“Ma voi ve lo siete mai chiesti cosa voleva dire essere pariolino? “

Ma voi ve lo siete mai chiesti precisamente cosa vuol dire veramente essere “Pariolino“?

Mi ricordo un tempo, avevo dodici anni. Facevo la prima media, e passando per i giardini pubblici davanti a scuola mi ricordo che qualcuno mentre passavo disse a voce udibile“ anvedi che pariolino questo”. Indossavo un paio di Palladium blu con la para panna, dei bermuda con i tasconi militari grigi scuri e una maglietta della CrazyDuck, era blu con il sedere di un papero sulla schiena. Portavo i capelli a fungo con le punte alzate che mi facevo a fatica con il phone, perché ho sempre avuto i capelli inguaribilmente lisci, un paio di occhiali Arnette, e andavo per la mia strada . Avevo visto tutto addosso ai dei ragazzi più grandi, e indossandoli come loro mi sentivo “figo”. Tornai a casa e chiesi a mia madre:”Mamma ma che vuol dire pariolino?” lei ridendo mi rispose:” Che ti vesti secondo la moda del quartiere, dei quartieri bene di  Roma, hai presente i Parioli? Chi si veste da fighetto e vive là lo chiamano cosi”; il suo volto aveva l’espressione un poco compiaciuta, forse nascondeva mille ricordi della sua adolescenza passata. Mi sentii subito speciale anche io. Già alle elementari dato che frequentavo una scuola che anche se pubblica, era sulla carta molto bene frequentata, seguivo un po’ la moda. Quella innocua dei bambini, i bambini che stanno crescendo, che non si rendono ancora bene conto. Non credevo che al di fuori di una classe di scuola, qualcuno potesse accorgersi di quello che mi mettevo addosso. Quel giorno mi resi conto del contrario.

Volevo saperne di più.. e attraverso ragazzi più grandi e gli amici più svegli di me mi documentai: In breve me la misero cosi :“..i pariolini vivono a Roma nord. Provengono da famiglie benestanti, si vestono tutti seguendo una certa moda, sono tutti pettinati uguali, il sabato vanno a ballare in discoteca, al Gilda, in centro. Hanno il motorino pariolo e fanno cose pariole, hanno la macchinetta, frequentano bar e ristoranti ai Parioli. Vanno alla Casina a piazzale delle Muse , a piazza Euclide, al liceo Mameli. E l’estate vanno al Circeo, a Sabaudia, a Ponza , a Porto Ercole, a Cortina.. tipo te insomma, tipo noi.” La cosa mi andava abbastanza a genio, ma  dovevo saperne di più, ancora di più. Mi ricordo che prima di andare nelle fatidiche discoteche “di pomeriggio”, come il Gilda, il Velenol’Alien, ero venuto in possesso di certi flogliettini.. le prevendite: dei cartoncini pieni di nomi con foto di donne bellissime prese da qualche rivista che pubblicizzavano dei party che mi apparvero subito fantastici e esprimevano automaticamente l’invidia per chi poteva andarci; trescaparty, pannaparty, nutella party ahaha… e dietro c’erano scritti  in calce i nomi dei PR e dei DJ, delle cubiste, dei capigruppo. Di chi lo viveva. Chissà che facevano loro li, quando io ancora non ne sapevo nulla, di quel piccolo mondo. Allora per i più piccoli come me ci si accontentava della moda di metterle nel diario della Smemoranda, pieno di dediche fatte con l’uniposca, tra dediche e simboli celtici e induisti a casaccio che volevano ostentare un’appartenenza politica non troppo compresa ma dettata da quella tradizione di destra che pensavamo di dover rispettare; da bravi figli borghesi benestanti quali eravamo. Per ogni sabato ne stampavano una, e anche se non ci andavi, anche se non ci eri andato, dovevi averla. Mi ricordo che io alle medie non conoscevo bene ancora nessun Pr, e mi vergognavo a chiederle in giro. Per non fare la figura del ragazzino quindi,  le andavo a raccogliere fuori dal liceo dove passavo davanti  tutti i giorni tornando a piedi a casa. Li qualcuno passava e le tirava per terra davanti all’uscita. Come i volantini di un partito. Quelle ridotte meglio erano il mio bottino. “Due di due locali diversi? Che bel colpo!“.

