Uovo libero

Che bega pensare
che siamo tutti un po’ colpevoli,
di lanci d’uova e farina.
D’innanzi a quei cancelli dischiusi di giugno,
quando torte di libertà impastate sull’asfalto
erano un preludio gagliardo all’estate sconfinata.

Bulli e bambine,
e il crescere di un tempo,
stupido crescere sgangherato e tanto sano.

La scuola finiva là,
con le sue regole e costrizioni
di getto lo sfogo,
e ogni anno, la ‘liberazione’ valeva più d’un 8 settembre.

Non ci facevamo tanto cruccio allora
delle borghesie e del loro sdegno
noi balordi,
noi semplici ragazzini;
“Borghesi tutti appesi” compariva su una maglietta,
precoce fugace lotta di classe,
pescata a caso in un cassetto.

Oggi seppelliamo ogni bravata,
fa eco il dissenso.
Coscienziosi maturi adulti e noiosi.
Borghesi.

Chi dimentica è complice.
Chi di nostalgia non piange, è defunto nell’anima.
Chi non si pente, almeno un istante,
Non è cresciuto mai.

 

D.B.

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Un santo in paradiso

La nostra divisa carceraria consiste in pantaloni grigi con o senza piences, scarpe lucide stringate, cappi al collo in fantasia, cravatte.
La libertà invece si veste un po’ come gli pare,
sciatta e spogliata,

ciabatta in salotto in attesa di una retata, di un concorso, o di un santo in paradiso che si ricordi il nostro nome.

D.B.

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Roma l’estate

Roma l’estate è più bella. Non servirebbe neanche star qui a dircelo. Vuota. Col Ponentino e i tramonti dilatati tra le foglie dei platani del Lungotevere, folte e luminose, che danzano quiete. Le strade deserte e le amarene in cima alla grattachecca. Acquazzoni delle sei e addosso i vestiti che non trovano ruolo in valigia da almeno tre anni. I parcheggi semplici.

Roma l’estate è più bella; perché del resto il suo più grande problema, lo diceva anche Montanelli, sono sempre stati i romani. Ma non i romani quelli veri, quelli veraci; quelli distanti, in ferie, tra Capalbio e Sabaudia, Torvaianica e Thailandia. I bottegai impolverati, i baristi senza denti, i giornalai che non si sono ancora convertiti ai nuovi baracchini liberty, i gatti rimasti a guardia del forte, i vecchi. Insomma, loro.

A dover scegliere quando prendere le ferie, sempre ammesso che ce ne siano di ferie, o di denari da spendere per partire – perché andare a casa di nonna al mare non è partire, è ricordare – si partirebbe tutti a settembre, quando il mostro ricomincia a lamentarsi tra processioni di luci rosse di stop, uscite di scuola, aperitivi poco mondani e una lista di propositi con cui fare i conti. Agosto invece, agosto tropicale, sarebbe da passarlo qua, a prendersi il proprio tempo, a perdersi per Trastevere, tra Via della Luce e Santa Cecilia, affacciati dal Gianicolo ad ammirare lo splendore eterno e immaginare l’odore d’arance.

Come in un trip morettiano, in giro in vespa al tramonto, giù per Monte Verde vecchio, sfrecciando sul Ponte di Ferro e fischiando alle turiste bianche di fiordi e vestite da spiaggia, giunoniche bellezze fuori posto. Poi trovare il nostro posto, al pomeriggio tardo, al Callisto: gomiti da ragnatela su tavoli firmati Peroni. Abbracciati a una birra da 66 e contornati da personaggi degni di Verdone: “Io stasera Ladisploli” diceva Leo a Marisol. Ma forse sarebbe meglio restare, fare una scappata al giardino zoologico, comperare delle noccioline inutili e ascoltare il concerto delle cicale. Un sacco bello.

