Digressione

Il mio commercialista

Quando in passato le donne mi domandavano se non fosse il caso di fidanzarci stabilmente, io rispondevo sempre – collaudata scappatoia – che “dovevo prima consultare il mio commercialista”, ma probabilmente non me lo avrebbe permesso; mi avrebbe risposto che ‘non potevamo permettercelo’. Ora mi sono lasciato. Ha sempre avuto ragione.

D.B.

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Nella bottiglia..

I miei pensieri più belli sono scritti su pezzi di carta da poco, inzuppati dall’ultimo sorso delle bottiglie di cui ho raggiunto il fondo. Sono tappati alla meglio e abbandonati al mare, cullati dal niente. I miei pensieri sono fini a se stessi, forse rivolti a nessuno e belli solo per me. Sono schizzi di noia e grandezza che cercano l’eternità. A chi li legge per sbaglio, ho la premura di lasciare l’ultimo sorso, per mandarli giù meglio. Sono un poeta, o solo un ubriaco che ha trovato una penna.

D.B.

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Forse dovremmo tutti.

Forse dovrei, dovremmo, smettere di pensare tanto a niente
ed essere così convinti che qualcosa – o tutto – ci sia dovuto. Non se sa da chi poi.
Smettere di vivere di paragoni; e smettere pure di gareggiare senza campionato: che tra cojoni, farlocchi e mignotte è na disputa de disperati senza licenza. Na corsa de fagiani dove purtroppo non spara mai nessuno: solo cazzate.

Smettere di nutrire quel complesso da spogliatoio borghese che tutti guardano il cazzo de quello accanto.. Ecco ci sarà sempre uno coi parenti sardi o de Montecarlo. E te stai sicuro stai inculato su tutti e due i piani.

Smettere di campare su Instagram, che è solo una cartolina bugiarda di momenti pieni de noia, da rivendere per felici a chi c’interessa li guardi – che poi so pure tutti uguali. Du palle. E pure su Facebook, che ormai è chiaro che è solo un grande fratello dove incasellare i cazzi nostri per perde tempo e venderci al capitale, o al massimo per far accoppiare e indignare gli analfabeti funzionali che finiscono a di’ buongiornissimo kaffè all’etere col profilo di coppia. Certo smettere anche di credere che l’erba del vicino è sempre più verde. Chinarci sul nostro orto di tanto in tanto, e sopratutto smettere di idolatrare chi non si è mai speso a chinarsi sul suo. Che quello non è merito: solo fortuna.

Smettere di preoccuparsi del futuro, che è imprevedibile;
e del passato anche: che quello è e basta, e non può cambiare. Al massimo farne tesoro – Eh, l’empirismo – che poi sincero: a chi è che ogni volta non glie va’ de tirà all’incrocio dei pali pure se l’ha sempre sparata in tribuna dalle elementari? Tanto nella vita vera non ce guarda o ce paga nessuno. De sti tempi poi.. Comunque dovremmo smettere di ricalcare il suggerito: troppo semplice e poco sentito da chi ce lo suggerisce (un po’ come chiosava Kahuna) . Sul consigliato o l’auspicabile: che solo fotocopie di fotocopie sbiadite di vite demmerda possono essere, di quelli che all’incrocio dei pali non c’hanno mai tirato, l’hanno solo presi; e pure piene de rimpianti, che so’ meglio i rimorsi – dice il poeta – che poi la vorrei vede’ la vita vera de sti poeti, sarebbe proprio da spiarli mentre compiono sti’ capolavori. So tutti morti de fame senza na lira pe’ farsi recensire e sciorinare da qualche critico morto di figa che una poesia vera non l’ha scritta mai. Io che scrivo poi, poco e male, faccio na vita che è tutta un rimorso, dove ce piove sopra pure a luglio.

Forse dovremmo, dovrei, smettere anche di vivere sulla rotaie, ma manco collezionare ‘anticonformismi’ pe’ facce l’album, che de post-hipster coi genitori che a trent’anni glie versano ancora la diaria per fa spesa al biologico, comprasse la civetta brasiliana e andasse a fa le foto in Patagonia se semo pure un po’ rotti er cazzo.. Ma la colpa non è dei genitori, è de chi gliela da’.
E pure la nostra, ovvio, che continuiamo a core’ dietro a quelle che gliela danno a loro, e come capiscono che qua se stanno arrampica’ dov’è tutta pianura, tirano i remi in barca, partono pe’ Sankt Moritz, che qualcuno che le porta a fa’ shopping a Nuova York per due chili de baiaffa al mese mentre ancora glie stanno su le tette ce starà..

