Digressione

Il leggiadro spettabile rispetto che mantiene l’espressione ‘aperitivo cenato’ al confronto con l’abominevole crasi.

 

D.B.

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La stoffa

« Centimetro per centimetro, della stoffa che i vostri sguardi ci concedono all’imbrunire, ci cuciremo addosso cappotti di coraggio. Sulle spalle piccole e nelle ore più fredde, abbracciati a noi stessi, in quei cappotti affronteremo tutto.
E regalateli ai vostri, ai nostri, ai figli e nipoti; a chi sarà; della stessa stoffa. Che se la meritino: per cucire il futuro, per citare memoria, per appuntarsi la stima sul cuore. »

D.B.

 

Buona notte occhi neri

«Gli scrittori sono piccoli e stupidi la notte; sono inutili e soli. Sembrano fiori piantati sulla Luna.. girasoli sbagliati, sempre rivolti a pensieri distanti. Pensieri complessi.

Eppure scrivere la notte li libera da tutta quell’energia solare che sentono di avere dentro. Oh non è una bugia questa; non è una trovata. È emozione. È potere e condanna. È uno schifo da commuoversi. È tremare, per tutto ciò che si prova. E in quanto ai loro amori, loro dormono, loro non sanno, loro non sono mai nello stesso luogo delle loro parole. Eppure sono Ia ragione di tutto. Gli amori.

Maledetta energia che ho la notte. Tutto farei, tutto direi. E invece.. Oh! se almeno fossi qui; forse mitigheresti le ansie che adesso albergano nel mio cuore.. impreparato all’inizio, devoto ora. È così futile parlare con toni tanto appassionati la notte, quando nessuno ascolta, e di giorno, tutto cambia. E tu, e voi, in ufficio non avete più tempo di leggere.. e io mi rileggo, e mi sento scemo. Prima per lei scrivevo: “Ha occhi scuri che paiono universi senza stelle.. da perdersi quando ti guardano come solo loro sanno fare.. Partire senza la certezza di fare ritorno? Per quegli occhi? Senza dubbio alcuno.”

Fate bei sogni amori; ovunque siate, chiunque siate. E domani, se non volete ignorarle, trattate con cura le parole di questi scemi insonni, che non sanno essere romantici, non sanno essere forti, non sanno essere distanti – ma solo scemi, davanti ai tuoi occhi neri. Notte allora, buona notte.»

Memoria di un viaggio in Israele

 

Il bambino palestinese che mi sta alle calcagna, ha il naso sporco e i vestiti sudiciamente  impolverati. Non vuole mollarmi e chiede qualche soldo di carità. Io in tasca ho pochi dollari e del denaro d’altro genere, del quale, sinceramente, ancora non ho capito il vero valore. Glielo concedo, ma lui non molla: ci segue nell’oscurità, scandendo i nostri passi svelti e tesi, con la sua lagna collaudata e ripetitiva. Il tunnel di cemento armato che ci si è aperto davanti, sprofonda nel buio scendendo almeno per una decina di metri sotto terra. Serve ad attraversare un muro: quello che separa Israele dalla Palestina. Quello che adesso, occhio e croce, è sopra le nostre teste: per centinaia di chilometri, a destra e sinistra, almeno 15 metri di altro cemento grigio sviluppato il altezza, tutto uguale, scandito solo da torrette con sentinelle che sorvegliano il confine dietro robusti vetri blindati.

Sono a piedi ma non dovrei. Indosso abiti eleganti, e non dovrei. Sono sceso dal taxi sul quale sono arrivato in Palestina, perché qualcuno si è perso il passaporto – brillante puntualità. Per questo qualcun altro doveva scendere, perché qui ai check-point non scherzano. Sono sceso io perché eravamo uno in più. Mi sono offerto io di farlo: e non dovevo.

Il tunnel puzza di urina e sudore, la lagna del bambino mi sfinisce. Gli do un altro dollaro per farlo tacere. Giusto un istante prima ti trovarmi in una fila di gente che somiglia a dei profughi più di quanto non vorrei, il piccolo mendicante dalla lunga bava di moccio è svanito dell’oscurità, lasciandoci al nostro destino dopo essersi cuccato i nostri dollari. I miei predecessori nella fila, hanno bagagli di cartone e grosse buste di plastica ricolme; sventolano fogliame timbrato: qualche genere di lascia passare. E si lamentano più del mendicante che si è dileguato. Sono famiglie intere, anziani e bambini, e c’è una.. sì: c’è una capra nella fila. Mi allargo il nodo della cravatta reggimentale che indossavo alla Knesset, e faccio un bel respiro. L’aereo parte tra due ore da Ben Gurion; che è almeno a un’ora da qua. Non sarà una passeggiata, non è stata una buona idea venire qui – penso guardando la nostra capra educata. In ogni caso, non dovevo scendere dal taxi per spirito d’avventura.

