“Sulla Mia pelle” ho avuto paura

La verità è che ieri, mentre si chiudeva la porta di quell’interno notte di una pellicola cruda – una stanza anonima, in una caserma come tante, in una notte qualsiasi buttata nelle periferie di ogni luogo; una notte che racconta l’arresto di un ragazzo come tanti – Stefano Cucchi –
io ho chiuso gli occhi.

Come fanno i bambini, quando guardano un film di paura, perché ce lo hanno sempre detto: i film dell’orrore smettono di farci paura quando cresciamo, perché acquisiamo la consapevolezza che i “mostri” non esistono. Ma quando a terrorizzarci è qualcosa di reale invece, quando i mostri si confondono in mezzo a noi, il timore non si estingue mai.

Quella porta che si chiudeva alle spalle di Alessandro Borghi era una porta reale nella finzione evocativa. Una porta che si è chiusa veramente. E io avevo paura che per raggiungere il pubblico nel profondo, per portare a casa il risultato facile, lo strazio delle grida, il rumore sordo delle manganellate che vanno giù dure sulla “pelle” si sarebbero fatte sentire. E invece niente. Non un’inquadratura. Non uno strillo. Silenzio. Ho aperto gli occhi, ho continuato a temere. Con il fiato sospeso. Fino alla fine.

La verità forse è che io, in questura, le ho sentite le manganellate, la gente implorare di smettere, e i tutori di un ordine che nelle notti di caserma diventa così arbitrario, continuare; e andare giù ancora più pensate. Non sulla mia pelle ma le ho sentite. Ho visto le stanze asettiche e la facce incazzate del turno di notte. I tagli marziali e gli stratagemmi per attenuare il danno, poi.
Ho sentito sopraffarmi l’impotenza che può ingannare un famiglia semplice, di borgata. Ho percepito i meandri della burocrazia nei quali si può anche morire. Come se fosse un problema che potesse sfiorarmi: a me che c’ho la faccia da figlio di papa’, e me la so’ sempre cavata con un maledetto “buonasera”, anche a fa cazzate da borgata. L’ho sentito sulla mia pelle, come se mi riguardasse quell’impotenza. Quella consuetudine. Perché ogni volta che una porta si chiude dietro a una cattiva risposta, dietro ad una cattiva azione, dietro a una brutta storia: qualcuno, indifeso, in una stanza chiusa a chiave teme di sentire le botte, per poi dover inventare di essere caduto dalle scale per un abuso di potere dettato dalla foga del momento. Se è fortunato.

John Donne diceva, e Hemigway sottolineava, che “la morte di qualsiasi uomo ci sminuisce. Dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, e tutti gli uomini che sono morti o hanno subito soprusi e abusi prima e durante il regime carcerario ci siano d’esempio. Né santi, né diavoli. Ma martiri scomodi di un sistema spesso inadeguato, in mano a uomini incapaci di gestire l’enorme responsabilità di cui sono investiti; che una domenica mattina qualsiasi, in una stanza anomia, in un ospedale come tanti, potrebbe suonare la campana a morto, per uno sbaglio stronzo, per una persona come me, per una persona come voi.

D.B.
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Il problema

Non lo so proprio, non lo so. Ogni giorno è un sfida inutile per sconfiggere un male lieve, che è un mondo enorme pieno di problemi che non dovrebbero riguardarci e invece mangiano le nostre vite strane

Déjà vu

E poi c’è questa faccenda, che non mi sta tanto simpatica, del vedere una cosa splendida ma con la sensazione di averla vista già, in altre mille foto, in altre mille pose, in uno strano déjà vu. L’esser privati del baleno, della scoperta, in nome di quel fenomeno screanzato che i giovani chiamano condivisione; del quale siamo tutti complici, vittime e carnefici.

D.B.

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Uovo libero

Che bega pensare
che siamo tutti un po’ colpevoli,
di lanci d’uova e farina.
D’innanzi a quei cancelli dischiusi di giugno,
quando torte di libertà impastate sull’asfalto
erano un preludio gagliardo all’estate sconfinata.

