L’antifascismo come arma di distrazione

“Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso.
Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda.”

Pier Paolo Pasolini, domanda a Moravia

 

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Non ditelo a Fiano

Ogni notte da qualche notte, quando termino di scrivere le mie baggianate e la casa è buia, e nessuno può scorgermi nell’oscurità, mi muovo come un gatto guardingo trascinandomi dietro una vecchia scatola di legno.

Stabilitomi dove solo io posso stare, al sicuro da occhi indiscreti, accendo una luce tenue e la apro. Allora passo in rassegna pennelli di minute dimensioni e vasetti pieni di vernice, e poi in mezzo a loro il figurino di piombo che potrebbe costarmi 6 mesi di reclusione o chissà quale multa salata; e io, chi mi conosce lo sa, non c’ho una lira pe’ fa due: dunque sono terrorizzato dal conciliare. È alto quanto un dito medio eretto, pesa come un bicchiere di vetro, e piano piano che prende forma e colore, sul petto di una giuba grigio-verde si riempie di piccoli, minuscoli, emblemi del colore dell’argento: onorificenze al ‘valore’. Ve lo dirò, ma non siate spie – Il nemico ci ascolta! – è Junio Valerio Borghese; mi è stato spedito in gran fretta dalla Grecia, prima di eventuali rafforzamenti alle dogane, prima di embarghi; nei suoi 54 mm d’altezza sfoggia la divisa della Xª MAS, ai tempi dell’RSI, ai tempi della resistenza: quella di Salò, e quella delle montagne.

Un brivido mi corre lungo la schiena leggermente ricurva, a pensare che Lui, come i modellini d’aeroplano della Regia che portano su il ‘fascio littorio’ e belli e fatti posano davanti pile di romanzi e libri di storia – letti davvero – se scoperti potrebbero garantirmi il 293-bis voluto dalla ‘Legge Fiano’ : fino a 2 anni di reclusione con l’aggravante di questo post. Mi quieto, fuori è buio, tutti dormono intorno a me, nessuno conosce il mio segreto. Mi affaccendo scaltro, dipingo particolari, faccio ricerche su vecchi albi colmi d’impudente nostalgia. Dipingo ancora. In silenzio, come un ladro. Quando la stanchezza sopraggiunge, ripongo tutto nella vecchia scatola di legno.

Sono sicuro che nessuno mi abbia visto, sono sicuro che nessuno potrebbe neanche immaginare che Io, di notte, mi chiuda in una stanza per modellare – cito testualmente da proposta di legge – “..beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti [al partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie]”. Ne ho la certezza; finché vestendo il pigiama di seta in un sobbalzo m’irrigidisco sull’attenti, all’improvviso, anche questa volta, e grido deciso nell’ora del silenzio ‘DECIMA MARINAI! DECIMA COMANDANTE!’: vanificando come ogni notte il mio riserbo, svelando a tutto il vicinato il mio piccolo inconfessabili segreto, ‘la nostalgia’.. mentre dalla camera accanto mi indicano il paese dove dovrei andare, con garbo e fallibile speranza.

Ciao Fiano. Ciao. Noi di mulini a vento ne abbiamo presi di petto migliaia, sappiamo benissimo come si fa.

 

D.B.

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Il Perù ai cinesi: coccodrillo di un bar

A me del Milan non me n’è mai fregato niente.. però quando venerdì pomeriggio in volata sui sampietrini ho accostato la vespa a via Monserrato, per affacciarmi al Perù a comprare un pacchetto di sigaretti ‘Salsa‘ – magari sorseggiare un cordiale nella mia attesa – non ho incontrato dietro al bancone il sorriso di Michele e degli altri, ma quello di una giovane cinesina che affaccendata con i parenti non sapeva affatto cosa fossero, i sigaretti Salsa.

Stizzito da questa mancanza, frastornato da quello che sembrava un repentino e insensato colpo di mano della Rapubblica Popolare Cinese oltre le linee, le nostre, mi sono allontanato in silenzio, attonito, sconvolto e impensierito. Davvero non credevo potesse essere, oggi invece leggendo un articolo ho scoperto l’inevitabile presagio: il Caffè Perù è stato comprato dai cinese. Un altro angolo di paradiso della romanità rischia di andare perduto.

Ok.. per noi tragicomici annoiati figli della borghesia di collina, il Bar Perù è sempre e solo stato un romantico viaggio nel tempo, in una Roma da noi sparita precocemente nella velleità del nuovo; una Roma che cerchiamo nei cassetti dei ricordi, pieni di negativi Kodak e negli aneddoti del primo Verdone; Lui che che proprio in quelle vie scovò l’a noi carissimo Finocchiaro. Non possiamo sentirlo nostro, è vero.

