Scrive de’ sinistra..

Quanto è facile esse’ de sinistra quando si vuole scrivere per vivere. O calarsi nella parte alla bisogna. Quanto è facile pubblicare da progressisti incondizionati. Quanto è comoda l’accondiscendenza e la deferenza che suggeriscono la maturità e il sistema. Quanto è bello che a noi non ce ne frega una benemerita.. E impugnare la lancia d’inchiostro, e continuare a caricare quel mulino a vento con le sue pale enormi. Donchisciottemente romantici. Falliti cronici. Politicamente scorretti e appassionanti. Letti poco, cestinati tanto. Non siamo servi, non stiamo comodi, anche quando siamo contro noi stessi. Siamo condivisi dai pessimi. Buoni solo a rompere i coglioni. Siamo una fronda di nostalgici deficienti.

Liberi dalla colpa che l’editoria è morta per le vostre scuole stupide e le vostre penne languide.

 

D.B.

La modestia del migliore

Capita spesso di rincuorarsi con belle parole, nei giorni che compongono il bel mezzo della tempesta, e non se ne intravede la fine. Ma schiarirà. Schiarirà.

Dicembre 1957

«Ogni tanto sono colto da accessi di umiltà. Dico a me stesso che sono soltanto un abile intarsiatore di frasi e che, più che a convincere il lettore, miro a colpirlo con mezzi talvolta poco leciti; che sono più spavaldo che coraggioso. Eccetera.
Ma poi alla fine, invariabilmente, concludo che soltanto coloro che ne hanno molto dubitano del proprio talento. E così alle molte virtù che nei momenti di orgoglio mi attribuivo finisco con aggiungere, per umiltà, la modestia.»

Indro Montanelli, I conti con me stesso: Diari 1957-1978

18033061_772383242936869_5434819462182843817_n

La cartolibreria all’angolo è un ricordo lontano

 

A voi non fa un po’ male attraversare, lentamente e fuori ogni programma, la zona in cui avete vissuto?

E passando in rassegna le insegne – che ormai sono tutte cambiate – accorgervi che nulla è come lo avevate lasciato. La piccola cartolibreria, dove compravi di nascosto i ‘Mefisto’ da lanciare ai soldatini al parco, è un’estetista cinese; e il negozio di giocattoli sempre un po’ sfornito, è diventato un bar vuoto e asettico: fotocopia senz’anima e dozzinale di cento altre lavatrici di soldi mal guadagnati. Il negozio che sviluppava le fotografie dei viaggi con mamma e papà, adesso è un alimentari ‘bagladino’ – così li chiamano le vecchie, e pure noi, che non siamo più tanto giovani- e anche l’agenzia funebre, dove passavi con gli amici solo per ‘toccarti’ le palle ridendo e poi scappare via, è una clinica per iPhone con le lucine da albero di natale. La chiamano ‘globalizzazione’, dicono che mi devo rassegnare. Ma io lo chiamo strazio moderno di ricordi sereni. E soffro di un sentimento tetro, che qualcuno etichetta sempre, sbrigativamente, come semplice nostaglia, ma per me è qualcos’altro, è più un vuoto di emozioni lasciato da chi non ne avrà. Come le mie, come le tue.

P.S. insomma, l’ho presa bene sta’ passeggiata.

.

Dove va a morire il jet set italiano

Lo confesso, è vero: quando il compianto principe Giovanelli si congedò dai salotti romani e da questo mondo tutto, sentii distintamente un tremito nella Forza. Non mi piaceva no, quel vecchio fenomeno da baraccone in giacchetta da sera, sfaccendato servo di comparsate, né portatore sano di sangue blu, né bastione imbiancato dell’impalpabile nobiltà nera. Eppure era così rassicurante vederlo comparire puntuale a tutte le feste, a trascinarsi dietro quell’aplomb dei bei tempi, mentre i rampolli di quella mezza aristocrazia superstite lo omaggiavano, talvolta solo per fargli il verso, talvolta per spupazzarselo con un po’ di sano d’affetto. In Lui, veterano della notte, si notavano i più effimeri e affascinati segni di quella ‘Dolce Vita’ sempre scomodata e nominata in vano, ogni qual volta si senta il bisogno di descrivere e scribacchiare qualcosa riguardo le sue più recenti e scadenti imitazioni. Lì, allora, ai suoi bei tempi, il jet set s’agitava in piedi sui tavoli di Trastevere e Via Veneto, tra vezzeggiativi rivolti ad un Fellini e le battute sagaci di un Flaiano, tra le sfilate della Hepburn sempre all’ultima moda, e lo slang riciclato da Buscaglione. C’era allora il jet set in Italia: elitaria setta patinata e obera di talenti che imprimeva i suoi sorrisi giocondi nelle emulsioni argentee che poi sarebbero diventate foto da prima pagina sui giornali di tutto il mondo. Oggi non c’è più.