I soldati dell’IDF, tuta verde e elmetto retato, controllano i visti con toni da GESTAPO e con una lentezza da bradipi meticolosi. La capra educata invece muove la testa a scatti ciclici e ora sembra incuriosita dal mio cappotto di Burberry: forse l’unica cosa profumata che questo bunker vedrà per mesi.
– Tira fuori il passaporto e diciamogli che siamo italiani..
– Capirai che garanzia; rispondo.
– È l’unica, se non vuoi passare la notte qua, con la tua nuova amica.

La processione per farsi prendere le impronte digitali, poggiando le dita callose sul vetrino illuminato di verde prosegue. Con lentezza. Ci decidiamo a tirare fuori i passaporti dalla giacca e iniziamo a blaterare in tutte le lingue che conosciamo: francese, inglese, e italiano: ovviamente. Sembriamo due di quei tipi che puoi incontrare in fila al supermercato all’ora di chiusura: loro chiedono se possono passare avanti che hanno solo un litro di latte da pagare, tu te ne infischi beatamente mentre impili i barattoli sul nastro. – Ben Gurion Airport, perdiamo il volo, please! Thank you.. sorry. Loro a Ben Gurion non ci possono andare; non l’hanno mai visto e mai lo vedranno. Per lasciare questa terra su qualcosa che ha le ali devono arrivare fino in Giordania. Il soldato capisce, o almeno nota che non siamo del posto. È giovanissimo, da l’ok. Passiamo davanti a tutti con il nostro litro di latte che porta lo stemma della Repubblica italiana e custodisce una foto brutta come tutte le foto dei documenti – che se non stai dormento coperto dalle borse che hai sotto gli occhi, ti hanno sbagliato il taglio di capelli e fai schifo uguale. Passiamo in un istante dopo uno sguardo blando alle nostre credenziali. I bradipi fanno solo finta, per dispetto. Sono lepri armate. Le impronte digitali toccano anche a noi, ma niente scartoffie e perquisizioni.

È andata. Corriamo sotto ad altro cemento che però va in salita, verso la luce. All’uscita c’è il nostro taxi che ci aspetta con il motore accesso. Col culo sulla tappezzeria logora, il ‘muro di separazione’ è già un ricordo. Mentre lo scassone si allontana spronato dalle nostre ansie di ritardi e coincidenze, mi concentro sui graffiti che di tanto in tanto macchiano quel muro di cemento grigio tutto uguale, che divide Israele dai ‘West bank’, e che molti hanno soprannominato il ‘muro della vergogna’. Addio capra, vecchia mia.  [….]

Israele è un paese strano, bello ma strano. Della questione che lo riguarda, da quando è stato ‘fondato’, tutti parlano o prendono posizione, spesso senza sapere, tanto per dire. A passare per le sue colline vuote, ci si ricorda la carta e il muschio con cui si fa il presepe. È una distesa di verde intervallata da piccole pietre. Ci si scorda della questione, ma di tanto in tanto, soldati. I soldati in Israele sono una costante. Appena arrivati in aeroporto, all’andata, ce n’erano molti che tornavano per trascorrere il fine settimana con le famiglie. Anche se non si conoscevano, si univano in grandi cerchi danzanti. Mani sulle spalle e sorrisi. Erano belli da vedere, ma ancora di più di loro, le erano le donne soldato che sorvegliavano la spianata delle moschee. Una di loro, bionda come una valchiria, con lentiggini dolci, era imbronciata e fredda, stretta al suo fucile d’assalto che stonava su di lei come avrebbe fatto un diadema sulla mia testa. Non era come i soldati che dondolavano sulla balaustra nel terminal alla partenza: con i puntatori laser su di noi, mentre ci interrogavano facendo le classiche domande incrociate per verificare l’identità. Il taxi corre, e mi abbandono a questi pensieri; cerco di ricordare, di assimilare per bene. Penso agli occhi di questa donna soldato, alla canzone della Nannini – come faceva.. ‘Bionda.. prendi la mira in mezzo al cuore’; penso agli ortodossi che erano accanto a me nel tempio di Davide: mentre pregavano presi dall’estasi in un fermento epilettico e trascendente, con le loro piccole ciocche di capelli che spuntavano dalle kippah scure. Ai nidi di mitragliatrici visti qua e là, tra il muschio e le pietre rade; al tassista arabo che ci ha raccontato dell’esproprio della sua casa; al silenzio nei vicoli del mercato nella città vecchia le notte, al sapore del succo di melograno. Penso ai payot di tutti quei bambini ubbidienti, sui piccoli piedi di fronte al Muro del pianto; ai grandi cappelli di pelo. A tutte quelle preghiere di carta, migliaia, piegate e arrotolate, da affidare alle fessure tra le grandi pietre bianche.

