Time Frame

Slow hand, crawl space, Time comes, time escapes. Low light, creaking moon,

Your shape, gone too soon. Window, fords fail, See through, sealing fate. False hope, carry me through, Love takes, love consumes. Did you say it in a hushed tone, Or maybe I was dreaming? I’ve been hearing things you won’t say, I’ve been living in a time frame. I got caught up in your soft face, but did you ever reach out? I was living in a past life, I was stuck inside a time frame. Soft touch, cold embrace, Forced smile, forced to chase. Time stops, then proceeds, Your shape, all I need.

(Time Frame)

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Il cinema italiano tra potere morbido e spirito gattopardiano

Chi ha visto The Talented Mr.Reply, capolavoro dell’italo-britannico Anthony Minghella, saprà di cosa stiamo parlando: quel potere dolce che un tempo il nostro Paese ha saputo adoperare così finemente, oltre confini e oltre oceano, per attrarre a sé l’attenzione di imponenti ammiratori.  Nella pellicola di Minghella, tratta dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith, è un bel giovane americano della Ivy league a lasciarsi ammaliare dall’Italia, tanto da decidere di trascorrerci il resto della sua via in un esilio dorato. Quel film trasmise al mondo, in modo così persuasivo, il delicato senso della bellezza italiana. La stessa “grande bellezza” scatenata da Sorrentino non ci è riuscita, o forse sì. Perché del resto la bellezza è risultato di estremi, di contraddizioni.

Come disse nel suo celebre paragone Orson Welles, regista del miglior film americano di sempre: «Cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.»

Allora forse tutto torna nell’oscar di Sorrentino e nella nostra Italia piccola e oscena, che pur esercitando un soft power negativo nelle sue pellicole, continua a stregare attraverso il sogno perduto della “dolce vita”.

Miseria e splendore rivivono in Sciuscià di Vittorio De Sica (primo regista italiano ad aggiudicarsi un premio oscar), La dolce vita di Federico Fellini (palma d’oro al Festival di Cannes), nei palazzi del Gattopardo di Luchino Visconti e nei drammi circensi de La Strada. A fare da sfondo agli antipodi della commedia umana, il più delle volte, la bellezza marmorea di Roma, delle campagne monumentali, delle costellazioni di frazioni rurali e i tramonti che spengono le isole minute, dai nomi grezzi e le vedute mozzafiato.

Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 il cinema italiano (che allora eguagliava e stregava Hollywood) ha condizionato, attraverso il talento dei propri registi, l’immaginario del mondo intero, raccontando l’Italia così com’era. Il neorealismo di quegli anni era apprezzato dagli americani e non meno dagli europei. Tutti accorrevano a trascorrere le loro “vacanze romane”: affittavano una vecchia vespa e si sentivano subito come Gregory Peck e Audrey Hepburn nei vicoli delle nostre città d’arte. Si avvicinavano allo specchio d’acqua di fontana di Trevi e gridavano “Marcello come here”, volevano assaggiare la pizza e gli spaghetti nelle osterie, come insegnerà poi il primo passo del percorso salvifico raccontato anni dopo in Eat, pray, love. Mentre la Gilbert scriveva a macchina il suo best seller on-the-road, la stagnazione e la rassegnazione del nostro cinema lo spingevano a rinunciare ad essere grande nel mondo. Cessava d’essere arte a beneficio di un pubblico sempre meno pretenzioso e dotato di spirito critico: “il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante” (La Ricotta, P.Pasolini ndr). Ormai il dato era tratto, nell’immaginario collettivo l’Italia era quella: fuorviante e affascinante.

Non è un caso infatti se Paolo Sorrentino, regista della recente e acclamata serie The Young Pope, premio oscar per la sopracitata La Grande Bellezza e premio della giuria di Cannes per Il Divo, sia riuscito a riportare alla ribalta il cinema italiano nel mondo, percorrendo lo stesso solco lasciato dai suoi grandi predecessori. Se il soft power del cinema italiano è stato in grado di vivere di rendita per quasi ’40 anni , la soluzione per tornare ai vecchi fasti appare semplice, come diceva il magnifico Alain Delon nei panni di Tancredi di Lampedusa: «Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima».

 

D.B.