Poi un giorno, era la  fine della seconda media, passeggiando in centro con degli amici qualcuno sparò : ” Perché non imbocchiamo al Gilda? Sta qua dietro.. Il ragazzo di mia sorella ci fa entrare, costa 20mila lire il biglietto”. Ero emozionato, prima del grande passo tutti chiamavano i genitori dicendo che andavamo al cinema e che il cellulare, per chi lo aveva, lì non prendeva. Lsciavamo detto che saremmo tornati un po’ più tardi del solito.. e senza nemmeno accorgercene eravamo già là.

Via Mario dei Fiori, citava un’effige di marmo all’angolo davanti al mitico Bar Moroni. Avevamo anche comprato le sigarette, e ce ne eravamo distribuita una per uno, tutte in bocca accese alla meglio. La felpe della ZKS con l’alieno e il cappuccio, le Magum ai piedi, i pantaloni della Cocou con le tasche, e il finale a zampa, le collanine a pallettoni di ferro al collo; in fila ci osservavano tutti, eravamo probabilmente i più piccoli che stavano la fuori, almeno di un paio d’anni. Il ragazzo che ci face entrare avrà avuto sedici anni, per me un gigante, parlava, sorrideva, scherzava, ci diceva che dentro si “ trescava sicuro!” e intanto il butta fuori apriva e chiudeva la corda, e la porta che nel continuo sbattere lasciava sentire a sprazzi la musica commerciale più bella di tutti i tempi, l’odore del fumo delle sigarette fumate da bambini che giocano a fare i grandi, mentre bevevano coca-cola con le consumazioni regalate. Poggiati al bancone del bar che chiudeva sottochiave gli alcolici in attesa della sera. C’erano ragazze più grandi, bellissime, come quelle che non avevi mai visto, ballavano sui cubi come spogliarelliste di gran carriera. Il vocalist diceva cose che non capivo bene – ”Taratarata LA PASTA…” – Ma quella asciutta pensavo io? Bho che ne so.. facciamo finta di sapere tutto..“che c’era una volta un Re seduto sul Sofà!” Si, si, ok, tanto qua non mi conosce nessuno, sono tutti troppo grandi e già solo che sono qui adesso mi va benone. Mi faceva sentire più grande di tutti i quasi tredicenni che ci sono, quindi mi sentivo apposto, anche se non ci capivo nulla! Gli starlight da pesca in bocca dei pischelli che ballano l’Hardcore inventando di volta in volta i “passetti” a casa con gli amici, la musica di Kim Lucas, ATC, Gigi d’Agostino BLA BLA BLA :” A A Ben War a Ben Ben” e ancora il vocalist che intanto ci cantava sopra” lui viene da lontano sulle ali di un gabbiano..lui viene da Torino..è gigi..è gigi..è gigi d’agostino!”. Usciti fuori si era fatto buio da un pezzo, erano le sette di sera ed era parecchio tardi. Una corsa al tram che ci portava a casa, il 2, sperando che la puzza di sigaretta se ne vada, inventando uno scusa plausibile che non ci facciesse sgamare.. Infondo eri ancora un bambino, ma quella era troppo un’avventura da raccontare. Era un sabato qualsiasi. Per me semplicemente un sabato fantastico dell’ anno. L’anno domini 2000.

