Nei libri tu, io, le barbabietole

«Non sarò mai capace di darti quello che hai sottolineato nei libri: barbabietole da zucchero, che non saprai che fartene, un fiorente settore terziario e importanti industrie siderurgiche. Ma quello che non hai mai avuto il tempo di sottolineare nei romanzi sì; quello che prendere una matita in quel momento avrebbe rovinato tutto; quello che poi quando ci ripensi, nelle notti di malinconia, per ritrovare la pagina ti tocca rilegger metà libro, e un po’ ti rode ma un po’ no, perché è come la vita che alla fine è un po’ così: che le cose belle alla fine tocca ripassartele prima di fare un bel passo, come la geografia.»

D.B.

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Uomini futuri!

“Uomini futuri!
Chi siete?
Eccomi qua,
tutto
dolori e lividi.
A voi io lascio in testamento il frutteto
della mia anima.”

Vladimir Majakovskij

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Un alieno al centro commerciale

«Nei centri commerciali mi sento perso. Un alieno. Uno di un altro pianeta che passeggia smarrito tra l’aria rarefatta, fredda o calda che sia, spinta dentro e fuori dagli enormi condizionatori che si curano di garantire a questa massa fluttuante di anime apparentemente appagate, un clima sempre temperato al punto giusto da attrarli anche se non devono fare alcuno tipo di acquisto. Passeggiate in vitro.

Mi trascino controvoglia, e mi scontro con gli occhi affannati dei commessi, stanchi di sorrisi stanchi, annaspanti, consumati, ansimanti al solo pensiero che il tardo orario di chiusura sopraggiunga, e che libertà da queste gabbie tutte uguali di vetrine e scritte al neon venga loro finalmente concessa dal dio del consumo, almeno fino a domani, almeno fino a quando ne avranno bisogno per vivere.

Vagabondo senza una meta precisa tra frullatori e bigiotteria, tra persone così alla moda da sembrare manichini sovrappeso che si sono presi pure loro una mezz’ora di pausa e vanno a prendere una coca zero, e altre persone; così fuori luogo, così sciatte, cosi disperatamente aberranti secondo i canoni del “cool”, che nonostante gli sforzi settimanali, sembrano completamente immuni, dalla moda. Una malattia contagiosa in questo covo di nomi italianamente forzati all’americana, e nomi italiani forzatamente all’americana. Nessuno è quello che sembra.

Un uomo con la tuta troppo rimboccata sulla pancia, e le sue palle sudate che rimbalzano in delle mutande probabilmente abbondanti mi supera affannato nella ricerca di uno snack. Un caffè qui costa 1 euro e 20. Lui ordina per 10. Dev’essere affamato e anche anche parecchio più ricco di me, a giudicare dalla sua incuranza nel pagare una coca zero quello che segna il registratore di cassa, dopo che unghie lunghe con indice di cromo differente e gli strass battono sui tasti rumorosi.
Addetti alla sorveglianza, con basco e anfibi, patch colorate e vistosi tatuaggi sul collo, si atteggiano come forza speciale in cerca di un ostaggio da liberare. E si agitano con un dito nel naso e un altro nell’orecchi mentre sono intenti a curiosare tra i sederi delle signore.

È pieno di banchetti da limonata avveniristici in mezzo ai corridoi ampi del centro commerciale climatizzato. Pieni di venditori allegri senza un apparente motivo logico che possiedono il dono dell’inarrendevolezza degli animatori di villaggi vacanze: un dono che io non ho mai vantato, nemmeno nella loro sopportazione. Gia ai tempi del baby-club Valtur ero estremamente arrendevole al cospetto della loro insensata allegria – Ho una risposta pronta ognuno di loro, per tutto ciò che vorrebbero rifilarmi: bancomat? Ne ho già uno ed è vuoto; Suv a basse emissioni ? Mi hanno tolto la patente; Sky? Non guardo la televisione.. Iqos? Fumo solo cubani. E via dicendo.

Tutto mi pare superfluo in questa gabbia monotona. E seppure Platone diceva nel suo simposio che anche ciò che ci appare dappoco non per questo non vale niente, per me queste cose non valgono niente. E fatico a trovargli un senso. Mi sento colpevole e fuori luogo. Un alieno vecchio e supponete, insopportabile e irrisolto. Costretto a questo corpo e a questa vita da una cicogna inetta e sbadata.

