Un Week End al Pigneto

“In un epoca di trasformismo, il pioniere che persegue la conoscenza attraverso lo sviluppo del soggetto sociale, dedica la sua attenzione al riscoprire quella gente normale che in una zona popolare, e di moda proprio perché popolare, beve japanese ice tea davanti ai binari del treno.”

Lo scorso week end mi sono recato finalmente al Pigneto per effettuare quella visita guidata di cui avevo già accennato il progetto. Questa zona popolare di Roma Est apprezzabile per i suoi simpatici vicoli leggermente affollati, per i locali alternativi dai prezzi cheap, e per quell’aria del tutto informale e senza pretese, non è proprio una metà pionieristica. Anzi si può dire che sia già di “moda” se vogliamo, e da diverso tempo. Ciò che incuriosisce infatti è proprio come una zona che in effetti di bello non possiede gran che, ma che tutto al più incarna la più classica delle periferie popolari, con i suoi stupri architettonici quali ad esempio la sopraelevata che taglia a metà la zona o i ponti sulle rotaie della stazione tiburtina, attiri un discreto numero di infatuati affezionati che la rendono un piccolo villaggio di giovani tendenze. Un virtuoso bivacco per i gruppi di alternativi che si  bevono una birra mentre passeggiano con i loro dogo argentini al guinzaglio. Una vetrina presa in prestito come luogo di incontro da hipster e artisti che venendo qui con le loro biciclette vintage e i loro tagli di capelli anni ’30 leggono the blond salad su tablet  al tramonto all’ombra dei tralicci bevendo un bicchiere di vino. Tutti egualmente immersi nel profumo d’erba e di cucina indiana che in un certo senso, si sposa perfettamente con un sottofondo dei bonghi appoggiati direttamente sull’asfalto tra le mani di ragazzi di colore, che non indispettiscono, ma anzi contribuiscono a particolareggiare l’atmosfera per chiunque vienga a visitare un posto diverso tanto per cambiare un po’ aria. E forse non concorderanno con me le famiglie che abitano tutto l’anno le palazzine popolari che spiccano ai lati della ferrovia, alloro forse urtano profondamente il sistema nervoso.

Seduti in un’angolo dell’unico e vero e proprio BAR anni ’70 alla romana, con il suo bancone di legno andato, e un accantonato frigo per gelati Algida un po’ attempato,  troviamo stranamente il nostro posto. La concorrenza di pub e bistrot arredati l’un per l’altro tutti nel medesimo stile minimal-omologato non fa per noi. Con un whiskino in mano, viene da immaginarsi suggeriti dalla facile ironia che ispira un arredamento tanto anacronistico: ” Cosa avrebbero pensato i consueti frequentatori di questi tavoli? Giovanotti e meno giovani che magari venivano qui solo per godersi un bicchiere di spuma dopo una giornata di lavoro mal pagato. Senza potersene  proprio andare altrove. Come avrebbero commentato questa generazione di trasformisti che si addobbano appositamente in maniera Basic-chic per abbandonare almeno per un po’ quel’ appartenenza ed educazione  così borghese che non fa più tendenza di questi tempi. C‘est a dire comme nella Torino degli 70, finti terroni che si vestono da terroni.”

D.B.

Riflessioni a quattromani con il dott. Federico Bressa

accattone12

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