Dopo quell’esperienza non tardarono a chiedermi di fare il PR. Intanto a scuola durante la ricreazione con una musicassetta registrata con su dei pezzi hardcore infilata nel vecchio mangianastri della professoressa di francese, provavamo a ballare come ci avevano spiegato. Mi ricordo il primo caffè all’ Euclide di Vigna Stelluti, il primo che prendevo seduto ad un bar senza i miei genitori. Fu allora che due tipi che facevano i capigruppo ci dicessero che se “lavoravamo” con loro saremmo entrati gratis e avremmo anche guadagnato dei soldi se portavamo i nostri amici. Ci avrebbero messo il nome in prevendita, dato le felpe del locale, regalato consumazioni. Bastava “firmare” le prevendite con il loro nome, darle in giro e il gioco era fatto. Io le portavo a canottaggio all’ Aniene, altri a calcio alla Boreale, chi al tennis al Due Ponti, chi fuori le altre scuole. WAR VIPER, DUX CHATENET, SS SILVER, BOYS: squadre di calcio, marche di macchinette, di scarpe, nomi di gruppi ultra e di divisioni di polizia di sicurezza del movimento nazionalsocialista, ci stava di tutto e si firma di tutto. Una volta per fare un favore a uno, una volta per fare un favore a quello, per dare retta la promessa a questo o quell’altro. Io volevo conoscere tutti, volevo che tutti mi conoscessero.. in mezzo a quel quadrato di transenne dove tutti indicavano, spizzavano e chiedevano di te.. bhe volevo esserci io. Io aspettavo il motorino per andare alle prime riunioni, intanto il mio socio di allora mi ci accompagnava con la macchinetta, quando non aveva qualche pischella da scarrozzare.  Mi ricordo che era una Isigò grigia con la cappottina Bordeaux, e io mettevo i piedi di fuori quando faceva caldo e la primavera ci avvolgeva con quel profumo.. quello tipico della “libertà”.

I cd masterizzati dicevano che “..it’s the time to rock” per Gabry Ponte. Industriecolgiche faceva le felpe senza niente davanti con una scritta in corsivo dietro che riportava il nome di quella marca che andava troppo di moda! Da FootLoker, un negozio lungo lungo, come un vagone della metro, che prima era a via Condotti  e poi avevano spostato a  Via del Corso non cercavi più le Nike “Squalo”, che costavano 299mila lire, ma domandavi quando sarebbero tornate le Silver e intanto sognavi le Gold. Giocavi a Snake sul 3210 della Nokia, ti eri iscritto ad un liceo solo perché ci andavano gli amici, i tuoi Levi‘s 501 avevano tutti tagli e i tuoi occhiali erano di Gucci, ed erano inutilmente trasparenti. Bleah!! Prima di uscire sentivi la musica su Mtv ..cantavi “Loving you” e volevi fidanzarti con una bambina con il viso di un angelo, che vestiva da solo Brandy e da Sub dued. Con i maglioni a righe e le magliette celesti con sopra Winnie the Poo: Ah “my sexy girl”…Non immaginavi minimamente che quelli, sarebbero rimasti per sempre i giorni e i ricordi più belli della tua vita.

per voi da Davide chi? Davide B.

“…Era il 16 novembre del 2002,

Il giorno del mio quindicesimo compleanno. Sotto casa parcheggiava un Honda Sky blu vetro. Ah da quanto tempo lo sognavo! Avevo chiesto uno Zx Dio, ci avevo provato in tutti i modi, ma non andavo bene a scuola. Rispondevo sempre con troppa spocchia a tutto e tutti, alle interrogazioni studiavo mezz’ora prima di entrare in classe mentre facevo colazione saltando a piè pari tutte le prima ore, e forse, anzi soprattutto, non ero decisamente simpatico a qualsiasi professore. Lo fissavo inquieto quel motorino, nascosto dietro la finestra, non vedevo l’ora di poterlo guidare, di conquistare un’autonomia a corto raggio che per me significava la totale libertà. Quanto volevo sentirmi autonomo e veramente cresciuto, poter andare dove volevo, quando volevo. Di poter dire alle ragazze che sarei andato a prenderle a scuola, di poterlo “acchitare” come tutti quelli che osservavo con studiatissima disinvoltura ricolma di trasognante aspettativa, li parcheggiati nel cortile di un qualsiasi liceo, anche quelli erano stati distanti una finestra, e un buon voto, o un compleanno. Ma in ogni caso io non potevo ancora.

