I giovani fascisti

Infine, caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi, sul “Messaggero”, (18 giugno 1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della frase: “I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non avere occasione di conoscerli.” Ma: 1) certamente non avrai mai tale occasione, anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda a un negozio, per strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei giovani fascisti, non li riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E’ una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso.

Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari.
8 luglio 1974. Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino. Su “Paese sera” col titolo “Lettera aperta a Italo Calvino: P.:quello che rimpiango”.

50556446_2136020769795542_474621936639410176_n

Annunci

Corri!

Struscia sull’asfalto, la pelle ingenua
duole la ferita, ma va via.

Corre sulla strada, la pelle dura
cade, la crosta nera
e va via.

Corre, cade, soffre,
sul brecciolino, sulla pista, sulla vita
La pelle folle,
Corre..

D.B.

295742443_960

A ognuno i suoi..

Di solito nel confronto con i prepotenti, ci piace rifarci ai nostri idoli intellettuali. Sempre gli stessi. Pochi e consumati. Che siano Montanelli, Jünger, Mishima, o il piccolo Feltri, i ribelli. Che sia citare Brasillach , nel giorno della sua condanna a morte. Un onore.

Coloro che hanno fermi miti, non devono saltar di palo in frasca tra i portatori di progresso, che nel mutare d’idee e mode, per antonomasia in perenne movimento, rimangono di rado marmorei bastioni di pensiero. Mai visto un progressista appellarsi a Gramsci se non una volta l’anno. Nell’ultimo giorno dell’anno per giunta. Mai visto un politico di sinistra rifarsi diffusamente a Calamandrei, o a Berlinguer, se non per dire che erano al suo funerale. A piangere. Conservare le idee significa non mutare mai. E se è vero che sono gli idioti coloro che non mutano mai d’idea. Per una volta, apparire idioti, non è poi così male.

D.B.

Schermata 2018-12-19 alle 20.04.47

Scriv..ere

«Scrivere. Cosa scrivere. Cosa vuol dire, scrivere? Scrivere è una debolezza. è parlare con se stessi rivolgendosi alla carta, è danzare sopra i tasti senza avere chiara una risposta. è confessare, alla passione, la tua unica richiesta. Libertà. Scrivere è come scoppiare. detonare, sputare fuori l’emozione. Disinnescare l’implosione mentale. Raggiungere – mai – il significato. è sconfessarsi e poi giurare, è raccontarsi. cercare la soluzione. divagando, parafrasando, adulando, rincorrendo il senso. è tentare. di stupire, di convincere di stregare di intenerire di colpire di far piangere di mettere un punto. Scrivere é un errore. di pensare di ambire di sperare che qualcuno che non sei te, lette le tue parole, possa dire: sei come me. Non mi abbandonare.
Scrivere è restare. lasciar traccia di se, impronte di se; passaggio di se, di un pensiero che stupido o vano o monotono che sia non voleva giacere là nel tuo rimpianto. scrivere è egoista. e presuntuoso e saccente e autoreferenziale e noioso e bugiardo e coraggioso. è donare. qualcosa che si ha dentro, che sta la la per uscire e lo devi fare: esternare, condividere, confessare, spiegare sparare proiettare nel mondo che temi anche per un istante solo non possa sapere: io sono, ero, sarò qui. ascoltami. ho qualcosa da dire. per sempre. e lasciami provare. con queste semplici, stanche, consumate parole. che non so come altro fare, a vivere. senza scriverle. senza tentare. senza provare a spiegare.

Scrivere.
A volte, è morire.
nell’attesa di chi legge; se sul suo volto sappia dimostrare, con una lacrima, un sogghigno, con l’espressione del timore di non averti a un palmo, che ciò che hai scritto, sfidando in calce il ridicolo e il tutto, possa.. valere. Qualcosa. scrivere è un errore. che se hai mai provato lo sai, cosa può voler dire. È come tirare fuori una parte di te e lasciarla sbranare.
da un odio, da un amore; dalla gente, dal mondo intero che ci passa sopra alle tue parole.. e della tua passione non sa che farsene.

E smettere, sarebbe un vero affare.»