Oggi il jet set è un surrogato. Un ricettacolo: Fedez e la Ferragni che abbracciano una bulldog francese insieme a Signorini e Bobone Vieri, tutti addobbati come pagliacci, tra borchie, glitter e tatuaggi senza senso, per fare un video su snapchat in diretta da casa di Gianluca Vacchi e per dare vita l’indomani ad un servizio di Studio Aperto. Un ritratto così deludente da giustificare il titolo di ‘ultima rock star italiana’ concesso a Lapo Elkann. Un ritratto così deludente che interrogarci se forse non sarebbe meglio segregare in cantina il termine ‘jet set’. Non affascinante, non bello, non internazionale e tantomeno intellettuale. Oggi il jet set è mantenuto dai gettoni di presenza e se ne guarda bene dal ritirarsi a vita privata per non perdere l’invito a qualche inaugurazione dove può cenare gratis o per non essere preso di considerazione dai social. Puzza sempre come il pesce di ieri, è un crogiolo di scrocconi da discoteca e marchette da una sola posa. Un circoletto di omertosi ad orologeria che aspetta sempre i necrologi delle grandi star di Hollywood per confessare d’esserci stato a letto o di averci pippato insieme nel cesso di un locale mai visitato. È una schiera di vecchi gargoyles tronfi di botulino accoppiati con giovanissimi morti di fama di primo pelo; capaci di chiamarsi i paparazzi da soli, e quelli che poverini in qualche modo devono pur arrangiarsi, s’accontentano: fuori dalle pizzerie, nelle invasioni del buffet, alle inaugurazione dei brand che senza product placement non esisterebbero; accalcati a fotografare codesti individui che semplicemente non sono, ma vorrebbero così disperatamente essere.

Beniamini di gattare e dodicenni che all’inaugurazione di un centro commerciale fanno la fila per un selfie, i divi di oggi sono strisciati fuori dal tubo catodico dopo aver fatto a gomitate nei talent; sono figli d’arte non tramandata alla nascita che come unico talento possono vantare la dilapidazione di patrimonio; sono veline di plastica stampate in serie e spettinati mohicani scesi dal ramo del calcio; sono pupazzi confezionati appositamente su YouTube dai demiurghi del mainstream per poi essere piazzati sulle copertine di Chi. E mentre chiunque non viva vita natural durante davanti al digitale terrestre si domanda sempre ‘chi siano’ quelli in foto, questi dubbi esseri sciorinano i loro magri successi e le loro vite travagliate ovunque: in quel breve o lungo lasso di tempo della loro vita che subito si tramuta in una tournée perpetua. Non hanno stile né carisma. Non hanno gusto né classe. Non accampano mai una scelta loro: solo strategie da ufficio stampa. Non lanciano più mode, ne sono vittime. Non sono più spiriti liberi, sono schiavi blindati dagli haters sempre più annoiati. E allora ecco perché ad un festa blasonata, tra Vip e veline, si finisce in un angolo in silenzio, con un whisky liscio in mano, a rimpiangere Giovanelli nel suo smoking marziale, sperando nell’eutanasia del jet set. Auspicando la ‘Dolce Vita’, la Prima Repubblica dei De Michelis e quei suoi vecchi fasti. Ma lottar coi tempi in cui s’è nati, da sempre, è impresa da decadenti, nostalgici, e illusi. E appunto – Altrimenti, noi, qui, cosa ci scriveremmo a fare?

di Davide Bartoccini

la-dolce-vita-paparazzi

 

Questo articolo è stato scritto per Il Bestiario degli italiani, la rivista strapaesana http://www.ilbestiariorivista.it

Iniziare dal dessert

Prendetemi per un perenne anticonformista se volete, ma io sono sempre stato un fermo sostenitore dell’iniziare i pasti dal dessert: per non rischiare, fosse mai, di non aver più spazio per il dolce, a dispetto di un inutile antipasto, o dell’abbondanza di un contorno che è scivolato nel piatto per conto suo. Datemi dell’anarchico e dello scostato, se volete. Guardatemi piccati al ristorante. Ma adesso, che ho quasi trent’anni, quando mi siedo a tavola faccio come cazzo me pare.