Pochi giorni prima del mio compleanno, due ragazzi più grandi, due vili campioni della razza degli incompresi, mi avevano pestato fuori da un pub perché avevano reputato troppo arrogante la mia presenza fuori la “loro” scuola. Ero stato troppo arrogante per la mia tenera altezza, per la mia gracile stazza, e per la mia buffa capigliatura da paggetto. Secondo loro. Forse fu proprio per quello, per la mia mastodontica stazza, che mi presero alle spalle. Forse fu sempre per quello che vennero in due, e uno mi teneva fermo. Chissà. La mia pericolosa presenza andava frenata, la mia arroganza andava sterilizzata. Insomma.. anche se mi trovarono da solo in una pozza di sangue me l’ero cavato con un occhio nero, diversi graffi, un labbro gonfio e tanta voglia di non voler uscire per non farmi vedere ridotto così Mi vide solo un ragazzo simpatico che incontrati al pronto soccorso, ancora ci salutiamo, sempre. La tenda di quella finestra mi difendeva bene dall’imbarazzo mentre osservavo il mio regalo, e comunque io il motorino non lo sapevo portare.

L’unica volta che ci ero salito sopra, ad un motorino, avevo dato gas a piacere ed ero finito dentro una siepe davanti a Mondi, Un vero figurone. Mi ricordo di un giorno poi, il primo giorno che lo presi. Mi ricordo come se fosse ieri. Un amico che avevo conosciuto a Porto Ercole quell’estate era venuto sotto casa mia per andare insieme ai Magazzini Rossi, un negozio specializzato che vedeva principalmente articoli nautica e piccoli gommoni, ma che al piano sottostante covava i desideri di tutti noi. Quello infatti era l’unico posto che a Roma trattava gli Zx, e gli Sc, raramente qualche vecchissimo Gp. Oltre a questi invidiabili mezzi a due ruote, all’interno del negozio c’era un piccolo stand di oggetti per personalizzare motorini. Dietro al banco poltriva fisso un signore sulla cinquantina, il proprietario, che come vedeva varcare la soglia a qualche ragazzino parioletto, si guardava bene dal filarselo e chiamava immediatamente i figli. Uno dei due si chiamava Papik, e per me vantava d’essere uno dei nomi più strani che avessi mai sentito. Li si andava principalmente per comprare i “tappini” per le gomme e le viti in Ergal: una lega metallica di diversi colori accesi, rosso, blu “ergal”, oro. Si compravano le manopole di gomma colorate, gli specchietti in titanio e poi.. gli adesivi, quelli di marche di sigarette principalmente, tali e quali a quelli delle auto da corsa.

Il mio di motorino, neanche il tempo di imparalo a guidare senza rischiare di perdere l’equilibrio come una trottola stanca, era già completamente cambiato. Avevo istantaneamente tolto il parabrezza, perché a quei tempi faceva sfigato, e anche se faceva freddo era lo stesso. Lo scudo era diventato bianco, l’avevo fregato fuori da una scuola una mattina che avevo fatto sega, sopra c’era già attaccato l’adesivo con l’aletta della Honda blu, dello stesso colore del motorino. Per il restante avevo optato per gli adesivi della Rothmans, una marca di sigarette che apparentemente non comprava più nessuno. Convenni con me stesso che sembravano i più “eleganti” rispetto a tutti gli altri. Appena usciti dai magazzini si montava tutto la davanti, insieme ad altri sconosciuti che si trovavano li per il tuo stesso motivo, e condividevano i tuoi stessi puerilissimi desideri. Chino sulle ginocchia, impacciato tra i 501 un po’ calati, e la paura di rompere qualcosa di irreparabile tra una cosa e l’altra, pensai : ” Davide, questo è il tuo primo mezzo, e te lo ricorderai per sempre. Potrai comprarti una Ferrari o un jet solo per te in futuro. Ma mai nulla potrà darti la soddisfazione di tirare giù dal cavalletto e mettere in moto questo cinquantino di plastica, la tua vita è finalmente cambiata.”