Roma l’estate, quale poesia migliore a cui pensare. Gabbiani e pappagalli nei cieli illuminati dallo smog che avvolgono Villa Pamphili. E l’ultimo gin e tonica alla sera, prima di stringersi un maglione sulle spalle perché è rinfrescato. Bicchieri dalle staffa e ritorni in caseggiati vuoti, in appartamenti vuoi, in letti vuoti. Finestre aperte in barba ai condizionatori riuniti che sciolgono ghiacciai, e il numero di un’americana scritto sul tovagliolo da pub, dopo un match fortunato su Tinder. Non era già distante mille chilometri. Quale poesia queste “vacanze romane”. Domani la porterai ancora sulle stesse strade di sempre, a contare i sampietrini, uno per uno, a inciampare per scherzo, a contare le cupole, a sentire il cannone, a baciarsi su Ponte Sisto. Quale poesia migliore a cui pensare, mio caro Salustri.

Partite insensibili. Indomiti viaggiatori. Noi romantici si resta qua, con un cordiale al bar, magari una Genziana, e il Corriere dello Sport che spara bombe, di tavolino in tavolino. Non belle come quelle di Mosca. Ma nemmeno pericolose come quelle di Putin. Ci vediamo a settembre allora, cari, o forse no. Saremo noi quelli distanti dal nostro grande amore, solo per averne un briciolo di nostalgia. Quando a voi sarà passata già. ” E lo vedi che è diventato verde.. voi passa’ !?”

di Davide Bartoccini

 

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Il Ventriloco di luglio

Le sale d’attesa

Le sale d’attesa sembrano fatte apposta per farti sentire solo. L’arredamento apposito, i quadri privi di senso quanto di discussione. La selezione musicale sforzata. Tu e il ficus benjamin , il ficus benjamin e te. Le riviste vecchie, rotocalchi insfogliabili, la macchina del caffè in cialde, che non usi per non disturbare. Le voci distanti..

D.B.

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Maledetti ladri di pensieri

«Volevo scriverti, non per sapere come stai tu, ma per sapere come si sta senza di me. Io non sono mai stato senza di me e quindi non lo so. Vorrei sapere cosa si prova a non avere me che mi preoccupo di sapere se va tutto bene, a non sentirmi ridere, a non sentirmi canticchiare canzoni stupide, a non sentirmi parlare, a non sentirmi sbraitare quando mi arrabbio, a non avere me con cui sfogarsi per le cose che non vanno, a non avermi pronto lì a fare qualsiasi cosa per farti stare bene. Forse si sta meglio, o forse no. Però mi e venuto il dubbio e vorrei anche sapere se ogni tanto questo dubbio è venuto anche a te. Perché sai, io a volte me lo chiedo come si sta senza di te, poi però preferisco non rispondere che tanto va bene così. Ho addirittura dimenticato me stesso per poter ricordare te».

Søren Kierkegaard, da Diario del seduttore

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Non sarà lei la nostra Zelda

«Certo, una cosa forse ci converrebbe fare: nutrire il sogno incorruttibile di Gatsby, inseguire e afferrare la luce verde attraverso faraonico stratagemma. Fuggire dalla nostra Montecristo di parole. Ma per quale fine poi? La medesima. Allora meglio il duello. Come il nostro Lermotov. Confidare nei colpi di pistola che privano dei dolori di Werther. Che di mulini a vento, troppi ne abbiamo presi di petto, al galoppo dalla Mancia, e la rivalsa in denaro non fa per noi. Non ruba il cuore a Zelda, o Dulcinea. E seppur bastasse, non sarebbe lei allora, la nostra Zelda.»

D.B.

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La grande giostra

«Un’altra coppia ha cessato d’esistere. Proprio adesso, come un altro milione nel mondo. Di questa mi hanno avvertito però. In questo tempo distratto da tutto il superfluo, ci si lascia e ci si trova in un nonulla.. tra chi ruba il sesso, e chi cerca un senso disperato, non c’è pace tra i ricordi, né stanchezza per i baci che vanno ancora dati. È un gioco crudo e tenero questa giostra di stupidi affetti. Chi sale chi scende. Chi finisce i gettoni, chi ne ha un milione chiusi in cantina. Sepolti nella cassaforte del fallimento. Esseri soli che muoiono insieme; o almeno ci provano. Conoscono l’epilogo ma non rinunciano alla partita. Gli uomini. Tutti pazzi. Qualcuno diceva, che la pazzia è ripetere sempre lo stesso errore pensando di cambiare il risultato.
2+2 fa te? No, fa 4.
Ok. 2+2 fa te? Ecco. Appunto.»