So’ le 20.09: cannolo siciliano. E poi, poi si vedrà.

D.B.

Schermata 2017-03-27 alle 23.16.10

Le Bestie di Alatri

Il ragazzo che venerdì era stato vittima di un pestaggio ad Alatri è morto a causa dei traumi riportati. Aveva vent’anni. Questo ennesimo spiacevole evento dimostra che siamo delle bestie, e chi pensa che noi, razza umana, siamo superiori agli animali si sbaglia di grosso. Forse allude a cosa eravamo, cosa siamo stati capaci di essere, ma non siamo più.

Non sono l’intelligenza o la sensibilità, qualità che anche un gatto possiede – e che commisurate alle sue necessità superano di gran lunga le nostre prodezze. Non è il coraggio, che come spesso si cita ‘è qualità nota nei cani’. Sono la Cavalleria, e la Pietà, ad averci innalzato dallo status di bestie. Quando io stesso – in passato pestato fino allo svenimento da due balordi – mi trovai tempo fa dinanzi una persona pestata a sangue da un ‘branco’, non capivo – mentre mi intromettevo pregandoli di smettere e con fortuna lo portavo via – come 6 uomini ormai adulti non si vergognassero a continuare a calciare, a menare le mani, a prendere a cinghiate un corpo inerme steso a terra. Incapace di reagire – Dove si trova piacere nello sfogarsi su uomo arreso? Incapace d’incassare ancora. Incapace anche di tentare di parare i colpi ai quale deve arrendersi: perché sono troppi, sleali e cadono da ogni direzione solo su di lui. Solo.

Lui la scampo’. Io la scampai. Tanti altri la scamparono. Questo Emanuele no. È morto per i colpi sferrati dal branco perché voleva far valere le sue ragioni. E nessuno ha avuto il coraggio di mettersi in mezzo, mentre lo picchiavano con un palo di metallo, in 9, gli eroi.
Ecco l’epilogo di una storia triste, anzi, una storia sbagliata, come cantava De Andrè. Godete bestie moderne.

D.B.

Schermata 2017-03-27 alle 14.43.18

For Esmé with love and squalor

“Inside the box, a note, written in ink, lay on top of a small object wrapped in tissue paper. He picked out the note and read it.

JUNE 7, 1944
DEAR SERGEANT X,
I hope you will forgive me for having taken 38 days to begin our correspondence but, I have been extremely busy as my aunt has undergone streptococcus of the throat and nearly perished and I have been justifiably saddled with one responsibility after another. However I have thought of you frequently and of the extremely pleasant afternoon we spent in each other’s company on April 30, 1944 between 3:45 and 4:15 P.M. in case it slipped your mind.
We are all tremendously excited and overawed about D Day and only hope that it will bring about the swift termination of the war and a method of existence that is ridiculous to say the least. Charles and I are both quite concerned about you; we hope you were not among those who made the first initial assault upon the Cotentin Peninsula. Were you? Please reply as speedily as possible. My warmest regards to your wife.
Sincerely yours,

ESMÉ

P.S. I am taking the liberty of enclosing my wristwatch which you may keep in your possession for the duration of the conflict. I did not observe whether you were wearing one during our brief association, but this one is extremely water-proof and shockproof as well as having many other virtues among which one can tell at what velocity one is walking if one wishes. I am quite certain that you will use it to greater advantage in these difficult days than I ever can and that you will accept it as a lucky talisman.
Charles, whom I am teaching to read and write and whom I am finding an extremely intelligent novice, wishes to add a few words. Please write as soon as you have the time and inclination.

HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO HELLO LOVE AND KISSES CHALES

It was a long time before X could set the note aside, let alone lift Esme’s father’s wristwatch out of the box. When he did finally lift it out, he saw that its crystal had been broken in transit. He wondered if the watch was otherwise undamaged, but he hadn’t the courage to wind it and find out. He just sat with it in his hand for another long period. Then, suddenly, almost ecstatically, he felt sleepy.
You take a really sleepy man, Esme, and he always stands a chance of again becoming a man with all his fac-with all his f-a-c-u-1-t-i-e-s intact. “

For Esmé with love and squalor, by J.D. Salinger

Schermata 2017-03-21 alle 23.55.58