Ero diventato abbastanza ammanicato al Gilda. Il sabato entravo sempre gratis perché ormai conoscevo un po’ tutti, e dato che portavamo una sacco di ragazze carine con noi, io e il mio socio, in cambio ci lasciavano fare come ci pareva. Finalmente bivaccavamo anche noi, felici, nel quadrato in mezzo al locale, che fungeva da prive. Sempre in quei tempi per la prima volta apparve il mio nome scritto dietro alla prevendita: “ Bartoccini&Montanari” c’era scritto in mezzo a tutti gli altri, che strana particolare soddisfazione. A dire il vero di me, più che il cognome, si ricordavano tutti i capelli gonfi con dei buffi ciuffi a mo di “alettone” che sparavano di lato, l’occhio coperto dalla frangia come Capitan Harlock (che però mi aveva fruttato anche il soprannome meno intrepido di “Er Pagoda”) e un paio di jeans dove avevo dipinto la bandiera dell’Inghilterra sul sedere (e aggiungerei: Che bella soggetta.. Me lo dico da solo, comodi comodi). Ogni mercoledì c’era la cosiddetta ”riunione” dei pr. Praticamente si andava là a cazzeggiare e sentire discorsi sommari su tattiche fantomatiche per rubare pr bravi o cubiste particolarmente interessanti ad altri locali. Tra un consueto e sonoro rutto particolarmente intonato, una risata e l’altra, si discuteva tra i vari “gruppi” su chi aveva diritto a cosa e quanto, e come al solito qualcuno aveva da lamentare su quel “famoso gruppo di amici di una scuola mai sentita ne frequentata” che qualche altro gli aveva fregato in fila e che non gli erano stati riscontrati. Alla fine si risolveva tutto con patti e alleanze tra antagonisti che vivevano la durata di un fischio, al massimo di una settimana. In chiusura i gestori, tra le ovazioni e l’ammirazione della folla di tutti noi più piccoli, andavano dietro al bancone del bar e tiravano fuori degli scatoloni. Iniziava la consegna delle prevendite del prossimo sabato e se era un giorno fortunato, le felpe di qualche marca di moda con il nome del locale scritto sopra. Quelle si che potevano fare la differenza per chi le indossava. Aperti gli scatoloni delle prevendite si scatenava immediatamente il panico, sembrava di avere davanti dei piazzisti di Wall Street. Reclamavano cifre sempre al di sopra del loro bisogno: ”No ma che 100!?! Me ne servono il doppio, ho un gruppone di scuola tedesca. No guarda dammene almeno 150, l’altro sabato so’ andato da paura!”. Chi ne riceveva di più nella maggior parte dei casi era qualcuno che ricopriva un ruolo di una certa importanza: gestore, supervisore, capogruppo. Neanche fosse una grande azienda, l’apparato di inquadratura era piramidale e ben oliato. In un ambiente dove l’apparenza era tutto, uscire da la con un enorme pila di foglietti di cartone in mano, oltre che nell’Estpack in spalla, dava l’impressione di esser qualcuno e di valerne la pena. C’era una regola per come andare vestiti alle riunioni, anzi un usanza: ci si metteva la tuta per apparire disimpegnati, quella di felpa della Jeunesse Dorée infilata nelle Reebok Classic nere a stivaletto, sapientemente slacciate, il maglione di cashemire, e sopra il mitologico Brandy Melville d’ordinanza. Si trattava di semplicissimo smanicato piatto con il cappuccio, che inizialmente era nato come indumento femminile, ma che in un secondo momento diventò il top anche per i ragazzi. Ricordo l’imbarazzo di quando lo andai a comprare.. C’era solo un negozio chiamato Brandy a quei tempi. Si trovava in una stradina tutta curve sopra piazza Euclide e vendeva giustamente solo vestiti da ragazza. L’imbarazzo di entrare in un negozio dove c’erano tutte ragazze, più grandi e quindi psicologicamente sempre mezze carine, che ti fissavano e si mettevano ridere insieme alle madri che le accompagnavano o alle commesse, era davvero incalcolabile. Neanche il tempo di prepararti una scusa decente che subito qualcuna ti domandava:” Ciao, hai bisogno di qualcosa?” – e io tra me e me non potevo fare a meno di pensare – : ” bhe alla fine se tutti i fighetti lo mettono, lo devono pur aver comprato da qualche parte, e dato che lo vendono solo qui, avranno fatto la stessa figura di merda che sto facendo.. Oppure l’hanno rubato?! ah beati loro.. così si sono risparmiati questa situazione imbarazzante del cacchio! Vabe ormai so’ entrato.. se esco senza rispondere è pure peggio”. Completamente arrossito tentai :”Ehm si, salve. Dovrei fare un regalo. Uno smanicato Melville per una mia amica..cheee.. che è più o meno grossa quanto me, ma senza le tette..(oddio ho detto tette).. Posso provarlo per regolarmi un attimo?” Avranno capito poi che era per me in verità? Ma chissene, avevo il Melville blu.. figata!

