La domenica delle cianfrusaglie

La luce tenue che poco si spande, oltre il giallo ‘napoli’ della stoffa plissettata dell’abat-jour, illumina appena piccoli volumi editi da Adelphi nelle loro copertine di carta pastello, che spesso mi convincono più del titolo a portarli a casa con me – Jünger, Grossman, Alvi – ma anche Ian Fleming, con il suo James Bond di parole. Assai più bello, tanto per dare spago ai comuni luoghi, dei film. Soldatini e piccoli modelli d’aeroplano – la maggior parte inglesi – nei loro blazer blu di marina, si nascondono nell’oscurità accanto alla mia vecchia macchina da scrivere Olympia. I fogli sono ingialliti e vuoti. Non la uso mai. Tra sigari cubani spenti da tempo, Romeo y Giulieta, bossoli di proiettili sparati a bersagli mediamente distanti, e fermasoldi d’oro rigorosamente vuoti, un orologio degli anni ’50, Omega stile aviatore, perde il tempo su un vecchio tavolo da gioco il legno che sorregge tutto questo.

Il gira dischi, ultimo gradito adorato regalo, suona un 45 giri di ottimo jazz reperito appena poche ore fa in un mercatino delle pulci.

Io scrivo un ‘pezzo’ per il giornale che ha fondato il mio idolo, e il gatto, all’ombra di una pila di riviste, muove la coda come un metronomo, incuriosito dalla donna che canta da una scatola che non aveva mai visto prima. Il tiramisù che ha fatto mia madre, con i savoiardi ben inzuppati di caffè fuoriuscito da una moka ben temprata, è perfetto per anticipare il pasto.

Mi piace questa mia domenica. Adoro le mie cianfrusaglie. La nullafacenza. La storia.

 

D.B.

 

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Anna Frank: il ricordo ‘coatto’ provoca reazioni coatte, prevedibili solo a chi riflette

Il ricordo ‘coatto’ di Anna Frank deciso dalla Lega Calcio che doveva essere osservato attraverso il minuto di silenzio e nella lettura di un passo del suo ‘Diario’ negli stadi, ha palesato non solo il disinteresse delle tifoserie per il rispetto della Shoah e per quel gesto ‘isolato’ di una portata talmente ridotta da poter essere pacificamente bollato come ‘la cazzate dei tre scemi di turno’: e che invece è stato gonfiato a dismisura dai media, sempre pronti a pescare su internet immondizia per ‘montare’ il caso ‘nazionale’ da strumentalizzare, consumare e spremere fino al dimenticatoio del giorno dopo.

Sentire intonare ‘Me ne frego’ o altri cori, anche se esclusivamente a sostegno delle squadre e non di matrice politica, durante il silenzio ‘giustamente’ inosservato da chi è libero di ‘ignorare’ è stato il risultato che meritava quella ‘sceneggiata’ – solo molto più grossa – a cui accennava volgarmente il presidente della SS Lazio Claudio Lotito (analfabeta disfunzionale), che è stata portata avanti dalla Lega per compiere il suo compitino di redentore galattico a servizio del buon pensiero repressivo.

Quando il mondo dei ‘buoni’ capirà che non c’è un mondo di ‘cattivi’ da combattere: ma solo uno stato d’ignoranza crassa, endemica, profonda, inguaribile nel tessuto sociale di questo paese che NON DEVE comunque essere costretto a ricordare e osservare contro voglia, forse si incomincerà ad insegnare in maniera permeante cosa è stata la Shoah e perché non c’è proprio da scherzare, come non c’è nemmeno da strumentalizzare o sensazionalizzare. Ad insegnare anche che nessuno uomo degno di tale nome se la prende con i morti, soprattutto se sono morti giovani, quando non volevano, non dovevano, quando speravano. Come Paparelli – anche se paragonare una deportata a uno che è morto davanti alla moglie per un razzo sparato allo stadio non è corretto ma tant’è; che i morti non hanno classifica e lega, solo meno tempo degli altri.