Mi aggiusto il cappotto andato quanto elegante nella prima vetrina che riflette abbastanza da svelarmi il disordine; e ancora televisori troppi grandi, e intimo che davvero non capisco chi lo indossi – nonostante abbia spogliato donne d’ogni livello di pudore. E bambine appena puberte che ci si aggirano intorno con genitori in total look jensato. Sopracciglia strafatte e ogni genere di cattivo gusto che abbia mai immaginato; e bambini con in testa giovani creste tribali che trascinato a forza le suole gommate di scarpette Nike e Adidas – sempre più strane – sul pavimento lucidato di fresco ma comunque sporco, derelitti appesi a mani ingioiellate di madri piene di tempo libero che non volevano lasciarli a casa a fare i loro comodi.

A chi si domandasse perché sono qui, il motivo è semplice quanto ridicolo e imbarazzante: sono uno schiavo come loro, il mio stupido cellulare di ultima generazione si è rotto, e qui un tecnico baldanzoso di un trust del settore che sforna tecnologia a fiotti nella Silicon Valley mi ha detto che se prendevo un appuntamento poteva aiutarmi. Come dal medico. Ha detto che poteva aiutarmi a continuare a comunicare con il mondo esterno, o meglio, lasciarmi una chance di comunicare con l’unica persona per cui tengo acceso il telefono giorno e notte, sia mai le succedesse qualcosa. Un altro alieno. Distante anni luce da questo grigio. Distante anni luce dalle centinaia di comunicazioni futili che ogni giorno mi raggiungono su questa tavoletta di metallo che si illumina di continuo. E anche se adesso aveva smesso, io non posso rinunciare a questo pretesto.»

D.B.

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Non sono misogino, sono misantropo

Le donne del nuovo millennio vogliono la parità dei sessi,
ma come arriva un conto da pagare ogni fermento femminista svanisce come una scoreggia nel vento manco fossimo in Sicilia negli anni ’50. Le donne del nuovo millennio, vogliono essere rispettate e prese sul serio, ma si vestono come viados brasiliani in agosto pure se fuori è la settimana della Merla, e si atteggiano da lady-boy filippini sempre a caccia di una tredicesima, pure da sobrie a un battesimo. Di giorno invece mettono le ballerine. Oltre il 70% delle cosmopolite, viaggiatrici pensione completa a spese non se sa mai de chi, pontificartici, tuttologhe, non sa né cucinare, né stirare, né badare a nulla che si muova, talvolta neanche ad oggetti immobili.. però vogliono tutte figliare come coniglie ninfomani con l’orologio biologico in mano tipo quello del paese delle meraviglie, pure se i soldi che guadagnano non basterebbero nemmeno a mantenere una tartaruga d’acqua. E lì dove accada il miracolo che guadagnino abbastanza, perché non passano tutto il giorno in palestra e perché hanno disconnesso i neuroni dalla pagina Instagram di Chiara Ferragni, non li spendono per alcuna ragione utile che non sia comprare l’ennesima borsa che hanno visto sul blog di Chiara Ferragni, che è uguale a quella della nonna e finirà sotto lo stesso letto; però poi si lamentano che i loro rasoi costano il 25% in più di quelli da uomo – che tagliano i peli uguale, ma se vede che glie piace parecchio il rosa. Lo stesso delle quote, che però sono criticate, da loro – che ne vorrebbero di più – e pure dalle femministe più integraliste – che non le vorrebbero proprio – che poi sono le stesse che parlano male di noi, che nell’assurda pretesa di trovare una compagna che sia abbastanza sveglia da accendere un tostapane senza dare fuoco al palazzo (dato che casa deve essere sempre la tua), che si depili le gambe e che sia sinceramente interessata alla parità dei sessi senza essere lesbica, ci permettiamo di osservare tutto ciò nella mattanza che le donne del nuovo millennio, ma pure quelle del vecchio, infliggono alla nostra sacca scrotale sempre più tesa e lacera ad ogni sortita. Ma siamo solo dei poveri maschilisti ignoranti. Noi.

Mentre loro, le donne nel nuovo millennio.. sono una combinazione di cromosomi e argomenti a metà tra un anticoncezionale e l’istigazione all’omosessualità.

D.B.

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I nostri caffè

«Sedie di ferro in bilico su sampietrini. Vecchi caffè e giornali da buttare. Una rosa destinata a morire, un altro gioco a cui non so giocare. Mi chiedi di guardarti. Rifuggo altrove. Leggessi i miei pensieri, negli occhi spenti e chiari, avrei timore nel venire qui a sedermi domani; nello stesso vecchio bar, e poi non vederti arrivare. Che questi pomeriggi sempre uguali, così nostri, così banali. Mi riempiono di luce gli occhi, che ho una paura vigliacca a doverci rinunciare.»

D.B.