D.B.

tumblr_ltqk1p3cc51qdok4ro1_500.gif

 

Parellelismi a cazzo per Michela Murgia

Succede sempre così: nei giorni dopo l’ennesima giornata internazionale di qualche piagnisteo – come se istituire una giornata mondiale servisse a qualcosa se non a scrivere cazzate ormai (e ne approfitto) – la violenza verbale delle veterofemministe da bar equo-solidale contro i possidenti di uno scroto si accende, e prosegue sulla scia dell’eresia contorta divulgata sui social da una pupazzotta pacioccona che dopo esser venuta alla cronache con un gioco acchiappa click come il “fascistometro” – per giunta mal tarato dato che io so’ risultato meno fascista de Trotsky – pensa di fare fagotto sbrodolando sentenze di colpevolezza su qualcosa di grave e “serio” come la violenza sulle donne.
Parecchi uomini con intenzioni anche solidali, scrive la nostra pacioccosa, si mettono regolarmente a dire: “però basta con questa colpevolizzazione del maschile in sé, non siamo tutti maschilisti, io per esempio non lo sono, non ho mai picchiato una donna, non voglio scusarmi per le colpe di un intero genere. Ciascuno risponda di sé. bla bla bla”. E GRAZIE AR CAZZO. In senso figurato ma anche no. Perché come dice il mio guru Pippo Sowlero a qualcuna ogni tanto glie piace pure.. sur materasso o attaccata allo stipite della porta mentre strilla il nome della sorella “Ersaaaaaa”.

“E’ un po’ più complicato di così”, dice all’andreottiana la Michelona nostra. Debuttante illustre del freak show del progressismo manco fosse una perenne puntata di Ciao Darwin dove chi la sparava più grossa nei siparietti commentati dal dt.Laurenti vestito da madre natura passava nella storia del tubo catodico. Qui chi la dice più grossa al massimo vince una promessa di seggio nel nuovo partito africanistica della Kyenge. E se state pensando “ME COJONI”, mi avete tolto le parole dai tasti.

Per parafrasare Michela, noi cazzoni mai redenti potremmo incalzarla dicendo che “Nascere femmine in un sistema automobilistico dove ormai siamo abituati a vederle parcheggiare a CAZZO DE CANE e giustificarle è un po’ come ostinarsi a pisciare fuori dalla tazza del bagno del bar tanto non lo pulisco io, cazzo me frega.”

Non sai nemmeno a cosa serva la viabilità se tanto ogni volta che qualcuno si lamenta dopo che stai tre ore in un negozio di collari fashion per gatti esci e dici “Ma sono stata solo 5 minuti che sarà mai.” – e in quel momento dietro ha bloccato 8 autobus de pendolari incazzati alla bile. Ecco da quel momento tutto quello che farai, ovunque andrai, qualsiasi ritardo che avrai, anche mentale, deriverà da un destino rallentato da femmine che hanno parcheggiato a cazzo de cane. Avete visto Sliding Doors? Ecco.. pensate a quante volte un Suv parcheggiato in quarta fila fuori dal Gesù e Maria vi potrebbe aver fatto perdere la connection con la donna della vostra vita o con la ricchezza che ve l’avrebbe trovata.. che magari era tra quelle che avrebbero saputo parcheggiare, che so’ rare, nella statistica, come quei bastardi che picchiano la moglie o sono cosi vili e infami da stuprare una donna. Che il resto.. le molestie verbali.. sono “fregnaccette” non violenze. Figuriamoci se domani qualcuno si sentisse così oppresso sul lavoro perché tutte le colleghe invece di fare allusioni sul fatto che ha un bel culo, gli dicessero che c’ha il cazzo piccolo. Amen – che lascio un posto fisso perché delle colleghe sceme umiliano il mio membro minuscolo? A me la cena mica me la pagano. A maggior ragione perché c’ho er cazzo piccolo.

Insomma, Michela, è colpa mia se sono non sono nato in Arabia Saudita, dove le donne non possono guidare nonostante gli Emiri siano tutti best friend de Ilariona Clinton? È colpa de na vecchia a cui hanno rinnovato la patente se magari ho perso l’appuntamento della mia vita per colpa del traffico?