Questo articolo è stato scritto per la rivista The New’s Room

I CONFINI CHE ABBATTERANNO L’OCCIDENTE

Senza tenere conto dell’incompatibilità tra popoli diversi – religiose, sociali e culturali – le potenze occidentali hanno sempre disegnato con il pennino, da ampie e marmoree stanza, confini immaginari su territori attraversati da secoli di vite reali. Innescando conflitti immediati o interrando bombe ad orologeria con timer regolati su un probabile, se non certo, futuro prossimo. Dalla Colonizzazione alla Decolonizzazione, dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano, passando per le rivoluzioni arabe finanziate dai britannici – per interesse e paura dell’espansione musulmana nel Commonwealth – all’Accordo Sykes-Picot – con quei confini studiati a tavolino per i protettorati inglesi e francesi; dalla nascita d’Israele, alla guerra fredda, alla lotta al terrorismo espresso nelle sue campagne militari: i padroni del mondo tronfi della loro tradizione di conquistatori perennemente assetati di materie prime sono passati dal carbone al litio limitandosi a declinare il colonialismo in imperialismo per arrivare all’assistenzialismo. Giocando a Risiko nel Medio Oriente che ancora chiamavano piccola Asia, e che loro stessi hanno creato a propria immagine e somiglianza nel nome di dio denaro, e in Africa, il tutto si è sempre consumato seguendo quel fil rouge che è l’interesse. Oggi molte delle cariche di quelle bombe ad orologeria sono state azionate dal tempo, dando luogo alla deflagrazioni di nuovi conflitti o accentuando vecchie tensione. Le nuove migrazioni sono un danno collaterale degli interessi secolari di una ‘razza’ in declino, che non ha più la forza, né l’appoggio (politico/internazionale), né la lungimiranza per operare repressioni. Il popolo occidentale rivolto alla via del tramonto su lunghi e tetri passi, nonostante sia consapevole di questo drammatica epilogo, si mantiene saldo alle sue priorità, che non sono affatto cambiate e si riconfermato le medesime, e sembra navigare a vista: come i barconi dei migranti che affrontano il Mediterraneo. Quel ‘Vecchio continente’ rugginoso di trattati e ferraglie da guerra oggi si trova per la prima volta a dover affrontare il problema di ‘incompatibilità tra popoli diversi’ all’interno dei suoi confini reali sui quali si basano secoli di storia, di vite e di morte; confini che andrebbero cancellati, o ‘astratti’ secondo i progressisti, per fare posto al futuro che incombe. Mentre qualcuno si domanda la cosa giusta da fare per mitigare gli errori del passato, qualcun altro si chiede se sia veramente il caso invece, di chiamare i soggetti componenti di quei flussi migratori che tanto minacciano lo status-quo ‘risorse‘: perché il timore che quel ‘problema strutturale’ che è la migrazione non sia solo l’ennesimo studio strategico fatto a tavolino è forte come la fame che spinge i soggiogati dalla storia a partire per il loro nuovo mondo. Ecco come si accende il nuovo conflitto, l’ennesimo, forse l’ultimo, che l’Occidente combatterà prima che cadano, come molti si augurano, tutti i confini.

di Davide Bartoccini

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Dunkirk di Nolan in due parole

A differenza di molti prima di lui, Nolan ha deciso di raccontarci la guerra senza parole, ma con il solo incalzare delle immagini; che si intrecciano a ritmo serrato e tolgono il fiato fino a raggiunge l’efficacia necessaria: quella che ti fa sentire sotto tiro, con i piedi zuppi e la salsedine nelle narici. Con Dunkirk non si posano mai gli occhi fuori dallo schermo; si incrociano le dita, si stima, ci si commuove di ciò che veramente è stato – Viene quasi da gridare ‘Hurrà!’, quando Tom Hardy fa ciò che vedrete.

I mezzi messi a disposizione per un ‘colossal’ sono esigui – va detto – e forse sarebbe da domandarsi il perché (…); ma l’effetto è ugualmente spettacoloso. Andate a vederlo.

E ricordate che la più piccola imbarcazione da diporto che in quei giorni sfidò la Manica era lunga solo 4 metri e mezzo: un gozzo chiamato Tamzine. Tamzine.

D.B.

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L’antifascismo come arma di distrazione

“Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso.
Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda.”

Pier Paolo Pasolini, domanda a Moravia

 

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Non ditelo a Fiano

Ogni notte da qualche notte, quando termino di scrivere le mie baggianate e la casa è buia, e nessuno può scorgermi nell’oscurità, mi muovo come un gatto guardingo trascinandomi dietro una vecchia scatola di legno.