Forse. Forse non più di quanto non possiamo sentire nostra l’abitudine tutta romana di bere il caffè ‘al vetro’; fatto sta che per chi come me ha incomiciato i suoi peregrinaggi al Perù dieci anni fa, quando il quel epico bancone di zinco poggiava sulla destra, e dietro, la notte, a versarti litrate di Gin&Campari ci trovavi un cameriere calvo dal collo taurino che indossava ancora il cravattino prima che fosse hipster, sorretto da un vistoso elastico – ça va sans dire – e Mike alla cassa.. be’ qualcosa sentiamo di averlo perso: il piacere di trascorrere le nostre serate nel tempo andato, quello che per fare posto a quegli anonimi e pluriagoniati bistrot ‘alla moda’ arredati con la fotocopiatrice ha ucciso i bar latteria – polluzioni accatastate C1 che cerchiamo ovunque, come i Nasoni l’estate : perché a noi il progresso dello moscowmule minimale scontrinato a 15 euro c’ha veramente rotto er cazzo. Vogliamo l’amaro del Capo nei bicchieri firmati Cinzano, e il banco frigo a tenda davanti alle nostre sbronze..

Insomma.. adesso che poi vediamo l’imprenditoria cinese e quella bengalese consumare e mettere a rischio i nostri ricordi che profumano di ’80, il progresso lo patiamo ancora di più. Perché ingloba e accantona anche un fenomeno sociale: quello dell’impoverimento nazionale vs. il modello d’investimento spregiudicato e competitivo di queste nostre colonie orientali. Che minacciano tutto quel che di bello resta in questa città di disgraziati senza gusto e memoria, e rischiata d’essere il nostro insovvertibile futuro.

Vebe dai, forse mi sono fasciato la testa troppo in fretta. Depressione e abbattimenti pindarici; nostalgia precoce. Forse lasceranno tutto com’è. Io ci spero. #Holdfast #Molinari #SanCallisto .Roma vera ce servi come l’aria della domenica mattina al Pincio coi palloncini, o a sentì il cannone di mezzogiorno al Gianicolo. Con Papà. Intendo?

 

D.B.

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Questa insostenibilità nell’essere

Quando capirà il mondo che nulla è sostenibile nel futuro se non si vuole cambiare davvero rotta alla base?

Viviamo costretti in un limbo di rimorso latente e perenne sotto l’indice mai pago dell’utopia del sostenibile. Dubbiosi se sia giusto acquistare quel succulento filetto di manzo argentino mentre riflettiamo sulle flatulenze che secondo alcuni sono la prima causa d’ingrandimento del Buco dell’Ozono; in delirio da stress davanti ai quattro secchielli colorati imposti dal comune per la ‘differenziata’ – con la paura di commettere lo sbaglio irrimediabile e il terrore che il portiere faccia la spia; praticamente fermi a trenta chilometri orari, in ritardo cronico su macchinine elettriche uscite direttamente da Paperopoli per andare in centro quando c’è il blocco del traffico per la ‘Domenica Ecologica’. Siamo noi a volerlo davvero? No. È il rimorso che ci fa sentire in dovere di farlo. E la ragione è sempre la stessa: il sogno di un mondo migliore.

Riempirsi la bocca di buoni auspici e rosee prospettive è da decenni hobby preferito di tutto quell’entourage rampante, elitario, e rivoluzionario di post-capitalisti redenti con il pallino per la green economy e commercio equo e solidale che picchettano al grido di : “Salviamo il mondo riciclando le bottiglie di plastica finiscono nell’Oceano in scarpe da ginnastica per le nostre maratone ecologiche, che butteremo nella differenziata”.

Tutto molto freak. Tutto molto bello. Tutto molto dolce.. e onanistico, e sterile, e fine a se stesso.

La popolazione mondiale – che secondo il World Population Clock dello United States Census ammonta a 7,477220 miliardi – da sempre bilanciata nei grandi numeri da guerre, epidemie e stermini, vive nei falsi miti di progresso che auspicano e promettono il giorno in cui pace e prosperità regneranno indisturbate sul tutt’uno sociale, che soave e solidale, si moltiplicherà a dismisura senza tenere conto, nel futuro come nel presente, del collasso del sistema. Una contraddizione in termini ahimè, che non tiene conto delle capacità già allo stremo di un pianeta che non può più sopportare in alcuno modo la presenza ulteriore della piaga biblica del essere umano presto o tardi consumista: colui che più del petrolio (in esaurimento) è carburante per il capitale (sempre attivo nel soggiogare nuove tipologie di schiavi).