Nel frattempo, questo è un compito che dovrebbe spettare ai capi delle curve e delle tifoserie – che giustamente non rispettano la Lega, i media, e tutto il teatrino a cui hanno dato vita – ma sicuramente ne hanno di autorità da esercitare. Loro che giocano all’Educazione Siberiana ma poi lasciano appendere una ragazzina morta come sfottò da tre ragazzini e mezzo, e al massimo decidono sui look degli hooligans giusti.

D.B.

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Trasformisti ostinati, con una penna in mano

 

Il telefono squilla con la suoneria di tutti gli iPhone del mondo – “Si, allora la serata è fissata per il primo del mese”. Attacco. Risquilla – “No stasera non potrò esserci.” – Come faccio a spiegare a mio Padre (in realtà era la moglie) che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? Domandava retoricamente Conrad – Me lo domando anche io, sovente. Squilla Skype: “ Sì, io in Afghanistan verrei, ma non me vorrei risveglia’ con una tuta arancione addosso, senza la testa; quindi mi raccomando.” – Riapro la cartella di Word. Sono in ritardo di un mese, di una vita forse.

C’era una volta un trasformista italiano che si chiamava Leopoldo Fregoli, e in pochi istanti era capace di strabiliare il suo pubblico cambiando inquieto abiti e identità: cinque o sei, rimanendo fermo, immobile, al centro della scena. Dal suo talento nacque un neologismo poco gentile, il fregolismo, ossia l’arte di ‘trasformarsi’ nella sua accezione negativa, e noi lavoratori freelance che nutriamo la ‘passionaccia’ ne sappiamo qualcosa: perché se l’editoria non paga – o per lo meno non sempre – per continuare a scrivere le nostre fregnacce qualcosa dobbiamo pur inventarci no?

Ognuno strabilia il suo pubblico a modo suo, cambiando pelle e carte in tavola un paio di volte al giorno, inseguendo il sogno in un mondo che sogni spesso non ne ha più: solo firmare un ‘indeterminato’ per pagarsi le rate del divano e andare quindici giorni a Bali l’estate.

Io sono un fervente fregolista e il mio pubblico lo strabilio spesso, lo ammeto senza fanatismo, perché quando mi domandano come mi guadagno da vivere, dopo avermi assillato monopolizzando la conversazioni con i loro master e la loro occupazione – manco facessero gli astronauti – mi tocca pure dirgli la verità invece di sbadigliare. Faccio il giornalista (non lo sono, lo faccio e basta), l’analista militare per esattezza, il P.R. per locali alla moda, lo scrittore di libri (se li pubblicheranno), dipingo soldatini su commissione (quando capita), faccio consulenze per posti che aprono e vorrebbero diventare di moda, o sono prossimi alla chiusura (contro la loro volontà) perché non lo sono mai stati; tento di fare il report in Medio Oriente, ho fatto anche il ghostwriter e mi sto addirittura impegnando nell’ideare una linea d’abbigliamento. Vi prendo in giro? No. Mi piace? A volte nì. Guadagno abbastanza? Manco a sperarci; ma questa è la stampa bellezza, e non c’è niente che tu possa fare, se vuoi praticarla senza avere il talento ‘riconosciuto’ di Pirandello o essere figlio di.