Di base dovremmo, smettere di pensare d’essere tutti artisti macati che fanno le foto alle cose a cazzo de cane, o peggio fa i figli d’arte, che l’arte comunque non s’eredita – e spesso se vede pure bene. Diceva Longanesi “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere chiamati.” Ecco, fosse vissuto ai giorni nostri pure sull’avvocatura l’avrebbe detto me sa. Sulla scrittura poi.. che ve lo dico a fa’, touché..

Certamente dovremmo smettere, penso, di fingere di essere chi non siamo per essere, più attraenti, più conturbanti, che de sti tempi finisce che quello o quella con cui flirtavamo in chat ce lo ritroviamo un giorno nel letto e glie chiediamo: ma te chi cazzo sei? Parli come Di Maio, rifletti come Francesca Cipriani, pe’ portamme a letto hai detto più cazzate de Frank Abbagnale e fatto più buffi de Gaucci..

Poi forse dovremmo pure smettere di puntare o cercare solo la bellezza però, e farlo sul serio. Che alla fine tra 50anni noi saremo solo bavosi ingrifati che scansate oggi, e voi quei canotti pieni de botulino con le corna che diventerete domani.. Insomma, forse dovremmo ricordare più spesso che solo chi s’è ammazzato per essere bello dentro, tra le battaglia perse, e i mille mulini a vento presi sul muso, e le poche soddisfazioni di sudati fallimenti che sono diventati traguardi, e il disprezzo dei soldi, che non sono di più di quel che valgono, si salverà, e se avrà incontrato una folle come lui, o un folle come lei.. allora sarà, forse, finalmente sereno, nel letto, la notte, davvero. Insomma, dico accorgersene finché siamo in tempo.

Ecco forse dovremmo ricordare questo.. che pure se la vita a scorrerla a ritroso ci risulterà solo un montaggio analogico di figure di merda, lacrime e pornografia, di masturbazione e fallimenti, di notti insonni sbronze e grandi speranze, di addii e conferme che il tempo e gentiluomo, di calci in bocca e baci in fronte.. Tutto starà con chi guardarlo, se soli e felici, o insieme felici, ma felici. E metà del gioco starà nello scegliere una bella colonna sonora per i titoli di coda. A me, per esempio, piacerebbe Hurt di Jonny Cash..

D.B.

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Sotto l’acqua

Il caldo dell’estate di troppi anni fa non lasciava spazio a persone non troppo convincenti per trascinarti a fare il bagno. Il bagno era un’avventura. Ogni volta. La gomma sempre differente nelle forme e nei colori fantastici alla quale ti aggrappavi esprimeva la sua familiarità attraverso un odore sempre uguale.
– Quando le dita sono con le piegoline esci mi raccomando. –
– Si – Mentivi.

Metti la testa sotto.
No non voglio, ho paura.
Metti la testa sotto, avanti.
No! No.
Metti la testa sotto, oltre la paura c’è l’essere grandi, e lì sotto il Mondo è bellissimo. Tace fin quando riesci a trattenere il respiro in un caleidoscopio di blu e luce, placido ed affascinante. Prova.
Ok Papà.

Prendere il respiro, guadre il Sole e percepire l’emozione dell’inaspettato, della prima volta. Chiudi gli occhi. E Pluff.

L’acqua entra nel naso del principiante, gli occhi aperti bruciano di sale. La tosse riempie la risalita millimetrica e il pelo dell’acqua scopre una faccia disgustata. Non mentiva però, è bellissimo là sotto.

D.B.

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Su le donne e i motori..

Io le donne le sempre paragonate alle macchine.
Ad inizio serata, per esempio, è come quando apri un numero di Quattro Ruote seduto sulla tazza del cesso di sabato mattina. Per lucidità e passione, per metodologia e consuetudine, per noia e velleità, esamini attentamente ogni modello.. Ne osservi marca e motore, noti le rifiniture degli interni, i cerchi e gli optional; congetturi su prestazioni e rifletti sui consumi.
Alla fine della serata, invece, quando stai cercando disperatamente un cesso perché sei al sedicesimo gin tonic, e la tua vescica, che ormai ha la dimensione di una palla da Rugby, è solo la seconda cosa più piena che ti trascini addosso, la tua percezione si ribalta: ti accontenteresti di trainare qualsiasi cosa che possieda quattro ruote davvero per spingerla in discesa e vedere fino dove riesci ad arrivare.. Anche se nel frattempo hai pisciato in una siepe, anche se quella che ti stai trascinando fuori non somiglia nemmeno lontanamente ad una macchina: anche se è un cesso a pedali e le rotelle ce le stai mettendo te.. Con la tua immaginazione.
D.B.
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Sul pagar il conto alle signore