La mancanza di equilibrio logico nella stragrande maggioranza nell’ideale del sostenibile – estirpata pure la pigrizia figlia dell’egoismo o della disillusione dell’essere – è proprio quella del ‘numero’: come non arrivare al risultato che più prosperità si tradurrebbe in più consumismo che si materializzerebbe in più emissioni nocive (fabbriche, allevamenti, automezzi) e nella produzione di più rifiuti che già ovunque infestano il mondo senza posa e senza soluzione?

Se si tiene conto di una vecchia stima fatta da Ericsson, nel mondo ci dovrebbero essere all’incirca 5 miliardi di telefoni cellulari, che negli Stati Uniti vengono sostituiti dal 44% di chi ne possiede ogni 2 anni. Quanti ne verranno gettati ogni anni nel 2050 quando secondo le stime saremo 9,7 miliardi? E quante auto verranno accese con connesse emissioni? Quante accartocciate e stipate in discariche a cielo aperto? Quanti chilogrammi di carne proveniente da allevamenti intensivi per garantire ad un nucleo familiare occidentale il fabbisogno minimo? Quante flatulenze in aumento dunque? Con che conseguenze?

Nel mondo del restyling cronico che induce il consumatore ad avere sempre l’ultima novità, ogni anno, ovunque, si getta il vecchio per il nuovo senza aver ancora trovato una soluzione adeguata allo smaltimento dei rifiuti (oltre 4 miliardi di tonnellate di rifiuti ogni anni). Nel mondo della bugia del progresso, ogni anno il 71% della popolazione mondiale continua a vivere sotto la soglia di povertà senza alcuna speranza di miglioramento a breve termine. Nel mondo reale per ogni piccola sensazionalistica crociata sulla sostenibilità del riciclo dei boiler dell’acqua o delle scarpe passate di moda sponsorizzata da una comunità di vegani molisani, il presidente di una super potenza mondiale non ratifica l’accordo sulle emissioni globali per favorire la propria industria pesante e sopperire alle richieste del consumo e ai prezzi del mercato (se non si vuole tenere conto dei paesi che producono al di fuori dei controlli e da sempre ne sono estranei).

Insomma.. Io potrei continuare per molti più caratteri di quanti ne abbia a disposizione in questa pagina: nel Mondo reale, la verità, è che la vera sostenibilità si può ottenere solo con la riduzione della popolazione. Piaccia o no ai fanatici terrorizzati per il calo demografico.

 

D.B.

La teoria dell’onda più lunga

‘Se Roma avesse il mare, sarebbe una piccola Bari’; o forse no, forse era Parigi? Vabe’ non importa. Perché tanto volevo esporvi la mia teoria squisitamente romana del rimanere ad aspettare l’onda più lunga; e a Bari non ci sono né onde né surfisti. A Roma invece, è come se fossimo cresciuti un po’ tutti con la tavola in braccio; e non solo quelli che sfidano la salmonella a Fregene a dicembre che manco se me pagassero in sessodollari da spendere con le modelle de Victoria’s Secret.

Divagazioni a parte: dicesi ‘Teoria dell’Onda più lunga’ quella teoria che verte sulla particolare propensione di un romano o di una romana nel rimanere impassibile davanti alla numerose proposte avanzate da amici (spesso anche cari) per comporre programmi a breve o lungo termine quali apertivi, cene, feste danzanti o più strategicamente viaggi e weed end; poiché in indeterminata attesa dell’occasione dal suo punto di vista più succulenta: traducibile nello scrocco più spudorato o nell’andare a tampinare la mazza (o la fessa) che più l’aggrada. Praticamente Godot con le tette o con la barca.

Quella che dunque chiameremo ‘Onda più lunga’ in gergo è proprio l’occasione ghiotta e desiderata che a discapito di una bella serata tra amici lascia talvolta a bocca asciutta , talvolta mantiene al caldo la ‘mezza piotta sotto la suola’ (risparmiare danaro N.d.R) tutti coloro che attendono l’occasione perfetta per mollare il pappafico e cazzare la randa per un week end a ‘velasquez’ dove magari conta anche di portare a casa i famigerati 3 punti (il rapporto sessuale Completo N.d.R.).