Penso che io non credo. Che sono ateo o agnostico, che è quasi la stessa cosa.

Il taxi frena leggermente sulla curva davanti al cimitero cattolico di Gerusalemme, sul Monte Sion. Penso a Oskar Schindler e piango, ancora una volta. Nessuno mi vede. Gerusalemme si allontana. Guardo verso il Monte degli Ulivi e ripenso a tutte quelle tombe, a tutte quelle salme in attesa del giorno della resurrezione, e poi alla scala.. alla scala poggiata sulla chiesa del Santo Sepolcro da tre secoli, che non si sa chi l’abbia messa lì, e dunque nessuno: ebreo, cristiano, ortodosso che sia osa toccarla per non litigare. Penso che io, tra le file di fedeli di tutte quelle confessioni, bighellonavo senza dio. Osservavo le crepe e gli spazi che per me non vogliono dire niente, e riflettevo sul senso di pellegrinaggio in Terra Santa. Sulla devozione. Sulla fede che non ho. Montanelli affermava sprezzante che quando avrebbe incontrato dio, gli avrebbe chiesto perché non lo aveva fornito della fede. Io non so cosa direi.. forse solo un retorico ‘é permesso?’.

All’entrata dell’aeroporto invece pensiamo ancora una volta al sistema di difesa antimissile Iron Dome; ribadiamo che la settimana prima i palestinesi hanno lanciato dei razzi e che lo hanno evacuato, quell’aeroporto. Conveniamo ancora una volta che tutti gli aerei di linea dovrebbero avere le contromisure dell’El Al. Ma sappiamo tutti a cosa stiamo pensando: alla casa della famiglia cui ci hanno portato a fare visita. Un quadrato di pietre e cemento brutto come la povertà. Un grappolo di abitazioni abbandonate a loro stesse su una collina vuota e isolata. Tutte uguali. Più adatte a magazzini, che case. Lì vivevano, come la famiglia che ci ha fatto entrare, altri ‘deterrenti umani’. Li chiamo così, perché mentre ci offrivano dolci e strane bevande zuccherine, ci spiegavano che loro vivono lì, perché è da lì che Hamas lancia i razzi sull’aeroporto. Il padre di due bambini che si rincorrono nell’anticamera, ci spiega che finché loro sono là.. Hamas non si spinge così vicino, e può sparare i razzi solo da posizioni meno privilegiate. E con loro lì, non osa rioccupare per timore di feroci rappresaglie. La casa è quasi disarredata. Le facce sono appese con i pochi di poco gusto. “Quando vediamo i razzi in cielo, la prima cosa che faccio, è chiamare i miei genitori che vivono a valle, per avvertirli’. È strano pensare a una vita da ostaggio di una collina, una vita da deterrente umano. Sua moglie, una signora con i capelli spenti e il sorriso timido, continua a rabbonire quei due bambini scalmanati, e ci offre ancora piccoli dolci di sfoglia.

Con il pelo dell’occhio, noto che si trascina appresso un piccolo carrellino di plastica grigia. Per renderlo più grazioso, lo ha abbellito foderandolo dentro e fuori con dell’erba finta, sopra ci ha applicato piccoli fiori, girasoli. Le serve a portare le batteria di un oggetto che ha legato addosso. Alla vita. Evidentemente è molto malata. I bambini corrono dentro e fuori, e le chiedono continuamente permesso per continuare a giocar intorno a una piscina di plastica gonfiabile mezza sgonfia e piena d’acqua piovana. Il marito l’abbraccia continuamente, lei ha la faccia stanca e segnata, e occhiaie profonde. Al nostro congedarci dopo aver ringraziato per l’ospitalità, offre un sorriso ampio ma sbiadito. Ci accompagnano alla porta e rimangono abbracciati sull’uscio, mentre non ce ne andiamo per non tornare mai più. I bambini corrono in questa pena di posto. Ci vuole così tanta dedizione nel continuare a credere, a pregare, a rispettare un dio che vuole lasciarti vivere in queste condizioni, penso. Dio se ce ne vuole.

