“Sono un Hacker di Anonymus, ho 19 anni e voglio laurearmi in Ingegneria Informatica per essere ancora più bravo”

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Le più giovani leve di Anonymus ,il corriere della sera intervista un ragazzo di diciannove anni, viene da una delle innumerevoli cittadine del centro Italia, è uno studente di informatica, e conduce una vita apparentemente normale. Come tutti i suoi coetanei; segue le mode, veste come quelli della sua età, trascorre il tempo libero in maniera tranquilla con la ragazza e gli amici, niente manifestazioni sovversive o particolari ideali politici, ma dietro una normalità apparente cela l’impensabile.. ha una faccia pulita, riportano sul Corriere- ma non possiamo dirlo- nell’intervista la nasconde sotto la maschera di Guy Fawkes, quella di “V for Vendetta”, come tutti i suoi “colleghi” quando si mostrano in pubblico, come loro è un Hacker di Anonymus. Loro, il gruppo di hactivist che usano le proprie conoscenze informatiche per fare «giustizia» in rete, secondo quanto affermano, hanno ormai nel loro carner di successi le violazioni di siti governativi in tutto il mondo dalla C.I.A alla N.A.S.A. , dal sito del Senato della Repubblica Italiana a quello della Polizia di Stato o del Vaticano. L’obiettivo sarebbe quello di abbattere i siti governativi italiani e stranieri per “vendicare” qualsiasi tipo di censura, come ad esempio bloccare il sito internet di Trenitalia per poi rivendicarlo come per segno di protesta nei confronti della Tav. Lui, durante l’intervista racconta come a soli 19 anni sia in grado di entrare nella rete di un aeroporto milanese, trovare «i varchi attraverso i quali passare… poi a parte pilotare gli aerei» come poter fare praticamente “tutto”. Ma potrebbe arrivare a fare di più. Riccardo, questo è il nome fittizio con il quale si è presentato, ha tentato anche di violare la mail del presidente del consiglio Mario Monti, senza avere successo però – per il momento – aggiunge, ma in caso di qualche mossa poco gradita del premier ritenterà, tiene a precisare. Perché è questo il modo di agire che propagandano i membri di Anonymus, agire contro chi va contro gli interessi di un qualcuno, ma quale “qualcuno” ?

«Anonymous non ha capi ma esistono delle guide, gente più esperta che dà indicazioni di massima e controlla che non ci siano infiltrati» questo dice questo giovane attivista in una stanza di albergo, che poi è la stessa cosa che hanno affermato altri intervistati prima di lui. Spiega quanto sia semplice violare la sicurezza informatica di molti siti governativi e aziendali, anche quanto le informazioni che custodiscono per ovvi motivi andrebbero tutelate con maggior perizia. Tutte cose relativamente facili per uno “che ci sa fare con il computer” e che intende laurearsi in ingegneria elettronica. Ma ambisce a raggiungere traguardi più ambiziosi e meno raccomandabili, come quello di essere in grado di accedere alle informazioni ancora più riservate, quelle coperte dal segreto di Stato.

«Ecco perché cerco di entrare nelle mail dei politici» dice..

Loro, gli Anonymus, nelle loro chat decidono con gli altri membri del movimento dove concentrare le loro azioni: «si decide un obiettivo, si valuta che la motivazione sia coerente, poi una volta scelto il nome dell’operazione, si inizia a lavorare».

Iniziano a studiare i siti, a cercare i punti deboli, analizzano e modifico i codici, trovano o superano le password e poi rubano o rendono noti i dati, i contenuti delle mail, utilizzano a loro piacimento codici di accesso. Quando arrivano allo scopo che si prefiggono di raggiungere, o vanno addirittura oltre, considerano raggiunta la loro vittoria, e se la comunicano in rete usando il segnale- “tango down” – il termine in codice usato dai militari americani per indicare l’effettivo abbattimento di un nemico.

Adesso Anonymus ha rivolto la sua attenzione al sito del governo Cinese, dato che la Cina in questo momento viene considerato «il censore per eccellenza». L’obiettivo è quello di bloccarlo, renderlo momentaneamente inutilizzabile, per dare un “segnale” ,oppure «defacciarlo» inserendoci un comunicato o un qualche tipo d’immagine(come viene fatto alla reti televisive unificate dell’Inghilterra Orwelliana che ci viene mostrata nel film V per Vendetta).

Politica e religione c’entrano, ma solo fino a certo punto, quando intendono occultare qualcosa che andrebbe detto… «Anonymous non è schierata, non ha religione. Combatte la censura, mira ad attirare l’attenzione su di sé. Ecco perché presto attaccheremo il sito ufficiale della Lega. Perché è un argomento di cui parlano tutti».

Le azioni in questi mesi si concentrate: il sito del governo, la polizia, la Difesa, Equitalia, il Vaticano, Trenitalia, Casa Pound. Il movimento in Italia sta ingrossando le sue fila, ma rimane distante dal livello americano«Anonymous Italia non sembra ancora avere una strategia ben precisa». Ma il potenziale dovrebbe comunque mettere in guardia le istituzioni.

«Stiamo lavorando anche un’operazione globale, che renderebbe inaccessibile internet per alcune ore in Italia» e questa facoltà si traduce in “potere”, chiunque abbia la facoltà di spegnere e accendere a proprio piacimento la rete, lo detiene.

Lui per prendere parte a queste azioni impiega il tempo tra la scuola, i compiti a casa e lo sport, gli altri suoi colleghi chissà potrebbero avere gli impegni e gli orari più disparati.

A chi si ispirano?

«Ai compagni di Wikileaks, sono fantastici, hanno rivelato segreti incredibili».

Però parlando di Wikileaks e delle sorti del suo capostipite Julian Assange oltre a ipotizzare sulle teorie cospirative e i servizi segreti, si finisce per raccontare dei compagni arrestati e delle cauzioni pagate dai colossi del web per assumerli(a testimoniare che si parla di gente iper preparata in materia informatica, non solo pericolosa).La paura di essere «beccato dalla Polizia Postale» è molta,anche se ai suoi genitori e agli amici più stretti ha confessato la sua attività “sotto copertura”.

«Sono stato anche dall’avvocato, so che potrei finire in carcere.»

Ma a quanto pare questo rischio in corso non tange minimamente gli attivisti di Anonymus.

db

questo articolo è apparso sul giornale Unistudenti

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