Non sarà lei la nostra Zelda

«Certo, una cosa forse ci converrebbe fare: nutrire il sogno incorruttibile di Gatsby, inseguire e afferrare la luce verde attraverso faraonico stratagemma. Fuggire dalla nostra Montecristo di parole. Ma per quale fine poi? La medesima. Allora meglio il duello. Come il nostro Lermotov. Confidare nei colpi di pistola che privano dei dolori di Werther. Che di mulini a vento, troppi ne abbiamo presi di petto, al galoppo dalla Mancia, e la rivalsa in denaro non fa per noi. Non ruba il cuore a Zelda, o Dulcinea. E seppur bastasse, non sarebbe lei allora, la nostra Zelda.»

D.B.

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La grande giostra

«Un’altra coppia ha cessato d’esistere. Proprio adesso, come un altro milione nel mondo. Di questa mi hanno avvertito però. In questo tempo distratto da tutto il superfluo, ci si lascia e ci si trova in un nonulla.. tra chi ruba il sesso, e chi cerca un senso disperato, non c’è pace tra i ricordi, né stanchezza per i baci che vanno ancora dati. È un gioco crudo e tenero questa giostra di stupidi affetti. Chi sale chi scende. Chi finisce i gettoni, chi ne ha un milione chiusi in cantina. Sepolti nella cassaforte del fallimento. Esseri soli che muoiono insieme; o almeno ci provano. Conoscono l’epilogo ma non rinunciano alla partita. Gli uomini. Tutti pazzi. Qualcuno diceva, che la pazzia è ripetere sempre lo stesso errore pensando di cambiare il risultato.
2+2 fa te? No, fa 4.
Ok. 2+2 fa te? Ecco. Appunto.»

D.B.

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Esmé, sua madre e me

«Io non voglio figli. Lo sanno tutti. Costano dieci volte più dei cani, e la stragrande maggioranza delle volte ti danno un quarto della soddisfazione che ti darebbe, un cane. I figli ti rendono davvero soddisfatto solo una volta che se ne sono andati di casa, dopo aver studiato per un secolo la strada per farlo: un cane quando riesce a tornarci da solo se lo molli a un isolato dalla porta d’ingresso – un mese dopo che ha smesso di pisciarci sopra. E i vicini lo applaudono pure. Penso che anche i miei genitori, ora come ora, mi scambierebbero volentieri con un vecchio setter.

Tuttavia, recentemente mi era toccato parlare proprio di figli; e non che non lo volessi, ecco, forse volevo pure, «parlarne»; il problema era un attimo mantenerli come vorrei: con il mio lavoro schifo e un’aspirante compagna che a mala pena sapeva badare al suo, di cane. Fatto sta che forse, un giorno, due figli li avrei anche voluti da lei. Quella bisbetica matta straviziata. Un maschio e una femmina. E in mezzo un cane. Un bracco che rispondesse al nome di Marmaduke. Di solito viene sempre fuori che a parlare di figli, tra due che non hanno idea da dove iniziare a farli, si finisce solo a parlare di nomi. Come lo chiameresti lui, che nome daresti a lei. Avvolti nelle lenzuola di seta come bachi, luce soffusa da una maglietta messa per cappello alla lampada, fatti d’amore scadente come quello di due ketaminomani.

Ebbene io li avrei chiamati Ezra ed Esmé.
Il primo come il poeta, e la seconda, bella come lei, come la piccola del romanzo di Salinger. La donna che preferisco al mondo. Quel tipo di donna come vorrei fosse mia figlia. Ecco allora che neanche a finire di dirlo, la tipa esordisce con qualcosa di borghese tipo: “Che razza di nomi; così poi a scuola li prendono tutti in giro”.
Per quello non c’è problema le faccio io. Perché oltre ad insegnare loro chi sono, le grandi personalità da cui erediterebbero il nome, e perché devono essere fieri di portarlo; gli insegnerei anche a rispondere a quelle mezze seghe che trovano lo spirito: “Vedi bene stronzo che se ridici qualcosa su me o mio fratello, all’uscita viene mio padre che è disoccupato, nullatenente e colmo di fantasia: fa lo scrittore. Ti tortura e a te e alla tata pagata in nero che ti raccatta ogni giorno”.