Ovviamente no. Io non sono un vigile urbano con il cazzo microscopico abusato sul lavoro che non vede l’ora di far rimuovere i Suv in doppia fila a Piazza Euclide quando c’è l’uscita della Falconieri o il corse de Zumba . Però vivo nei paraggi, quindi ogni tanto mi verrebbe voglia di cacciare fuori dalla saccoccia un serramanico e scrivere “PUTTANA” sulla fiancata di qualche Q7 che il marito le ha regalato a natale con i soldi delle tasse che non paga.. eppure non lo faccio.

Perché sono un gentiluomo. E questo mi basta a distinguermi non solo da chi si macchia del crimine ignobile di toccare una donna. Ma anche dagli uomini comuni. Quelli che magari, se assistessero ad un crimine simile.. si farebbero gli affari loro. Io, come tutti quelli come me, se vedessimo un mezzo uomo che prende a schiaffi la moglie – e non un unico schiaffone dopo aver scoperto che gli ha messo le corna per 5 anni con il maestro si Bachata cubano coi rasta – a costo di perdere la nostra miserabile vita ci metteremmo in mezzo. Perché siamo costretti. Ne siamo votati per etica, per educazione, per credenza e attaccamento alla cavalleria. Per indole.

Per questo Michela Murgia non mi sentirò mai colpevole di essere un uomo. Anzi invoco la mano forte di uomini come me. E se il sistema non si regge su persone con la nostra stessa visione del mondo, con la nostra marmorea educazione, ti assicuro che è solo perché qualcuno gliel’ha permesso. Tra questi anche voi femmine – sappiamo farla anche noi di tutta l’erba un fascio un tanto al chilo – che alle lunghe ci avete fatto passare la voglia di esserlo, gentiluomini.

Ma questo non fa di noi e dei nostri padri dei vili complici, né tanto meno dei criminali.

D.B.

 

blogdilifestyle_8b539642e0350eb5f984a91736330b73

Tip Tap, è finita.

«Ci si dovrebbe limitare ad apprezzare. Mai adorare, venerare. O perfino amare. Apprezzare. Conviene. È più opportuno. Più funzionale. Più borghese. Più moderno.
Apprezzare, senza troppo trasporto per giunta. Senza troppo attaccamento. A una donna come a una scarpa. Frivolezze! Così che la perdita di una persona, o di una scarpa, non ci turbi eccessivamente da non potersi consolare; con un’altra; con un nuovo paio. Di vernice nera, danzanti a una festa. Lisce come un pavimento di marmo perfetto. Piroettante futuro. E sul più bello: casqué. Apprezzare, senza che neanche questa, l’ennesima nuova, diventi a sua volta motivo di vita. Era questa la teoria, assai distante dalla pratica; ahimè. Assai distante dalla vita. Del resto chiunque un giorno perda la sua scarpa destra, quella preferita. Temporeggerà nell’uscire. Riuscire. Cercherà sotto al letto, sopra al tetto, sotto a tutto. Che metafora sbandata. Ma come spiegare a una vecchia suola, che da sola una scarpa non riesce a camminare, senza provare freddo, senza essere più lenta, senza aver timore che l’altro piede sia dolente, ferito, silente. E se fosse inciampata e se fosse caduta? Come danzare – con una scarpa sola? Proseguire senza guardarsi indietro? Senza sedersi a rimuginare che tanto vale buttarsi via da se. Anche affacciati davanti a un negozio attraente, con vuoto nella gola, fermi, su un piede solo, su quella vecchia suola. Come un fenicottero alla sera. Del resto, sul serio, cosa farsene di una scarpa sola? Cosa fare di se. Mi dia un paio di scarpe di vernice. In fretta. Ho una festa. Porto il 43. – Gliele metto nella scatola? No le tengo ai piedi. Non sono cresciuto mai; fin da quando ero bambino, quando andavano di moda quelle con le luci intermittenti, quelle che indossavamo tutti quando eravamo bambini uguali e deficenti, non sono mai uscito da un negozio di scarpe senza avere un paio di nuove ai piedi. Dev’essere il mio lato femminile. È sviluppato assai.. La sa quella che le donne sono come le scimmie? Non lasciano un ramo finché… No meglio non continuare. Anzi, è impegnata questa sera? Sa’ ci sarebbe in ballo del vivere. Una specie di festa. L’avverto però. Non sono un bravo ballerino. Al quarto whisky arranco di stanchezza. Non amo essere adorato. E sto combattendo da una vita con la tenerezza.
Di solito, vince lei.»