È cosi allora che noi giovani afflitti dalla passionaccia ci inventiamo vite di notte e ci trasformiamo di giorno, passiamo dal servire birre al fare gli assistenti alle cattedre all’università allo scrivere romanzi erotici, autobiografici o di pura fantasia – sempre di notte, almeno siamo coerenti con i ritmi biologici; passiamo dallo scegliere titoli d’effetto per essere pubblicati sul giornale per qualche euro a pezzo all’arrabattarci facendo ripetizioni di latino ai figli d’amici dei Nostri; insegnando quello che sappiamo fare, sia la pallacanestro o il suonare l’oboe; studiando qualcosa che ci serva da piano B: che porti magari un lavoro ‘vero’, come diceva la moglie di quello che guardava fuori dalla finestra tutto il giorno. In nero quando si può, in chiaro quando può permetterselo il datore di lavoro, accumuliamo lira per tirare avanti finché durerà; e intanto scriviamo e scriviamo, apriamo e chiudiamo cartelle fuggendo dalle scadenze che alla fine ci raggiungono sempre – proprio nel giorno che non hai ispirazione (proprio come oggi, magari) ma devi arrivare in fondo a quella pagina e vivere il sogno, colpire qualcuno, risolvergli la giornata, un momento no, un pensiero: con una frase ben dosata, risolutiva, decisa. Tua.

Essi l’amico di parole che tutti vorrebbero, come Salinger scrive nel Giovane Holden – quello che alla fine del libro vorresti non ti abbandonasse mai: che vorresti poterlo chiamare al telefono per raccontargli la tua giornata. Essere Lui per un milione di lettori sconosciuti è il sogno dei folli, di quelli che magari non hanno mai letto una loro riga ai genitori, ma vogliono restituire i brividi che gli hanno donato le righe di uomini e donne distanti, lette in una notte di solitudine. Quello vale questo il sacrificio di una vita di stenti che profuma d’artista bohémien e troppo spesso puzza di sudore? Che potrebbe farti finire a dormire in macchina o in fila alla mensa della Caritas con la tua bella giacchetta di velluto così bobo. Chissà.

Quando il vecchio Holden Caulfield citava il suo scrittore preferito, il fratello costretto a vendere sceneggiature banali ad Hollywood, ne riportava solo le iniziali. Io che per destino ho avuto le stesse mi firmo così. Vedremo se riuscirò a donarvi qualche brivido insieme ai miei intrepidi e temerari sodali. Magari non adesso, non oggi, che devo chiudere questa cartella in corsa e scappare a guadagnare una lira.

D.B.

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Questo articolo è stato scritto per il periodico Il Bestiario degli italiani

Il piagnisteo di Hollywood

Sulla scia della speculazione, lo scandalo Weinstein sta profilando la più lapalissiana conferma che il ‘sesso’ è sempre stato moneta di scambio e un ‘no’ è sempre stato un no.

Confondere una ‘marchetta’ o una ‘sveltina’ svogliata con il padrone con lo ‘stupro’ per sollazzare un po’ il piagnisteo postumo alla notorietà, in questa società facilmente impressionabile, quello, è un vero insulto nei confronti di tutte le donne. Ma molti ancora non l’hanno capito, e per rispettare il dilagante spirito d’empatia che in questa epoca social accompagna a comando ogni disgrazia ‘indotta’, piagnucolano insieme a loro: nel rimorso che magari avrebbero condiviso per ottenere una carriera che però non gli hanno mai offerto.

D.B.

Harvey Weinstein

Time Frame

Slow hand, crawl space, Time comes, time escapes. Low light, creaking moon,

Your shape, gone too soon. Window, fords fail, See through, sealing fate. False hope, carry me through, Love takes, love consumes. Did you say it in a hushed tone, Or maybe I was dreaming? I’ve been hearing things you won’t say, I’ve been living in a time frame. I got caught up in your soft face, but did you ever reach out? I was living in a past life, I was stuck inside a time frame. Soft touch, cold embrace, Forced smile, forced to chase. Time stops, then proceeds, Your shape, all I need.