Ecco forse è per questo che non sarò mai pronto ad avere figli. Perché faccio sul serio. Terrorizzo le mamme. E poi sarei troppo protettivo. E scellerato. E pigro. Troppi regali; troppi sì da occhi piccoli e dolci, e durissimi no da amari e lunghi pianti. Insomma un coglione che nessuno bramerebbe come padre, né tanto meno come marito. Però cavolo sarebbe stata bella Esmé: bella come la madre, e affascinante come quel fallito del padre.»

 

D.B.

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Digressione

Una volta ho letto di una teoria secondo cui l’intelletto umano è simile alle piume di pavone. È solo una dimostrazione di stravaganza pensata per attrarre un compagno. Tutta l’arte, la letteratura, un po’ di Mozart, William Shakespeare, Michelangelo, l’Empire State Building sono solo un elaborato rituale di accoppiamento.

Forse non importa che abbiamo ottenuto così tanto per la più basilare delle ragioni. Ma d’altronde il pavone è a malapena in grado di volare. Vive per terra beccando insetti dal fango consolandosi con la sua enorme bellezza.”

Westworld

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Digressione

Credo che l’ultimo aggiornamento di Whatsapp l’abbiano sviluppato per dare un qualche genere di riscatto tecnologico a mia madre: solo lei usava l’espressione “messaggia” sulla faccia della terra.

Piovestate

«Stavo pensando all’estate,
che non arriva mai.
E quando arriverà, chi la vorrà davvero?
Non è mai come la desideri:
o troppa o troppo poca;
o troppo calda, o troppo corta,

o troppo sola o troppo bella per un’altra estate, che inesorabile ti deluderà.
Allora puoi sempre andare distante. Troppo distante. O restare vicino. Così se squilla il telefono, come un allarme atomico, puoi nuotare fin là. In un baleno. Lanciarti come un razzo impazzito su quel bottone. Esplodere di felicità. O di noia. Infallibile.

Oppure puoi smettere di aspettare, calzare un paio di galosche stupide, e pescare la primavera. Che il profumo alla fine è sempre quello.
Quando piove.»

D.B.

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Digressione

Negarsi

La cosa più brutta che ho imparato crescendo, è che per farsi prendere in considerazione bisogna negarsi, e forse è anche la cosa più stupida che ho imparato. Più stupida di chi l’ha inventata. Stupida come chi la segue.

D.B.

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Limonov e me

Sono in ritardo. Tanto per cambiare.

Lui, uno dei miei pochi idoli viventi, è già seduto con le braccia conserte sul suo trono. Espressione di spocchia. È in una libreria da stucchi barocchi che vanno a impreziosire. Un braccio dalla sua testa pende una scritta rossa, c’è scritto ‘saggistica’. ll poeta russo è al cospetto di un centinaio di persone, miste, vecchie e giovani, anonimi e singolari personaggi. Io mi sento qualcuno, con la mia giacca militare, come sarebbe piaciuto a lui, non vedo nessuno come me. La presentazione è appena incominciata. D’Agostino il moderatore, racconta cose che solo chi non conosce l’autore può trovare interessanti. Già annaspa, nel tentare di prendere a spallate un avversario che lo sovrasta con il solo silenzio. Sa di non poter competere, lui, tronfio di tatuaggi da bad boy accumulati in una vita da animale da cortile. Sfodera domande scomode e interessanti che però non trovano alcun seguito nell’interlocutore. Forse non sa con chi ha che fare: con uno stronzo.