Stabilitomi dove solo io posso stare, al sicuro da occhi indiscreti, accendo una luce tenue e la apro. Allora passo in rassegna pennelli di minute dimensioni e vasetti pieni di vernice, e poi in mezzo a loro il figurino di piombo che potrebbe costarmi 6 mesi di reclusione o chissà quale multa salata; e io, chi mi conosce lo sa, non c’ho una lira pe’ fa due: dunque sono terrorizzato dal conciliare. È alto quanto un dito medio eretto, pesa come un bicchiere di vetro, e piano piano che prende forma e colore, sul petto di una giuba grigio-verde si riempie di piccoli, minuscoli, emblemi del colore dell’argento: onorificenze al ‘valore’. Ve lo dirò, ma non siate spie – Il nemico ci ascolta! – è Junio Valerio Borghese; mi è stato spedito in gran fretta dalla Grecia, prima di eventuali rafforzamenti alle dogane, prima di embarghi; nei suoi 54 mm d’altezza sfoggia la divisa della Xª MAS, ai tempi dell’RSI, ai tempi della resistenza: quella di Salò, e quella delle montagne.

Un brivido mi corre lungo la schiena leggermente ricurva, a pensare che Lui, come i modellini d’aeroplano della Regia che portano su il ‘fascio littorio’ e belli e fatti posano davanti pile di romanzi e libri di storia – letti davvero – se scoperti potrebbero garantirmi il 293-bis voluto dalla ‘Legge Fiano’ : fino a 2 anni di reclusione con l’aggravante di questo post. Mi quieto, fuori è buio, tutti dormono intorno a me, nessuno conosce il mio segreto. Mi affaccendo scaltro, dipingo particolari, faccio ricerche su vecchi albi colmi d’impudente nostalgia. Dipingo ancora. In silenzio, come un ladro. Quando la stanchezza sopraggiunge, ripongo tutto nella vecchia scatola di legno.

Sono sicuro che nessuno mi abbia visto, sono sicuro che nessuno potrebbe neanche immaginare che Io, di notte, mi chiuda in una stanza per modellare – cito testualmente da proposta di legge – “..beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti [al partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie]”. Ne ho la certezza; finché vestendo il pigiama di seta in un sobbalzo m’irrigidisco sull’attenti, all’improvviso, anche questa volta, e grido deciso nell’ora del silenzio ‘DECIMA MARINAI! DECIMA COMANDANTE!’: vanificando come ogni notte il mio riserbo, svelando a tutto il vicinato il mio piccolo inconfessabili segreto, ‘la nostalgia’.. mentre dalla camera accanto mi indicano il paese dove dovrei andare, con garbo e fallibile speranza.

Ciao Fiano. Ciao. Noi di mulini a vento ne abbiamo presi di petto migliaia, sappiamo benissimo come si fa.

 

D.B.

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Il Perù ai cinesi: coccodrillo di un bar

A me del Milan non me n’è mai fregato niente.. però quando venerdì pomeriggio in volata sui sampietrini ho accostato la vespa a via Monserrato, per affacciarmi al Perù a comprare un pacchetto di sigaretti ‘Salsa‘ – magari sorseggiare un cordiale nella mia attesa – non ho incontrato dietro al bancone il sorriso di Michele e degli altri, ma quello di una giovane cinesina che affaccendata con i parenti non sapeva affatto cosa fossero, i sigaretti Salsa.

Stizzito da questa mancanza, frastornato da quello che sembrava un repentino e insensato colpo di mano della Rapubblica Popolare Cinese oltre le linee, le nostre, mi sono allontanato in silenzio, attonito, sconvolto e impensierito. Davvero non credevo potesse essere, oggi invece leggendo un articolo ho scoperto l’inevitabile presagio: il Caffè Perù è stato comprato dai cinese. Un altro angolo di paradiso della romanità rischia di andare perduto.

Ok.. per noi tragicomici annoiati figli della borghesia di collina, il Bar Perù è sempre e solo stato un romantico viaggio nel tempo, in una Roma da noi sparita precocemente nella velleità del nuovo; una Roma che cerchiamo nei cassetti dei ricordi, pieni di negativi Kodak e negli aneddoti del primo Verdone; Lui che che proprio in quelle vie scovò l’a noi carissimo Finocchiaro. Non possiamo sentirlo nostro, è vero.