Sempre quell’anno andavano i levi’s Twisted. La pubblicità passava in tv ed era assurda: gli attori si giravano tutti su se stessi al contrario. Da 16Faurostreet si compravano le felpe della Panic e le Perry-Ellis, quelle Blu con la striscietta bianca. Orrende, ma quanto piacevano. Da Bata dopo ore ed ore di ricerche spese sulle pagine gialle trovavi le Adidas Galaxy: argento e rosse, tutte blu (quasi ergal) e oro e rosse. Ma più di tutto, era l’anno delle stoiche Prada Luna Rossa: apoteosi pariola in Via dei Condotti . Da Interno8 compravi le camicie con il collettone a due bottoni e da SetteCamice ordinavi le camice con collo 37 bianche a “quadrettoni celestini” che era regolare che finivano sempre.Ce l’avevamo tutti. Tutti la stessa. Davanti c’era Prop, che vendeva i Dickies e le collanine di palline di legno. Quella di 7Camicie era la prima che mettevi di tua spontanea volontà. Momento commovente. Poi l’ultimo tocco, dietro e piazza San Silvestro la cinta della Carrarth . Quando la sera dopo il Gilda andavi le prime volte a cena da PastaritoPiazzarito e al Crazy Bull, mettevi classico tutto insieme: I Dickies blu con le Prada nere, la camicia con il collettone botton-down, ovviamente portata con le maniche tirare giù e abbottonate. Sopra la felpetta (minuto di profonda vergogna per tutti) e poi il mitico giacchetto della Carrarth con il tascone davanti e il cappuccio che si infilava dalla testa come un poncho. Per un mesetto scambiai il mio grigio con quello di un mio amico, il suo era mimetico, era rarissimo.. era perfetto.