Eduard Limonov cita se stesso – “le poete russe prefere..” – quando il suo editore prova a tradurlo, e lui gli leva il microfono per cederlo ad un paio di tette che si affacciano da un balcone montato su calze a rete. Il poeta russo preferisce. Cazzo. Coup de théâtre. La conferenza inizia. Le risposte sono scontate, la voce del vecchio Eddy è dolce e suadente, timida ma diretta. Non dice niente che non abbia voglia di dire. Si vende a noia, è per questo che è arrivato fino a qua. Svogliato balocco per borghesi da seghe mentali e cenette passate a parlarsi addosso. Masturbatori seriali da salotto letterario. Intelletualoidi da scaffale. Sciarpe annodate a cazzo.
Spazio alle loro domante. Una professoressa di geometria che ci tiene anche a dirlo sale sul palco e fa una domanda con pretese: la profondità nel “Libro dell’acqua”. Bocciata. Un ciccione vestito da caccia fa un paragone con Salò di Pasolini. Ignorato in stile libero. Un sedicente scacchista domanda di Kasparov. Velleità.
Se le saranno preparate per giorni, queste domande da primi della classe che volevano colpire il poeta. Per cercare di vivere il loro momento di gloria bastarda. Questi fanatici da libreria. Io non sono nessuno e lo so bene. Non faccio domande da protagonista. Nessuno mi ha notato e nessuno mi noterà. Davanti a me c’è il mio giornalista preferito: Buttafuoco. Me ne sono accorto quasi per sbaglio. Figuriamoci. Sono timido e so bene di non poter competere con il poeta. Anche se per un momento ho davvero creduto mi fissasse. Impossibile.

Qualcuno tira fuori una domanda più del cazzo delle altre: sarei curioso di conoscere la sua canzone russa preferita? Ridiamo. Edička dice che deve raccogliere i pensieri. Si accarezza i capelli bianchi con la sfumatura alta, poi dice che sì, l’ha trovata. Parte a cantare per 5 minuti. In russo. Tutte le strofe. Parla di uno che si scopa una mentre il marito sta chissà dove. Momento surreale. Pure le vecchie tirano fuori il cellulare per fare un video. Almeno siamo certi siano vive, tra noi. Che nessuno se le sia scordate lì, per caso. Applausi e risate. Vestiti orribili da persone che si prendono davvero sul serio. Altre domande, complesse e capziose. Altre risposte, vaghe e scocciate. C’è spocchia e autoreferenzialità ovunque.
Cosa pensa il poeta di Carreré? (il mezzo attraverso il quale anche io so chi é). Lo ringrazia, ma non gli concede critica. Rosica del fatto che il suo ‘Limonov’ abbia venduto più copie di tutti i 70 libri scritti dal vero Limonov. L’hanno tradotto pure in giapponese.
Ma una cosa è importante: Carreré romanza da bobò ciò che non ha il coraggio di vivere. Limonov racconta la sua vita da scoppiato di testa, dalla periferia ucraina è finito a uccidere con le tigri di Arkan, facendo il bohémien a Parigi e New York, e finendo in un carcere di massima sicurezza per volere di Putin. Un’esistenza passata a scopare ogni pertugio e a farsi scopare: “le poete russe prefere..”.

Ancora applausi, ancora risate di circostanza, ancora commenti del cazzo di intellettuali da scaffale che devono fare i ganzi con le loro accompagnatrici stronze e brutte. Non c’è l’ombra di una fica degna di tale nome. La folla si dirada, la folla si mette in punta di piedi. La folla fotografa. La folla gongola. Io mi sento nulla. Ora gli autografi. L’ultimo autografo che ho chiesto, e non in prima persona ma mia madre, è stato a Pippo a Disneyland. Avevo 7 anni. Adesso chiederò il mio primo.