Forse. Forse non più di quanto non possiamo sentire nostra l’abitudine tutta romana di bere il caffè ‘al vetro’; fatto sta che per chi come me ha incomiciato i suoi peregrinaggi al Perù dieci anni fa, quando il quel epico bancone di zinco poggiava sulla destra, e dietro, la notte, a versarti litrate di Gin&Campari ci trovavi un cameriere calvo dal collo taurino che indossava ancora il cravattino prima che fosse hipster, sorretto da un vistoso elastico – ça va sans dire – e Mike alla cassa.. be’ qualcosa sentiamo di averlo perso: il piacere di trascorrere le nostre serate nel tempo andato, quello che per fare posto a quegli anonimi e pluriagoniati bistrot ‘alla moda’ arredati con la fotocopiatrice ha ucciso i bar latteria – polluzioni accatastate C1 che cerchiamo ovunque, come i Nasoni l’estate : perché a noi il progresso dello moscowmule minimale scontrinato a 15 euro c’ha veramente rotto er cazzo. Vogliamo l’amaro del Capo nei bicchieri firmati Cinzano, e il banco frigo a tenda davanti alle nostre sbronze..

Insomma.. adesso che poi vediamo l’imprenditoria cinese e quella bengalese consumare e mettere a rischio i nostri ricordi che profumano di ’80, il progresso lo patiamo ancora di più. Perché ingloba e accantona anche un fenomeno sociale: quello dell’impoverimento nazionale vs. il modello d’investimento spregiudicato e competitivo di queste nostre colonie orientali. Che minacciano tutto quel che di bello resta in questa città di disgraziati senza gusto e memoria, e rischiata d’essere il nostro insovvertibile futuro.

Vebe dai, forse mi sono fasciato la testa troppo in fretta. Depressione e abbattimenti pindarici; nostalgia precoce. Forse lasceranno tutto com’è. Io ci spero. #Holdfast #Molinari #SanCallisto .Roma vera ce servi come l’aria della domenica mattina al Pincio coi palloncini, o a sentì il cannone di mezzogiorno al Gianicolo. Con Papà. Intendo?

 

D.B.

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Questa insostenibilità nell’essere

Quando capirà il mondo che nulla è sostenibile nel futuro se non si vuole cambiare davvero rotta alla base?

Viviamo costretti in un limbo di rimorso latente e perenne sotto l’indice mai pago dell’utopia del sostenibile. Dubbiosi se sia giusto acquistare quel succulento filetto di manzo argentino mentre riflettiamo sulle flatulenze che secondo alcuni sono la prima causa d’ingrandimento del Buco dell’Ozono; in delirio da stress davanti ai quattro secchielli colorati imposti dal comune per la ‘differenziata’ – con la paura di commettere lo sbaglio irrimediabile e il terrore che il portiere faccia la spia; praticamente fermi a trenta chilometri orari, in ritardo cronico su macchinine elettriche uscite direttamente da Paperopoli per andare in centro quando c’è il blocco del traffico per la ‘Domenica Ecologica’. Siamo noi a volerlo davvero? No. È il rimorso che ci fa sentire in dovere di farlo. E la ragione è sempre la stessa: il sogno di un mondo migliore.

Riempirsi la bocca di buoni auspici e rosee prospettive è da decenni hobby preferito di tutto quell’entourage rampante, elitario, e rivoluzionario di post-capitalisti redenti con il pallino per la green economy e commercio equo e solidale che picchettano al grido di : “Salviamo il mondo riciclando le bottiglie di plastica finiscono nell’Oceano in scarpe da ginnastica per le nostre maratone ecologiche, che butteremo nella differenziata”.

Tutto molto freak. Tutto molto bello. Tutto molto dolce.. e onanistico, e sterile, e fine a se stesso.

La popolazione mondiale – che secondo il World Population Clock dello United States Census ammonta a 7,477220 miliardi – da sempre bilanciata nei grandi numeri da guerre, epidemie e stermini, vive nei falsi miti di progresso che auspicano e promettono il giorno in cui pace e prosperità regneranno indisturbate sul tutt’uno sociale, che soave e solidale, si moltiplicherà a dismisura senza tenere conto, nel futuro come nel presente, del collasso del sistema. Una contraddizione in termini ahimè, che non tiene conto delle capacità già allo stremo di un pianeta che non può più sopportare in alcuno modo la presenza ulteriore della piaga biblica del essere umano presto o tardi consumista: colui che più del petrolio (in esaurimento) è carburante per il capitale (sempre attivo nel soggiogare nuove tipologie di schiavi).

La mancanza di equilibrio logico nella stragrande maggioranza nell’ideale del sostenibile – estirpata pure la pigrizia figlia dell’egoismo o della disillusione dell’essere – è proprio quella del ‘numero’: come non arrivare al risultato che più prosperità si tradurrebbe in più consumismo che si materializzerebbe in più emissioni nocive (fabbriche, allevamenti, automezzi) e nella produzione di più rifiuti che già ovunque infestano il mondo senza posa e senza soluzione?