D.B.

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Esmé, sua madre e me

«Io non voglio figli. Lo sanno tutti. Costano dieci volte più dei cani, e la stragrande maggioranza delle volte ti danno un quarto della soddisfazione che ti darebbe, un cane. I figli ti rendono davvero soddisfatto solo una volta che se ne sono andati di casa, dopo aver studiato per un secolo la strada per farlo: un cane quando riesce a tornarci da solo se lo molli a un isolato dalla porta d’ingresso – un mese dopo che ha smesso di pisciarci sopra. E i vicini lo applaudono pure. Penso che anche i miei genitori, ora come ora, mi scambierebbero volentieri con un vecchio setter.

Tuttavia, recentemente mi era toccato parlare proprio di figli; e non che non lo volessi, ecco, forse volevo pure, «parlarne»; il problema era un attimo mantenerli come vorrei: con il mio lavoro schifo e un’aspirante compagna che a mala pena sapeva badare al suo, di cane. Fatto sta che forse, un giorno, due figli li avrei anche voluti da lei. Quella bisbetica matta straviziata. Un maschio e una femmina. E in mezzo un cane. Un bracco che rispondesse al nome di Marmaduke. Di solito, viene sempre fuori che a parlare di figli, tra due che non hanno idea da dove iniziare a farli, si finisce solo a parlare di nomi. Come lo chiameresti lui, che nome daresti a lei. Avvolti nelle lenzuola di seta come bachi, luce soffusa da una maglietta messa per cappello a una lampada; fatti d’amore scadente come quello di due ketaminomani.

Ebbene io li avrei chiamati Ezra ed Esmé.
Il primo come il poeta, e la seconda, bella come lei, come la piccola del romanzo di Salinger. La donna che preferisco al mondo. Quel tipo di donna come vorrei fosse mia figlia. Ecco allora, che neanche a finire di dirlo, la tipa esordisce con qualcosa di borghese tipo: “Che razza di nomi; così poi a scuola li prendono tutti in giro”. Per quello non c’è problema le faccio io. Perché oltre ad insegnare loro chi sono, le grandi personalità da cui erediterebbero il nome; e perché devono essere fieri di portarlo; gli insegnerei anche a rispondere a quelle mezze seghe che trovano lo spirito: “Vedi bene stronzo che se ridici qualcosa su me o mio fratello, all’uscita viene mio padre che è disoccupato, nullatenente e colmo di fantasia: fa lo scrittore. Ti tortura e a te e alla tata pagata in nero che ti raccatta ogni giorno”.

Ecco forse è per questo che non sarò mai pronto ad avere figli. Perché faccio sul serio. Terrorizzo le mamme. E poi sarei troppo protettivo. E scellerato. E pigro. Troppi regali; troppi sì da occhi piccoli e dolci, e durissimi no da amari e lunghi pianti. Insomma un coglione che nessuno bramerebbe come padre, né tanto meno come marito. Però cavolo sarebbe stata bella Esmé: bella come la madre, e affascinante come quel fallito del padre.»

 

D.B.

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Digressione

Una volta ho letto di una teoria secondo cui l’intelletto umano è simile alle piume di pavone. È solo una dimostrazione di stravaganza pensata per attrarre un compagno. Tutta l’arte, la letteratura, un po’ di Mozart, William Shakespeare, Michelangelo, l’Empire State Building sono solo un elaborato rituale di accoppiamento.

Forse non importa che abbiamo ottenuto così tanto per la più basilare delle ragioni. Ma d’altronde il pavone è a malapena in grado di volare. Vive per terra beccando insetti dal fango consolandosi con la sua enorme bellezza.”

Westworld

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