 

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I giovani fascisti

Infine, caro Calvino, vorrei farti notare una cosa. Non da moralista, ma da analista. Nella tua affrettata risposta alle mie tesi, sul “Messaggero”, (18 giugno 1974) ti è scappata una frase doppiamente infelice. Si tratta della frase: “I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non avere occasione di conoscerli.” Ma: 1) certamente non avrai mai tale occasione, anche perché se nello scompartimento di un treno, nella coda a un negozio, per strada, in un salotto, tu dovessi incontrare dei giovani fascisti, non li riconosceresti; 2) augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E’ una atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane a una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso.

Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari.
8 luglio 1974. Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino. Su “Paese sera” col titolo “Lettera aperta a Italo Calvino: P.:quello che rimpiango”.

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Corri!

Struscia sull’asfalto, la pelle ingenua
duole la ferita, ma va via.

Corre sulla strada, la pelle dura
cade, la crosta nera
e va via.

Corre, cade, soffre,
sul brecciolino, sulla pista, sulla vita
La pelle folle,
Corre..

D.B.

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La vita non è un film

«Avvolta dalla luce tenue, se ne stava sdraiata sul letto. Era nuda. Giocava con la sua vecchia macchina fotografica senza stufarsi. La notte era tiepida. Forse era primavera, o forse faceva freddo. Non ricordo. Ero distratto dal suo corpo. Astratto dal tempo, nel limbo di quella strana felicità priva di minuti, o secondi, o secoli. Rinchiuso nella venerazione. Raggomitolato nell’infatuazione. Un gatto perfettamente addomesticato. La finestra era spalancata e i gabbiani onnipresenti sui tetti, si agitavano insolenti e rumorosi dopo aver banchettato per ore nell’immondizia lasciata dai ristoranti. La brezza respirava nella stanza e si manifestava gelida sul suo seno, e le nuvole, che intravedevo riflesse nel vetro della finestra, erano rade e lucenti: di tanto in tanto coprivano come un velo di seta la faccia della luna che conosciamo a memoria. Un segno che da qualche parte il tempo stesse passando.

“Fammi un ritratto”, “Adesso”.

Oddio, le è preso il momento Titanic. Già lo so. Adesso sbaglio. Sto già sbagliando. Il mio cuore affonderà nell’abisso. E faccio un disegno di merda. Che io non so disegnare. Lo dice sempre. Disegno come un bambino. “Sai quanti grandi artisti non sapevano disegnare? L’importante è avere il proprio stile”; mi aveva già convinto. Subdola. Conosce il suo pollo. Le basta uno sguardo. Annegando mi ricorderanno per questo scarabocchio che mi ha privato della dignità e di ogni plausibile difesa vostro onore. Cedendomi un vecchio quaderno da disegno, iniziai a darle proprio retta. Ora le curve che conoscevo così bene erano così dolci e difficili da imprimere sulla carta per render loro quanto meno il minimo della giustizia. E il viso? Come avrei fatto con il suo viso? Dannazione. Non dovevo darle retta. Posava come una scema. E mi faceva le foto, ridendo, a complicare tutto. Sono un maledetto idiota. Adesso farò un disegno orrendo e lei riderà di me. Come io rido degli altri quando scrivono e non dovrebbero, mai. I capelli, che posavano sulle sue spalle gracili come fossero la veste di una regina, di quella Venere la pelliccia di Sacher-Masoch o come si chiamava, erano forse l’unica parte di lei alla quale riuscivo a tener fede.. ma gli occhi, quelli erano troppo profondi, troppo lucenti, troppo scuri per quel maledetto carboncino che stringevo tra le dita, e che a ogni pausa, tremava. Maledetto disegno. Maledetto Titanic. Maledetti gabbiani. Quel film ricordo è stato il primo che sono andato a vedere a cinema da solo. Cioè, senza adulti. Eravamo io e un mio compagno di classe delle elementari che poi è andato a vivere in Portogallo. Adesso fa il pilota di linea. Ogni volta che salgo su un aereo della sua compagnia spero di sentire la sua voce che annuncia destinazione e tempo di volo. Prima o poi sono sicuro che succederà. Quanto ci sentivamo grandi quel pomeriggio. Ci aveva fatti sedere la maschera, accompagnati dentro, ed erano di quei pomeridiani che entri con la luce, ed esci che si è fatta sera, e il tempo sembra essersi dilatato sulla celluloide. Risucchiato in quella sala di moquette. Era il ’98. Chissà dove era lei quel giorno, quanto era piccola, quanto era dolce, quanti capricci faceva. Aveva lo stesso broncio. Magari non quel giorno, ma quello prima o quello dopo, l’ho visto nelle foto. Lo stesso identico. E i capelli corti tenuti su dal cerchietto che io e il mio amico rubavamo alle bambine per farcele correre dietro. Che scemi che sono i maschi, da piccoli sapevano come fare a farsi correre dietro dalle donne con un solo gesto, da grandi invece sono sempre loro che finiscono per correre dietro a loro, e per essersi fatti rubare qualcosa di molto più prezioso di uno stupido cerchietto.