Bulli e bambine,
e il crescere di un tempo,
stupido crescere sgangherato e tanto sano.

La scuola finiva là,
con le sue regole e costrizioni
di getto lo sfogo,
e ogni anno, la ‘liberazione’ valeva più d’un 8 settembre.

Non ci facevamo tanto cruccio allora
delle borghesie e del loro sdegno
noi balordi,
noi semplici ragazzini;
“Borghesi tutti appesi” compariva su una maglietta,
precoce fugace lotta di classe,
pescata a caso in un cassetto.

Oggi seppelliamo ogni bravata,
fa eco il dissenso.
Coscienziosi maturi adulti e noiosi.
Borghesi.

Chi dimentica è complice.
Chi di nostalgia non piange, è defunto nell’anima.
Chi non si pente, almeno un istante,
Non è cresciuto mai.

 

D.B.

Un santo in paradiso

La nostra divisa carceraria consiste in pantaloni grigi con o senza piences, scarpe lucide stringate, cappi al collo in fantasia, cravatte.
La libertà invece si veste un po’ come gli pare,
sciatta e spogliata,

ciabatta in salotto in attesa di una retata, di un concorso, o di un santo in paradiso che si ricordi il nostro nome.

D.B.

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Roma l’estate

Roma l’estate è più bella. Non servirebbe neanche star qui a dircelo. Vuota. Col Ponentino e i tramonti dilatati tra le foglie dei platani del Lungotevere, folte e luminose, che danzano quiete. Le strade deserte e le amarene in cima alla grattachecca. Acquazzoni delle sei e addosso i vestiti che non trovano ruolo in valigia da almeno tre anni. I parcheggi semplici.

Roma l’estate è più bella; perché del resto il suo più grande problema, lo diceva anche Montanelli, sono sempre stati i romani. Ma non i romani quelli veri, quelli veraci; quelli distanti, in ferie, tra Capalbio e Sabaudia, Torvaianica e Thailandia. I bottegai impolverati, i baristi senza denti, i giornalai che non si sono ancora convertiti ai nuovi baracchini liberty, i gatti rimasti a guardia del forte, i vecchi. Insomma, loro.

A dover scegliere quando prendere le ferie, sempre ammesso che ce ne siano di ferie, o di denari da spendere per partire – perché andare a casa di nonna al mare non è partire, è ricordare – si partirebbe tutti a settembre, quando il mostro ricomincia a lamentarsi tra processioni di luci rosse di stop, uscite di scuola, aperitivi poco mondani e una lista di propositi con cui fare i conti. Agosto invece, agosto tropicale, sarebbe da passarlo qua, a prendersi il proprio tempo, a perdersi per Trastevere, tra Via della Luce e Santa Cecilia, affacciati dal Gianicolo ad ammirare lo splendore eterno e immaginare l’odore d’arance.

Come in un trip morettiano, in giro in vespa al tramonto, giù per Monte Verde vecchio, sfrecciando sul Ponte di Ferro e fischiando alle turiste bianche di fiordi e vestite da spiaggia, giunoniche bellezze fuori posto. Poi trovare il nostro posto, al pomeriggio tardo, al Callisto: gomiti da ragnatela su tavoli firmati Peroni. Abbracciati a una birra da 66 e contornati da personaggi degni di Verdone: “Io stasera Ladisploli” diceva Leo a Marisol. Ma forse sarebbe meglio restare, fare una scappata al giardino zoologico, comperare delle noccioline inutili e ascoltare il concerto delle cicale. Un sacco bello.

Roma l’estate, quale poesia migliore a cui pensare. Gabbiani e pappagalli nei cieli illuminati dallo smog che avvolgono Villa Pamphili. E l’ultimo gin e tonica alla sera, prima di stringersi un maglione sulle spalle perché è rinfrescato. Bicchieri dalle staffa e ritorni in caseggiati vuoti, in appartamenti vuoi, in letti vuoti. Finestre aperte in barba ai condizionatori riuniti che sciolgono ghiacciai, e il numero di un’americana scritto sul tovagliolo da pub, dopo un match fortunato su Tinder. Non era già distante mille chilometri. Quale poesia queste “vacanze romane”. Domani la porterai ancora sulle stesse strade di sempre, a contare i sampietrini, uno per uno, a inciampare per scherzo, a contare le cupole, a sentire il cannone, a baciarsi su Ponte Sisto. Quale poesia migliore a cui pensare, mio caro Salustri.