La fila di libri tutti uguali scalpita. Sono comprati di fresco, ‘Zona industriale‘ si intitolano. Il motivo per cui il poeta è qui. Io non ho un euro in tasca. È il mio turno. Tiro fuori dalla giacca militare un libro minuto, spalanco la copertina per non disturbare, mi avvicino in punta di piedi e lo porgo al poeta, già piegato alla meglio, per la sua comodità. Chiede il mio nome, come a tutti, in francese. Rispondo e firma. Ma vuole sapere di che libro si tratti. Allora rovescia la copertina. Mi guarda negli occhi, come se. Annuendo, proferisce una frase lunga e russa, riconsegnandomi ‘Diario di un fallito‘. Ringrazio e mi disimpegno con timidezza, dopo un inchino. La traduttrice allora mi trattiene e mi spiega: “Grazie, sono molto felice che lei abbia scelto questo libro”. Sono le parole del poeta.

L’ho scelto perché lo ha scritto alla mia età, quando era sconosciuto, perso e solo. Perché volevo che notasse in me qualcosa. Perché in quel libro ho sottolineato questo passo:

«Leggerà i miei libri in primavera un giovane tenente prima dell’assalto, in piedi sul colle sfiorato dai venti. (…) di come girava per New York uno sconosciuto di nome Edička, sorridente e imbronciato, di come invidiava i ricchi, se ne stava in disparte, modestamente, stringendo i denti e impugnando di nascosto il manico del coltello nella tasca… Di come piangeva, tornano in albergo, piangeva per la solitudine e l’energia – tutto potrà leggere il mio giovane tenente. E capirà che c’era qualcosa in comune tra me e il mio berretto e l’elmo piumato del giovane re di Macedonia Alessandro, fra me e la splendida mattina, quando Cesare, piccolo e fulvo, osservava il Rubicone, e Che Guevara, sistemandosi il basco, scendeva dalle montagne per cadere in trappola nella vallata boliviana. C’era qualcosa in comune, anche se creperò sconosciuto nella merda, un piccolo scrittore sconosciuto del XX secolo, fucilato da infame oppure travolto da un automobilista anonimo.»

Eduard Limonov, nel mio mese di merda, nel mio anno di merda, mi ha ringraziato per questo. E io devo dirlo subito, adesso ora, al mio amore perduto. Per questo mese, e anche per il prossimo, diciamo che stiamo bene così.

D.B.
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Il mio Cinema Paradiso

Il primo libro che ho letto per conto mio, senza obblighi, è stata una sceneggiatura. Avevo 11 anni e non potevo vedere al cinema un film che avevo tanto atteso: ‘Salvate il soldato Ryan’. Era vietato ai minori di 14 anni. Piansi.
Terribilmente affranto, mi procurai il testo; e dedicai l’estate a quella lettura faticosa. Pagina dopo pagina, la mia mente immaginava le scene, i volti, le inquadrature, le battute.. partendo dai pochi frame del trailer, che passavano sempre negli spazi pubblicitari che un tempo davano alla tv – coming soon – avevo girato il mio di film. Del resto la Normandia la conoscevo bene.

Finii il libro in agosto, e piansi, di nuovo. Non sono mai stato un duro al cinema o nelle storie, possiedo un dono sconveniente, un impaccio per l’esistenza, la sensibilità.
In un fine settimana passato in campagna, mi pare fosse un sabato, mio padre si presentò con una notizia inaspettata: nella fortezza del paese dove eravamo, in un cinema che se oggi mi sforzo a pensarlo, non può che somigliare al ‘Paradiso’, proiettavano quel film.. quella sera.. e lui si era accordato che potessi entrare anche io. Era agosto insomma, e in agosto quel cinema proiettava nella corte interna del Palazzo, su un grosso telo bianco che cadeva dal tetto davanti a file e file di vecchie sedie in legno. Sotto il cielo stellato che rifletteva nell’acqua di un pozzo, proprio davanti alla cinepresa, il paese trovava il suo unico svago. Sono passati 19 anni. Non ricordo una proiezione più bella nella vita mia vita. Il film era proprio come lo avevo immaginato, grandioso.

Se tuttora devo pensare ad una serata perfetta.. penso a quella. Al profumo d’estate in un vecchio cinema all’aperto, ai desideri dei bambini, e a chi di tanto in tanto è capace di realizzarli.

D.B.

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