Se si tiene conto di una vecchia stima fatta da Ericsson, nel mondo ci dovrebbero essere all’incirca 5 miliardi di telefoni cellulari, che negli Stati Uniti vengono sostituiti dal 44% di chi ne possiede ogni 2 anni. Quanti ne verranno gettati ogni anni nel 2050 quando secondo le stime saremo 9,7 miliardi? E quante auto verranno accese con connesse emissioni? Quante accartocciate e stipate in discariche a cielo aperto? Quanti chilogrammi di carne proveniente da allevamenti intensivi per garantire ad un nucleo familiare occidentale il fabbisogno minimo? Quante flatulenze in aumento dunque? Con che conseguenze?

Nel mondo del restyling cronico che induce il consumatore ad avere sempre l’ultima novità, ogni anno, ovunque, si getta il vecchio per il nuovo senza aver ancora trovato una soluzione adeguata allo smaltimento dei rifiuti (oltre 4 miliardi di tonnellate di rifiuti ogni anni). Nel mondo della bugia del progresso, ogni anno il 71% della popolazione mondiale continua a vivere sotto la soglia di povertà senza alcuna speranza di miglioramento a breve termine. Nel mondo reale per ogni piccola sensazionalistica crociata sulla sostenibilità del riciclo dei boiler dell’acqua o delle scarpe passate di moda sponsorizzata da una comunità di vegani molisani, il presidente di una super potenza mondiale non ratifica l’accordo sulle emissioni globali per favorire la propria industria pesante e sopperire alle richieste del consumo e ai prezzi del mercato (se non si vuole tenere conto dei paesi che producono al di fuori dei controlli e da sempre ne sono estranei).

Insomma.. Io potrei continuare per molti più caratteri di quanti ne abbia a disposizione in questa pagina: nel Mondo reale, la verità, è che la vera sostenibilità si può ottenere solo con la riduzione della popolazione. Piaccia o no ai fanatici terrorizzati per il calo demografico.

 

D.B.

La teoria dell’onda più lunga

‘Se Roma avesse il mare, sarebbe una piccola Bari’; o forse no, forse era Parigi? Vabe’ non importa. Perché tanto volevo esporvi la mia teoria squisitamente romana del rimanere ad aspettare l’onda più lunga; e a Bari non ci sono né onde né surfisti. A Roma invece, è come se fossimo cresciuti un po’ tutti con la tavola in braccio; e non solo quelli che sfidano la salmonella a Fregene a dicembre che manco se me pagassero in sessodollari da spendere con le modelle de Victoria’s Secret.

Divagazioni a parte: dicesi ‘Teoria dell’Onda più lunga’ quella teoria che verte sulla particolare propensione di un romano o di una romana nel rimanere impassibile davanti alla numerose proposte avanzate da amici (spesso anche cari) per comporre programmi a breve o lungo termine quali apertivi, cene, feste danzanti o più strategicamente viaggi e weed end; poiché in indeterminata attesa dell’occasione dal suo punto di vista più succulenta: traducibile nello scrocco più spudorato o nell’andare a tampinare la mazza (o la fessa) che più l’aggrada. Praticamente Godot con le tette o con la barca.

Quella che dunque chiameremo ‘Onda più lunga’ in gergo è proprio l’occasione ghiotta e desiderata che a discapito di una bella serata tra amici lascia talvolta a bocca asciutta , talvolta mantiene al caldo la ‘mezza piotta sotto la suola’ (risparmiare danaro N.d.R) tutti coloro che attendono l’occasione perfetta per mollare il pappafico e cazzare la randa per un week end a ‘velasquez’ dove magari conta anche di portare a casa i famigerati 3 punti (il rapporto sessuale Completo N.d.R.).

Apostoli del verbo ‘boh ti faccio sapere dopo’; portatori sani di buche dell’ultimo momento; che siano a Cortina o a Porto Ercole, a Prati o Corso Trieste, da sempre centinaia e centinaia di romani e romane attendono col cellulare in una mano e il longboard nell’altra pomeriggi, talvolta settimane intere, l’onda più lunga nel segno del loro più sfacciato e deplorevole opportunismo – spesso anche malcelato – che si abbatte sulle ignare proposte degli appagati o peggio degli ingenui, che ancora li etichettano bonariamente come ‘eterni indecisi’. Io vi auguro di affogare tutti. Prima o poi.

 

D.B.