I gabbiani non mi danno tregua, appollaiati sul tetto a lanciarsi giù dalle vecchie grondaie con i loro piedi palmati. I suoi di piedi, sul bordo del letto penetrano l’oscurità. Li intravedo appena ma li conosco così bene: lì ho conosciuti in fondo alle coperte un giorno che era freddo. Ma non li so ancora disegnare. Eppure li conosco così bene. Buono a nulla. “Hai il talento di Picasso, lasciatelo dire..”, mi schernisco tra me e me. Se non ti ci fossi così tanto impegnato, a disegnare qualcosa che invece di una donna nuda sembra il bombardamento di Guernica, avresti del dannato talento. Davvero. Questo disegno è brutto le ultime dieci mostre che mi hanno trascinato a vedere. Brutto come ogni tema che ho consegnato a scuola da quando me hanno assegnati. Brutto come il momento in cui mi ricorderò questo momento, e lei sarà distante a giocare con la sua vecchia macchina fotografica e io non potrò più pregarla di non farmi foto, che poi vengo male, che sono timido, che aspetta un attimo almeno mi pettino questo ciuffo di capelli che mi cade su occhio, e voglio guardarti bene mentre stringo il carboncino e mi rovino la reputazione di ritrattista per questa e la prossima eternità. Lo soffio via, ma torna giù il mio ciuffo. Mentre la pelliccia della venere segue le sue pose da vanitosa. Le sue risate da sciantosa, i suoi raid per farmi il solletico e farmi ancora sbagliare. Ho finito. Ecco. Te lo avevo detto. Le svelo il foglio macchiato con timidezza. Ma a lei per una volta non importa, esserne uscita male. Consola questo povero Picasso senza licenza, e lo convince a concentrarsi sulla scrittura. Ad accostare la finestra e a parlare con i gabbiani, a convincerli di fare un poco silenzio, che noi adesso dobbiamo confessarci segreti all’orecchio, con la voce dei bambini, e poi smettere di sentirci dentro un film. E cadere nel sonno profondo nelle braccia l’uno dell’altro, e non temere che nessuno affondi nell’abisso, che questo letto, nonostante tutto, è abbastanza grande per tutti e due.

Allora in piedi davanti a quella finestra, con nuvole rade illuminate dalla stessa Luna e i gabbiani in silenzio, ho visto la scia di condensa di un aereo distante, di quelli che volano a 20.000 piedi, e mi sono domandato: chissà in che parte di cielo è quel mio amico che adesso fa il pilota, se è innamorato, oppure ha sonno, se ha mai ritratto una donna a mo’ di quelle “ragazze francesi” o altre scemenze del genere, se quando eravamo piccoli sognava già di fare il pilota come me, che invece sono finito col fare solo scrittore. Chissà se quella scia che adesso guardo con gli occhi di un piccolo uomo, è proprio la sua.
Chissà se questo maledetto disegno, quando verrà gettato nel cestino, incontrerà l’attenzione degli stessi gabbiani, mentre con il loro becco cercheranno di pescare qua sotto uno schifo di avanzo di qualche cena scadente.»

D.B.

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A ognuno i suoi..

Di solito nel confronto con i prepotenti, ci piace rifarci ai nostri idoli intellettuali. Sempre gli stessi. Pochi e consumati. Che siano Montanelli, Jünger, Mishima, o il piccolo Feltri, i ribelli. Che sia citare Brasillach , nel giorno della sua condanna a morte. Un onore.

Coloro che hanno fermi miti, non devono saltar di palo in frasca tra i portatori di progresso, che nel mutare d’idee e mode, per antonomasia in perenne movimento, rimangono di rado marmorei bastioni di pensiero. Mai visto un progressista appellarsi a Gramsci se non una volta l’anno. Nell’ultimo giorno dell’anno per giunta. Mai visto un politico di sinistra rifarsi diffusamente a Calamandrei, o a Berlinguer, se non per dire che erano al suo funerale. A piangere. Conservare le idee significa non mutare mai. E se è vero che sono gli idioti coloro che non mutano mai d’idea. Per una volta, apparire idioti, non è poi così male.

D.B.

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