Apostoli del verbo ‘boh ti faccio sapere dopo’; portatori sani di buche dell’ultimo momento; che siano a Cortina o a Porto Ercole, a Prati o Corso Trieste, da sempre centinaia e centinaia di romani e romane attendono col cellulare in una mano e il longboard nell’altra pomeriggi, talvolta settimane intere, l’onda più lunga nel segno del loro più sfacciato e deplorevole opportunismo – spesso anche malcelato – che si abbatte sulle ignare proposte degli appagati o peggio degli ingenui, che ancora li etichettano bonariamente come ‘eterni indecisi’. Io vi auguro di affogare tutti. Prima o poi.

 

D.B.

 

Mi hanno chiesto di raccontare come ho perso.. e io l’ho fatto

Una volta ho sentito dire che “un uomo non impara niente quando vince”, al contrario, quando perde, sviluppa in sé un’esperienza importante, che lo avvicina un passo di più alla propria saggezza. Quando ho deciso di partecipare al Reporter Day, l’unica mia sincera intenzione era quella di gareggiare con stile e confrontarmi. Non quella di vincere. Troppo egoista. Troppo bello per essere vero. Vincere prevede spesso lo scomodo e non trascurabile particolare di essere il migliore, e io di rado sento questa investitura. Figuriamoci poi nel confronto con 150 giovani appassionati come me, selezionati da un team di grande competenza, per un progetto giudicato da padrini chimerici come Fausto Biloslavo o Marco Negri. Essere reporter in prima linea è il sogno di una vita. Da quando sono stato colto dalla “passionaccia” del giornalismo; da quando ho trovato il mio idolo in un giornalista come Indro Montanelli; da quando ho imparato a memoria la sua vita.

Prendere parte a questa progetto unico nel suo genere, promosso da Il Giornale che proprio lui fondò, nel segno del suo spirito indomabile – beh, come marcare visita? È per questo forse che mi sono subito proiettato in guerra, pensando ad un fronte dove poter tentare di arrampicarmi, chiamando, pregando, scocciando, rispolverando amici di amici che avevano sentito sotto i piedi la terra dell’Afghanistan e che potevano aiutarmi, nella speranza di essere inviato là.

Già mi vedevo con l’elmetto di Kevlar e l’antischegge con su la scritta “Press”, ad inseguire il mio sogno. A fare il reporter per raccontare e contribuire a spiegare la guerra. Sul treno che da Roma mi avrebbe portato a Milano, avevo portato con me un libro letto e riletto a farmi compagnia (forse coraggio): “Fummo giovani soltanto allora”, la vita spericolata del giovane Montanelli raccontata dalla brillante penna di Merlo. Girovagando tra le pagine, nei passi sottolineati, ecco lì il mio preferito: quello in cui l’allora direttore del Corriere bolla la supplica di Indro ventinovenne (come me) di andare raccontare la guerra per lui, con una parola straziante, «ILLUSO».

Quando mi sono confrontato con gli altri concorrenti e con i loro magnifici progetti, nell’attesa infinita dell’esamina da parte dei giudici; quando mi sono seduto davanti a quei professionisti gentili ma severi, come qualsiasi candidato teme (ma che in fondo se vuole davvero gareggiare ad alti livelli si augura) consumato dalla tensione; quando ho visto un uomo dello spessore del direttore Alessandro Sallusti girare tranquillamente tra di noi, me la ripetevo: “Illuso”.

Allora ho capito che non avrei vinto. E quando alla premiazione hanno annunciato i progetti dei vincitori, sono stato lieto che tra i miei coetanei vengano generate idee così brillanti, così diverse, affascinanti, meritevoli. Passata la fase beckettiana del fallimento. Ho pensato sinceramente a quanto perdere sia importante per rimettersi in carreggiata e strappare le carte siglate con “illuso”. Per migliorarsi e tirare fuori la grinta. Gli Occhi della guerra mi hanno dato un’altra chance. Perché, forse, come citava la mail che mi aveva comunicato di aver passato la selezione per il concorso, “hanno visto qualcosa in me”. Farò l’analista per loro, finché dio o la loro pazienza vorrà. Perché l’importante, l’avevano detto il giorno della premiazione, è avere una chance per partire Tutti. A noi coglierla.

D.B. – ‘Io ricomincio da qua’ su IlGiornale.it e Gliocchidellaguerra.it

Il mondo che bah.

Il sistema pensionistico collassa, il ghiaccio si scioglie, qualcuno pensa che il buco dell’ozono scaturisca dalle flatulenze delle mucche. Le guerre di religione sono totali. La musica è morta, l’arte, nella contemporaneità, è speculazione autoreferenziale. La bellezza è diventata opinabile e oscena, il politicamente corretto regna, la cultura giace. I giorni vengono scanditi dai necrologi dei pezzi della nostra storia andata; la vita ci consiglia, comunque, una schiavitù calvinista, il darwinismo si è rotto, e nessuno, nessuno si preoccupa della fine del mondo.