D.B.

330c95d0d40ce8c094532d0969cc506c

La vita non è un film

«Avvolta dalla luce tenue, se ne stava sdraiata sul letto. Era nuda. Giocava con la sua vecchia macchina fotografica senza stufarsi. La notte era tiepida. Forse era primavera, o forse faceva freddo. Non ricordo. Ero distratto dal suo corpo. Astratto dal tempo, nel limbo di quella strana felicità priva di minuti, o secondi, o secoli. Rinchiuso nella venerazione. Raggomitolato nell’infatuazione. Un gatto perfettamente addomesticato. La finestra era spalancata e i gabbiani onnipresenti sui tetti, si agitavano insolenti e rumorosi dopo aver banchettato per ore nell’immondizia lasciata dai ristoranti. La brezza respirava nella stanza e si manifestava gelida sul suo seno, e le nuvole, che intravedevo riflesse nel vetro della finestra, erano rade e lucenti: di tanto in tanto coprivano come un velo di seta la faccia della luna che conosciamo a memoria. Un segno che da qualche parte il tempo stesse passando.

“Fammi un ritratto”, “Adesso”.

Oddio, le è preso il momento Titanic. Già lo so. Adesso sbaglio. Sto già sbagliando. Il mio cuore affonderà nell’abisso. E faccio un disegno di merda. Che io non so disegnare. Lo dice sempre. Disegno come un bambino. “Sai quanti grandi artisti non sapevano disegnare? L’importante è avere il proprio stile”; mi aveva già convinto. Subdola. Conosce il suo pollo. Le basta uno sguardo. Annegando mi ricorderanno per questo scarabocchio che mi ha privato della dignità e di ogni plausibile difesa vostro onore. Cedendomi un vecchio quaderno da disegno, iniziai a darle proprio retta. Ora le curve che conoscevo così bene erano così dolci e difficili da imprimere sulla carta per render loro quanto meno il minimo della giustizia. E il viso? Come avrei fatto con il suo viso? Dannazione. Non dovevo darle retta. Posava come una scema. E mi faceva le foto, ridendo, a complicare tutto. Sono un maledetto idiota. Adesso farò un disegno orrendo e lei riderà di me. Come io rido degli altri quando scrivono e non dovrebbero, mai. I capelli, che posavano sulle sue spalle gracili come fossero la veste di una regina, di quella Venere la pelliccia di Sacher-Masoch o come si chiamava, erano forse l’unica parte di lei alla quale riuscivo a tener fede.. ma gli occhi, quelli erano troppo profondi, troppo lucenti, troppo scuri per quel maledetto carboncino che stringevo tra le dita, e che a ogni pausa, tremava. Maledetto disegno. Maledetto Titanic. Maledetti gabbiani. Quel film ricordo è stato il primo che sono andato a vedere a cinema da solo. Cioè, senza adulti. Eravamo io e un mio compagno di classe delle elementari che poi è andato a vivere in Portogallo. Adesso fa il pilota di linea. Ogni volta che salgo su un aereo della sua compagnia spero di sentire la sua voce che annuncia destinazione e tempo di volo. Prima o poi sono sicuro che succederà. Quanto ci sentivamo grandi quel pomeriggio. Ci aveva fatti sedere la maschera, accompagnati dentro, ed erano di quei pomeridiani che entri con la luce, ed esci che si è fatta sera, e il tempo sembra essersi dilatato sulla celluloide. Risucchiato in quella sala di moquette. Era il ’98. Chissà dove era lei quel giorno, quanto era piccola, quanto era dolce, quanti capricci faceva. Aveva lo stesso broncio. Magari non quel giorno, ma quello prima o quello dopo, l’ho visto nelle foto. Lo stesso identico. E i capelli corti tenuti su dal cerchietto che io e il mio amico rubavamo alle bambine per farcele correre dietro. Che scemi che sono i maschi, da piccoli sapevano come fare a farsi correre dietro dalle donne con un solo gesto, da grandi invece sono sempre loro che finiscono per correre dietro a loro, e per essersi fatti rubare qualcosa di molto più prezioso di uno stupido cerchietto.