Le cene di allora prevedevano delle tavolate a volte di una ventina di persone. Le lamentele dei clienti dei tavoli accanto erano un optional sempre compreso nel conto, e finivi sempre per ritrovarti con dei completi sconosciuti accanto, ci si portava appresso le cubiste che facevano scena e poi qualche altro diseredato che chissà perché si accollava con una scusa. Ma da piccoli si è tutti amici, si faceva tutti parte una piccola tribù, e una volta che eri entrato a farne parte, era andata. Davanti a quello che oggi e Voy, ma prima era Il Baretto, un via vai continuo di Chatenet Medie e Aixam 125 con i subufer che sparavano Magika Europa dei Kronos a palla (la canzone che elencava parole in latino senza alcun nesso logico). Il mio motorino nel frattempo era diventato tutto bianco con gli adesivi blu. I pezzi delle carene allora si scambiavano e si compravano come le figurine. Fuori dal Mameli all’uscita del sabato, oltre che per andare guardare le pischelle , ci si andava a contrattare i prezzi di scudi e viti. Sopra al carter pieno di vitine argentate, tutte cambiate e lucidate ,con le manopole blu e la marmitta Leo-vinci, c’era scritto con l’uniposca argento : Davide B. Come fosse l’abitacolo di aereo da caccia, dove sotto ci scrivono il nome del pilota. Cosi tutti quelli che lo vedevano sapevano che era il mio. (Infatti troppe volte lo trovavo per terra e con la pipetta staccata… Che razza di idee ti vengono a quindici anni? Bha.) Fondamentalmente il programma di solito era questo: Il sabato l’uscita delle scuole sincronizzata in successione Lucrezio – Mameli, il pomeriggio in discoteca o in giro per bar. Quelli che conoscevano un po’ tutti chiedevano in giro se la sera qualcuno faceva qualche festino a casa, poi all’uscita del Gilda si sommavano le informazioni strappate di bocca un po’ qui e un po’ là e si decideva su quale festino puntare ad imboccare. A quel tempo era una consuetudine imprudente ma altrettanto ovvia; quando i genitori partivano, a quel qualcuno che rimaneva con casa libera automaticamente scattava la pessima idee di invitare “un po’ di gente” a casa propria dopo cena. E tu che nel 95% dei casi non lo conoscevi ma lo venivi a sapere da un amico di un amico, una volta scoperta la zona o meglio il civico preciso seguendo la scia di motorini e macchinette pieni di neon che andavano, GLI IMBOCCAVI. Easy. Per noi era semplicissimo entrare, ci conoscevano sempre tutti, e in ogni caso i ragazzi più grandi con cui ci accompagnavamo, superlativi esempi di “esperienza” nel settore, conoscevano perfettamente il gioco e ogni suo trucco: Citofonavamo a qualche nome a caso nel palazzo e portavano avanti il piano dicendo a colui che rispondeva (una su due era una vecchia) un nome a caso, qualcuno ci cascava quasi sempre -”Pzzzzzzzzzzzz….chi èè?? ” – “Ehmm signora sono Giulio del terzo piano, ho dimenticato le chiavi..mi apre..?”- “Si caro”- “..e grazie signo’!!”. Il portone come per magia si apriva, e di corsa tutti su per le scale. Una volta scoperto il piano preciso, ascoltando in silenzio da dove potesse provenire la musica o semplicemente il casino, suonavamo il campanello mettendo una ragazza molto carina davanti al buco dello spioncino, in modo tale da occupare tutta la visuale di chi stava dall’altro lato della porta. Il resto era una questione di “peso”. Una volta che da dentro aprivano, noi ci limitavamo a spingere in avanti a peso morto ed entravamo in cinquanta, con un eleganza ed una nonchalance che non sto qui a sottolinearvi. Quello era l’inizio della fine di ogni appartamento che vedeva degli “imbucati”. Al malcapitato proprietario, che evitavi sempre accuratamente finivi per presentavi con un nome di fantasia.. o peggio con il nome di persone che conoscevi per caso, tanto per farsi una risata con chi ti stava accanto nel depistaggio. Non c’era più nulla da fare a quel punto. vandalismo, sconsiderato vandalismo allo stato puro: ricordo di gente che saltava da un divano bianco all’altro nel salotto con ombrelli aperti in mano, chi tirava giù i libri dagli scaffali a tempo di musica, mentre bambine ubriache vomitavano nei vasi in balcone i loro ragazzi mettevano videocassette nel frezeer. Io personalmente adoravo fare scherzi più eleganti. Trafugavo gli oggetti più buffi che trovavo in casa e senza farmi vedere li infilavo nelle tasche delle giacche che gli “invitati” lasciavano ingenuamente incustodite qua e là: telecomandi del televisore, dello stereo, soprammobili, cornici con foto di nonni e parenti, forchette , una volta una pantofola, un’altra uno schiaccia noci. Mi schiantavo dalle risate ad immaginarmi la faccia del proprietario della giacca, che una volta sceso in mezzo alla strada, avrebbe cercato le chiavi della macchinetta e si sarebbe trovato in tasca uno schiaccia noci. Certo un mio amico era più pericoloso, appena espugnato l’appartamento senza farsi troppo notare, prendeva i cordless di tutta casa come prima cosa, e li tirava giù dalla finestra: “Così non possono chiamare la polizia” diceva. L’idea non faceva ‘na piega! Peccato che alla fine la polizia arrivava sempre. Con un sms dall’Ericson T28 avvertivi gli altri che la pacchia era finita e quindi via tutti di corsa di nuovo giù per le scale, con i nostri Woolrich e le sciarpe annodate al collo a mo’ di cravatta. La Polizia parcheggiava e noi una volta scesi per strada.. tornavamo dei giovani ragazzi di buona famiglia insospettabili. Nessuno ci diceva mai niente, ma come giravamo l’angolo tiravamo fuori il bottino di guerra. Una volta il telefono fisso della guardiola di un palazzo a piazza di Spagna, un altro una pianta bonsai di un pianerottolo sulla Nomentana, che poi era sta legata alla buona sul porta pacchi di uno Scarabeo per portarsela con noi a piazza Euclide, sembrava “il Cielo in una stanza “dei Vanzina.. ma infondo se non si fanno a quell’età ste cazzate, quando? Niente droghe, niente alcool. Solo goliardici infantili vandalate che ci facevano ridere fino a notte fonda e che il giorno dopo tutti si raccontavano tra i tavoli del Parnaso e da Vanni. Fuori, a Piazza delle Muse, si giocava a pallone e a carte sulle panchine o al calciobalilla delle giostrine che avevano piazzato in mezzo al parco. Le tue imprese obiettabili della sera prima si mischiavano alle chiacchiere sconnesse e bambinesche che erano sempre le stesse sulla bocca di tutti. Frasette viziate in un dialetto romano talvolta chiaramente sforzato per attirare l’attenzione : “ma lo sai che quello alla fine se l’è trescata quella”, ”ma hai visto quanto è bono”, ”mi sa che quelli hanno scopato…”, “no,giura?”, “ho messo i vetri scuri alla macchinetta..tiè guarda”, ”ma st’estate ti ci mandano i tuoi a porto rotondo? Ci sta il Black Sun che è una figata..”, ”Vado a Ponza l’ultima di luglio.”, ”Figata!”, ”Mi hanno trovato lo scudo nuovo per lo Zx”, ”mi sa che vado a lavorare all’Alien”.. Le chiacchiere poco a poco cambiavano di pari passo con te. Tu crescevi e perdevi la tua innocenza, le ragazze non erano più bambine, l’amore, o quello che voleva assomigliarci iniziava a fare del male, anche se non era amore. Dedicavi Obesession e love Last Forever di Molella nei cd che masterizzavi con il primo computer, lo stesso con cui chattavi su BBsoundParty e andavi su http://www.pariolino.it. Avevi voglia di essere ancora più grande, per non dover tornare a casa a mezzanotte e mezza, per rimanere fino all’ultimo fuori e non perderti niente..mai, per non soffrire quella mezz’ora in più di chi poteva tornare più tardi, quella mezz’ora dove non sarebbe successo niente, ma nella quale poteva succedere tutto.

