ponte, gli iscritti ai quattro licei di quartiere ci si riversavano sopra insieme a quelli che semplicemente ci abitavano accanto. I più grandi sedevano nel primo Cocktail-bar che pioneristicamente aveva preso piede accanto al ponte, il Chiosco, intorno il nulla. Dopo la chiusura dei pochi ristoranti e di un grattacheccaro rimaneva l’unico posto aperto. Le serate passavano inesorabilmente tutte uguali in attesa di partire per l’estate. A fine luglio il Ponte che a maggio era impraticabile tornava deserto, solo la scritta che sormontava un chiosco aperto tutta la notte dall’altra parte della strada non si spostava mai :” ER COCOMERO DAR PISTOLA”, era sempre lì, a testimoniare anche alle tre del mattino la doppia anima che teneva in serbo una semplice frutteria.
Da quel momento in poi la degenerazione della moda. Al fiuto dei soldi facili da fare, le attività poco lungimiranti liquidavano e vendevano a poco a chi lungimirantemente prendeva in gestione un locale di 8 metri quadrati per aprirci un pub che avrebbe accolto 1000 persone a sera. Uno dopo l’altro le mura delle attività dei quella zona popolare si adeguavano ai nomi stupidi e sgargianti degli altri pub, o ristoranti o bistrot. Poi 3MetriSopra al Cielo e il MOCCIA BOOM, si anche. I vecchi giovani frequentatori  faceva largo ai nuovi..che da ogni parte di Roma si spostavano in sguaiate e accalcate carovane per sancire momentaneamente con dei  lucchetti da garage degli amori momentanei (di cui si è già parlato in questa sede). Quello che prima era un ritrovo di quartiere diventava uno struscio da Cronaca di Roma del Messaggero. Ponte Milvio per la prima volta nella sua vita.. acquistava un futile valore. Nel giro di pochi anni a parte una banca non rimarrà neanche un attività sulla piazza che non venda cibo o alcolici. Il vecchio cocomeraro inizierà a vendere Supertennent’s, stappate al momento da giovani extracomunitari che prima vendevano le rose. Un ex gommista inizierà a vendere sushi, una panettiera diventerà prima un paninaro, poi una vineria. Un ex negozio di mutande si immolerà come bar piu famoso dell’Upper east side di quella sola piazza, una delle piazze più brutte dell’emisfero boreale, tra l’altro, e abitandoci posso permettermi di dirlo a buon titolo. Ai ristoranti omologatamente arredati seguirannokebbabbari new-age ed esotici luoghi culto del tiramisù. Ma stranamente..in un posto devoto per appartenenza alla borghesia romana, per la prima volta, complice il successo riscosso, si scontreranno e poi si divideranno territorialmente, quelli che Vanzina negli anni ’80 aveva chiamato “Torpigna”, che per noi sono sempre stati semplicemente i “Coatti”, e che per il resto della popolazione mondiale, ignara delle nostre fisime pariolitiche, non sono altro che “Romani o quasi, residenti in altre zone”. E di lì ecco come i pariolini nostalgici, o d’adozione, o chi tende ad immischiarcisi si stanzierà tra il Jarro e Dulcamara, tra il cinguettare e il tacchettare fuori luogo di ragazze che hanno speso più soldi di benzina che di trucchi per trovarsi lì. Ecco la seconda generazione con gusti più funky, che si farà trovare con un Negroni  gomito a gomito con altri teschi tatuati nei luoghi d’aggregazione degli hipsterini part-time di RomaNord (alcuni direttamente dell’ex sezione proprio) con l’ex vizio di “ goalizzarsi “ incanalato nel nuovo Rebel, puntuali tra il Gone e Peccati di gola ma solo dopo aver fatto un salto al Cocoloco. Ecco chi venendo da cosi lontano recupererà i soldi spesi in benzina, e gli anni che non possiede per alcolizzarsi, bevendo drink dai sapori del proibizionismo da Luciano, che poi è il nomignolo con cui è consuetamente chiamato il bar Luke, la vecchia latteria. Ecco chi, per sfuggire alla mondanità declamata del ponte, si riserverà di frequentare solo l’Altro chiosco, che sorse in una posizione due volte anticonformisticamente demodè nella storia di Ponte MilvioEcco come i giovanotti religiosi  di quartiere, cercheranno  data l’enorme affluenza di rilanciare tramite bislacche feste tetre e democristiane le pecorelle smarrite ai margini di una delle case del signore.Proprio davanti ai bambini che affollano di macchinette il marciapede davanti al Pallotta ristrutturato (manco troppo), e scimmiottano i loro ideali infantilmente fascisti con un coltello in una mano e un cremino nell’altra, mentre le loro Babi, li ammirano nell’innocente ignoranza del primo amore.Illuminate a tratti, dalla luce lampeggiante dell’andi e rivieni delle sirene dei presidi di carabinieri ormai onnipresenti.E Tutto il resto?E’ chi è arrivato tardi, ma non troppo.Non sono nient’altro che nuovi frequentatori che per guadagnare anche loro dai frequentati, decidono con un piccolo mutuo di comprarsi a loro volta  un negozietto pieno di debiti per dargli un nome buffo e riempirlo con una qualche sub-cultura giovanile d’importazione, dato che già ce le abbiamo tutte tranne gli Emo. Mi auguro che la mappa, creata dall’idea di due cari amici trasferitisi a Newyork, possa esservi sociologicamente utile.
 Grazie il suggerimento di Paolo e Francesco da New York city
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