I gabbiani non mi danno tregua, appollaiati sul tetto a lanciarsi giù dalle vecchie grondaie con i loro piedi palmati. I suoi di piedi, sul bordo del letto penetrano l’oscurità. Li intravedo appena ma li conosco così bene: lì ho conosciuti in fondo alle coperte un giorno che era freddo. Ma non li so ancora disegnare. Eppure li conosco così bene. Buono a nulla. “Hai il talento di Picasso, lasciatelo dire..”, mi schernisco tra me e me. Se non ti ci fossi così tanto impegnato, a disegnare qualcosa che invece di una donna nuda sembra il bombardamento di Guernica, avresti del dannato talento. Davvero. Questo disegno è brutto le ultime dieci mostre che mi hanno trascinato a vedere. Brutto come ogni tema che ho consegnato a scuola da quando me hanno assegnati. Brutto come il momento in cui mi ricorderò questo momento, e lei sarà distante a giocare con la sua vecchia macchina fotografica e io non potrò più pregarla di non farmi foto, che poi vengo male, che sono timido, che aspetta un attimo almeno mi pettino questo ciuffo di capelli che mi cade su occhio, e voglio guardarti bene mentre stringo il carboncino e mi rovino la reputazione di ritrattista per questa e la prossima eternità. Lo soffio via, ma torna giù il mio ciuffo. Mentre la pelliccia della venere segue le sue pose da vanitosa. Le sue risate da sciantosa, i suoi raid per farmi il solletico e farmi ancora sbagliare. Ho finito. Ecco. Te lo avevo detto. Le svelo il foglio macchiato con timidezza. Ma a lei per una volta non importa, esserne uscita male. Consola questo povero Picasso senza licenza, e lo convince a concentrarsi sulla scrittura. Ad accostare la finestra e a parlare con i gabbiani, a convincerli di fare un poco silenzio, che noi adesso dobbiamo confessarci segreti all’orecchio, con la voce dei bambini, e poi smettere di sentirci dentro un film. E cadere nel sonno profondo nelle braccia l’uno dell’altro, e non temere che nessuno affondi nell’abisso, che questo letto, nonostante tutto, è abbastanza grande per tutti e due.

Allora in piedi davanti a quella finestra, con nuvole rade illuminate dalla stessa Luna e i gabbiani in silenzio, ho visto la scia di condensa di un aereo distante, di quelli che volano a 20.000 piedi, e mi sono domandato: chissà in che parte di cielo è quel mio amico che adesso fa il pilota, se è innamorato, oppure a sonno, se ha mai ritratto una donna a mo’ di quelle “ragazze francesi” o altre scemenze del genere, se quando eravamo piccoli sognava già di fare il pilota come me, che invece sono finito col fare solo scrittore. Chissà se quella scia che adesso guardo con gli occhi di un piccolo uomo, è proprio la sua.
Chissà se questo maledetto disegno, quando verrà gettato nel cestino, incontrerà l’attenzione degli stessi gabbiani, mentre con il loro becco cercheranno di pescare qua sotto uno schifo di avanzo di qualche cena scadente.»

D.B.

notte_con_luna_e_scia_bianca_9548942004

Parole su rotaia

Sono sul treno. Triste e caldo, caldo come una febbre da stanchezza. Flemme flemme passa in rassegna la strada di ferro che va da Torino a Napoli e giù di sotto. Non è lento ma sembra. Mi annoio e ascolto ogni estraneo parlare, sbiascicare, bofonchiare, starnazzare; e credo che il giorno cui smetteremo di parlare in dialetto, al telefono con un amico, con la fidanzata distante, con una madre che aspetta.. tanto varrà non dire più niente dell’Italia. Sforzarsi solo di dimenticare.

D.B.

Schermata 2018-11-20 alle 16.56.15

 

Le poesie degli altri

«Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.
 
E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.
 
Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.»
B.B.
Das_Leben_der_Anderen_27bff6ff97_fe7a97c85e.png