D.B.

 

La gabbianella e il fesso

Quante volte abbiamo strillato ai gabbiani di Roma ‘de tornasse al mare’, quando la notte, volando in cerchio come stormi di condor, urlano nell’attesa nel prossimo banchetto d’immondizia abbandonata a se stessa. Rumorosi, sporchi e sfacciati, riempiono i tetti della città eterna indisturbati e grassi come fagiani – sembra quasi si nutran di gatti. Li odio, è vero. Lo ripeto sempre. Eppure un po’ non avevo potuto fare a meno di affezionarmi a quella gabbianella piccola e grigia, che giorno dopo giorno tutta la notte pigolava come una sirenia antiaerea fino al ritorno della madre.

Quando il cielo davanti alla mia finestra si prepara all’imbrunire, e la nuvola di smog maturata dal giorno si tinge d’un viola insano e splendido, che amplifica tutti i colori del tramonto distante; lei usciva fuori da un comignolo abbandonato, e con le sue zampette palmate passeggiava fino al bordo di un timpano con su scritto ‘Sibi et Amicis’. Grigia come una nuvola innocua, con duo palline scure per occhi, si appollaiava come un gallinaccio e attaccava una nenia petulante con quel suo beccaccio nero. Io in terrazzo a scrivere e combattere zanzare, Lei imperterrita nel suo pianto. ‘Ti vuoi azzittare maledetta. Ti tiro una ciabatta.’ – ma lei manco a pensarci. Pigolava alle macchine, ai motorini, agli altri gabbiani, agli stormi di pappagalli – che qui hanno sostituito le rondini – a tutto il circondario. Pigolava fino a notte inoltrata. Finché la madre non tornava per portarle qualche porcheria da mangiare. Allora si rimetteva su qui due piedini palmati e zitta dentro al cominignolo spento, fino alla prossima replica.

La odiavo. L’ho detto. Ogni settimana più grassa, ogni giorno più lagnosa, ogni ora più rumorosa. Ero lì-lì per insultarla di nuovo un pomeriggio, quando il prodigio della natura le fece venire la voglia di rompere il pianto spalancando quel paio d’ali. ‘To’! Una gabbianella che si sente un albatro’ – ho esclamato davanti a nessuno. Ma in realtà lo pensavo. E la invidiavo. L’emozione del volo, del giovane che si crede grande, del primo, piccolo passo verso una vita spesa nel cielo la rendeva ai miei occhi splendida e invidiabile creatura. Allora, vendendola traballante su quei piedini palmati e sulle esili zampette sormontate dalle timide ali che volevano abbandonare per sempre il timpano dedicato agli ‘amici’, iniziavo a curarmi di lei. Io, uomo di città privo del talento di Baudelaire, vedevo in lei il divenire di un maestoso ‘albatro’ urbano.

Non camminare sul bordo fessa! Non sei pronta!
Non farlo capire che non sai volare, che poi passa un altro gabbiano e ti si mangia! Quel cannibale schifoso.
Aspetta un altro giorno. Non ti buttare. Aspetta d’essere pronta per volare via da quel timpano, sta lì dal ventennio, ti saprà aspettare.

Iniziavo a preoccuparmi per Lei. Sì. Quella sirena antiaerea con le zampe, dal pigolio cronico che si sarà fatta sorda da sola.
Oggi imboccando la via di casa, mi sono imbattuto in una gabbianella morta investita; e non volevo che.. Ma poi quando ho chiesto notizie me ne hanno date di pessime – “Mentre non c’eri ha spiegato le ali e ha volato.. Ma è atterrata per strada. E mentre zampettava spaesata, una macchina se l’è presa in pieno”. Adesso sono triste per un gabbiano in meno nei cieli di Roma. Che storia assurda.

D.B.

Le foto dell’estate

Terminato il week end mi sono abbandonato al volo pindarico di cosa potrebbe accadere proprio adesso e per i prossimi tre mesi in un universo parallelo, dove migliaia e migliaia di uomini trascorreranno interi pomeriggi a cercare profondi aforismi di Baricco e Baudelaire per fare da didascalia agli shooting amatoriali del loro scroto per poi tappezzarvi l’etere – Fingendo spudoratamente di volervi coinvolgere nella bellezza dei paesaggi, certo di non voler far abboccare qualcuno nella loro bieca e svenduta sensualità..

Buona estate, buona estate signori miei.

D.B.