Volevi goderti tutto fino alla fine, “ho voglia di Dance all nigth” come cantavano gli Eifel65. Poi alla fine ci riuscivi ,finalmente avevi convinto i tuoi a mandarti al Piper la sera di Halloween: “Scendevi dalla auto del genitore di turno, era presto, le undici al massimo. Fuori per te c’era tutta Roma per quanto ne sapessi. Pischelli a perdita d’occhio, più e meno grandi. Tantissime ragazze che avevano rubato le borsette griffate alle madri per atteggiarsi o se le erano fatte prestare con la promessa di starci attentissime. Puntualmente venivano lasciate su un divanetto e rubate. Le bambine camminavano a tentoni su tacchi troppo alti, con quei vestitini neri tutti uguali, che per una sera come quella, sostituivano le felpe Rams23. Apparire più grandi di quanto i loro visi non dimostrassero. Era fondamentale. Mentre scendevo le scale mi sembrava tutto più buio del solito, l’odore del fumo, il riverbero dei laser verdi..l’ansia di riuscire a godersi quelle poche ore da grande incombeva era troppa. All’una ci tornavano a prendere, soltanto all’una. Un gradino dopo l’altro nella discesa verso la curiosità, la musica si faceva più intensa. E tra un basso e l’altro riconobbi la canzone, faceva ” Un giorno credi..di esser giusto e di essere un grande uomo,un giorno invece di svegli e devi ricominciare da zero…” era lui, era Gigi D’agostino, che mi accompagnava mentre scendevo l’ultimo gradino che mi separava da un mondo, che anche se si sarebbe rivelato un poco deludente, sognavo da tanto tempo: Il mondo della notte.

Continua su … Ma voi ve lo siete mai chiesti Cosa voleva dire essere pariolino THE END

“Classe 1987, pochi ma buoni.
Ultimi romantici.
Mitici nostalgici “
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