Personalmente, e già da tempi non sospetti, mi sono sempre affidato ad una regola ferrea riguardo quando sia più o meno giusto pagare la cena alle signore. Talvolta spiegata in disegno a svaligia-rosticcerie d’alto bordo, anaconde dell ‘aggiungi un posto a tavola’ in corner e professioniste della corsa quattrosiepi non appena scorgono il cameriere avvicinarsi ‘avec l’addition’, per tapparsi metodicamente in bagno timing ‘prigionia Mandela’ onde evitare il rischio dell’imbarazzo (che poi ahimè è sempre il nostro), si riassume in quanto segue:

Offrire una cena ad un donna che si corteggia già, è da cavaliere – ça va sans dire..
Offrirla ad una cara amica, a un’amica in compagnia di soli uomini, o a una donna che s’intenderà corteggiare, è da gentiluomo..
Ma offrirla a una che non ti vuoi portare a letto, che non conosci, che non ti mollerebbe la baiaffa manco da soli su Marte, e che sta lì solo per scroccare un pasto, caldo o crudo che sia, è solo da cojone.

Meditate, che i tavoli corti a cena sono sempre i più belli e i retaggi sempre più brutti.

D.B.

 

La censura degli antiabortisti

La censura mi disgusta quasi come quel cartellone sull’aborto. Intimidatorio e squallido.

E la lacunosa mancanza di tatto di coloro che pur di difendenderlo, dimostrano d’ignorare quanto possa essere difficile la vita, anche loro mi disgustano. Perché giocano a non capire quanto sia difficile scegliere la sofferenza di negarla una vita, piuttosto di non portare sofferenza a se e a chi ha già un cuore che batte, magari già succhia il pollice..sì: ma la sofferenza non sa ancora cosa sia. E forse è meglio per lui non scoprirlo mai.

D.B.

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Il complesso del nonno

“Da che mi ricordo, i tre indiscutibili collanti sociali di questo secolo sono sempre stati la figa, il calcio e la cacca. Le genti, previo attualità particolari o straordinari eventi, si sono sempre contentate di confrontarsi su questo; ma il progresso – quel bastardo – ha aggiunto un tema nel discorso: la pappa.
Da qualche anno a questa parte infatti, complice quella che a me piace chiamare ‘moda del cucinato’ o ‘complesso del nonno’, quando si terminano aneddoti e opinioni sui tre vecchi argomenti che ricorrono allo sfinimento, si comincia a parlare di cosa si è mangiato a cena, o della spesa che si è fatta da quel pizzicagnolo o macellaio – con un trasporto sempre proporzionato al conto che si è meritati di pagare – perché il cibo, si sa, è bene posizionale ormai, e a differenza dei secoli passati, al giorno d’oggi quei pochi soldi che la gente caccia dalle tasche li spende per comprare un chilo di avocado o sedersi a tavola e fare una bella foto al piatto (#foodporn). Non sbagliava Berlusconi infatti, a dire che lui la crisi non la ‘vedeva’ perché i ristoranti sono sempre pieni. Non sbaglia chi sostiene la teoria che forse, se i giovani smettessero di spendere soldi in toast all’avocado, un giorno potrebbero finalmente comprarsi casa.

Inizialmente, mi ero fatto l’idea che quell’intruso non fosse altro che un’occulta associazione che il cervello compiva inconsciamente per collegarla al terzo argomento in scaletta (la cacca): una proiezione alla conversazione di domani. Ma poi ho capito che non era precisamente così, che il mondo come al solito era cambiato, e io, che non parlo neanche di calcio perché non lo seguo da quando i nomi dei giocatori erano ancora pronunciabili, come al solito ero rimasto indietro. Eppure una cosa ricordo: quando quella rincoglionita di nostra nonna ci chiamava a casa, e ci toccava prendere la cornetta, e lei, per non sapere cosa dire, o perché era importante per la gente che aveva anche sofferto la fame, domandava cosa avevamo mangiato a cena, prima.. Allora non eravamo così entusiasti di raccontarlo. Ma che vuoi fare, staremo invecchiando anche noi.”

D.B.

per Il Bestiario degli italiani, la rivista strapaesana

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