(Time Frame)

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Il cinema italiano tra potere morbido e spirito gattopardiano

Chi ha visto The Talented Mr.Reply, capolavoro dell’italo-britannico Anthony Minghella, saprà di cosa stiamo parlando: quel potere dolce che un tempo il nostro Paese ha saputo adoperare così finemente, oltre confini e oltre oceano, per attrarre a sé l’attenzione di imponenti ammiratori.  Nella pellicola di Minghella, tratta dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith, è un bel giovane americano della Ivy league a lasciarsi ammaliare dall’Italia, tanto da decidere di trascorrerci il resto della sua via in un esilio dorato. Quel film trasmise al mondo, in modo così persuasivo, il delicato senso della bellezza italiana. La stessa “grande bellezza” scatenata da Sorrentino non ci è riuscita, o forse sì. Perché del resto la bellezza è risultato di estremi, di contraddizioni.

Come disse nel suo celebre paragone Orson Welles, regista del miglior film americano di sempre: «Cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.»

Allora forse tutto torna nell’oscar di Sorrentino e nella nostra Italia piccola e oscena, che pur esercitando un soft power negativo nelle sue pellicole, continua a stregare attraverso il sogno perduto della “dolce vita”.

Miseria e splendore rivivono in Sciuscià di Vittorio De Sica (primo regista italiano ad aggiudicarsi un premio oscar), La dolce vita di Federico Fellini (palma d’oro al Festival di Cannes), nei palazzi del Gattopardo di Luchino Visconti e nei drammi circensi de La Strada. A fare da sfondo agli antipodi della commedia umana, il più delle volte, la bellezza marmorea di Roma, delle campagne monumentali, delle costellazioni di frazioni rurali e i tramonti che spengono le isole minute, dai nomi grezzi e le vedute mozzafiato.

Tra gli anni ’60 e gli anni ’70 il cinema italiano (che allora eguagliava e stregava Hollywood) ha condizionato, attraverso il talento dei propri registi, l’immaginario del mondo intero, raccontando l’Italia così com’era. Il neorealismo di quegli anni era apprezzato dagli americani e non meno dagli europei. Tutti accorrevano a trascorrere le loro “vacanze romane”: affittavano una vecchia vespa e si sentivano subito come Gregory Peck e Audrey Hepburn nei vicoli delle nostre città d’arte. Si avvicinavano allo specchio d’acqua di fontana di Trevi e gridavano “Marcello come here”, volevano assaggiare la pizza e gli spaghetti nelle osterie, come insegnerà poi il primo passo del percorso salvifico raccontato anni dopo in Eat, pray, love. Mentre la Gilbert scriveva a macchina il suo best seller on-the-road, la stagnazione e la rassegnazione del nostro cinema lo spingevano a rinunciare ad essere grande nel mondo. Cessava d’essere arte a beneficio di un pubblico sempre meno pretenzioso e dotato di spirito critico: “il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante” (La Ricotta, P.Pasolini ndr). Ormai il dato era tratto, nell’immaginario collettivo l’Italia era quella: fuorviante e affascinante.

Non è un caso infatti se Paolo Sorrentino, regista della recente e acclamata serie The Young Pope, premio oscar per la sopracitata La Grande Bellezza e premio della giuria di Cannes per Il Divo, sia riuscito a riportare alla ribalta il cinema italiano nel mondo, percorrendo lo stesso solco lasciato dai suoi grandi predecessori. Se il soft power del cinema italiano è stato in grado di vivere di rendita per quasi ’40 anni , la soluzione per tornare ai vecchi fasti appare semplice, come diceva il magnifico Alain Delon nei panni di Tancredi di Lampedusa: «Tutto deve cambiare perché tutto resti come prima».

 

D.B.