D.B.

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La barriera di separazione è lunga 730 km ed è stata eretta del 2002. In questa foto da me scattata se ne vede una piccola porzione.

Avere trent’anni, come la Fallaci

«Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee: sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni!

Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi.

Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui. Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone. Ridete, piangete, sbagliate. Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro. Ve lo dico con umilità, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così»

Oriana Fallaci

Il sole muore, 1965 PST1379953185PS52406a2107135-1

Siamo maiali Gene

Ieri sera Gene Gnocchi, in un siparietto di dubbio gusto tenuto in prima serata su La7 – dove è stato riesumato per ambasciare l’inizio del talk politico DiMartedì all’abbandono di Crozza (migrato verso altri lidi televisivi più generosi) – ha associato il noto maiale immortalato a passeggio per le vie di Roma con l’assassinata amante del Duce, Claretta Petacci.

Nel cercare una risata che ahimè, come di consueto nelle sue gag abbastanza fiacche, non è arrivata.. ha dimostrato, palesato, ricalcato, un fatto notoriamente grave: che in Italia, anche dopo l’imbarazzo del caso Anna Frank, non si finisce mai di scherzare con i morti.

Il fatto è grave per due motivi abbastanza semplici: paragonare la maiala a una donna che è stata giustiziata e appesa a testa in giù, come un pezzo di carne, con le nudità esposte in bella vista al publico e macabro ludibrio per alcuna altra colpevolezza se non quella di amare un uomo potente e sconfitto, è gesto ignominioso e non degno di questi tempi incensati di progresso, onnipresente correttezza politica e roboante solidarietà al ‘panorama femminile’, ovunque ostentata – anche quando non se ne sentirebbe il bisogno. Il secondo è la conferma, poiché poche testate, opinioniste, suffragette, strillone da social network hanno dedicato alcuno sdegno a questa scoccata della satira – che tutto può, com’è vero, ma da sinistra può sempre un po’ di più – che quando si parla di fascismo, si è liberi di affondare nella carne, viva, morta, o assassinata che sia: tanto non si parla di uomini o di donne, si tratta proprio di un’altra razza.. roba di poco conto, maiali.

D.B.

Diario di un fallito

« Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco, scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

da Diario di un fallito , Eduard Limonv

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Tutto è noioso e triste

Tutto è noioso e triste! E a nessuno stringere la mano in un momento di pena dell’anima …
Desiderare? A che serve desiderare sempre [e sempre in vano?

Gli anni – tutti i migliori – passano!
Amare.. Ma chi amare? Per poco [ – non vale la pena

ma amare per sempre è impossibile.
Guardarci dentro? Lì del passato non rimane traccia:
lì quanto gioie e pene è un nonnulla.

E quanto alle passioni? O prima o poi il loro [dolce affanno
svanisce se ci chiama la ragione
E la vita se guardi intorno rimanendo freddo [e attento..
una cosa stupida e vuota..

1840, Lermontov

Anche io odio il capodanno

«Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.»

E ogni anno leggiamo; e ogni anno ricadiamo; nell’obbligo collettivo indotto dal conformismo, affogati dalle masse e terrorizzati dall’essere unici e soli. Rimanervi [soli] nel ultimo minuto dell’anno che passa, e fuori il mondo bisboccia. Per carità. Stringiamo i ricordi d’ingenua letizia che conserviamo da anni, senza poterne stringere di nuovi: mai nulla vi è più somigliato [siamo cresciuti]. Noi non siamo tutti Gramsci – per fortuna o per disdetta -; ma siamo anime pronte alla rivoluzioni dei costumi. Tediati dalla consuetudine avvizzita che sentiamo non appartenerci più.
Allora eccolo il nostro proposito per il nuovo anno: che non vi siano più propositi previsti, che non sia più il paragone a spingere le nostre azioni, ma la libertà d’essere noi stessi. Liberi dai retaggi, dalle scadenze, liberi dalle costrizioni, liberi dalle feste comandate e dai piani programmatici imposti da questa società morta dentro che si trascina fuori in abiti da festa.

Ecco dunque a cosa leveremo i calici questa notte: alla libertà.

D.B.