Partite insensibili. Indomiti viaggiatori. Noi romantici si resta qua, con un cordiale al bar, magari una Genziana, e il Corriere dello Sport che spara bombe, di tavolino in tavolino. Non belle come quelle di Mosca. Ma nemmeno pericolose come quelle di Putin. Ci vediamo a settembre allora, cari, o forse no. Saremo noi quelli distanti dal nostro grande amore, solo per averne un briciolo di nostalgia. Quando a voi sarà passata già. ” E lo vedi che è diventato verde.. voi passa’ !?”

di Davide Bartoccini

 

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Il Ventriloco di luglio

Le sale d’attesa

Le sale d’attesa sembrano fatte apposta per farti sentire solo. L’arredamento apposito, i quadri privi di senso quanto di discussione. La selezione musicale sforzata. Tu e il ficus benjamin , il ficus benjamin e te. Le riviste vecchie, rotocalchi insfogliabili, la macchina del caffè in cialde, che non usi per non disturbare. Le voci distanti..

D.B.

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Maledetti ladri di pensieri

«Volevo scriverti, non per sapere come stai tu, ma per sapere come si sta senza di me. Io non sono mai stato senza di me e quindi non lo so. Vorrei sapere cosa si prova a non avere me che mi preoccupo di sapere se va tutto bene, a non sentirmi ridere, a non sentirmi canticchiare canzoni stupide, a non sentirmi parlare, a non sentirmi sbraitare quando mi arrabbio, a non avere me con cui sfogarsi per le cose che non vanno, a non avermi pronto lì a fare qualsiasi cosa per farti stare bene. Forse si sta meglio, o forse no. Però mi e venuto il dubbio e vorrei anche sapere se ogni tanto questo dubbio è venuto anche a te. Perché sai, io a volte me lo chiedo come si sta senza di te, poi però preferisco non rispondere che tanto va bene così. Ho addirittura dimenticato me stesso per poter ricordare te».

Søren Kierkegaard, da Diario del seduttore

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Non sarà lei la nostra Zelda

«Certo, una cosa forse ci converrebbe fare: nutrire il sogno incorruttibile di Gatsby, inseguire e afferrare la luce verde attraverso faraonico stratagemma. Fuggire dalla nostra Montecristo di parole. Ma per quale fine poi? La medesima. Allora meglio il duello. Come il nostro Lermotov. Confidare nei colpi di pistola che privano dei dolori di Werther. Che di mulini a vento, troppi ne abbiamo presi di petto, al galoppo dalla Mancia, e la rivalsa in denaro non fa per noi. Non ruba il cuore a Zelda, o Dulcinea. E seppur bastasse, non sarebbe lei allora, la nostra Zelda.»

D.B.

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La grande giostra

«Un’altra coppia ha cessato d’esistere. Proprio adesso, come un altro milione nel mondo. Di questa mi hanno avvertito però. In questo tempo distratto da tutto il superfluo, ci si lascia e ci si trova in un nonulla.. tra chi ruba il sesso, e chi cerca un senso disperato, non c’è pace tra i ricordi, né stanchezza per i baci che vanno ancora dati. È un gioco crudo e tenero questa giostra di stupidi affetti. Chi sale chi scende. Chi finisce i gettoni, chi ne ha un milione chiusi in cantina. Sepolti nella cassaforte del fallimento. Esseri soli che muoiono insieme; o almeno ci provano. Conoscono l’epilogo ma non rinunciano alla partita. Gli uomini. Tutti pazzi. Qualcuno diceva, che la pazzia è ripetere sempre lo stesso errore pensando di cambiare il risultato.
2+2 fa te? No, fa 4.
Ok. 2+2 fa te? Ecco. Appunto.»

D.B.

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