Questo articolo è stato scritto per la rivista The New’s Room

I CONFINI CHE ABBATTERANNO L’OCCIDENTE

Senza tenere conto dell’incompatibilità tra popoli diversi – religiose, sociali e culturali – le potenze occidentali hanno sempre disegnato con il pennino, da ampie e marmoree stanza, confini immaginari su territori attraversati da secoli di vite reali. Innescando conflitti immediati o interrando bombe ad orologeria con timer regolati su un probabile, se non certo, futuro prossimo. Dalla Colonizzazione alla Decolonizzazione, dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano, passando per le rivoluzioni arabe finanziate dai britannici – per interesse e paura dell’espansione musulmana nel Commonwealth – all’Accordo Sykes-Picot – con quei confini studiati a tavolino per i protettorati inglesi e francesi; dalla nascita d’Israele, alla guerra fredda, alla lotta al terrorismo espresso nelle sue campagne militari: i padroni del mondo tronfi della loro tradizione di conquistatori perennemente assetati di materie prime sono passati dal carbone al litio limitandosi a declinare il colonialismo in imperialismo per arrivare all’assistenzialismo. Giocando a Risiko nel Medio Oriente che ancora chiamavano piccola Asia, e che loro stessi hanno creato a propria immagine e somiglianza nel nome di dio denaro, e in Africa, il tutto si è sempre consumato seguendo quel fil rouge che è l’interesse. Oggi molte delle cariche di quelle bombe ad orologeria sono state azionate dal tempo, dando luogo alla deflagrazioni di nuovi conflitti o accentuando vecchie tensione. Le nuove migrazioni sono un danno collaterale degli interessi secolari di una ‘razza’ in declino, che non ha più la forza, né l’appoggio (politico/internazionale), né la lungimiranza per operare repressioni. Il popolo occidentale rivolto alla via del tramonto su lunghi e tetri passi, nonostante sia consapevole di questo drammatica epilogo, si mantiene saldo alle sue priorità, che non sono affatto cambiate e si riconfermato le medesime, e sembra navigare a vista: come i barconi dei migranti che affrontano il Mediterraneo. Quel ‘Vecchio continente’ rugginoso di trattati e ferraglie da guerra oggi si trova per la prima volta a dover affrontare il problema di ‘incompatibilità tra popoli diversi’ all’interno dei suoi confini reali sui quali si basano secoli di storia, di vite e di morte; confini che andrebbero cancellati, o ‘astratti’ secondo i progressisti, per fare posto al futuro che incombe. Mentre qualcuno si domanda la cosa giusta da fare per mitigare gli errori del passato, qualcun altro si chiede se sia veramente il caso invece, di chiamare i soggetti componenti di quei flussi migratori che tanto minacciano lo status-quo ‘risorse‘: perché il timore che quel ‘problema strutturale’ che è la migrazione non sia solo l’ennesimo studio strategico fatto a tavolino è forte come la fame che spinge i soggiogati dalla storia a partire per il loro nuovo mondo. Ecco come si accende il nuovo conflitto, l’ennesimo, forse l’ultimo, che l’Occidente combatterà prima che cadano, come molti si augurano, tutti i confini.

di Davide Bartoccini

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Dunkirk di Nolan in due parole

A differenza di molti prima di lui, Nolan ha deciso di raccontarci la guerra senza parole, ma con il solo incalzare delle immagini; che si intrecciano a ritmo serrato e tolgono il fiato fino a raggiunge l’efficacia necessaria: quella che ti fa sentire sotto tiro, con i piedi zuppi e la salsedine nelle narici. Con Dunkirk non si posano mai gli occhi fuori dallo schermo; si incrociano le dita, si stima, ci si commuove di ciò che veramente è stato – Viene quasi da gridare ‘Hurrà!’, quando Tom Hardy fa ciò che vedrete.

I mezzi messi a disposizione per un ‘colossal’ sono esigui – va detto – e forse sarebbe da domandarsi il perché (…); ma l’effetto è ugualmente spettacoloso. Andate a vederlo.

E ricordate che la più piccola imbarcazione da diporto che in quei giorni sfidò la Manica era lunga solo 4 metri e mezzo: un gozzo chiamato Tamzine. Tamzine.

D.B.

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L’antifascismo come arma di distrazione

“Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso.
Spingere le masse a combattere un nemico inesistente mentre il consumismo moderno striscia, si insinua e logora la società già moribonda.”

Pier Paolo Pasolini, domanda a Moravia

 

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